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The Last Dance, la recensione dei nuovi episodi: il lato oscuro di Michael Jordan

di Francesco Catalano

Come ormai accade da qualche settimana, l’inizio della settimana significa “The Last Dance”. Dalla giornata di ieri sono infatti disponibili sulla piattaforma Netflix, gli episodi 5 e 6 della serie che ci racconta i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman e coach Phil Jackson.

La quinta parte di questo magistrale documentario porta subito con sé una nota straziante per tutti gli appassionati di questo sport. L’episodio è dedicato alla memoria di Kobe Bryant. Infatti si riparte dall’All-Star game del 1998, il primo per il ragazzo dei Los Angeles Lakers. E’ il primo incontro faccia a faccia tra la stella fra le stelle, MJ, e quello che sarà un’altra icona del basket nel mondo: il Black Mamba.

Jordan ne parla già nello spogliatoio: sa che questo ragazzino lo sfiderà in uno contro uno per tutta la gara e così infatti sarà. I due si danno battaglia fin dal primo possesso; Kobe gli sta infatti appiccicato come una sanguisuga. Quella partita sarà dominata ancora una volta dal 23 dei Bulls che vincerà anche il premio di MVP dell’All-Star game. Ma da quel momento prenderà avvio anche il meraviglioso legame che c’è sempre stato tra Jordan e il ragazzo della Lower Merion High Shool.

Per qualsiasi cosa, chiamami pure”. Queste sono state le parole di MJ. In Bryant ha visto un ragazzo come era lui alla sua età: senza paura, con un talento cristallino, determinato, feroce in campo e con la voglia di essere il più forte del mondo. A pensarci bene, infatti, è incredibile l’impatto che avrà quel 19enne in quell’All-star game se pensiamo al fatto che la lega al tempo aveva un’età media molto più alta. Non c’era l’atletismo di oggi, per questo la maggior parte delle stelle aveva con sé diversi anni. Pertanto, in quel contento, il giovane gialloviola era visto come il ragazzino in mezzo agli adulti.

Poi arriva il pezzo della puntata che ci fa sia star male ma anche sorridere in qualche modo. Vediamo Kobe che ricorda quei momenti in un’intervista rilasciata probabilmente qualche mese prima della sua scomparsa. E pensare a quello che poi sarebbe successo ci fa piangere dentro.

La nascita del brand Jordan e l’Olimpiade 1992 di Barcellona

Ma nel quinto episodio c’è molto altro. Si racconta infatti anche la nascita del marchio “Jordan” della Nike. MJ, nella sua stagione da rookie, doveva scegliere la sua marca di scarpe. La più in voga allora era Converse (quella di Magic Johnson e Larry Bird), ma questa non poteva offrirgli una linea di sneakers tutta sua. Così, dopo più di qualche tentennamento, il giovane Michael sceglie Nike. Viene quindi studiato un modello fatto su misura per lui che sarà poi un marchio di fabbrica del giocatore. Per la factory sarebbe stato un successo ricavare 3 milioni dalla vendita delle “Air Jordan” nei primi quattro anni. Beh, soltanto nel primo anno di MJ in NBA ricavarono 126 milioni di dollari. Niente male, vero?

Il focus torna poi a dove eravamo rimasti con l’ultima puntata. I Bulls avevano vinto il loro primo titolo ne 1991. Arrivare sul tetto del mondo è difficile; ma è altrettanto difficile rimanerci. Chicago, tuttavia, porta a termine una stagione straordinaria ed arriva in finale contro i Portland Trail Blazers. Qui tutti si aspettano la sfida personale tra Michael Jordan e Clyde Drexler; ma il primo in gara 1 fa subito capire come stanno le cose. Jordan, infatti, domina su tutti i fronti quella partita siglando anche il record di triple segnate in un primo tempo di una finale: cinque. Quella serie sarà poi vinta per 4 a 2 dai biancorossi, che mettono a segno il primo back-to-back.

Ma il 1992 non è solo l’anno del primo titolo. E’anche l’anno delle Olimpiadi di Barcellona e del Dream Team. Gli USA infatti si presentano con una squadra da urlo: MJ, Scottie Pippen, Patrick Ewing, Charles Barkley, Magic Johnson, Larry Bird e tanti altri. Mancava Isiah Thomas: e non solo perché era odiato da Jordan.

Ma anche perché era in antipatia con la maggior parte delle altre star che non volevano condividere lo spogliatoio con lui. Infatti quel team fantasmagorico era caratterizzata proprio dalla grande fraternità tra i vari elementi e dal cameratismo. Due elementi che contraddistinguono quel gruppo sono le partitelle infinite combattute punto su punto e le partite a carte giocate all’ultimo sangue. Peraltro, in quella cavalcata verso l’oro olimpico, MJ e Pippen fanno anche la conoscenza di Toni Kukoc, il pupillo di Jerry Krause. E se all’inizio lo osteggiano soltanto per dar torto a Krause, poi capiscono il suo reale valore e lo accettano all’interno del gruppo, dopo averlo visto lottare tenacemente contro di loro nella finale dell’Olimpiade.

