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Three Points – Il presente si chiama Giannis

di Stefano Belli

Giannis Antetokounmpo, un esemplare unico e che trascende i confini generazionali, è il volto perfetto per la copertina di un’edizione di Three Points in cui faremo un viaggio nel tempo, pur senza allontanarci dalla stagione in corso. L’inizio di questo 2019/20 ci sta mostrando squadre che gettano le basi per un futuro radioso, altre che si struggono nel ricordo di un passato ormai lontano e altre ancora che sono concentratissime sul presente. Tra queste ultime ci sono sicuramente i Los Angeles Lakers, protagonisti della scorsa puntata, e i Milwaukee Bucks dell’MVP in carica. E’ proprio dal Wisconsin che comincia il nostro percorso. Tenetevi forte!

 

1 – Il presente si chiama Giannis

Giannis Antetokounmpo, protagonista di un avvio di stagione mostruoso

Giannis Antetokounmpo, protagonista di un avvio di stagione mostruoso

Se il futuro della NBA è tutto da decifrare, con tante squadre in cerca di un’identità e le nuove gerarchie ancora da definire, il presente ha un nome e un cognome ben precisi: Giannis Antetokounmpo. L’MVP della scorsa regular season si sta seriamente candidando per il ‘bis’ grazie a un mostruoso avvio di 2019/20. I 31.1. punti 13.7 rimbalzi e 6.2 assist di media rappresentano il suo massimo in carriera in tutte e tre le categorie statistiche. Nelle prime diciotto partite è andato undici volte oltre quota 30, compresa la performance da 50 punti (conditi da 14 rimbalzi) con cui ha messo al tappeto gli Utah Jazz.

Sono solo cifre, ma stanno a indicare un’ulteriore crescita rispetto a quella, progressiva e inarrestabile, mostrata nelle sue prime sei stagioni NBA. Il Giannis Antetokounmpo versione 2019/20 è ancora più dominante rispetto all’anno da MVP. Presenza costante su entrambi i lati del campo (anche i dati relativi ai rimbalzi difensivi e ai recuperi sono ai massimi storici), sta andando sempre più spesso in lunetta (anche se con un migliorabile 59% di realizzazione), ripone maggiore fiducia nel tiro da tre punti (il suo 29% è frutto di 4.7 tentativi a partita, contro i 2.8 del 2018/19) e sembra che stia pian piano trovando le contromisure per neutralizzare qualsiasi tipo di difesa.

Se in transizione Giannis è un vero e proprio ‘carro armato’, alcune letture a difesa schierata e in post basso sono certamente da perfezionare. Lo sanno bene i Toronto Raptors, capaci di ‘ingabbiare’ il fenomeno greco-nigeriano durante gli scorsi playoff, e lo sapranno ancora meglio le squadre che lo affronteranno nella prossima post-season. Guai, però, a sottovalutare la sua capacità di analisi e la sua etica del lavoro, che lo hanno portato dalle strade di Atene al dominio del mondo cestistico.

Trainati da Giannis, i Milwaukee Bucks hanno ripreso il controllo della Eastern Conference, tornando su quel trono occupato ininterrottamente per tutta la passata stagione. Ci sono riusciti grazie a una striscia di nove successi consecutivi. Se è vero che il calendario ha dato una mano (nella serie vincente hanno affrontato una volta OKC e Portland, due volte Chicago e Atlanta), vanno anche ricordate le vittorie su Rockets, Raptors, Clippers e Jazz, credibili pretendenti ai piani alti delle due Conference. Attualmente, la squadra di Mike Budenholzer ha il secondo miglior attacco (119.4 punti di media) e il ritmo più alto (106.1 possessi su 48 minuti) di tutta la NBA; più o meno gli stessi ingredienti della passata regular season, chiusa con il miglior record della lega (60 vittorie – 22 sconfitte).

