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NBA Jersey Stories – I Suns del ‘7 Seconds Or Less’

di Stefano Belli
Penny Hardaway (#1) e Jason Kidd (#32) con le maglie Anni '90 dei Suns

Penny Hardaway (#1) e Jason Kidd (#32) con le maglie Anni ’90 dei Suns

La fine degli Anni ’90 portò ad un grande cambiamento nello stile di molte maglie NBA. Abbandonati i colori sgargianti e le figure evidenti tanto di moda nel decennio precedente, diverse franchigie decisero di accogliere il nuovo millennio rinnovando il loro look.

Quando i Phoenix Suns, nell’estate del 2000, dissero addio alle splendide divise con il sole dell’era di Charles Barkley, su di loro c’erano grandi aspettative.
Al playmaker Jason Kidd, ormai uno dei più grandi giocatori della lega, era stato aggiunto, l’estate precedente, nientemeno che Anfernee ‘Penny’ Hardaway, ex stella degli Orlando Magic. Con quello che fu rinominato ‘Backcourt 2000’ e dopo l’ottimo primo anno del giovane Shawn Marion, i Suns ambivano a tornare nei piani alti della Western Conference. Kidd e Hardaway, però, giocarono insieme la miseria di 49 partite in due stagioni, a causa dei continui infortuni subiti soprattutto da Penny.

Oltretutto, Kidd si rivelò tanto forte (parliamo di una delle 4-5 migliori point guard di sempre) quanto difficile da gestire. Ai diversi dissapori con coach Scott Skiles e la dirigenza, si unì una pesante accusa di violenza domestica ai danni della moglie, che convinse la società a privarsi di lui.
Prima dell’inizio della stagione 2001/02, JK fu mandato ai New Jersey Nets, squadra che guiderà a due finali NBA consecutive. In Arizona arrivò Stephon Marbury, che nei sobborghi della natia New York era diventato un All-Star.
Malgrado le ottime prestazioni di ‘Starbury’, il ritorno di Hardaway e i continui progressi di Marion, Phoenix mancò l’accesso ai playoff per la prima volta in quattordici anni.

Da sinistra: Penny Hardaway, Stephon Marbury e Shawn Marion con le nuove maglie

Da sinistra: Penny Hardaway, Stephon Marbury e Shawn Marion con le nuove maglie

Come da tradizione negli sport americani, la stagione negativa permise ai Suns di ottenere una chiamata in lotteria al draft 2002. La nona scelta assoluta cadde su Amar’e Stoudemire, iper-atletica ala grande sbarcata in NBA direttamente dalla high-school, dove era stato nominato miglior giocatore liceale della nazione (oggi, invece, deve passare almeno un altro anno prima che i prospetti possano rendersi eleggibili al draft).
Stoudemire, detto ‘Stat’, si ritagliò subito un ruolo fondamentale a Phoenix, diventando il primo prep-to-pro (giocatore arrivato direttamente dalla high-school) a vincere il premio di Rookie Of The Year.

Con un roster ulteriormente ringiovanito dall’arrivo di Joe Johnson, giocatore scelto nel 2001 dai Boston Celtics e che si rivelerà preziosissimo in uscita dalla panchina, i Suns tornarono ai playoff. A trascinarli, oltre ai due giovani, furono soprattutto Marbury e Marion, entrambi chiamati all’All-Star Game. Al primo turno, però, si scontrarono con i San Antonio Spurs di Tim Duncan. In piena corsa verso il secondo titolo della loro storia, i texani eliminarono i Suns in sei partite.

La stagione successiva andò presto a rotoli: Stoudemire saltò diverse partite per infortunio (il primo di una lunga serie), facendo spesso compagnia al lungodegente Penny Hardaway. Un pessimo inizio costò la panchina a Frank Johnson, che venne sostituito dall’assistente Mike D’Antoni.
Ex superstar del campionato italiano con la grande Olimpia Milano negli Anni ’80, D’Antoni aveva iniziato la carriera di allenatore nel nostro paese, prima di tornare negli USA.

