NBA Jersey Stories – Clippers, c'era una volta ‘Lob City’ | Nba Passion
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NBA Jersey Stories – Clippers, c’era una volta ‘Lob City’

NBA Jersey Stories – Clippers, c’era una volta ‘Lob City’

Se c’è uno sport in cui non esistono sciocchezze come il fato, la fortuna e la casualità, quello è il basket. Nel caso dei Los Angeles Clippers, però, sembra proprio che qualcosa di sovrannaturale si faccia beffe del loro destino. Fin dalla loro fondazione, i Clippers sono stati la squadra perdente per eccellenza.

Bob McAdoo, prima (e unica) stella dei Buffalo Braves

Bob McAdoo, prima (e unica) stella dei Buffalo Braves

Le sventure della franchigia ebbero inizio a Buffalo (New York) nel 1970, anno in cui i Buffalo Braves, insieme ai Cleveland Cavaliers e ai Portland Trail Blazers (altre franchigie che avranno una storia piuttosto tormentata), vennero accolti nella National Basketball Association.
Dopo alcune stagioni pessime, la scelta di Bob McAdoo al draft 1973 diede la prima scossa alla squadra. Tre volte miglior realizzatore NBA e MVP nel 1974, il futuro lungo dell’Olimpia Milano trascinò i Braves a tre apparizioni consecutive ai playoff (finiti prestissimo, ovviamente). I veri problemi non riguardavano il campo, bensì l’ambiente circostante. La scelta della location fu il primo di un’interminabile serie di errori. Il mercato di Buffalo, al confine con il Canada, era dominato dai Sabres, squadra della National Hockey League. Se proprio ci si doveva appassionare al basket, meglio sostenere i Golden Griffins, formazione del locale Canisius College. La presunta concorrenza di una franchigia NBA (una lega non popolarissima a quei tempi) era l’ultima cosa di cui la città aveva bisogno. Sabres e Griffins si prodigarono a creare infiniti problemi ai Braves riguardo alla disponibilità del Buffalo Memorial Auditorium. Il poco attaccamento (se vogliamo definirlo così) da parte della comunità mise a dura prova gli equilibri del club, convincendo il proprietario Paul Snyder a trasferire la franchigia. Dopo un accordo saltato per lo spostamento in Florida (salutato così da un quotidiano locale: “Braves go to Florida, leave ‘hockey city’”), e dopo aver ceduto McAdoo ai New York Knicks, Snyder vendette le sue quote a ‘Mr. Kentucky Fried Chicken’ John Brown (già owner dei mitici Kentucky Colonels della ABA).
Nel 1978 la tanto auspicata relocation ebbe finalmente luogo, in seguito ad una serie di ‘magheggi’ tra Brown e Mr. Irv Levin, allora proprietario dei Boston Celtics. Dopo vari tentativi – andati ovviamente a vuoto – di portare in California i biancoverdi (vi immaginate?), Brown e Levin si scambiarono le proprietà di Braves e Celtics. Non appena mise le mani sulla sventurata franchigia, il californiano Levin la trasferì a San Diego, rinominandola Clippers in riferimento agli eleganti velieri che solcavano la baia. A rimanere invariato fu invece il biancoceleste delle maglie, memoria degli infelici esordi lassù alla frontiera.

Bill Walton con la maglia dei San Diego Clipeprs (a sinistra), divenuti Los Angeles Clippers (a destra) nel 1984

Bill Walton con la maglia dei San Diego Clipeprs (a sinistra), divenuti Los Angeles Clippers (a destra) nel 1984

L’approdo a San Diego fu l’esca perfetta per uno dei pesci più grossi dell’epoca: il leggendario Bill Walton. Campione NBA nel 1977 e MVP l’anno successivo (sempre con la maglia dei Portland Trail Blazers), Walton non resistette alla tentazione di giocare per la nuova squadra della sua città natale. Tra i Clippers e la gloria si frapposero per la prima volta quelli che diventeranno col tempo i loro più acerrimi nemici: gli infortuni. Dopo sei stagioni passate più in infermeria che in campo, Walton andò a cercare (e trovare) fortuna come gregario di lusso ai Celtics di Larry Bird.
Nel frattempo, i Clippers si erano spostati di nuovo, questa volta a Los Angeles. Dato che nel 1984 quella era già la casa dei Lakers dello Showtime, non ci furono dubbi su quale delle due era destinata a rimanere per sempre “la seconda squadra di L.A.”.

