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NBA Collection Stories – Alex English “The Poet”, episodio 1

di Diego Borella

Uno dei parametri con cui scelgo le mie maglie è molto semplice. Quando ne trovo una che mi piace molto esteticamente, la prendo, con l’unica regola di accostarla al giocatore più rappresentativo di quel periodo, pur non sapendone molto.

Questa rubrica mi da la possibilità però di informarmi e conoscere storie delle quali non sapevo quasi nulla e ho deciso di non tenermele solo per me.

E questo episodio è un omaggio ad Alex English.

Chi è Alex English, “The Poet”

È come essere un salice mosso dal vento ma che non si rompe. Un ramo forte, un albero forte che si piega e che resiste a tutti i tipi di venti anche di tornado, ma non si rompe. Questo è il tipo di idea con cui ho giocato”.

Parole di Alexander “Alex” English, che nei primi anni di NBA, quando gli altri andavano a casa dalle famiglie e uscivano con gli amici, leggeva Edgar Allan Poe o i sonetti di Shakespeare e ha continuato a studiare fino ad acquisire il master in letteratura inglese.

Terminata l’università della Columbia, in South Carolina, dove è cresciuto con la nonna e i fratelli, quando gli capitava di mangiare anche solo una volta al giorno, English ha esordito nella NBA del 1976 con i Milwaukee Bucks del post Kareem Abdul Jabbar e Oscar Robertson. Una squadra in ricostruzione, che però non gli dava spazio ed in cui giocava solo pochi minuti a partita.

Alex English in azione in maglia Nuggets

Nel 1978, diventato free agent, viene ceduto agli Indiana Pacers, anche loro in ricostruzione. Qui gioca una stagione e mezza con un minutaggio più alto ma non ancora sufficiente e dopo che ne mise 31 al Madison Square Garden, il New York Times si accorse di questo longilineo e acculturato ragazzo dedicandogli un articolo nel dicembre del 1979, che, oltre alla poetica, fece conoscere alla nazione la sua “poesia in movimento”.

Capitolo 1: Run and Gun

La sua carriera inizia davvero con l’arrivo ai Denver Nuggets, English mostra subito le sue qualità con una costanza surreale, mette tiri dalla media distanza uno dopo l’altro con una tranquillità snervante per gli avversari.

Tiro, dopo tiro, dopo tiro, è il cantore del Jump Shot. Non schiaccia quasi mai, non tira da tre punti, ma nel 1982\83 è il miglior realizzatore nella NBA con 28.4 punti di media. Secondo è il suo compagno di squadra Kiki Vandeweghe con 26,7.

I Nuggets con il poeta andranno sempre ai playoffs che mancavano da tre anni prima del suo arrivo e ci andranno con il miglior attacco e la peggior difesa della lega. È un approccio controverso, la Run and Gun Philosophy, in pratica la filosofia del corri e tira che ha la sua massima espressione in una partita che è tutt’oggi un record in NBA.

1984: due grandi attacchi e due difese inesistenti, Denver vs Detroit è una partita che arriva a 3 overtime e termina 186-184 per i Pistons (con 40 punti del nostro Alex). Un totale di 370 punti mai eguagliato per una singola gara.

Il ragazzo del South Carolina ha la sua grande occasione l’anno dopo quando porta i Nuggets alla finale di conference contro i colossi Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy. La squadra non ha paura, ha già battuto il Lakers in regular season e li ribatte in gara 2 a Los Angeles con una prestazione da 40 punti 10 rimbalzi e 6 assist di English. In gara 4, sul 2-1 Lakers, Denver sta giocando bene, ma in un’azione di gioco succede l’irreparabile, English si rompe il pollice della mano destra e finirà lì gara e stagione con Los Angeles che vincerà l’ennesimo titolo.

Chiuderà quei playoffs con 30.2 punti di media e a fine carriera Alex dirà, con la consueta pacatezza, che se non fosse stato per quell’incidente avrebbero potuto tranquillamente farcela, ma il destino ha fatto altre scelte.

Capitolo 2: Underrated

Dal 1986 al 1989 mantiene una media di 27 punti a partita senza riuscire a raggiungere però il titolo. Nella stagione 1989\90 ha un calo, e diventato free agent, non gli viene data la possibilità di firmare per un altro anno dalla dirigenza dei Nuggets.

Nonostante 8 stagioni consecutive da oltre di 2000 punti, 21000 tiri di cui solo 83 da 3 punti, mai più di 4 assenze a stagione, gli viene negata la giusta riconoscenza, non può salutare tutti i campi della Lega con la sua maglia addosso come ha fatto Julius Erving e non è neanche stato inserito tra i 50 migliori giocatori della storia.

Nel 1990 va a Dallas, parte dalla panchina, ma non è più quello di prima, poi farà esaltare con la sua presenza i tifosi di Napoli in serie A2 per qualche mese prima di ritirarsi. Nel 1992 I Nuggets capiranno l’errore e si scuseranno pubblicamente ritirando la sua maglia numero 2, ma la delusione della mancata chiusura in bellezza gli rimarrà.

Forse perché era uno tranquillo, il suo gioco non era schiacciare o tirare da tre, è stato un gioco molto semplice, ma l’ha giocato con eleganza e semplicità e gli è piaciuto farlo.  Lui chiude sempre il discorso dicendo: “The real fans Know i veri fan lo sanno.

Alex English “The Poet”, capitolo 3: Low-Key

In campo evitava il contatto, si spostava per poi cercare di rubare palla, faceva correre i giocatori più grossi di lui per farli stancare quando lui era ancora in forze, correva e tirava, punto. Fuori dal campo la sua indole era molto tranquilla. Tutto questo ha avuto un ruolo importante nel fatto di essere stato uno dei giocatori più sottovalutati di sempre.

Non sono così appariscente, non così chiassoso. Ho un profilo basso (low key, ndr). Il mio lavoro è fare il lavoro che dovrei fare. Ci sono persone che non lo vedono, ma non stanno prestando attenzione.” parole e musica di Alex English.

Nel decennio degli anni ’80, tra Magic, Bird, Dr.J, Kareem e Jordan, quello che ha segnato più di tutti è un signore con la maglia con un arcobaleno e lo skyline della città davanti, ed il numero 2 dietro.

Maglia che è stata usata dal 1982 al 1993 dai Denver Nuggets, e che sembrava destinata a lui. Lui che di nome faceva Alex English era per tutti…”The Poet”.

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