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NBA, Adam Silver: “Siamo sulla strada giusta ma prudenza, potremo fermarci ancora”

di Michele Gibin

La prima fase del processo di avvicinamento alla “bolla” di Orlando è stata, numeri alla mano, positiva per Adam Silver e la NBA, con soli 16 casi positivi raccolti tra i 302 test sui giocatori,  e nessuna squadra (Brooklyn Nets a parte) in particolare difficoltà.

Numeri incoraggianti soprattutto se rapportati alla velocità con cui il contagio si sta muovendo negli Stati Uniti. Sono 2.6 i milioni di persone contagiate negli USA da inizio epidemia, 152mila quelli in Florida e quasi 9mila quelli nella contea di Orange, dove gran parte della struttura di Disney World risiede.

Adam Silver si dice fiducioso sul fatto che il piano della NBA possa garantire la sicurezza di atleti e staff e permettere di completare la stagione, ma sa che le cose possono cambiare in modo rapido: “Non abbiamo il piede premuto sull’acceleratore, diciamo. Se c’è una cosa che abbiamo imparato è che il virus è imprevedibile, e noi teniamo d’occhio tutti i dati giorno per giorno. Se le condizioni ci porteranno a farlo, potremo modificare i nostri piani“.

Adam Silver: “Con un picco di casi ci fermeremo, ma siamo preparati”

Così Adam Silver intervistato da Time. “Facciamo i test ogni giorno, non abbiamo un numero soglia ma se i numeri dovessero crescere in modo significativo nel campus, questo potrebbe obbligarci a fermarci. Vedremo giorno per giorno, e si tratterà di casi isolati è un conto, si tratterà di capire come il virus circoli nel nostro ambiente. In caso di numeri importanti ci fermeremo, non si può pensare di scappare dal virus“.

Sono però assolutamente convinto che dentro il nostro campus sarà molto più sicuro che fuori, non ho conoscenza di altre situazioni in cui si conducono test di massa sui dipendenti per cercare gli asintomatici. per certi versi potremmo essere un modello per altre imprese (…) saremo confinati e isolati, l’unico modo per accedere al campus sarà attraverso il protocollo che abbiamo approntato, e se qualcuno vorrà lasciare il campus, dovrà sottoporsi alla quarantena prima di tornare in gioco. Quando abbiamo progettato il campus,  in America non c’erano i numeri che vediamo oggi in Texas o in Florida, ma lo abbiamo progettato per questo, sperando non fosse necessario ma comunque preparandoci al peggio“.

NBA e proteste, Silver: “Ci regoleremo con le scelte dei giocatori”

La NBA e la NBPA hanno raggiunto un accordo che consentirà ai giocatori di indossare sulle divise da gioco frasi e slogan di sostegno ai movimenti per la giustizia civile e contro il razzismo in America, come Black Lives Matter. Lega e associazione giocatori consiglieranno inoltre gli atleti sulle cause da appoggiare e suggeriranno i modi.

Un tentativo istituzionale di evitare “derive” o iniziative personali che potrebbero essere fonte di imbarazzo, e che come riportato da Chris Haynes di Yahoo Sports, non dovrebbe coinvolgere direttamente i nomi di George Floyd e Breonna Taylor, le due vittime simbolo delle proteste contro la violenza della polizia USA.

Sui parquet dei 3 campi su cui si giocheranno le partite, dovrebbe comparire la scritta “Black Lives Matter”. E se i giocatori scegliessero di inginocchiarsi durante l’inno nazionale, come Colin Kaepernick? La NBA lo permetterà?

Non mi piace il verbo ‘permettere’, abbiamo una regola che risale agli anni ’80 e scritta ancor prima che David Stern fosse commissioner, che dice che durante l’inno bisogna stare in piedi e sull’attenti. Ma comprendo le ragioni delle proteste, e valuteremo caso per caso“.

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