Poi, la puntata si chiude tornando al 1998. MJ nell’ultima partita al Madison Square Garden, la Mecca del basket, confeziona davanti agli occhi dell’amico e tifoso Knicks Spike Lee una prestazione da urlo. Tutti gli incontri prima della fine della regular season sono gremiti di persone: tutti vogliono vedere Michael Jordan in quella che sembra l’ultima stagione prima del ritiro. E’ ormai chiaro che sia lo sportivo più famoso e conosciuto di tutti i tempi.

L’episodio più lento di “The Last Dance”: i problemi col gioco d’azzardo di Jordan

Il sesto episodio, bisogna dirlo, è forse, fino ad ora, il meno riuscito della serie. Ritmi lenti, parecchi punti morti e poco dinamismo non permettono quel “drama” che si era visto e assaporato nelle altre cinque partite. O almeno c’è, ma non ha lo stesso impatto. Questa sesta parte vuole mostrare al pubblico l’altra parte di Michael Jordan: il suo personale lato oscuro.

All’inizio della stagione 1992/93 esce “The Jordan rules” di Sam Smith. In questo libro, il famoso giornalista del Chicago Tribune racconta i “dietro le quinte” di quei Chicago Bulls e, in particolar modo, certi duri atteggiamenti verso i compagni. MJ viene dipinto come un compagno di squadra intransigente, duro e a tratti dispotico. Viene messo il punto esclamativo anche sul suo egoismo, ossia sul suo voler mai passare la palla.

Il libro alza fin da subito un polverone che poco dopo verrà accresciuto in modo sproporzionato. Infatti sull’ex ragazzo del North Carolina si abbatte anche una inchiesta per gambling, gioco d’azzardo. Nel 1992, James “Slim” Bouler viene trovato al  momento dell’arresto per presunto riciclaggio e traffico di droga in possesso di un assegno da 57mila dollari firmato da Michael Jordan. In sede processuale e chiamato a testimoniare, Jordan ammette che la somma doveva servire a coprire un debito di gioco accumulato giocando a golf con Bouler. Nel maggio del 93, un libro scandalo (“Michael & Me: our gambilig addiction… my cry for help”) pubblicato da tal Richard Esquinas, uomo d’affari di San Francisco che Jordan aveva conosciuto sui green di golf, alza un polverone sulla presunta ludopatia di Jordan, con l’autore che afferma come il campione dei Bulls si arrivato a perdere oltre un milione di dollari sui campi da golf di debiti non saldati.

In particolar modo, lo scandalo scoppia durante la finale di Conference contro i New York Knicks. Infatti, la notte prima di gara 2, MJ era stato visto al casinò di Atlantic City al tavolo da gioco fino a tardi.

Da quel momento si inseguono una dopo l’altra inchieste incentrate solamente su una cosa: il problema del 23 dei Bulls col gioco d’azzardo. L’immagine di MJ si sta un po’ offuscando; il giocatore non può andare da nessuna parte senza subire domande asfissianti su questo suo problema. In un pezzo abbiamo raccontato tutte le controversie giudiziarie avute in quel periodo.

Morale della favola: i Knicks sono avanti nella serie per 2-0 e MJ è bersagliato continuamente dai giornalisti. Ma Jordan sa meglio di chiunque altro quale sia il modo migliore per rispondere alle critiche: il campo. Quei Knicks guidati da coach Pat Riley e dall’ex Georgetown Patrick Ewing stavano davvero mettendo in difficoltà i Bulls. La faida tra le due squadre andava ormai avanti da tempo; per di più i Knicks avevano adottato contro Jordan gli stessi trattamenti punitivi dei Detroid Piston dei “bad boys”.

Nonostante ciò, la voglia di rivalsa di Michael e compagni è troppo grande. Chiuderanno quella serie sul 4 a 2 senza più perdere una partita.

Si arriva così alla terza finale consecutiva. Vincere due titoli di fila è per campioni; vincerne tre di fila è per leggende. Ad aspettarli dall’altra parte della barricata questa volta ci sono i Phoenix Suns dell’MVP Charles Barkley. Anche questa sarà una serie ostica e giocata sul filo di rasoio: un match finirà addirittura solo dopo tre overtime. Ma i Bulls riescono nell’impresa e siglano il terzo titolo consecutivo. Questa volta, però, la giocata conclusiva non è del 23, ma di John Paxson che si fa trovare pronto al momento giusto e con una tripla decisiva bissa il sorpasso finale di un punto.

Ma quel terzo titolo oltre ad essere motivo di gioia, è anche un sospiro di sollievo dopo un anno veramente impegnativo e stressante dal punto di vista fisico e mentale. Soprattutto per Jordan. Così si vedono all’orizzonte già le prime avvisaglie che porteranno al primo ritiro di MJ. Nel frattempo, col consueto balzo temporale, si torna alla stagione 1997/98: i Bulls insieme agli Utah Jazz hanno il miglior record della lega ed approdano ai playoffs.

Al prossimo appuntamento!

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