Esistono città intrinsecamente magiche. Una di queste è senza dubbio New York, la Grande Mela, il luogo in cui tutti vorrebbero vivere almeno una volta nella vita per respirare quell’aria cinematografica sognata fin da bambini. Eppure, la New York di oggi non è fatta solo di pellicole e magia: è diventata, soprattutto, il palcoscenico perfetto per il grande sport. In particolare quello con la palla a spicchi, perché 53 anni dopo, i New York Knicks sono nuovamente campioni NBA, dopo aver battuto i San Antonio Spurs alle Finals.
Lo hanno fatto “In a true New Yorker way” come direbbero nella Grande Mela, perché i Knicks non muoiono letteralmente mai. Non lo hanno fatto in gara 2, quando Wembanyama ha scagliato la palla sulla schiena di Stephon Castle. Soprattutto, però, non lo hanno fatto in gara 4, quando al Madison Square Garden è spuntata la mano del destino, che porta il nome di Oguogua (detto OG) Anunoby.
Sembrava una maledizione, impossibile da scardinare. Quei due titoli degli anni ’70 che portano la firma di Walt Frazier, Earl Monroe e Willis Reed ormai erano, nella memoria dei Knicks, gli unici anni veri della franchigia. Eppure, un bel giorno di ormai 4 anni fa, un tale Jalen Brunson da Villanova ha deciso di firmare un quadriennale da 104 milioni di euro. Nessuno avrebbe immaginato che quel playmaker “undersized” avrebbe trascinato la Mecca del Basket al suo terzo anello.
Quei magici anni ’70: il peso del passato
Se vinci a New York, entri di diritto nella storia. Non lo si dice per caso, ma per pura conoscenza collettiva. La Grande Mela ti mette addosso una pressione che nessun’altra città può minimamente immaginare. Ci sono voluti cinquantatré anni di attesa, generazioni di tifosi cresciuti a pane e delusioni. Quell’ultimo anello del 1973, rimasto per più di mezzo secolo un meraviglioso e malinconico pezzo da museo in bianco e nero, ha trovato finalmente un gemello moderno, lucido e splendente sotto le luci accecanti del Madison Square Garden.
Il sistema “find the open man” firmato da quel luminare che era Red Holman è stato un capolavoro tattico che ha portato ben due titoli a New York. Dal Rolls-Royce Backourt Monroe-Frazier agli exploit (sia difensivi che non) di Dave Debusschere e Jerry Lucas, i Knicks sono riusciti a scardinare quei Los Angeles Lakers che stavano dominando la lega. Poi, dopo quei due titoli leggendari il buio, che ha trascinato la Grande Mela nelle tenebre. Non si può dire che non ci abbiano provato, perché negli anni ’90, i Knicks ci sono andati tremendamente vicini. La banda di Patrick Ewing ha regalato leggendarie battaglie, fermandosi più volte a un centimetro dal traguardo. Prima contro gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, poi contro i San Antonio Spurs (déjà-vu) delle Twin Towers. Poi, i decenni più bui della franchigia, nonostante le illusioni portate da un’altra leggenda come Carmelo Anthony alla città, prima di scelte scellerate al Draft e contratti folli che avevano reso i Knicks lo zimbello della lega.
Sembrava una maledizione impossibile da rimuovere, perché la pressione mediatica che si ha a New York City è unica al mondo. Se si perde, si è completamente oberati dai media e dai tifosi. Per vincere non basta il talento, serve quella cultura mentale che soltanto i campioni hanno. Serve un gruppo che sia capace di abbracciare il peso della storia senza farsi schiacciare, sapendo tenere testa al Madison Square Garden anche nei momenti più difficili.
“Jalen Brunson, born to play basketball”: dall’azzardo alla leggenda
La svolta della franchigia ha una data ben precisa. Il 12 luglio 2022 i New York Knicks annunciano colui che avrebbe per sempre cambiato la storia: Jalen Marquise Brunson. “Troppo piccolo per fare il playmaker”, “poco fisico”, “una scelta folle”. Sono solo alcuni dei commenti ricevuti dalla squadra, per aver deciso di offrire un quadriennale al prodotto di Villanova. Nonostante la pressione che solo New York ti può dare, le sue stagioni in arancioblù sono state un continuo crescendo. Lavoro dietro le quinte, senza pretese. Soltanto la voglia di replicare quello che suo papà ha potuto regalare alla città. Già, suo padre, quel Rick Brunson che c’era negli anni in cui i Knicks sono arrivati a un passo dal traguardo. Che l’ha istruito a diventare quel giocatore che è adesso. Sono ormai virali i video dove il piccolo Jalen corre avanti e indietro per il giardino, sotto al sole, ascoltando i consigli del padre.