Mike D'Antoni a colloquio con Steve Nash

Mike D’Antoni a colloquio con Steve Nash

Con i risultati che tardavano a migliorare, l’arrivo del baffuto coach fu il primo passo di un’autentica rivoluzione.
A gennaio venne organizzata una trade che spedì Marbury e Hardaway, le due stelle della squadra, ai New York Knicks, in cambio di Antonio McDyess e di un pacchetto di scelte ai futuri draft.
La partenza delle due guardie titolari diede più spazio ai giovani Joe Johnson e Leandro Barbosa (playmaker brasiliano scelto al draft 2003), che furono tra le poche note liete di un’altra stagione chiusa senza playoff.

Durante l’estate, la rivoluzione fu completata. Innanzitutto ci fu un cambio di proprietà, con la franchigia che passò nelle mani di Robert Sarver, poi arrivò il più grande ‘colpo di mercato’ dai tempi di Barkley, ovvero l’ingaggio del free-agent Steve Nash.

E dire che il playmaker canadese era già stato un giocatore dei Suns. Dopo quattro anni (chiusi come miglior assistman della storia dell’ateneo e con una laurea in sociologia) alla Santa Clara University, infatti, Nash era stato scelto da Phoenix con la quindicesima chiamata al draft 1996.
In una squadra già piena di guardie di assoluto livello (Kevin Johnson, Sam Cassell e lo stesso Jason Kidd), Steve non trovò abbastanza spazio e, nel 1998, fu ceduto ai Dallas Mavericks. In Texas, insieme all’amico Dirk Nowitzki e al veterano Michael Finley, aveva reso i Mavs una big della Western Conference, guadagnandosi anche due chiamate consecutive all’All Star Game.
Con le cessioni di Hardaway e Marbury, i Suns liberarono lo spazio salariale necessario per convincere il ‘figliol prodigo’ a tornare in Arizona.

Shawn Marion (#31), Steve Nash (#13) e Amar'e Stoudemire (#32) all'All Star Game 2005

Shawn Marion (#31), Steve Nash (#13) e Amar’e Stoudemire (#32) all’All Star Game 2005

L’arrivo di Nash fece spiccare il volo a Phoenix. Il canadese entrò subito in perfetta sintonia con Mike D’Antoni, che ideò con lui (e per lui) un sistema di gioco ‘Run And Gun’ basato sul ritmo, la velocità e il tiro da tre punti. Con Stoudemire impiegato spesso e volentieri come centro, D’Antoni inaugurò un modo di giocare che verrà chiamato small ball (nel decennio successivo, squadre come Miami Heat e Golden State Warriors vinceranno diversi titoli basandosi su questo principio).
Con i fulminanti assist di Nash ad innescare le volate di Stoudamire e Marion, i Suns divennero la squadra più spettacolare della lega. I tre furono compagni anche nel Team West all’All Star Game 2005.

Oltre a divertire, la truppa D’Antoni vinceva, eccome… Phoenix chiuse con il miglior record NBA (62-20), presentandosi ai playoff come favorita assoluta ad Ovest. Come ciliegina sulla torta, Steve Nash fu incoronato MVP stagionale, mentre Mike vinse il premio di Coach Of The Year.

Spazzati via i Memphis Grizzlies e superati anche i Mavs orfani di Nash, i Suns raggiunsero le finali di Conference. Un superbo Stoudemire da 37 punti di media nella serie, però, non bastò alla squadra di D’Antoni contro i soliti Spurs dei ‘Big Three’ Duncan-Ginobili-Parker, i quali liquidarono la pratica concedendo agli avversari una sola vittoria.

