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Mark Cuban: “La stagione? Meno ottimista di prima, ma proviamoci!”

di Michele Gibin

Ospite di “First take”. talk show sportivo di ESPN, il proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban si dice meno ottimista di due settimane fa su una ripresa estiva della stagione NBA 2019\20. Cuban aveva parlato di fine maggio come di un target di massima possibile, ma il peggiorare esponenziale dell’epidemia da coronavirus negli Stati Uniti ha rimandato ogni discorso su un ritorno in campo del grande sport a tempi migliori, e sicuramente non a breve.

Ora sappiamo che non si ricomincerà finché non si avrà la certezza che ognuno sarà al sicuro“, così Cuban “Conta prima di tutto questo, senza se e senza ma. Ero ottimista su una ripartenza entro giugno, ma oggi chi lo sa? Come tutti, ascolto gli scienziati e cerco di capirci di più“.

Cuban resta comunque convinto che la stagione avrà un epilogo, quale che sia la forma “Avremo qualcosa, non sappiamo cosa, ne come e nemmeno quando, ma si farà. E’ una cosa importante per il Paese, tutti abbiamo bisogno che lo sport torni, abbiamo bisogno di riunirci per guardare, gioire assieme. Ma la NBA deve essere da esempio per tutti, e tornerà solo quando sarà possibile. Se fosse necessario che i giocatori debbano restare lontano dalle famiglie, giocare a porte chiuse e stare a controlli continui per finire la stagione? Io non posso certo parlare per loro, o per la NBPA, ma di certo fossi in loro guarderei al quadro generale: questo Paese ha bisogno dello sport, per cui se fossi in loro lo farei. A condizione però di assoluta sicurezza anche per le famiglie coinvolte“.

Una delle suggestioni più quotate al momento quale soluzione per un finale di stagione vede una “kermesse” a Las Vegas, con alcune strutture alberghiere dedicate esclusivamente ad accogliere giocatori e squadre, e familiari, con le partite da giocare a porte chiuse al Thomas & Mack Center, casa del Runnin’ Rebels della UNLV e sede della Summer League NBA di Las Vegas ogni luglio. Un progetto visionario, di sicuro di difficile organizzazione ma tutt’altro che da scartare al momento. “Se gli scienziati ci dicessero: ok, si può fare, ancora una volta io ci sto (…) la NBA potrebbe avere anche qui un ruolo importante, di leadership per portare l’America alla fase 2, Sento che abbiamo quasi il dovere di provare a risollevare lo spirito del Paese, e se ci saranno le condizioni lo dovremmo fare“.

Un processo che però per Cuban dovrà avvenire senza dare alcuna impressione che ai giocatori vengano dati privilegi sul resto della popolazione, in un momento critico e su un tema sensibile come disponibilità e costi dei tamponi per la diagnosi del virus Sars-CoV2. “Se si parla di oggi, assolutamente non c’è motivo per cui noi dovremmo venire prima di qualsiasi altro cittadino americano. Noi però stiamo ragionando da qui a mesi, e sappiamo che alcune compagnie stanno sviluppando e rendendo disponibili 50mila test al giorno, test rapidi da 15 minuti, ed è lecito pensare che altre si muoveranno. Per cui, tra uno o due mesi potremmo pensare di iniziare con i test, e nel frattempo c’è il tempo per scienziati, imprese e governo di risolvere il problema dei test. Oggi non sarebbe possibile, ma tra 60 giorni? 90? Credo che ci saranno abbastanza test, e se sarà così allora facciamolo, troviamo un modo di tornare in campo in tutta sicurezza, lasciamo a Adam Silver e a Michele Roberts (direttrice esecutiva NBPA, ndr) di trovare la soluzione migliore. Io ci sono e voglio dare una mano“.

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