Around the Garden: Celtics Endgame, analisi di una disfatta annunciata
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Around the Garden: Celtics Endgame, analisi di una disfatta annunciata

marcus morris

Around the Garden: Celtics Endgame, analisi di una disfatta annunciata

Chiamiamola essenzialmente così: Celtics Endgame. Finisce ingloriosamente la stagione dei Boston Celtics. Un’annata iniziata tra mille speranze e attese che non sono però quasi mai state mantenute.

Dopo 6 mesi di alti e bassi, giustificati con la poca importanza data alla regular season, da parte di un gruppo che si definiva in missione, ecco che tutti i nodi spuntati lungo il cammino sono venuti al pettine quando la squadra di Stevens ha incrociato il suo cammino con i Bucks del nuovo astro nascente della NBA Giannis Antetokounmpo.
È bastato uno scrocchiare di dita del greco per far evaporare nel nulla la “tracotante armata bianco-verde” che si era spavaldamente annunciata ai playoffs con il motto: “Non c’è avversario che ci possa battere in 7 sfide”.
Infatti ne sono bastate 5! Con poca classe lo hanno ricordato anche Milwaukee Bucks grazie ad un tweet a fine serie.

Quando le disfatte sono così nette e fragorose non c’è mai un solo motivo e non c’è un solo colpevole. Proviamo qui ad analizzare allora quelle che sono stati le cause principali attraverso un giudizio di chi ha contributo a questa stagione. C’è un detto che dice il pesce puzza dalla testa, ed allora iniziamo dal GM dei Celtics.

Celtics Endgame: tutto parte con le esitazioni di Ainge

Iniziamo con il dire che Danny Ainge in questi anni ha fatto un lavoro straordinario, ribaltando in poche stagioni il destino di una franchigia che ha vissuto in pratica solo 12 mesi di purgatorio (tanking), per tornare subito in paradiso (playoffs), grazie proprio alle immense capacità del manager nativo di Eugene.
Ainge ha vinto tutte le trade fatte dal 2013 ad oggi, e scelto due astri nascenti come Jayson Tatum e Jaylen Brown senza forzare mai la mano, ed evitando pericolosi passi falsi che nella NBA ti rispediscono indietro di anni.
Quest’anno però, Ainge aveva tra le mani forse un’occasione irripetibile e probabilmente non ci ha creduto a fondo. Sviato dalla corsa dello scorso anno, “Trader Danny” ha voluto andare a fondo con la stessa rosa di giocatori, nonostante già a ridosso della DL i segnali che qualcosa nel gruppo non funzionava a dovere fossero lampanti. Le uscite di Kyrie Irving che ne mettevano in dubbio il futuro ed uno spogliatoio in subbuglio per i rumors legati al tentativo di mettere i bastoni tra le ruote dei Lakers, lanciati nel tentativo di acquisire subito Anthony Davis hanno fatto esplodere la situazione.
Ainge però è andato avanti per la sua strada, lasciando campo libero a Toronto, Philadelphia e Milwaukee che hanno approfittato della finestra per rinforzarsi ulteriormente. Un errore pagato caro nei playoffs, dove abbiamo visto quanto sia stato utile avere un veterano come George Hill invece di un giovane poco felice come Rozier in uscita dalla panchina. Non è detto che intervenendo la situazione sarebbe cambiata, ma la squadra è parsa immatura nel momento decisivo e l’improvviso problema di salute capitato a Ainge  proprio durante la serie con Milwaukee, non ha aiutato la squadra a superare il momento decisivo.
Danny Ainge è Voto 5,5
Qui un interessante articolo del Globe sulla gestione della stagione.

Celtics Endgame: Brad Stevens rimandato alla tesi di laurea

Ha perso poco tempo nel chiarire la sua posizione coach Stevens. “I did a bad job” sono state le sue prime parole al termine della serie con i Bucks.
Stevens non si riferiva solo alla serie contro i primi della classe, ma a tutta la gestione di una stagione che lo ha visto perdere di mano un gruppo che non è riuscito a plasmare come gli era capitato negli anni precedenti.
Questa non è mai sembrata una sua squadra dal primo giorno di training camp.
Da grande coach, Stevens ha ammesso subito le sue colpe e promesso che lavorerà duro per far sì che ciò non possa più accadere, però l’amarezza resta perché l’occasione era ghiotta ed è stata amaramente fallita.
Tradito dalle sue stelle e da quei giovani che aveva reso grandi in poco tempo, coach Stevens dovrà far tesoro dell’esperienza fatta durante questa difficile stagione. Si rialzerà di sicuro ma da oggi la luna di miele con il pubblico e la critica potrebbe essere finita.
Brad Stevens Voto 5