 

Per cercare di colmare il gap con le corazzate texane (oltre a San Antonio, anche Dallas e Houston potevano contare su roster molto competitivi), la dirigenza andò a caccia di rinforzi; l’estate portò a Phoenix Raja Bell dagli Utah Jazz e Boris Diaw degli Atlanta Hawks. Quest’ultimo arrivò per via di una trade che spedì in Georgia Joe Johnson, il quale cercava un ruolo da protagonista lontano dall’Arizona.
Sui sogni di grandezza di Nash e compagni, però, si abbatté la mannaia degli infortuni. Poco prima dell’inizio della nuova stagione, Amar’e Stoudemire fu costretto ad operarsi ad un ginocchio. Rientrerà soltanto a marzo, ma dopo poche partite dovrà arrendersi: “out for the season”.

L’assenza di ‘Stat’ costrinse il nuovo arrivato Diaw agli ‘straordinari’; il francese, infatti, giocò gran parte della stagione ricoprendo tre ruoli diversi. Il 2005/2006 si rivelò la miglior annata in carriera per il futuro giocatore degli Spurs, che a suon di triple-doppie fu nominato Most Improved Player Of The Year.

Poi, naturalmente, c’era Steve Nash. Il canadese si caricò nuovamente la squadra sulle spalle. Oltre ad essere il solito ispiratore con gli assist per i compagni (miglior media-assist della lega), migliorò sensibilmente anche in fase realizzativa, chiudendo la stagione con un career-high di 18.8 punti a partita. Oltre alla partenza in quintetto all’All Star Game, Nash si guadagnò il secondo titolo di MVP consecutivo.

Steve Nash con il secondo trofeo di MVP stagionale consecutivo, vinto nel 2006

Steve Nash con il secondo trofeo di MVP stagionale consecutivo, vinto nel 2006

Phoenix riuscì a qualificarsi ai playoff con la seconda testa di serie, ma all’orizzonte si stagliava un ENORME problema.
Il ‘problema’ in questione indossava la maglia numero 8 dei Los Angeles Lakers, e lo scontro diretto con Nash lo rendeva più motivato che mai.
Nonostante l’incredibile media di 35.4 punti a partita e una leggendaria gara da 81 punti (il 22 gennaio 2006 contro i Toronto Raptors), Kobe Bryant non era infatti riuscito ad avere la meglio sul playmaker dei Suns nella corsa all’MVP.
Le due squadre si incrociarono in un’infuocata serie al primo turno. Con i Lakers avanti 2-1, il Black Mamba decise di impossessarsi di gara-4. Prima segnò il canestro del pareggio a 0.7 secondi dal termine, poi si prese la responsabilità dell’ultimo possesso all’overtime:

Con le spalle al muro, i Suns misero in campo tutto quello che avevano per ribaltare la serie. In gara-5, Raja Bell cercò di fermare Bryant con un braccio teso che non avrebbe sfigurato in WWE. Il brutto fallo costò al numero 19 (che riferì di aver subito numerosi colpi al volto da Kobe durante la serie) una partita di squalifica. Ciononostante, Phoenix riuscì nell’incredibile rimonta, passando il turno in sette partite grazie alle grandi prestazioni di Barbosa, Diaw e Nash.
Dopo aver faticosamente superato anche i sorprendenti Los Angeles Clippers, la corsa della ‘banda D’Antoni’ fu interrotta nuovamente alle Conference Finals, stavolta per mano di Dirk Nowitzki. Il tedesco trascinò in finale Dallas con una serie straordinaria, impreziosita dai 50 punti rifilati all’amico Nash e soci in gara-5.

La stagione dei Suns, appena terminata, venne seguita da vicino dal giornalista di Sports Illustrated Jack McCallum (autore anche del fantastico Dream Team), che racconterà l’esperienza in un libro chiamato 7 seconds or less. Il titolo indicava la definizione data allo stile di gioco della squadra di D’Antoni, basato sul ritmo e sul contropiede, che prevedeva una conclusione entro i primi sette secondi dell’azione, per non permettere alle difese avversarie di organizzarsi.

Oltre allo spettacolo, però, i Suns cercavano vittorie. Il ritorno di Stoudemire, che nel frattempo aveva cambiato numero di maglia, presentandosi con un bel #1 sulla schiena, faceva di Phoenix una delle maggiori pretendenti al titolo.

