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Gli 81 punti di Bryant: una passeggiata sul viale della memoria | Nba Passion
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Gli 81 punti di Bryant: una passeggiata sul viale della memoria

Gli 81 punti di Bryant: una passeggiata sul viale della memoria

Durante la stagione 2005-2006, essere tifoso dei Los Angeles Lakers non era affatto facile.

Dal giorno della cessione di Shaquille O’Neal e della dipartita di Phil Jackson, i tifosi gialloviola avevano dovuto accettare uno scenario diverso rispetto a quello a cui erano abituati. Se, un tempo, erano stati personaggi del calibro di Robert Horry, Rick Fox e dello stesso Shaq a comporre il quintetto di partenza, i Lakers del 2006 si dovevano accontentare di un gruppo di giovani giocatori che definire “talenti”, per molti di essi, sarebbe stato un autentico eufemismo. C’era Sasha Vujacic, con i capelli corti ed ancora ben lontano dal diventare “The Machine”; Smush Parker, la cui imprevedibilità poteva lasciare di sasso gli avversari (ma spesso, purtroppo, anche i compagni); Kwame Brown, prima scelta assoluta al draft del 2001 ed oggi considerato uno dei più grandi flop nella storia della NBA; Chris Mihm, l’anonimo lungo del Wisconsin, i cui infortuni ne hanno dilaniato una carriera che, tutto sommato, avrebbe potuto essere dignitosa; Lamar Odom, al tempo limitato dall’inesperienza e dalla poca fiducia in sé stesso. Soprattutto, però, c’era il numero 8: Kobe Bean Bryant, il capitano indiscusso di quello strampalato vascello.

Nell’estate del 2004, quando la dirigenza di Los Angeles aveva dovuto scegliere intorno a quale stella ricostruire una squadra che, ormai, era stata spremuta fino all’osso, la preferenza era caduta proprio sul prodotto di Lower Merion, sancendo di fatto la fine dell’esperienza di O’Neal nella Città degli Angeli. I notissimi rapporti conflittuali tra Shaq e Kobe avevano saturato le pagine dei principali giornali statunitensi per troppo tempo, ormai, e la misura divenne colma dopo la pesante sconfitta per mano dei Detroit Pistons alle NBA Finals del 2004, quando i cattivi ragazzi di Larry Brown (Billups, Hamilton, Prince ed i due Wallace) si sbarazzarono dei lacustri in sole cinque partite.

Al termine dell’ultima partita della serie, nella sala conferenze del Palace, un O’Neal visibilmente irritato annunciò alla stampa: “quest’estate cambieranno molte cose”, lasciando intendere che il mondo non avrebbe più visto lui e Bryant indossare la stessa casacca.

Shaquille O'Neal e Kobe Bryant.

Shaquille O’Neal e Kobe Bryant.

Anche Phil Jackson, la cui bacheca poteva già vantare un numero di titoli impressionante, sentiva di aver perso le motivazioni per continuare, complice anche una filosofia societaria riluttante all’idea di assecondare le esigenti richieste dell’illustre coach newyorkese.

Davanti a questo quadro a dir poco desolante, Jerry Buss prese la strada del cosiddetto rebuilding process: rinnovò il contratto di Kobe Bryant, lasciò partire O’Neal e Phil Jackson, ed assunse Rudy Tomjanovich, due volte campione alla guida degli Houston Rockets, a metà anni ’90, nel periodo in cui Michael Jordan si era allontanato dalla pallacanestro per dilettarsi nel gioco del baseball.

I Lakers che, da quel momento in poi, si ritrovarono ad affrontare le altre franchigie della lega, sembravano un intimorito gruppo di dilettanti allo sbaraglio: chiusero la prima annata con un record di 34-48, non si qualificarono ai playoffs e persero per strada Tomjanovich, il quale fu sostituito nella seconda parte della campagna dal non certo migliore Frank Hamblen (10-29).

