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The Last Dance, gli ultimi episodi: il finale perfetto e un enorme “What if”

di Francesco Catalano

Siamo arrivati alla fine anche di questa meraviglioso viaggio insieme e bisogna dirlo: “The Last Dance è stato qualcosa di grandioso!

Ma prima di arrivare alle conclusioni finali, dove ci eravamo lasciati? Ah sì, alle finali di Conference del 1998 contro gli Indiana Pacers. Ma nel frattempo c’è un altro tassello della storia che va completato prima di arrivare al cosiddetto ultimo ballo. Rimane in sospeso il titolo del 1997 che porta in dote tantissime altre storie interessanti.

I Bulls di Jordan, Pippen, Rodman e coach Phil Jackson, dopo un’altra stagione da incorniciare arrivano nuovamente in finale e questa volta incontrano gli Utah Jazz. I Jazz non erano mai arrivato così lontani, ma non intendono fermarsi. Sanno di avere tutto per poter battere Chicago e vincere il primo titolo della storia. Il loro punto di forza è rappresentato da una delle coppie offensive più forti di sempre, ossia quella formata da John Stockton e Karl Malone. La loro intesa in campo e i loro pick and roll sono qualcosa di distruttivo. In tanti ne hanno fatto le spese. E contano anche in squadra giocatori come Jeff Hornacek e Bryon Russell.

Uno dei motivi per cui quelle finali erano importanti per MJ? Una cosa non gli era andata giù: il fatto che il premio di MVP fosse stato assegnato a Karl Malone. Certo, non lo aveva demeritato, ma per lui era comunque un affronto che andava vendicato. Le prime due gare casalinghe vanno ai Bulls, ma quando si va nello Utah tutto cambia. Il clima e l’atmosfera sono roventi e non ci vuole molto perché le serie venga pareggiata sul punteggio di 2-2.

Ed ora è il momento di uno dei gialli più controversi del basket. Prima di gara 5, a sera inoltrata, Jordan, dopo non aver cenato col resto del gruppo, ha tremendamente fame. Così il suo staff gli ordina una pizza all’unico ristorante che trovano aperto. Tuttavia, la pizza viene consegnata da ben cinque fattorini (cinque fattorini per consegnare una pizza?!). Il dubbio fin da subito s’insinua nello staff del giocatore, ma MJ è famelico e da solo si divora quella pizza. Però, durante la notte si sveglia assalito da nausea, mal di stomaco e mal di testa.

La situazione è drammatica: la sua presenza in gara-5 è messa in dubbio. E questo potrebbe voler dire perdere la serie per i Bulls. Ma Jordan, nonostante è evidente che sia in difficoltà, decide di giocare a tutti i costi e dopo una partenza sbiadita, tira fuori un’energia inaspettata e sforna una prestazione impensabile da 38 punti in 44 minuti. A fine partita è distrutto, ma gara 5 è dei Bulls e il quinto titolo è più vicino.

Quella passerà alla storia come “The Flu game”, ovvero la partita dell’influenza, ma in realtà si trattava di ben altro: intossicazione alimentare. Non è poi mai stata rivelata la provenienza di quella pizza.

Ma in gara 6 le cose non sono così facili. I Jazz non vogliono assolutamente allentare la presa e il match è ancora giocato colpo su colpo. Come aveva fatto John Paxson contro i Phoenix Suns nel 1993, è un giocatore di ruolo che deciderà queste Finals. I Bulls hanno a disposizione un ultimo possesso per vincere e Michael sa che verrà raddoppiato col rischio di perdere il pallone e quindi la partita. Nel timeout precedente alla ripresa del gioco bisbiglia a Steve Kerr di farsi trovare pronto: è arrivato il suo momento. MJ riceve palla, la scarica a Kerr che mette a segno il canestro della vittoria e della serie. Quinto titolo Bulls in 7 anni.

Ecco che viene dedicato uno spazio, quindi, anche all’attuale allenatore dei Golden State Warriors. Non una stella e nemmeno un giocatore di primo piano, ma uno di quei compagni di squadra di cui si può fidare. Il cosiddetto “role player”.

Anche lui da ragazzo aveva subito la perdita del padre come MJ. Malcolm Kerr, infatti, era stato assassinato mentre era presidente della American University a Beirut, in Libano. Quello shock ha spinto il giovane Steve ad impegnarsi ancora di più nel basket. Lo sport amato dal padre. Un percorso non facile lo porta in NBA, dove, non senza difficoltà, si fa spazio fino ad arrivare nel 1993 ai Bulls. A Chicago viene preso sotto l’ala protettiva proprio di John Paxson che gli lascerà il testimone l’anno successivo.

Il suo rapporto con MJ al suo ritorno al basket nel 1995 non è facile. Ma i due, anche dopo una rissa, si trovano in sintonia. Michael sa di poter contare su di lui anche nei momenti più difficili. E Kerr, senza dubbio, ha ripagato questa fiducia.

Così l’episodio ora torna all’ultima stagione e da questo momento ci rimarrà definitivamente. Come detto in finale di Conference, i Bulls trovano una delle squadre più forti mai incontrate: gli Indiana Pacers di Reggie Miller, Jalen Rose, Mark Jackson, Dale e Antonio Davis, Chris Mullin e coach Larry Bird. La serie è equilibrata e Miller risponde colpo su colpo alle staffilate di MJ. Non a caso, Indiana riesce a portare Chicago a gara-7. E’ solo la seconda squadra ad esserci riuscita. La sfida non sempre schiodarsi dalla posizione di stallo, ma a 5 minuti dal termine sembra che i Pacers siano favoriti per la vittoria.