I Suns al loro meglio: da sinistra Boris Diaw, Steve Nash, Shawn Marion, Amar'e Stoudemire e Raja Bell

I Suns al loro meglio: da sinistra Boris Diaw, Steve Nash, Shawn Marion, Amar’e Stoudemire e Raja Bell

Effettivamente, la squadra contese per tutta la regular season il miglior record ai Mavs, forte anche di due strisce di 15 e 17 vittorie consecutive. La sfida tra le due squadre fu anche un duello a distanza tra Nash e Nowitzki per il premio di MVP stagionale. Alla fine furono i texani a prevalere in entrambe le corse. Dirk fu il primo giocatore europeo della storia NBA a vincere l’ambito trofeo. Per consolazione, Leandro Barbosa fu nominato 6th Man Of The Year.

Dallas, però, fu incredibilmente sconfitta al primo turno di playoff dai Golden State Warriors (scordatevi gli ‘Splash Brothers’…), rendendo di fatto il dominio della Western Conference una corsa a due tra Phoenix e San Antonio. I Suns, infatti, si erano nuovamente sbarazzati dei Lakers, a cui non bastava il solo Kobe Bryant per tornare in alto.
Spurs e Suns si scontrarono in un attesissimo secondo turno, dal quale sarebbero usciti i principali favoriti per il titolo NBA 2007.

In gara-4, il nero-argento Robert Horry si scagliò volontariamente su Nash, spedendolo contro il tavolo del referto. Dallo scontro scaturì una rissa che costò molto caro ad entrambe le squadre; Horry fu squalificato per due partite, mentre D’Antoni perse per un turno Diaw e Stoudemire, rei di aver lasciato la panchina senza permesso per intromettersi nell’alterco.
Senza due dei loro migliori giocatori, i Suns persero la fondamentale gara-5 in casa, per poi gettare definitivamente la spugna all’AT&T Center. Ancora una volta, i sogni di gloria furono infranti.

Al termine della stagione fu annunciato che Steve Kerr, cinque volte campione NBA tra Chicago e San Antonio, sarebbe diventato il nuovo general manager. Una delle prime mosse di Kerr fu l’ingaggio di Grant Hill, ex stella di Detroit Pistons e Orlando Magic tanto talentuosa quanto propensa agli infortuni.
Una volta giunto nel deserto, Hill riuscì finalmente a trovare quella continuità che troppo spesso era mancata dal punto di vista fisico, risultando un giocatore chiave nel ‘7 seconds or less’ di D’Antoni.
Le sue ottime prestazioni finirono per togliere spazio a Shawn Marion che, complice anche un contratto difficile da sostenere per la squadra, verrà ceduto ai Miami Heat a metà stagione. In cambio di ‘The Matrix’, Pat Riley mandò a Phoenix nientemeno che Shaquille O’Neal, uno dei protagonisti del titolo vinto nel 2006.

Shaquille O'Neal (#32) e Grant Hill (#33) con le maglie speciali indossate nelle 'Latin Nights'

Shaquille O’Neal (#32) e Grant Hill (#33) con le maglie speciali indossate nelle ‘Latin Nights’

Sebbene fosse ancora dominante sotto canestro, Shaq (che, una volta arrivato in Arizona, aggiunse ‘The Big Cactus’ all’interminabile lista di auto-affibbiatisi soprannomi) non era più il giocatore esplosivo dei bei tempi ai Lakers. Decisamente sovrappeso e pieno di acciacchi, divenne quasi una ‘zavorra’ per il ritmo voluto da Nash e D’Antoni.

Phoenix riuscì comunque ad arrivare ai playoff con il quinto miglior piazzamento ad Ovest. Con la testa di serie numero quattro, però, c’erano Gregg Popovich e gli Spurs, autentica ‘bestia nera’ dei Suns. Tim Duncan e soci, ancora una volta, mandarono a casa gli avversari, chiudendo la serie in cinque partite.
Dopo l’ennesima delusione, Mike D’Antoni annunciò le dimissioni. L’era del ‘7 seconds or less’ era finita.