Ci volle un anno di strazio totale per convincere il patron Buss che, per tornare a competere e tenere a bada la difficile tifoseria losangelina, bisognava cominciare da un allenatore che conoscesse sia la materia che l’ambiente. Non potendosi permettere di ponderare ad oltranza, quindi, il colorito proprietario – con la determinante mediazione della figlia Jeanie – andò a ripescare Phil Jackson, il quale, nel frattempo, si era rintanato nel suo isolato ranch in Montana, in linea con i suoi ben noti principi zen, che prevedono ore di meditazione nella pace e nel silenzio più totali.

Il ritorno di Phil Jackson, a luglio 2005, fece intendere che Los Angeles avrebbe intrapreso un percorso particolare, forse privo di risultati immediatamente visibili, ma certamente promettente nel lungo termine. A parte Kobe Bryant, come illustrato all’inizio della narrazione, Jackson non poteva contare su molti altri elementi: sapeva di avere tra le mani qualche giocatore dall’elevato potenziale, ma il collettivo ai suoi ordini peccava ancora di estrema inconsistenza.

Phil Jackson.

Phil Jackson.

Domenica 22 gennaio 2006, i Los Angeles Lakers dovevano affrontare i Toronto Raptors, tra le mura casalinghe dello Staples Center.

Il record dei gialloviola, fino a quel momento, era di 22-19, un passo in avanti rispetto all’anno precedente, ma ancora troppo poco per poter parlare di crisi superata.

La partita, fin da subito, lasciò intendere che sarebbe stata un’altra serataccia per i padroni di casa: il gioco espresso era magro, macchinoso e poco incisivo, mentre gli ospiti riuscivano a passare con imbarazzante facilità tra le maglie della difesa (se vogliamo considerarla degna di questo nome) dei Lakers. Alla fine del primo tempo, il tabellone luminoso parlava chiaro: Toronto 63, Los Angeles 49.

L’unica nota positiva, che dava ancora senso alla permanenza del pubblico nel palazzetto, erano i 26 punti di Kobe, che aveva fallito qualche tiro ma che sembrava comunque avere la mano piuttosto calda.

Al ritorno dal riposo, però, il quadro divenne presto chiaro: tiro dopo tiro, il numero 8 fu in grado di annullare il margine di svantaggio dei suoi, portandoli addirittura sopra di 6 alla fine del terzo quarto, sul 91-85.

Il resto, come si sa, è storia: la partita si tramutò in un lungo red carpet per Bryant, al quale i compagni affidarono ogni pallone, senza più seguire alcuna logica strategia di gioco, al solo fine di lasciarlo tirare e permettergli di ingrassare il più possibile il suo ruolino personale. Il pubblico, dal canto suo, si comportò come se stesse assistendo ad un’esibizione di tiro al bersaglio: ad ogni ciuffo, che fosse un semplice appoggio a canestro o un’impossibile tripla dall’arco, lo Staples esplodeva in un assordante boato, rendendo l’aria – già carica di tensione – ancora più maestosa ed evocativa. Due liberi negli ultimi secondi di gioco portarono il figlio di Jellybean a quota 81, e le danze si chiusero sul 122-104. Quella sera, ogni singolo individuo che aveva assistito alla partita – dal pubblico agli addetti alle pulizie, fino ai fans che avevano l’avevano seguita in diretta nei quattro angoli del globo – tornò a casa con la luce negli occhi, ben consapevole di aver assistito alla stesura di uno dei capitoli più entusiasmanti dello sport del XX secolo.

Jalen Rose osserva Bryant levarsi al tiro.

Jalen Rose osserva Bryant levarsi al tiro.

Chi scrive, tuttavia, non vuole limitarsi a fare la cronaca di quello storico match di regular season. In questi anni, tantissimo è stato scritto ed innumerevoli retroscena sono già stati raccontati, motivo per cui sarebbe pretenzioso voler narrare i fatti di quella splendida serata senza suonare noioso. Molto più interessante, invece, sarebbe raccontare quanto il sottoscritto ricorda di quell’evento, invertire le lancette del tempo e tornare, almeno con la mente, a quel freddissimo gennaio di dieci anni fa, per poter riassaporare vividamente l’atmosfera che si respirava.

