Three Points – New York state of mind

L’edizione odierna di Three Points è incentrata sulla East Coast. Partiremo dalla città più importante, New York, su cui soffia un vento sempre più gelido a causa delle tragicomiche peripezie dei Knicks. Poi ci scalderemo al sole di Miami, dove gli Heat vincono e convincono. infine ci sposteremo a Charlotte, dove sta nascendo una stella. Allacciate le cinture, impostate il navigatore, keep your eyes on the road, your hands upon the wheel (questa l’ha scritta veramente Jim Morrison, mica come quelle finte citazioni su Facebook…) e via, il nostro road trip comincia qui!

1 – New York state of mind

David Fizdale, ormai ex-allenatore dei New York Knicks

Nel mondo dello sport americano, non può esistere niente di altrettanto frustrante che tifare per i New York Knicks. Una franchigia che non mette trofei in bacheca da quasi quarant’anni, e che da venti è la barzelletta più in voga nell’ambiente NBA. Dopo decenni di scelte sbagliate a qualsiasi livello (dirigenza, allenatori, giocatori, public relations), l’approccio mentale dei tifosi di New York è incredibilmente invariato: prima la speranza, poi (in rapida sequenza) la delusione, la contestazione, la rassegnazione, la ‘depressione’ (sempre in senso sportivo, sia chiaro), quindi una rinnovata speranza, puntualmente disattesa, per un futuro migliore.

La ‘fase di ricostruzione’ dei Knicks sta assumendo uno status leggendario, al pari della striscia di partecipazioni consecutive ai playoff dei San Antonio Spurs. Senza scomodare i ‘fantasmi’ di Isiah Thomas e Larry Brown, dal 2013 (anno dell’ultima post-season) a oggi, la New York cestistica ha visto una serie di personaggi e di eventi che non sfigurerebbero in una commedia stile-Carlo Vanzina, con tanto di colonna sonora di John Scatman: da Phil Jackson che mette alla porta Carmelo Anthony a Charles Oakley che viene arrestato sugli spalti del Madison Square Garden, da Derrick Rose che sparisce senza preavviso a Enes Kanter che ringrazia la dirigenza per averlo tagliato, dai fischi per Kristaps Porzingis al draft ai tifosi coi sacchetti in testa per la vergogna, passando per i sei allenatori diversi (Mike Woodson, Derek Fisher, Kurt Rambis, Jeff Hornacek, David Fizdale e Mike Miller) transitati da Manhattan nel giro di sei anni. E potremmo continuare almeno per altre dieci righe.

Il 2019 rappresenta perfettamente il concetto di ‘New York state of mind’ versione-Knicks; con la trade che ha spedito a Dallas l’insoddisfatto Porzingis, la dirigenza ha gonfiato di false speranze i tifosi, facendo intendere che, con lo spazio salariale accumulato, portare a New York i free-agent Kevin Durant e Kyrie Irving sarebbe stato un gioco da ragazzi. Insieme a Zion Wiliamson, che sarebbe stato chiamato con la prima scelta assoluta al draft (la quale sarebbe indubbiamente finita ai Knicks, secondo i ‘piani’), i due avrebbero formato un trio di stelle in grado di infiammare il Garden e di trascinare la squadra a traguardi mai raggiunti.

Effettivamente, Irving e Durant hanno scelto New York, ma firmando per i Brooklyn Nets. E dal draft è arrivato un giocatore di Duke, ma si tratta del pur ottimo R.J. Barrett. Per riempire il sopracitato spazio salariale, il roster è stato sovraffollato di buoni giocatori, suddivisi in giovani di prospettiva e veterani in scadenza di contratto. Il talento non mancava di certo, ma la presenza di troppi ‘doppioni’ era apparsa da subito come un possibile problema. Nel giro di poche settimane, coach Fizdale ha perso completamente il controllo della situazione; nelle prime 25 gare disputate, ben 14 giocatori hanno superato i 10 minuti di media, e nessuno tra questi è sembrato in grado di caricarsi la squadra sulle spalle. Nessuno, eccetto Marcus Morris, assurto al ruolo di leader in questa prima parte di stagione. E questo dice già abbastanza… Tutti gli altri componenti del roster hanno reso ben al di sotto delle aspettative; da Julius Randle e Dennis Smith Jr. ai giovanissimi Kevin Knox e Mitchell Robinson. Lo stesso Barrett sta confermando le ottime doti realizzative mostrate al college, ma ritrovarsi in un contesto societario ‘tossico’ come quello di New York non è certo il modo migliore per iniziare la propria carriera NBA.

Con rotazioni e gerarchie nemmeno lontanamente stabiliti e un senso di ‘precarietà’ comune a molti giocatori (il periodo delle trade si avvicina a grandi passi), i Knicks sono sprofondati in quello che, ormai, è il loro ‘habitat naturale’: il fondo della Eastern Conference. 8 delle 20 sconfitte collezionate finora sono arrivate con oltre 20 punti di scarto, tra cui un notevole ‘back-to-back’ da -44 e -37 contro Milwaukee e Denver. Fizdale, che ha commentato tali disfatte con dichiarazioni come “eravamo nel fango a fine primo tempo”, oppure “nel secondo tempo siamo stati imbarazzanti” (non sarebbe sorprendente se si riferisse alla stessa partita), è stato giustamente licenziato. A sostituirlo, l’assistente Mike Miller (che non è quello che vinse il titolo a Miami, giocando le Finals 2012 da infortunato), in attesa che, nella prossima stagione, salga sul patibolo un nuovo allenatore da bersagliare. E nuovi giocatori da fischiare. E nuovi dirigenti da incolpare. In questo ventennio inglorioso, una sola persona non ha mai mollato il proprio posto: il proprietario, James Dolan.

