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Three Points – Il volto ‘reale’ dei Lakers

di Stefano Belli

Per una sorta di ‘par condicio’, dopo che la scorsa settimana avevamo dedicato la copertina di Three Points ai Boston Celtics, oggi tocca ai loro rivali storici, i Los Angeles Lakers, protagonisti di un eccellente avvio di stagione.

Sebbene la strada verso i playoff sia ancora lunga e tortuosa, i rapporti di forza di questo 2019/20 stanno iniziando a delinearsi, soprattutto per quanto riguarda le ‘ultime della classe’. Se trovare i New York Knicks sul fondo della Eastern Conference era quantomeno pronosticabile (anche se era lecito aspettarsi qualcosa in più, da un gruppo comunque ricco di potenziale), a Ovest è piuttosto insolito vedere i Golden State Warriors, dominatori della lega negli ultimi cinque anni, inabissarsi sempre di più, tormentati da un’interminabile serie di infortuni. Ormai non ci sono più dubbi: la nuova era NBA è cominciata.

 

1 – Il volto ‘reale’ dei Lakers

Coach Frank Vogel e le due stelle dei Lakers: Anthony Davis e LeBron James

Coach Frank Vogel e le due stelle dei Lakers: Anthony Davis e LeBron James

I Los Angeles Lakers stanno volando. La squadra di Frank Vogel ha il miglior record NBA, con dodici vittorie nelle prime quattordici partite, e la seconda miglior difesa della lega, sia per punti concessi (101.1 di media) che per defensive rating (100.5 punti subiti su 100 possessi), in entrambi i casi dietro ai soli Utah Jazz. Soprattutto, i Lakers sembrano proprio una squadra da titolo. Eppure, la franchigia è la stessa che ha guardato le ultime sei edizioni dei playoff dal divano di casa e che, pochi mesi fa, era al centro di uno ‘psicodramma’ che aveva coinvolto giocatori, allenatore e dirigenza.

Com’è stato possibile fare un simile salto di qualità? Semplice, i Lakers si sono finalmente tolti la maschera, mostrando il loro volto ‘reale’.

L’aggettivo non è scelto a caso. Quando LeBron James è arrivato a Los Angeles, nell’estate 2018, ha trovato una squadra assolutamente inadatta alle esigenze di un (allora) trentatreenne impegnato in una vertiginosa scalata al Mount Rushmore delle leggende NBA. O meglio: il ‘nucleo giovane’, tanto decantato dall’allora presidente Magic Johnson e dal general manager Rob Pelinka, avrebbe potuto tornare utile, ma solo come pedina di scambio.

Per dare la caccia al suo quarto titolo NBA, il Re non poteva certo aspettare che Lonzo Ball e Brandon Ingram trovassero il loro posto nel mondo (sempre che lo trovino, prima o poi). Quando il campo ha decretato che i verdi prospetti non si sarebbero trasformati immediatamente nei nuovi Dwyane Wade e Kyrie Irving, è scattata l’operazione-Anthony Davis, il cui iniziale fallimento ha mandato a rotoli la prima stagione in gialloviola di LeBron.

A pochi mesi di distanza da quella concitata trade deadline, i Lakers sono diventati ciò che avrebbero dovuto essere fin dal principio: una squadra di LeBron James. Nel roster 2019/20 ci sono tutti gli ingredienti di una ricetta ben nota, con cui ‘The Chosen One’ ha già portato al trionfo Miami Heat e Cleveland Cavaliers: una seconda stella (Davis, a tratti dominante in questo avvio di regular season), tanti affidabili veterani (Rajon Rondo, Danny Green, Avery Bradley e i sorprendenti JaVale McGee e Dwight Howard), qualche giovane dai margini di crescita forse limitati, ma dalla giusta mentalità (Kyle Kuzma e Alex Caruso, gli unici under-25 in rotazione) e una difesa di ferro. Circondato da un ‘supporting cast’ finalmente nelle sue corde, King James sta ricordando a tutti per quale motivo il suo nome venga costantemente incluso negli interminabili (e inutili) dibattiti su chi sia il più grande cestista di sempre; oltre ai 25 punti ‘d’ordinanza’, sta facendo registrare 11.1 assist di media, il dato migliore della sua carriera e di questa stagione NBA.