Per compiere il passo decisivo verso le NBA Finals, oltre a limare i difetti di Giannis, servirà che qualcun altro si faccia avanti già da ora. Con Khris Middleton che ha saltato sette partite per un infortunio alla coscia sinistra (è rientrato mercoledì contro gli Hawks), a determinare le sorti dei Bucks sono state quasi esclusivamente le performance del loro MVP. Con i tanti veterani del gruppo, da Brook Lopez a George Hill, che appaiono già in leggera parabola discendente e la cronica inaffidabilità di Eric Bledsoe (che comunque sta avendo un buon impatto, a quasi 17 punti di media), coach Bud si aspetta maggiore continuità dai giovani Pat Connaughton, Sterling Brown, Donte DiVincenzo e D.J. Wilson. Per crescere non c’è poi tutto questo tempo; soprattutto in una stagione transitoria come questo 2019/20, bisognerà farsi trovare pronti a saltare sul treno che porta al titolo.

Tanto, a guidare, ci pensa Giannis.

 

2 – Spurs, tra passato e… passato

Gregg Popovich, alla guida dei San Antonio Spurs dal 1996

Gregg Popovich, alla guida dei San Antonio Spurs dal 1996

E’ vero, la frase “i San Antonio Spurs sono a fine ciclo” andava di moda già dieci anni fa. Nel frattempo, la franchigia texana ha giocato due finali NBA, vincendo un titolo e perdendone un altro per un soffio, e si è fermata due volte alle Conference Finals, l’ultima delle quali nel 2017 (l’anno del famigerato fallo di Zaza Pachulia su Kawhi Leonard). Stavolta, però, il capolinea sembra arrivato davvero. La Dinastia-Spurs non esiste più, è stata idealmente appesa al soffitto dell’AT&T Center insieme alla maglia di Tony Parker, l’ultimo dei ‘Big Three’ a salutare la compagnia.

Il progetto di continuità sviluppato da coach Gregg Popovich e dal general manager R.C. Buford è a un passo dal fallimento. Leonard, erede designato di Tim Duncan per guidare la squadra (almeno sul campo), ha già vinto un altro anello a Toronto e punta a ripetersi a Los Angeles. DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge hanno talento e numeri da All-Star, ma non hanno mai dimostrato di poter trascinare una franchigia a competere per il titolo. Le speranze per l’immediato futuro erano (e sono tuttora) riposte su Dejounte Murray, ma il grave infortunio al ginocchio destro patito l’anno scorso ha bruscamente frenato la sua ascesa. In questi primi sprazzi di 2019/20, gli Spurs hanno reso di più quando a guidare le operazioni c’è stato Derrick White, giocatore dal potenziale minore rispetto a Murray ma, al momento, più ‘ordinato’, maturo e affidabile.

Senza un vero e proprio leader tecnico, anche il ‘supporting cast’, storico punto di forza dei nero-argento, fatica ad avere un impatto significativo. Partito Davis Bertans, l’unico giocatore dal rendimento costante in questo avvio di stagione è stato Bryn Forbes, ormai titolare inamovibile per coach Pop. Patty Mills, pur senza strafare, ‘timbra il cartellino’ ogni sera, mentre gli altri veterani del gruppo (Rudy Gay, DeMarre Carroll e Marco Belinelli) sono in drastico calo, rispetto al recente passato. Il problema più grosso è rappresentato però dai giovani: se il giudizio su Murray (su cui sono circolate negli ultimi giorni delle voci riguardanti un presunto malcontento) rimane sospeso, giocatori come Jakob Poltl e Trey Lyles non hanno mostrato progressi tangibili, Lonnie Walker e Chimezie Metu hanno visto il campo quasi per caso e l’ultimo arrivato, Keldon Johnson, è relegato in G-League.

Alla luce di tutto ciò, il terzultimo posto a Ovest non è poi così sorprendente. San Antonio ha una delle peggiori difese NBA (penultima per defensive rating, ventiquattresima per punti subiti d media), a novembre ha perso dodici delle quindici partite disputate e in questo tragico inizio di stagione si è fatta battere da squadre come Atlanta, Memphis e Washington, partite con ambizioni modeste, e da formazioni in evidente difficoltà come Orlando e Portland. Chissà, magari la proverbiale solidità dell’organizzazione e l’esperienza di Popovich riusciranno a raddrizzare la stagione e ad estendere a 23 la striscia di partecipazioni consecutive ai playoff, ma la prospettiva di un’ennesima eliminazione al primo turno per mano di avversari ben più attrezzati non rende onore a una franchigia divenuta negli anni un sinonimo di eccellenza. Per lasciarsi alle spalle una volta per tutte il passato (glorioso, ma pur sempre passato) è indispensabile dare una vigorosa scossa all’ambiente.