La stagione 2008/2009 segnò l’esordio di due promettenti rookie: Robin Lopez e lo sloveno Goran Dragic. Quest’ultimo si rivelò un ottimo ricambio per uno Steve Nash ormai trentacinquenne. Un inizio non entusiasmante convinse Steve Kerr e soci ad apportare qualche modifica al roster. Boris Diaw e Raja Bell vennero spediti agli Charlotte Bobcats in cambio di Jason Richardson e Jared Dudley.
A pagare fu soprattutto il nuovo coach Terry Porter, sostituito da Alvin Gentry dopo pochi mesi di operato.

La vera sorpresa della stagione fu O’Neal. Il ‘Big Cactus’, grazie ad uno staff medico apertamente elogiato dallo stesso giocatore, recuperò un livello di forma tale da riportarlo all’All Star Game insieme all’habituè Stoudemire. Shaq venne addirittura nominato MVP della partita delle stelle, a pari merito con il vecchio nemico/amico Kobe Bryant.
Pochi giorni dopo, Stoudemire subì un grave infortunio ad una retina, che ne chiuse anzitempo la stagione e che lo costringerà ad indossare degli occhiali protettivi per il resto della carriera.

Nash e Stoudemire nel 2010

Nash e Stoudemire nel 2010

L’assenza del quattro volte All-Star si rivelò un ostacolo insormontabile per la squadra, che mancò l’accesso ai playoff per la prima volta dal ritorno di Steve Nash.

Sebbene i tempi di Mike D’Antoni fossero passati, il nucleo dei Phoenix Suns era rimasto intatto, eccezion fatta per l’innesto del tiratore Channing Frye. Con il rientro di ‘Stat’, i continui miglioramenti di Dragic e Robin Lopez e le grandi prestazioni di Richardson, la squadra tornò a girare, ripresentandosi ai playoff nel 2010.
Dopo aver superato Portland ed essere finalmente riusciti ad eliminare gli Spurs (con un secco 4-0), gli uomini di Gentry tornarono alle finali di Conference. Ad attenderli trovarono i Los Angeles Lakers di Phil Jackson. Kobe Bryant, stavolta, non era da solo: Pau Gasol, Lamar Odom, Derek Fisher e Ron Artest formavano un vero e proprio squadrone, che sconfisse i Suns prima di andare a vincere il titolo nelle indimenticabili Finals contro i Boston Celtics.

La serie contro i Lakers rappresentò un vero e proprio ‘canto del cigno’ per i Phoenix Suns degli anni d’oro.
L’estate successiva portò via Steve Kerr, che tornò a lavorare per la rete televisiva TNT. Oltre al general manager, la squadra perse una delle sue grandi stelle; Amar’e Stoudemire lasciò infatti dopo otto anni l’Arizona, per raggiungere D’Antoni ai New York Knicks. Seguirono a ruota le partenze di Jason Richardson (Orlando), Leandro Barbosa (Toronto) e Goran Dragic (Houston; tornerà a Phoenix due anni dopo).
Iniziò dunque una lunga fase di ricostruzione, in cui uno straordinario Nash (miglior assistman della lega e nuovamente All-Star alla veneranda età di 38 anni) non bastò per tornare alla post-season.

Nel luglio del 2012, un sodalizio apparentemente eterno terminò per sempre: il playmaker canadese fu ingaggiato dagli storici ‘nemici’ dei Lakers che, con lui e Dwight Howard insieme a Kobe, Gasol e Artest puntavano a costruire una squadra imbattibile (non andrà proprio così, ma quella è un’altra storia…). Dopo pochi mesi, Mike D’Antoni e il suo pupillo si riuniranno, visto che il ‘baffo’ prenderà il posto di Mike Brown sulla panchina gialloviola.
L’addio del grande leader segnò la fine di un’era. L’estate successiva, le maglie del 7 seconds or less verranno abbandonate, per lasciarsi alle spalle una volta per tutte una squadra tanto bella, quanto inconcludente.

 

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