Una palla a due persa però cambia tutto. L’energia passa dalla parte dei Bulls; lo United Center esplode e i biancorossi riescono ancora una volta ad arrivare in finale. Quella poteva essere l’ultima gara per quei Bulls leggendari ed invece c’è ancora una serie da giocare. MJ torna negli spogliatoi, distrutto. Si complimenta con tutti, sbeffeggia l’amico Larry Bird e si prepara per un’ultima grande sfida.

L’ultimo episodio di “The Last Dance”: il sesto ed ultimo titolo del 1998!

Ed eccoci arrivati all’ultimo episodio. Di cosa si parlerà? Beh ovviamente dell’ultima finale: ancora contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Questo volta però il fattore campo è invertito e quindi si parte dal Delta Center di Salt Lake City. Le prime due gare sono serratissime e l’atmosfera all’interno dell’arena è rovente. La prima gara va ai ragazzi di coach Jerry Sloan, mentre la seconda va ai Bulls. La prima gara a Chicago, invece, è una macellazione a cielo aperto. Michael Jordan e compagni vincono l’incontro per 96-54. Non c’è molto da aggiungere.

Ma subito dopo questa vittoria schiacciante, ecco che arriva l’ennesimo giallo targato Dennis Rodman. L’ex Pistons scompare e si presenta sul ring della WWE insieme ad Hulk Hogan divertendosi come un pazzo e dando sediate ai poveri malcapitati. Non si presenta all’allenamento e crea una nuova bufera intorno alla squadra.

Ma questo è Rodman. E Phil Jackson lo sa benissimo. La dimostrazione di quanto sia controverso il giocatore la abbiamo in gara-4. Salta l’allenamento, viene bersagliato da critiche e malumori, ma in campo è dominante. Giganteggia sotto canestro, sbaraglia gli avversari e dà il suo apporto anche in fase offensiva. Il 3-1 nella serie passa anche dalle sue mani.

Nello spogliatoio dei Bulls inizia ad arrivare il momento nostalgia: è arrivata l’ultima partita insieme? Forse proprio per questo clima rilassato perdono gara-5 allo United Center e devono tornare a Salt Lake City per chiudere la pratica. La sfida è combattuta ancora una volta punto su punto; ma i Bulls hanno un problema. Scottie Pippen, infatti, aveva accusato dalle gare precedenti un problema alla schiena e deve fare avanti e indietro dalla spogliatoio. Riceve delle cure, torna in campo, riceve delle nuove cure e così via.  Ma non vuole assolutamente uscire dalla partita.

Nonostante si vede che stia soffrendo, il suo apporto da entrambe le parti del campo è fondamentale per la squadra. MJ ha bisogno di lui in questo momento. Infatti lo stesso Jordan è  fisicamente al lumicino: è rimasto in panchina per soli due minuti per tutta la partita. Ma nel minuto finale, il campione senza tempo viene fuori ed inanella una serie di azioni che portano i Bulls alla vittoria del loro sesto titolo. Lay-up vincente, rubata dalle mani di Karl Malone e poi il leggendario “the last shot”.

Un tiro oramai entrato nella storia: penetrazione, frenata improvvisa che manda Bryon Russell fuori dai giochi e “nothing but net”. E’ festa, è gioia , è tripudio. MJ e compagni hanno fatto qualcosa di impensabile per chiunque. Vincere sei titoli in otto anni e mettere a segno ben due three-peat. Questi Chicago Bulls passano alla storia come una delle squadre più forti di sempre.

Seguono i festeggiamenti a base di fiumi di champagne, sonate al piano e sigari. Poi l’omaggio di Chicago ai loro paladini. Grant Park completamente ricoperto da una folla festante accoglie festosa i Bulls: è un giubileo.

Nel finale c’è anche spazio per uno dei “what if” più intriganti di sempre. Al termine di quella stagione il proprietario dei Bulls Jerry Reinsdorf offre un altro anno di contratto a coach Phil Jackson che però rifiuta. Non vuole essere l’allenatore di una squadra in ricostruzione. Invece, la possibilità di giocarsi una nuova stagione e correre per il settimo titolo è una tentazione che anche MJ ha sempre avuto. Infatti, lo rivela senza mezzi termine alla fine dell’ultima puntata.

Reinsdorf aveva sostenuto che sarebbe stato impossibile trattenere tutti quei giocatori con i contratti che il loro status avrebbe richiesto. Ma MJ crede che tutti avrebbero accettato un contratto annuale e al minimo pur di poter giocarsela ancora tutti insieme. Lo si vede: ha ancora l’amaro in bocca per non aver avuto il diritto sacrosanto di difendere ciò che ero suo. Non erano stati battuti; avevano il diritto di continuare a provarci finché una squadra non li avrebbe estromessi. Ma non è andata così. E anche a distanza di così tanti anni il rammarico c’è.

I Chicago Bulls di Michael Jordan avrebbero vinto ancora? Chi lo sa … rimane un enorme punto interrogativo.

Intanto, siamo davvero arrivati alla fine di questa avventura che è stata emozionante e travolgente. E penso non solo per gli appassionati della pallacanestro, ma anche per tutti gli appassionati di sport. Perché lo sport è anche questo: emozioni, sofferenze e gioie. E’ molto più di un semplice gioco; altrimenti non ci emozioneremmo in questo modo nel vederlo.

Sì, forse “The last Dance” non è un prodotto giornalistico in senso stretto. Ma non voleva esserlo e riesce benissimo nello scopo che si era prefissato: emozionare. Perciò penso che tutti coloro che lo hanno visto ( e sono davvero tantissimi: la serie è risultata essere la più vista su Netflix!) avranno gioito ed esultato insieme a Michael Jordan ed ai suoi Chicago Bulls.

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