 

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La dura vita del leader

Lo aveva chiesto a gran voce puntando i piedi ai tempi di Cleveland. Voleva una squadra tutta per lui, della quale essere il leader, il faro illuminante per dimostrare al mondo intero tutto il suo valore ed uscire dall’ombra ingombrante di Lebron James, suo compagno e mentore.
Un fallimento più clamoroso di quello di Kyrie Irving si fatica a ricordare da queste parti, in una franchigia che come leader ha avuto esempi ben più illustri partendo da Bill Russell, passando per il recentemente scomparso John Havlicek, per il leggendario Larry Bird ed arrivando sino agli esempi più recenti di Paul Pierce e Kevin Garnett.
Irving è tornato dall’infortunio, dopo l’ottima stagione passata, per guidare un gruppo destinato al successo ma lo ha fatto subito deragliare mettendo sempre l’io al posto del noi in perfetto stile Mamba Mentality, suo credo massimo.
“Essere un leader è difficile”, per stessa ammissione di Irving in un pessimo coming out di metà gennaio. Un leader da l’esempio giorno dopo giorno, deve saper prendere per mano i giovani e mostrargli la via, non puntare il dito contro dopo i prevedibili  inciampi di percorso. Un leader si mette a disposizione di tutti, arriva in palestra prima degli altri ed è lìultimo ad uscire, cucendosi addosso i colori della franchigia.
In questa stagione, Kyrie Irving è arrivato spesso e volentieri vestito da playground, addirittura con divise non griffate Celtics, come documentato anche nella nostra recente visita al Red Auerbach Center.
Il momento più basso della stagione, Irving lo ha raggiunto quando, dopo aver promesso davanti ai tifosi di voler restare, dichirò prima di una trasferta a New York di come lui “non dovesse nulla a nessuno”, e che le domande sul suo futuro gli andavano fatte solo dopo il 1 di luglio e non prima, facendo intendere come la promessa fatta in precedenza non valesse più nulla.
Era il 1 di febbraio (con i C’s lanciati nell’unico momento positivo della stagione) e da allora la squadra non è stata più la stessa, naufragando sommersa dagli egoismi personali di tutti i maggiori protagonisti.
Il naufragio è poi proseguito durante i playoffs: dopo aver dichiarato più volte che quello era il momento dove mostrare il proprio valore, l’ex Cavs è scomparso dalla scena sul più bello. La sua serie contro Milwaukee è stata disastrosa sia per percentuali al tiro sia per leadership. Dopo la sconfitta di gara 3, sul podio delle interviste ed alla domanda sul perché tirasse così tanto e così male, Irving ha replicato scocciato: “22 tiri? Avrei potuto anche prenderne 30, sono quel tipo di giocatore…“. Il risultato? Eliminazione in gara 5 con un’altra prestazione imbarazzante del numero 11.
In un suo tweet, Tom Haberstath mostra le disastrose medie della squadra quando Irving tira più di 20 volte in partita, come avvenuto durante l’ultima serie playoffs.

Ovviamente resterà negli occhi di tutti l’arrendevolezza con cui Kyrie Irving ha affrontato le ultime partite della stagione, probabilmente le ultime in maglia Celtics. Anche un suo vecchio compagno ai tempi dei Cleveland Cavs, e vecchia conoscenza dell’ambiente bianco-verde è sceso in campo per bacchettare pesantemente Irving e il suo irrispettoso comportamento finale.
Kendrick Perkins su Kyrie Irving:

Si è probabilmente chiusa dunque qui la disastrosa esperienza di Kyrie Irving ai Boston Celtics, e starà alla dirigenza ed al giocatore valutare se sarà il caso di prolungarla, cambiando magari l’approccio di entrambi.
Kyrie Irving Voto 4