Tutto questo lavoro lo ha portato, nel 2024, a essere nominato capitano dei New York Knicks. Ad annunciarlo è stato Patrick Ewing, in uno spettacolare tributo al Madison Square Garden: “Se qualcuno mi avesse detto che quel ragazzino che correva in giro per il cortile e per lo spogliatoio sarebbe cresciuto fino a diventare il capitano dei New York Knicks, probabilmente gli avrei creduto. Conosco la tua famiglia, conosco tuo padre e ho visto fin da subito il tuo amore per questo gioco. Essere il capitano dei New York Knicks è un club esclusivo, è un onore grandissimo ma anche una responsabilità enorme. Devi guidare con l’esempio, ogni singolo giorno. E guardando quello che hai fatto da quando sei arrivato qui, so che sei assolutamente l’uomo giusto per questo incarico“.
E poi quel motto: “Jalen Brunson, born to play basketball“. Nato per giocare a pallacanestro, perché quel playmaker che non arriva al metro e novanta non sarebbe in grado di tenere testa alla fisicità che questa lega impone. Eppure, come il calabrone, lui non lo sa, e porta i Knicks al terzo titolo della loro storia. Ci sono diatribe che sostengono Jalen Brunson come il miglior Knick di sempre: sarà il tempo a dirlo, ma questo anello è un’investitura che pesa particolarmente a suo favore.
Il supporting cast da sogno dei New York Knicks: da Towns a Hart, passando per Anunoby, McBride e Alvarado
Il tassello definitivo per la conquista del titolo passa dalla trade che ha portato Karl-Anthony Towns a New York. Hanno salutato Julius Randle, Keita Bates-Diop e, soprattutto, Donte Divincenzo. Quest’ultimo era uno dei preferiti del pubblico, che ha dovuto sacrificare uno dei suoi protetti per garantire quella profondità in più nel reparto lunghi. Spesso criticato in passato per la presunta mancanza di cinismo nei momenti caldi, KAT ha trovato a New York la sua redenzione sportiva, dominando sotto i tabelloni e aprendo il campo con il suo tiro dall’arco (come dimostrato nei primi due atti della serie contro gli Spurs).
Dopo quello che gli è successo durante il COVID, tutti avrebbero pensato a un calo fisiologico. Towns ha perso 6 dei suoi familiari più stretti durante la pandemia. Tra questi anche mamma Jacqueline, presenza fondamentale nella vita del lungo dominicano. “Quando perdi un genitore, cerchi ovunque dei segnali. Io ho pregato prima di quel possesso, credo che mia mamma fosse lì sugli spalti, ho sentito la presenza”. Quelle dita al cielo dopo la vittoria in gara 2 e il pensiero che va subito lì, a quella persona che ha fatto una montagna di sacrifici per farti inseguire una passione, un futuro. Le notti insonni, le trasferte lontane: Karl-Anthony Towns ha vinto anche per mamma Jacqueline.
Non solo Towns e Brunson, però. Tanto passa per le mani (soprattutto la destra) di OG Anunoby. Anche lui arrivato in punta di piedi, e con quella mano in gara 4 ha, probabilmente, indirizzato decisamente la serie. Lui che ha perso sua mamma quando aveva solamente un anno per un cancro, per poi perdere suo papà nel 2018 mentre dormiva. L’uomo che l’ha cresciuto, che lo ha reso quello che è oggi. Forse, in quel volo verso il pallone a 1.4 secondi una spinta gliel’ha data anche papà OG Senior. Il piccolo OG è cresciuto, ma quel sorriso fa fatica a farlo vedere: “Ho fatto un canestro importante e sono contento, sì”, ha detto nell’intervista post gara-4, ma il sorriso è sempre quello: appena accennato, glaciale, di chi ne ha dovute passare tante prima di ottenere un risultato come questo.
È il titolo della “Working Class”, quella di “Deuce” McBride, di José Alvarado, di Mitchell Robinson, di Landry Shamet. Di quei giocatori che hanno trovato una seconda casa a New York, una possibilità di rilanciarsi (o di lanciarsi per la prima volta nel caso di McBride), nella città più importante del mondo. Il re della classe operaia, però, è uno solo, e porta il nome di Josh Hart. Lui che con Brunson ha già vinto ai tempi di Villanova, che ha saputo reinventarsi completamente dopo i primi anni in NBA con la maglia dei Lakers. Dai 15 rimbalzi in gara 1 ai possessi difensivi perfetti su qualunque tipo di attaccante, che sia Castle, Wembanyama o Harper.
Una menzione, ovviamente, va anche a coach Mike Brown. Colui che è stato capace di mettere assieme una macchina perfetta, un ingranaggio che difficilmente si sfalda, anche sotto di 29 punti all’intervallo al Madison Square Garden. Lui che ha dato il via alla dinastia Warriors, e che ora regala quel titolo che ai Knicks mancava da 53 anni. New York ce l’ha fatta, per tutti quei tifosi che hanno passato le notti insonni a sbattere la testa contro squadre che si sono dimostrate più pronte. Ora, però, è il momento di festeggiare. Per usare le parole di Frank Sinatra: “Start Spreading the News”, New York è campione NBA.