Per venticinque anni buoni, i Clippers si guadagnarono la fama di “peggior franchigia NBA”. Furono anni di sconfitte, umiliazioni e (ovviamente) infortuni. Una delle poche stagioni positive fu quella 1996/97, con un’inattesa corsa ai playoff terminata puntualmente al primo turno. A gettare un’ombra nera sul quel raro successo ci penserà il tempo: ben quattro membri di quella formazione (Malik Sealy, Kevin Duckworth, Dwayne Schintzius e Lorenzen Wright) moriranno prematuramente, Brian Willams verrà accusato dell’omicidio del fratello e Rodney Rogers rimarrà paralizzato in seguito ad un incidente ciclistico.
Ad inizio millennio, sotto la guida di coach Alvin Gentry, i Clippers acquisirono un’inedita popolarità. Gli innesti di giovani di talento come Lamar Odom, Elton Brand, Darius Miles, Corey Maggette, Quentin Richardson e Andre Miller diedero alla squadra uno stile di gioco fresco e divertente. Di vittorie, nemmeno a parlarne; mentre i ‘cugini’ gialloviola dominavano la lega, gli ormai biancorossi languivano sul fondo della Western Conference.

Da sinistra. Darius Miles, Elton Brand e Lamar Odom, i volti della franchigia a cavallo tra i due millenni

Da sinistra. Darius Miles, Elton Brand e Lamar Odom, i volti della franchigia a cavallo tra i due millenni

La striscia negativa si interruppe nella stagione 2005/06 quando, trascinati dal miglior Elton Brand di sempre e dai giovani emergenti Chris Kaman e Shaun Livingston, i Clippers arrivarono addirittura al secondo turno di playoff, dove si arresero ai Phoenix Suns targati Mike D’AntoniSteve Nash. Dopodichè, tornarono al consueto oblio.
L’ennesimo, vergognoso record (19 vinte – 63 perse) della stagione 2008/09 regalò la prima scelta assoluta al draft, con la quale i ‘Clips’ selezionarono Blake Griffin, ala grande da University of Oklahoma. L’anno prima era arrivato, quasi per caso (trentacinquesima chiamata), il centro DeAndre Jordan, tanto possente ed atletico, quanto ‘grezzo’ tecnicamente. La proverbiale ‘maledizione’ che tormentava da sempre la franchigia, però, si abbatté anche su Griffin, il quale si infortunò gravemente ad un ginocchio dopo una schiacciata nell’ultima partita di preseason. Stagione finita – anzi, mai cominciata.
Quando tornò a disposizione, Griffin si mise subito in luce come una potenziale stella, tanto che fu convocato all’All Star Game 2011 (primo rookie a riuscirci dai tempi di Yao Ming, sette anni prima). La sua partecipazione al weekend delle stelle verrà ricordata soprattutto per la schiacciata eseguita saltando un’automobile, che contribuì ad eleggerlo Slam Dunk Champion. L’esplosione di Griffin e i costanti miglioramenti di Jordan convinsero la dirigenza a dare il via ad un’opera di ringiovanimento del roster. Tra gli altri, fu ceduto l’ex All-Star Baron Davis, spedito ai Cleveland Cavaliers, insieme ad una prima scelta al draft 2011, in cambio di Mo Williams e Jamario Moon. Fu allora che l’infausto destino ci mise per l’ennesima volta lo zampino: la scelta ‘regalata’ dai Clippers si tramutò nella prima assoluta, con la quale i Cavs si assicurarono i servigi di un certo Kyrie Irving, da Duke University…
A Los Angeles stava comunque iniziando una nuova era. Per accompagnare la tanto auspicata svolta, nella stagione 2010/11 furono inaugurate le nuove maglie, una sorta di restyling delle divise indossate nei tetri Anni ’80.

Da sinistra: Chris Paul, Blake Griffin e DeAndre Jordan, con le divise che accompagneranno l'era di 'Lob City'

Da sinistra: Chris Paul, Blake Griffin e DeAndre Jordan, con le divise che accompagneranno l’era di ‘Lob City’

Per esaltare il potenziale di quei giovani e promettenti attori, però, serviva un grande regista. Nel dicembre del 2011, in una delle pagine più controverse della storia NBA, il commissioner David Stern negò il trasferimento del fenomenale playmaker Chris Paul ai Los Angeles Lakers, spiegando in seguito di non averlo mai autorizzato in prima persona per non meglio specificate “basketball reasons” (una decisione discutibile, ma assolutamente legittima, visto che allora la NBA era proprietaria dei New Orleans Hornets). CP3 finì comunque a Los Angeles, ma indossando la neonata maglia dei Clippers. La squadra venne a sapere dell’arrivo di Paul durante il Media Day (la stagione sarebbe iniziata a Natale per via del lockout). Commentando la notizia, Blake Griffin dichiarò “Yeah! It’s gonna be ‘Lob City’!”.