Nel 2006, avevo 14 anni. La NBA, allora, era profondamente diversa rispetto a come la conosciamo oggi: i San Antonio Spurs restavano l’avversario più temibile, ma gli eroi di quell’epoca rispondevano al nome di Tracy McGrady, Allen Iverson, Steve Nash e Baron Davis; Metta World Peace si chiamava ancora Ron Artest, la città di Seattle aveva ancora i suoi SuperSonics e Dwyane “Flash” Wade, poco più che ragazzino, stava per portare i Miami Heat sulla vetta del mondo.

Da giovane tifoso gialloviola, il mio idolo era ovviamente Kobe Bryant. All’epoca ventottenne, Kobe stava facendo registrare numeri da capogiro (avrebbe chiuso la stagione 2005-06 con 35.4 punti di media, il suo massimo in carriera), anche se sarebbero passati ancora due anni prima di vederlo alzare al cielo il trofeo di MVP.

All’epoca, frequentavo il primo anno di scuola superiore e, per motivi scolastici, non potevo permettermi di restare sveglio fino a notte fonda per seguire la mia squadra del cuore. Senza TV satellitare e con YouTube ancora allo stadio embrionale, poi, seguire le imprese di Bryant era assai complicato, motivo per cui i risultati delle partite riuscivo a saperli soltanto la mattina seguente, sul sito ufficiale della NBA.

Il 23 gennaio, ancora assonnato e un po’ disorientato dalla vista incerta del primo mattino, credetti per qualche minuto di trovarmi nel bel mezzo di un sogno: il box score di nba.com, nella tabella relativa alla partita contro Toronto della notte precedente, registrava 81 punti per Kobe. Pensai ad un errore. 81 punti erano troppi, forse anche per un maestro della palla a spicchi come il numero 8. Tuttavia, dovetti rapidamente ricredermi: la notizia era già in prima pagina su tutte le edizioni online dei principali quotidiani, sia esteri che nazionali; la NBA celebrava l’evento in tutta la sua unicità, ed il nome di Wilt Chamberlain (che di punti ne aveva fatti 100, quarant’anni prima) fu subito associato a quello del fuoriclasse di L.A. Mi ci volle poco tempo per rendermi conto che, più che di una semplice vittoria dei miei contro la modesta Toronto, si era trattato di un vero e proprio avvenimento storico: tutti i precedenti record – dai 69 punti di Michael Jordan ai 71 firmati Elgin Baylor – erano stati spazzati via dal mio eroe durante la notte, ora dietro soltanto al “grande” per eccellenza.

Bryant marcato stretto da Matt Bonner.

Bryant marcato stretto da Matt Bonner.

A scuola, quel lunedì, non riuscii a parlare d’altro: il basket d’oltreoceano non era ancora molto familiare al grande pubblico nostrano, ma il bisogno di esternare i miei sentimenti riguardo a quanto avevo appena saputo fu in grado di annullare ogni mio freno inibitorio, e quindi dilaniai i timpani dei miei compagni per tutta la mattinata, con frasi sconnesse tra loro, ripetitive, volte a sottolineare all’infinito il mio sbigottimento davanti a tale performance: “ma sapete quanti sono 81 punti?”, “no, ma avete presente Kobe Bryant?”, “ha vinto da solo contro tutti!”, “è stato qualcosa di storico per il basket mondiale!”, e tante altre non molto dissimili.

