Harden e Westbrook, convivere è possibile: ma vincere?
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Harden e Westbrook, convivere è possibile: ma vincere?

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Harden e Westbrook, convivere è possibile: ma vincere?

Pochi giorni fa, Houston Rockets e Oklahoma City Thunder hanno mandato in porto l’ennesima trade degna di nota di una free agency spettacolare, senza dubbio una delle migliori degli ultimi anni: Chris Paul (insieme alle prime scelte future 2024 e 2026 e la possibilità di scambiarsi le prime scelte 2021 e 2025) si accasa ai Thunder, mentre Russell Westbrook lascia OKC dopo undici anni e vola in Texas, dove ritrova l’amico James Harden.

I due MVP sono cresciuti entrambi a Compton, California, si sono sfidati sul campo tante volte al liceo e hanno giocato insieme per tre anni nella NBA, raggiungendo le Finals nel 2012 con i Thunder.

Nell’estate dello stesso anno, Harden lasciò la franchigia. Il general manager dei Thunder Sam Presti, infatti, decise di rinnovare il contratto di Serge Ibaka e ripartire dalla coppia Westbrook-Durant, cedendo l’altro componente del giovane big three, fresco di vittoria del premio di sesto uomo dell’anno, agli Houston Rockets.

Nonostante le tante stagioni ad alti livelli, i Thunder non sono riusciti a centrare l’anello nemmeno col duo The Brodie-KD. Durant lasciò come noto la squadra nell’estate 2016, in seguito alla sconfitta per 4-3 nelle finali di Conference contro i Golden State Warriors, per raggiungere proprio Steph Curry e compagni.

Per OKC l’ennesima beffa nel giro di pochi anni. I Thunder trovano però il modo di ripartire, trascinati da un Russell Westbrook che riesce a concludere la prima stagione “da solista” viaggiando ad una tripla doppia di media, conquistando il titolo di MVP della regular season proprio davanti al suo ex compagno di squadra James Harden e portando i suoi ai playoffs per sfidare proprio gli Houston Rockets del Barba e perdendo per 4-1, nonostante le prestazioni da fantascienza di Russ nel corso della serie.

L’estate seguente, Presti va all’attacco e riesce a portare Paul George e Carmelo Anthony ad Oklahoma City. Un nuovo big three che nell’idea dei Thunder avrebbe dovuto riprendere da dove il terzetto “originale” aveva lasciato nel triennio 2009-2012.

Le cose però non vanno bene: i tre appaiono poco adatti a giocare insieme ed i Thunder ne fanno le spese ai playoffs, arrendendosi per 4-2 al cospetto degli Utah Jazz di Donovan Mitchell al primo turno. Non cambia la sostanza nemmeno dopo l’addio di Carmelo Anthony. Inizialmente, la coppia Westbrook-George sembra funzionare, con il primo che si cala al meglio nel ruolo di secondo violino e l’ex Pacers che risulta il migliore dei Thunder su entrambi i lati del campo. I sogni di gloria di OKC, però, svaniscono man mano sul finire della regular season, con un George in condizioni fisiche tutt’altro che eccelse, per poi ricevere la mazzata finale ancora una volta al primo turno, stavolta contro i Portland Trail Blazers (4-1).

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I can’t even begin to put into words all of the emotions I have right now. It’s been one heck of a journey Oklahoma! When I came here, I was 18 years old, bright eyed, and completely unaware of all the amazing things that would soon take place. I grew up in Oklahoma with an amazing bunch of people. The people here are what makes this place so special. From the fans, my coaches, my teammates, the entire Thunder organization, Mr. Bennett, Sam Presti, my friends, and everyone in the entire community. You are all what makes Oklahoma such a beautiful place, and the reason I’ve loved playing here all of this time. You have supported me through all of the ups and the downs, and stood by me through the good times, and tough times. For that I am eternally grateful to you. I’ve met so many amazing people who have helped shape me into the man that I am today. I hope I have impacted the Oklahoma community as much as Oklahoma has made an impact on me and my family. I’m leaving Oklahoma with so many friends and so much gratitude. I could never thank you all enough for sticking with me. It’s been a dream and a whirlwind. #WHYNOT

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Nel frattempo, James Harden a Houston diventa il faro di una squadra che anno dopo anno migliora sempre di più, raggiungendo le finali della Western Conference nel 2015, per poi crollare bruscamente l’anno successivo (ottavo posto in regular season con record di 41 vittorie e 41 sconfitte e problemi interni che portano all’esonero di coach Kevin McHale a stagione in corso), per poi tornare a spiccare il volo con l’arrivo in panchina di Mike D’Antoni.

L’ex allenatore della Benetton Treviso prima trasforma il Barba in una point-guard (Harden diventa il miglior assistman della lega nel 2017 con 11.2 passaggi vincenti a partita), poi vi affianca perfettamente il nuovo acquisto Chris Paul. Il nuovo duo dei texani porta i Rockets al miglior record della lega (65-17, primo posto a Ovest) e ad un passo dalle finali NBA, ma Houston si deve arrendere in gara 7 contro i campioni in carica dei Golden State Warriors, soprattutto a causa dell’infortunio di CP3 in gara 5.