Oltre alle spettacolari schiacciate di Griffin e Jordan sulle alzate di Paul, il sodalizio tra i nuovi ‘Big Three’ portò ai Clippers qualcosa di assolutamente inedito: le vittorie. La squadra di coach Vinny Del Negro, a cui si erano aggiunti anche i veterani Chauncey Billups, Caron Butler e Kenyon Martin, passò dal tredicesimo posto del 2011 al quinto dell’anno successivo, tornando ai playoff dopo sei stagioni di assenza (e per la terza volta in vent’anni). Superati i Memphis Grizzlies in una combattutissima serie, con gara-7 vinta in trasferta, ‘Lob City’ si arrese ai San Antonio Spurs, che stravinsero (4-0) al secondo turno. Il grande salto, però, era stato fatto. Forti delle acquisizioni di Matt Barnes e sopratutto Jamal Crawford, micidiale attaccante in uscita dagli Atlanta Hawks, i Clippers si presentarono al via della nuova regular season tra le big della Western Conference. Dopo un’eternità da ‘cugini sfigati’, Paul e compagni riuscirono a battere i Lakers in tutte quattro le sfide stagionali. CP3 e BG partirono in quintetto insieme all’All Star Game per il secondo anno di fila (Paul fu anche eletto MVP dell’incontro) e trascinarono i losangelini al quarto posto ad Ovest. Ai playoff ci fu il rematch contro Memphis, che stavolta si impose in sei partite (dopo che i ‘Clips’ erano stati avanti 2-0. Brutto segnale…).

L’estate del 2013 segnò una tappa importante nella corsa alla grandezza della franchigia di Donald Sterling. Al posto di Del Negro venne ingaggiato Glen ‘Doc’ Rivers, già campione NBA con i Boston Celtics nel 2008, che assunse il doppio ruolo di allenatore e vice president of basketball operations (la parola “vice” verrà tolta l’anno dopo). Cambiato il timoniere e rinnovato il contratto di Chris Paul, c’erano tutti i presupposti per pensare in grande. Peccato solo che il destino avesse in serbo un nuovo scherzetto…
Al termine della miglior stagione della storia della franchigia (57 vinte – 25 perse), suggellata da un fragoroso +48 somministrato ai derelitti Lakers (6 marzo 2014), sui Clippers si abbatté lo scandalo-Sterling. A fine aprile venne resa pubblica una registrazione in cui il proprietario si lasciava andare ad una serie di commenti a sfondo razzista, rimproverando la (troppo) giovane fidanzata per essersi mostrata in pubblico insieme ad un nero come Magic Johnson. La vicenda suscitò dapprima la reazione indignata dell’opinione pubblica, poi l’interdizione a vita di Sterling da qualsiasi attività riguardante la NBA. Il nuovo commissioner Adam Silver costrinse la famiglia Sterling a cedere la franchigia, che per la curiosa somma di due miliardi di dollari passò nelle mani dell’ex CEO di Microsoft, Steve Ballmer (tra gli altri candidati all’acquisizione figurava lo stesso Magic, a cui bisogna riconoscere l’innata presenza di spirito).
Nonostante le inevitabili distrazioni causate dalla deplorevole faccenda, i Clippers disputarono degli ottimi playoff. Al primo turno si sbarazzarono in sette partite degli emergenti Golden State Warriors di Stephen Curry e Klay Thompson, poi si arresero agli Oklahoma City Thunder al termine di un’altra serie memorabile, decisa dai 38 punti di Russell Westbrook in gara-5 e dai 39 di Kevin Durant nell’incontro successivo.