Tornato a casa, quel pomeriggio, fui abbastanza fortunato da trovare una replica della partita sul web, in inglese, con il commento di Marv Albert e Steve Kerr (sì, proprio lui). Al diavolo lo studio e la possibilità di uscire per qualche ora di svago: i miei occhi non potevano staccarsi dallo schermo del computer. Cliccato il tasto “play”, entrai con anima e corpo nella partita, vivendola con gli spasmi di qualcuno che sta seguendo una diretta. Sapevo già qual era il risultato finale e sapevo anche benissimo perché avevo tutta quella fretta di guardare quella gara, ma la mia testa mi costrinse a dimenticare tutto in favore delle emozioni.

La magia mi pervase. Vedere Jalen Rose affannarsi alla rincorsa di Bryant, mentre quest’ultimo penetrava e tirava con una facilità disarmante, fu spettacolare quanto divertente. Kobe aggrediva da ogni posizione e la palla sembrava quasi costringersi a finire nel cesto, come se schiantarsi contro il ferro ed uscire rappresentasse uno smacco imperdonabile.

In quel momento, mi resi conto che Kobe Bryant era il basket.

Quando uscì dal campo, tra gli applausi di tutti (compresa la panchina dei Raptors), lo vidi alzare il dito al cielo, e qualche lacrima mi tracciò il volto. Quell’immagine, ormai rappresentata in centinaia di forme e colori, è entrata di diritto nella cultura popolare sportiva, al pari del tiro di Michael Jordan contro gli Utah Jazz alle Finals del 1998 e dello scatto che mostra un furibondo Muhammad Alì inveire contro Sonny Liston, steso sul tappeto del ring di Lewiston a pancia in su, nel 1965.

Quando le immagini del video si fermarono, mi sentii semplicemente felice. Ricordare quei giorni, ora, fa un certo effetto, e la nostalgia – quando si presenta in tutta la sua solennità – ti piega in due con istantanee, parole e suoni che credevi di aver dimenticato, in maniera sottile, silenziosa, sussurrando quanto basta al tuo orecchio per farti sentire un nodo alla gola. Una sorta di trash talking.

Kobe segna gli ultimi punti della serata, dalla lunetta.

Kobe segna gli ultimi punti della serata, dalla lunetta.

E così, mentre mi ritrovo a scrivere queste righe, nel buio del mio studio, mi rendo conto di quanto, in fondo, il bellissimo episodio appena raccontato sia legato a doppio filo con lo sfrenato romanticismo che, dieci anni or sono, riesce ancora a farmi sorridere e commuovere. Ed è allora che capisco molte cose: capisco qual è il profumo della vittoria sofferta, che cos’è il basket, e perché lo sport appassiona miliardi di persone in tutto il mondo. Ognuno di noi porta gelosamente nel cuore una serie di storie, che rappresentano tappe importanti per la nostra vita. Ebbene: per me, quegli 81 punti sono stati e resteranno speciali, perché è soprattutto grazie ad essi che ho capito, nella mia innocenza di giovane adolescente, quanto in là si può spingere l’epica, capace di travolgere con la sua maestosità tutto ciò che incontra sul suo cammino, instillando passione e gioia nelle sue “vittime”.

Sono passati molti anni, è vero, ma che importa? Oggi come allora, i sentimenti restano, ed il tempo non ne sbiadirà il calore con la sua tirannia. Bryant è ormai un giocatore sulla via del tramonto, pochi mesi lo separano dal ritiro, ma la storia che ha scritto di suo pugno vivrà in eterno, e questa è una bella consolazione. Il futuro chiama, e di certo non lo faremo aspettare. Chi come me, però, ha avuto la fortuna di testimoniare con i propri occhi quanto Kobe fece quel 22 gennaio 2006, non potrà che dare un’occhiata indietro, almeno di tanto in tanto, per riprovare brividi unici, irripetibili. Per le generazioni che verranno, invece, be’… che cosa vi siete persi, ragazzi.

Claudio Spagnuolo
klausbundy@hotmail.com

Classe 1991, vive e lavora a Milano. Appassionato principalmente di pallacanestro e musica, collabora con NBA Passion dall'agosto del 2015.

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