L’inconsistenza di Gordon Hayward

Forse l’errore è stato caricarlo di troppa responsabilità sin da subito, inserendolo addirittura in quintetto senza che Gordon Hayward riuscisse a sostenerne il ruolo. Stevens aveva con lui un debito di riconoscenza per aver scelto Boston, ed ha titubato parecchio, venti partite, prima di retrocederlo al ruolo di panchinaro di lusso.
Hayward ha accettato, ma non ha quasi mai dato la sensazione di ritrovarsi tra compagni che lo guardavano un po’ in cagnesco per via del ruolo e dello stipendio da re. Dopo un buon finale di stagione ed una buona serie contro gli Indiana Pacers, l’ex stella degli Utah Jazz è sprofondata contro i Milwaukee Bucks, tornando a re-indossare i panni del “pulcino bagnato” di inizio stagione.
Timido e impacciato con una velocità di base insufficiente a questi livelli, Gordon Hayward è tornato a parlare subito dopo la fine della serie del tanto lavoro estivo necessario per riguadagnare il terreno perduto. Gli interrogativi restano aperti, soprattutto visto il ricco contratto che lo legherà ai Celtics per altri 2 anni…
Voto 5,5

La dura vita da Stars dei due Padawan

Jaylen Brown e Jayson Tatum Hanno vissuto un’annata 2017\18 fantastica: senza nessuna pressione di sorta, i due hanno trascinato la squadra sia in stagione regolare che nei playoffs, trasformando una stagione finita dopo 5 minuti in un “quasi miracolo” sportivo.
Le aspettative sono cresciute così tanto che tutti, i due compresi, hanno presto perso la lucidità nel capire che con l’aumento delle responsabilità e la riduzione dei ruoli i due ragazzi avrebbero potuto pagare dazio.
Ed ecco che prima Brown e poi Tatum sono andati a sbattere contro il muro della pressione del dover rendere a tutti i costi. Brown ha saputo lottare e rialzarsi grazie al lavoro duro in palestra, Jayson invece è via via andato spegnendosi, “schiavo” anche lui di quella Mamba Mentality che mal si sposa con le aspettative di questa franchigia.
Coach Stevens li ha sempre difesi a spada tratta, ricordando a tutti la loro giovane età. La speranza è che questa lezione sia più salutare di quella dello scorso anno: si sa che nello sport si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie, soprattutto se si è capaci di restare umili.
Jaylen Brown voto 6,5
Jayson Tatum Voto 5+

Scary Terry e una stagione spaventosamente oscena

Terry Rozier si era presentato al via della nuova stagione con tanti punti di domanda sul suo futuro e con tante incognite sulla riduzione del ruolo con il rientro di Kyrie Irving.
Un fallimento totale dall’inizio alla fine l’annata di “Scary” Terry, un giocatore che non ha mai saputo adattarsi al suo ruolo di prezioso rincalzo. Spinto dalla voglia di strappare un buon contratto a fine stagione, Rozier ha sempre guardato a se stesso prima che al bene della squadra, chiudendo poi nel peggiore dei modi.
Chissà se guardare il suo avversario diretto George Hill insegnare basket gli avrà insegnato qualcosa, sebbene  a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate il giorno dopo l’eliminazione c’è da dubitarne fortemente. Buona fortuna Terry.
Voto Rozier 4

Laddove cuore, grinta e classe non bastano a sostenere la squadra

Gli unici a salvarsi dal naufragio collettivo della squadra restano i due Marcus, Morris e Smart, ultimi ad arrendersi ad un fato che era ormai scritto. Al Horford ha cercato di essere un padre bravo e comprensivo, di quelli che danno una mano ovunque serva, ma ha dovuto alla fine alzare le braccia davanti ad una stagione disgraziata.
Il povero Aron Baynes è stato martoriato dagli infortuni per l’intera stagione, entrando e uscendo dall’infermeria.
Smart, Morris, Horford e Baynes comunque promossi, sebbene il loro sforzo non si servito a salvarci dall’inevitabile. Nessuno dei quattro sarà sicuro di tornare l’anno prossimo, ma tutti e quattro hanno mandato segnali incoraggianti e di amore per la franchigia, amore che hanno dimostrato sino all’ultimo minuto.
Al Horford voto 6,5
Aron Baynes voto 6
Marcus Morris voto 6,5
Marcus Smart voto 7

Ora la palla passa a Danny Ainge, il tempo delle esitazioni è finito. Sarà un’estate calda e probabilmente piena di colpi di scena per i bianco-verdi. Il nostro management dovrà essere pronto con più di un piano: Celtics endgame, sperando si sappia capire cosa si è sbagliato durante la stagione per ripartire con il piede giusto.

Nicola Bogani
nicolabogani@gmail.com

Seguo i Celtics dal 2012 per CelticNation.com.Creatore del gruppo Facebook “Celtic Nation Italia 🇮🇹“, mi trovate anche su Twitter @NicolaBogani ....

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