E il ‘progetto giovane’? Di quello, giustamente, si ricordano in pochi. Anche coloro che, a febbraio, erano pronti a strapparsi le vesti per le possibili partenze di Ball e Ingram (quasi fossero Klay Thompson e Kevin Durant), oggi guardano i loro ex-pupilli con semplice affetto, più che con nostalgia. Nel frattempo, si godono i nuovi, ‘vecchi’ Lakers, quelli che stanno finalmente riaccendendo i riflettori sulla franchigia più ‘cool’ dello sport americano. E la coerenza? E la programmazione? Meglio lasciarle perdere. Quando si parla di Los Angeles Lakers, conta solamente vincere, e la strada per riuscirci, che piaccia o meno, sembra finalmente quella giusta.

 

2 – Ci pensa Luka

Luka Doncic ha iniziato alla grande la sua seconda stagione NBA

Luka Doncic ha iniziato alla grande la sua seconda stagione NBA

C’è anche un ragazzino sloveno tra i primi candidati MVP di questo 2019/20. Dopo un’esaltante stagione d’esordio, coronata con il trofeo di Rookie Of The Year, Luka Doncic sembra pronto per ambire al premio individuale più importante. Quando si parla (o si scrive) dell’ex gioiello del Real Madrid, il rischio di esagerare è sempre alto, soprattutto da parte della nutrita schiera di ‘europeisti’ pronti a rivendicare la presunta superiorità della scuola ‘nostrana’.

In questo caso, però, ci sono fin troppi elementi a supporto della candidatura di Doncic. Le sue cifre, nelle prime 13 partite, sono impressionanti: Luka guida i Dallas Mavericks per punti (29.9 di media, quarto miglior realizzatore NBA), rimbalzi (10.6), assist (9.4) e minuti giocati (34.3) e ha già al suo attivo sette triple-doppie, di cui una da 31 punti, 13 rimbalzi e 15 assist nella memorabile sfida contro i Los Angeles Lakers di LeBron James e una da 42+11+12 nella vittoria casalinga contro i San Antonio Spurs. A differenza dell’anno scorso, quando Dallas finì penultima a Ovest, tali numeri non restano fini a sé stessi. In questo primo scorcio di stagione, le prestazioni di Doncic stanno trascinando i Mavs in zona playoff  Al momento, la squadra di coach Rick Carlisle occupa il quinto posto nella Western Conference e può vantare il miglior offensive rating (114.7 punti segnati su 100 possessi) dell’intera lega.

Se le ottime performance del ragazzo (che però ha ancora tanto su cui lavorare, soprattutto difensivamente) sono la migliore notizia per Carlisle, la peggiore è che, oltre allo sloveno, non c’è ancora abbastanza. Kristaps Porzingis ha alternato prove eccezionali (come la gara da 32 punti, 9 rimbalzi e 6 assist contro Portland) a serate anonime (solo tre volte oltre quota 20 punti segnati).

Più che comprensibile, quando si è reduci da un anno e mezzo di inattività per infortunio, ma buona parte del futuro dei Mavs dipende dalla definitiva maturazione del gigante lettone (visto anche il cospicuo rinnovo da 158 milioni di dollari in 5 anni firmato in estate). Il resto del gruppo è costituito da validi comprimari (Tim Hardaway Jr., Dorian Finney-Smith, Jalen Brunson, Maxi Kleber, Dwight Powell, Delon Wright, Seth Curry) il loro contributo, finora, si è limitato a sporadiche fiammate, peccando di incostanza. Se Dallas vuole trasformarsi da promessa a solida realtà, è indispensabile che qualcuno tra questi faccia un salto di qualità. Soprattutto, i texani dovranno capire chi sono, definire al più presto una linea comune. L’identità di questi Mavs è tutta da costruire, ed è questa la sfida più difficile per l’allenatore e per il suo giovane fenomeno. Non riuscire a tradurre l’innato talento, l’istinto naturale per il gioco e l’acquisita consapevolezza di Doncic in una leadership da grande squadra, una squadra che possa lasciare il segno, sarebbe uno spreco imperdonabile. Per il momento ci pensa Luka, ma poi?