Magari sacrificando qualche ‘pilastro’ (DeRozan è il più credibile candidato alla partenza), magari rinunciando alle tradizioni storiche (come quella che non ha mai voluto i texani particolarmente ‘aggressivi’ sul mercato), magari adeguandosi a una NBA estremamente diversa da quella in cui Duncan, Ginobili e Parker hanno scritto la leggenda-Spurs. Il futuro non aspetterà in eterno…

 

3 – Il futuro è Ja qui

Ja Morant, giovanissimo playmaker dei Memphis Grizzlies

Ja Morant, giovanissima point guard dei Memphis Grizzlies

Oggi, i Memphis Grizzlies sono una delle peggiori squadre NBA. Il loro record attuale (5 vittorie – 12 sconfitte) e il penultimo posto nella Western Conference non sono frutto di un momento negativo (come nel caso di San Antonio o Portland) o di infortuni importanti (come quelli che hanno fatto inabissare Golden State), ma rispecchiano fedelmente il valore del gruppo, l’unico nella lega con tutti i giocatori sotto i trent’anni (Andre Iguodala, seppur a libro paga, è fuori squadra da inizio stagione). Eppure, il futuro non è mai apparso così roseo, nel Tennessee.

Coach Taylor Jenkins ha tra le mani una vera e propria ‘miniera di diamanti’; picconando la roccia con la giusta pazienza e attenzione, si potrebbero estrarre delle pietre assai preziose. La più scintillante di tutte è Ja Morant, seconda scelta assoluta allo scorso draft. Nel giro di pochi mesi, la point guard da Murray State ha cambiato il volto della franchigia. I tempi del ‘Grit And Grind’, in cui i Grizzlies mettevano in campo una pallacanestro ‘old school’ basata sul post basso, sugli schemi a metà campo e sul lavoro sporco sotto canestro, sembrano lontani ere geologiche. Ora, in città è arrivato un atleta rapido, esplosivo, elettrizzante.

La sua abilità nel proiettarsi al ferro attira come zanzare i difensori avversari, lasciando praterie a tiratori come Jae Crowder, Dillon Brooks e Jaren Jackson Jr. (anche se definire “tiratore” un lungo di vent’anni dal simile potenziale potrebbe sembrare riduttivo) e spazio per gli inserimenti di Brandon Clarke (altro rookie dall’ottimo impatto), le sue schiacciate, i suoi passaggi ad effetto e le sue ‘volate’ a tutto campo accendono il FedEx Forum come non accadeva da tempo. Se a tutto ciò aggiungiamo che Morant viaggia a 19.1 punti e 6.6 assist di media (primo fra le matricole in entrambe le categorie statistiche) e che Zion Williamson starà fuori ancora qualche settimana, la corsa al premio di Rookie Of The Year assume già le sembianze di una fuga solitaria.

In questo suo inizio di carriera, il ragazzo del South Carolina ha offerto prestazioni meravigliose, tra cui spicca la performance da 30 punti e 9 assist contro i Brooklyn Nets, impreziosita dal canestro del pareggio e dalla stoppata su Kyrie Irving, decisivi per mandare la gara all’overtime, e l’assist per il buzzer beater vincente di Crowder nel supplementare. Allo stesso tempo, ha anche mostrato le difficoltà tipiche di un rookie NBA; le cattive letture, alcuni tiri forzati e la tendenza a strafare hanno a volte indotto coach Jenkins a lasciarlo in panchina nei finali di partita. Più che comprensibile, dopo un mese da professionista. Come cantava Francesco De Gregori: “il ragazzo si farà”. E con lui si faranno i Memphis Grizzlies, che finalmente hanno un valido motivo per essere seguiti con interesse.

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