In quella stagione, Harden risulta il miglior marcatore stagionale con 30.4 punti a partita e vince il premio di MVP della regular season, succedendo proprio all’amico ed ex compagno di squadra Russell Westbrook. Per entrambi, però, i Golden State Warriors dell’ex compagno ai tempi dei Thunder Kevin Durant risulta essere un ostacolo troppo grande sulla strada del ritorno alle Finals.

La free agency 2019, annunciata da tempo come una delle più scoppiettanti di sempre, ha oggi riunito le strade dei due nativi di Los Angeles, riportandoli a indossare la maglia della stessa squadra con l’obiettivo di provare a unire le forze per raggiungere il traguardo di cui entrambi vanno a caccia da anni senza successo.

Harden e Westbrook, intesa alle stelle fuori dal campo: riusciranno a (ri)trovarla anche sul parquet?

Harden e Westbrook, amici da tanti anni, tornano a giocare insieme dopo sette stagioni in cui hanno vinto l’MVP e riscritto numerosi record.

Dopo aver vinto l’MVP e aver dominato la lega (negli ultimi 5 anni nessuno ha segnato più punti – 10.025 per Westbrook e 11.958 per Harden – mentre nelle ultime tre stagioni i due si sono spartiti il primo posto della classifica punti e assist, con il primo miglior scorer del 2017 e miglior assistman 2018 e 2019 e il secondo miglior realizzatore del 2018 e del 2019 e miglior passatore nel 2017), consacrandosi a tutti gli effetti tra i migliori giocatori della storia, per Harden e Westbrook è arrivato il momento di compiere lo step successivo, ossia mettersi un anello al dito.

La richiesta di trade di Paul George, che ha deciso di accettare la corte di Kawhi Leonard e raggiungerlo ai Los Angeles Clippers, è stata la mossa che ha dato luogo all’ipotesi reunion, poi diventata realtà e che fino a pochi giorni fa appariva quasi impossibile: Harden e Westbrook si sono messi in contatto, OKC ha ufficialmente aperto la fase di ricostruzione puntando ad accaparrarsi giovani talenti, contratti in scadenza e scelte al draft e il gm Sam Presti ha accontentato The Brodie in segno di riconoscenza nei suoi confronti, concedendogli di scegliere la sua destinazione preferita e cedendolo a Houston, proprio come aveva fatto con Harden circa sette anni prima.

Tra le tante speculazioni su un duo che infiamma la passione di chi non vede l’ora di vederlo all’opera e che, al contempo, divide l’opinione pubblica, con una folta schiera di scettici e critici che ritengono che la coppia non sortirà gli effetti sperati, la domanda che un po’ tutti si pongono è la seguente: come faranno a convivere sul parquet due giocatori come Harden e Westbrook, abituati a tenere il pallone tra le mani per gran parte del match e a accentrare il gioco su sé stessi? La risposta non è semplice e nemmeno scontata: si rischia di sbagliare sia sostenendo che sia impensabile che possano convivere, sia ritenendo che le cose andranno sicuramente nel verso giusto.

Innanzitutto, è essenziale mettere in luce alcuni dettagli da molti sottovalutati ma che risultano fondamentali nell’ottica della formazione di un nuovo duo in quel di Houston, che ha ben poco a che vedere con la coppia CP3-Harden ammirata negli ultimi due anni: il Barba spesso e volentieri ha fatto notare che gli piacerebbe sperimentare uno stile di gioco diverso e che nella scorsa stagione è stato costretto dalle circostanze a prendersi carico di più possessi e tiri del dovuto. Oltre a ciò, sia lui che Westbrook hanno una voglia matta di vincere il titolo, anche perché ormai hanno battuto record su record e vinto l’MVP e vorranno cancellare al più presto le tante delusioni accumulate ai playoff negli ultimi anni.

Non meno importanti, inoltre, il fatto che i due si siano cercati a vicenda, ma soprattutto significative sono le recenti dichiarazioni di Harden (“so come si gioca con Russ, e lui sa come si gioca con me“) che ha comunicato ai Rockets di essere pienamente disponibile a ridurre drasticamente il numero di possessi a sua disposizione per dar modo a Russell Westbrook di prendere confidenza col sistema di gioco di Mike D’Antoni e ritagliarsi un ruolo di primo piano. Il numero 13, dunque, dovrà farsi valere “off the ball”, cosa che ha già dimostrato di saper fare a Oklahoma City prima, e talvolta anche a Houston al fianco di Chris Paul.

Mr. Triple Double Westbrook, dal canto suo, avrà il compito di smentire i suoi detrattori, che lo accusano di non nutrire interesse per i risultati di squadra ma solo per le statistiche individuali. Ai Thunder, soprattutto dopo l’addio di Kevin Durant, Russ ha dovuto prendere in mano le redini della squadra, ricevendo soltanto a sprazzi aiuto da un supporting cast non certo di altissimo livello, al pari della guida tecnica di Billy Donovan, mai capace di tirare fuori il meglio dai suoi giocatori. A Houston, il classe ’88 troverà un gruppo affiatato e compatto e un coach dalla grande esperienza come Mike D’Antoni, chiamato a mescolare per bene tutti gli ingredienti a sua disposizione per preparare un piatto che si preannuncia a dir poco esplosivo, a prescindere da come andranno le cose.

Dennis Izzo
dennisizzo13@icloud.com
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