 

3 – La carta Melo

Carmelo Anthony con la maglia numero 00 dei Blazers

Carmelo Anthony con la maglia numero 00 dei Blazers

Tra le squadre più deludenti di questo avvio di 2019/20, ci sono sicuramente i Portland Trail Blazers. Dopo le finali di Conference raggiunte lo scorso anno, ci si aspettava di trovare gli uomini di coach Terry Stotts a combattere per le primissime posizioni a Ovest, pronti a dare filo da torcere a chiunque ambisse a un posto in finale.

Dopo un mese di regular season, Portland si trova effettivamente a ridosso dei Golden State Warriors, gli avversari di quelle Conference Finals. Stavolta, però, le due formazioni si contendono il peggior record della divisione occidentale. I Blazers sono stati sconfitti 11 volte nelle prime 16 partite. A ‘passare sul loro cadavere’ sono stati anche avversari in netta difficoltà come Warriors, Pelicans, Spurs e Kings. La visita a Houston si è conclusa con un inequivocabile +24 per i Rockets, mentre la gara casalinga contro i Brooklyn Nets è stata persa nonostante i 60 punti (massimo in carriera) di Damian Lillard. Era indispensabile dare una scossa, così la dirigenza ha giocato la ‘carta Melo‘.

Carmelo Anthony, 35 anni, ha rimesso piede su un parquet NBA dopo oltre un anno di inattività. Era il 15 novembre 2018 quando Daryl Morey, general manager degli Houston Rockets, annunciava la separazione tra la franchigia texana e il 10 volte All-Star, fuori dai progetti della squadra dopo sole dieci apparizioni. Un suo rientro era atteso da tempo e, dopo innumerevoli rumors (molti dei quali lo accostavano ai Lakers del suo amico LeBron James), è arrivata la chiamata dall’Oregon. Al debutto con la nuova maglia numero 00, Anthony è partito addirittura in quintetto, mettendo a referto 10 punti (anche se con 4/14 al tiro) in quasi 24 minuti di gioco. Scarse percentuali (6/15), ma un notevole contributo offensivo (18 punti) anche nella seconda uscita, l’ennesima sconfitta, contro Milwaukee.

Quella del general manager Neil Olshey è una scelta che fa discutere, viste le ultime, fallimentari esperienze NBA di ‘Melo’, ma è indubbiamente una scommessa a basso rischio. L’entità del contratto (annuale non garantito da 2.15 milioni di dollari) fa sì che, per Anthony, si tratti di una sorta di ‘stage, oltre che di un’inevitabile ultima chance. Qualora si rivelasse deleterio per la squadra o avanzasse pretese inadeguate al suo attuale status di ‘semi-pensionato’, gli verrebbe indicata la porta senza particolari remore. Se invece l’ex stella di Denver Nuggets e New York Knicks riuscisse ad accettare, non solo a parole, di fare il ‘role player’, il suo straordinario istinto realizzativo potrebbe tornare assai utile a un gruppo martoriato dagli infortuni (attualmente sono fuori causa Jusuf Nurkic, Zach Collins e Pau Gasol, recentemente rimosso dal roster, il cui ritiro definitivo non è da escludere) e storicamente privo di alternative alla coppia Damian Lillard – C.J. McCollum.

Se Carmelo superasse questa prova di maturità, chissà che non possa iniziare per lui una ‘seconda carriera’ NBA. in quel caso sì, che arriverebbero i Lakers di turno, pronti a regalare una nuova occasione a uno dei più fulgidi (e fin qui ‘sprecati’) talenti mai apparsi nella lega.

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