Jared Dudley (#9), Jamal Crawford (#11), Blake Griffin (#32), Chris Paul (#3) e DeAndre Jordan (#6) con la terza divisa dei Clippers, inaugurata nel 2012

Jared Dudley (#9), Jamal Crawford (#11), Blake Griffin (#32), Chris Paul (#3) e DeAndre Jordan (#6) con la terza divisa dei Clippers, inaugurata nel 2012

Malgrado l’ennesima eliminazione, ‘Lob City’ era ormai a tutti gli effetti una contender. La stagione 2014/15 si presentava come l’occasione più ghiotta per mettere finalmente le mani su quel titolo NBA che, per quasi mezzo secolo, era stato il più proibito dei sogni. In estate, LeBron James aveva salutato Miami per fare ritorno nella ‘sua’ Cleveland. Se gli Heat erano destinati ad un sicuro crollo, per i Cavs sarebbe servita – sulla carta – almeno una stagione di ‘assestamento’ per ambire al premio più grosso. Gli altri principali candidati al titolo, i San Antonio Spurs, avevano appena messo le mani sul Larry O’Brien Trophy, e la storia insegnava che gli Spurs non avrebbero mai vinto per due anni di fila. Per completare l’opera, gli Oklahoma City Thunder rimasero ‘orfani’, nel corso della stagione, di entrambe le loro stelle, fermate da una serie di infortuni che pregiudicarono alla squadra l’accesso ai playoff. Quanto agli Warriors, bè, non era ancora chiarissimo quello che stava per succedere…
Considerato che Paul e Griffin erano ormai stabilmente in lizza per l’MVP, che DeAndre Jordan era sempre più dominante sotto i tabelloni e che la panchina era una delle migliori della lega (con Crawford appena eletto sesto uomo dell’anno per la seconda volta in carriera), erano in molti (compreso chi scrive) a pronunciare la fatidica frase “Questo è l’anno dei Clippers!”.

In effetti la squadra di coach Rivers andò fortissimo, chiudendo nuovamente al terzo posto la Western Conference. Non solo; al primo turno di playoff i Clippers eliminarono gli Spurs campioni in carica al termine di una grandiosa serie, vinta in gara-7 grazie ad un’epica prestazione di Chris Paul. Non c’erano più dubbi: era l’anno buono!

Fin dai tribolati inizi in quel di Buffalo, però, era chiaro che la franchigia sarebbe stata accompagnata per sempre da una dannazione dantesca per cui ogni volta, in un modo o nell’altro, qualcosa sarebbe andato storto. Il turno successivo vide CP3 e compagni opposti agli Houston Rockets di James Harden e Dwight Howard. Due grandi nomi, certo, ma non abbastanza compatibili (questo sì che è un eufemismo) per fare dei texani una credibile minaccia in chiave titolo. Infatti Los Angeles si portò agevolmente sul 3-1, distruggendo gli avversari sia in gara-3 (+25) che in gara-4 (+33). Dopo il passo falso della quinta partita, disputata a Houston, la tavola sembrava apparecchiata per chiudere la pratica in California. Appunto, sembrava…
Allo Staples Center i Clippers, in vantaggio di venti punti a metà del terzo quarto, stavano già pensando all’imminente finale di Conference contro gli ‘Splash Brothers’, quando l’antica maledizione tornò a bussare alla loro porta. Con un assurdo parziale di 51-20, condito dagli ancor più assurdi 14 punti di Josh Smith (che fino a quel momento era sembrato un ex giocatore), i Rockets completarono una delle più rocambolesche rimonte di sempre. Quasi superfluo aggiungere che i Clippers persero la decisiva gara-7 al Toyota Center; era già scritto nelle stelle.

Paul e Griffin con le maglie nere, in uso dalla stagione 2015/16

Paul e Griffin con le maglie nere, in uso dalla stagione 2015/16

Quel ‘suicidio sportivo’ segnò l’inizio della parabola discendente della grande utopia di ‘Lob City’. Dopo l’ennesimo fallimento, le bellissime divise di quegli anni ruggenti vennero abbandonate e rimpiazzate con una versione ‘futuristica’ destinata, per così dire, a dividere la critica…
L’aggiornamento del look, come ben sappiamo, non ha certo allontanato lo stormo di corvi tanto familiare alla “seconda squadra di L.A.”. La storia recente ci parla di un destino ancora più beffardo, che si è accanito sulla franchigia sotto forma di incredibili guai fisici. Ecco dunque Paul e Griffin infortunarsi contemporaneamente in gara-4 contro Portland nel 2016, e lo stesso Blake messo k.o. l’anno dopo, con tanti ringraziamenti dagli Utah Jazz.
L’imminente off-season, con CP3 e BG al probabile addio, potrebbe segnare il definitivo tramonto dell’epopea di ‘Lob City’, consegnando agli archivi i migliori anni di una franchigia destinata, fin dalla sua nascita, al fuoco eterno.

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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