2 – The Heat is on

Jimmy Butler, leader dei Miami Heat

Se i New York Knicks sono per distacco la peggior organizzazione NBA, i Miami Heat si sono consolidati nel tempo come un’eccellenza del settore. Eppure, negli ultimi anni, il presidente Pat Riley sembrava aver perso qualche colpo. Dopo l’addio di LeBron James a South Beach, datato luglio 2014, una serie di contratti sbagliati aveva portato gli Heat in una fase di stallo, spingendoli in quel limbo che separa le potenziali contender dalle squadre in ricostruzione.

La scorsa estate, Riley e soci hanno aperto un importante spiraglio per uscire da questa impasse. Con la trade portata a termine il 6 luglio, che ha coinvolto anche Philadelphia 76ers, Portland Trail Blazers e Los Angeles Clippers, Miami ha liberato prezioso spazio salariale cedendo il ‘contrattone’ di Hassan Whiteside (27 milioni di dollari per il 2019/20) in cambio di quello di Meyers Leonard (anch’esso in scadenza, ma a libro paga per ‘soli’ 11 milioni). Ha sacrificato un esterno versatile come Josh Richardson, che però impegnava il monte salari almeno fino al 2021 (quando avrebbe avuto una player option da 11.6 milioni), ma lo ha fatto ‘a fin di bene’, per arrivare a Jimmy Butler.

Il nuovo numero 22 si è subito imposto come leader tecnico del gruppo, con la sua proverbiale efficacia su entrambi i lati del campo; le sue medie attuali sono le migliori in carriera in tutte le categorie statistiche che non siano punti e minuti (le vette di Chicago, anche per questioni anagrafiche, sono difficilmente raggiungibili). Soprattutto, Butler ha alzato l’asticella dal punto di vista mentale. In passato, era sempre stato inserito nella squadra di qualcun altro. Inizialmente, i Bulls ruotavano attorno a Derrick Rose, i Timberwolves puntavano su Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns e i Sixers erano stati costruiti a immagine e somiglianza di Ben Simmons e Joel Embiid. I Miami Heat 2019/20, invece, nascono come la squadra di Jimmy Butler.

Il feroce agonismo che lo ha sempre contraddistinto ha spesso finito per creare problemi di spogliatoio, soprattutto con giocatori incapaci di pareggiare la sua intensità. Oggi, la sua competitività è diventata lo standard che tutti devono rispettare, per poter far parte del progetto. Ne sanno qualcosa James Johnson e Dion Waiters, finiti ai margini del gruppo. Il primo è stato addirittura allontanato dal training camp poiché ritenuto “in condizioni fisiche inadeguate”, il secondo è fuori squadra per essersi pubblicamente lamentato del poco spazio e, fatto non secondario, per uno ‘spuntino’ a base di caramelle al THC.

Contrariamente a ciò che accade a New York, l’ambiente che si è creato a Miami è perfetto per la formazione dei più giovani. Mentre i Knicks aspettano in eterno l’esplosione dei loro talenti in erba, gli Heat volano ai piani alti della Eastern Conference (momentaneamente sono secondi, dietro ai Milwaukee Bucks) con un gruppo di under-25; dai rookie Tyler Herro e Kendrick Nunn (undrafted nel 2018 e grande rivelazione di questo avvio di regular season), ai candidati Most Improved Player Bam Adebayo e Duncan Robinson (altro undrafted, viaggia a 11.8 punti di media in 26.7 minuti. contro i 3.3 punti in 10.7 minuti del 2018/19), passando per Justise Winslow, che sembra aver finalmente trovato una dimensione in NBA. In questo notevole ‘young core’ meritano una menzione anche Chris Silva, altro rookie che si sta ritagliando spazio nelle rotazioni, e Derrick Jones Jr., quasi prezioso in difesa quanto appariscente in attacco, con le sue mostruose schiacciate.

I ‘cattivissimi’ Heat di Butler e dei giovani hanno vinto 18 delle prime 24 partite stagionali. L’ultima di queste vittorie spiega perfettamente le ragioni di questo ottimo inizio; Atlanta Hawks in vantaggio di sei punti a un minuto dalla fine, poi le triple di Robinson e Butler rimandano la sentenza all’overtime. Il supplementare è un assolo di Miami: 18-4, Trae Young (autore di un poco profetico “It’s over!” sul +6) e compagni rispediti a casa a leccarsi le ferite. Una serata da record per molti giocatori degli Heat: Nunn e Robinson hanno aggiornato il loro career high (36 e 34 punti), Adebayo ha messo a referto la prima tripla-doppia in carriera (30 punti, 11 rimbalzi e 11 assist). Tripla-doppia (la terza stagionale, tutte nell’ultima settimana) anche per Butler, che ha fissato un nuovo primato personale con 18 assist.

La notizia migliore, per coach Erik Spoelstra, è che il nuovo corso è solo all’inizio. L’arrivo di Butler e l’assalto fallito a Russell Westbrook hanno fatto intendere che Riley è più agguerrito che mai. Con il periodo caldo del mercato che si avvicina, è facile ipotizzare che Miami muova qualche pedina (Goran Dragic è il principale indiziato a lasciare la Florida, ma per arrivare a un pezzo grosso si dovrà per forza ‘sacrificare’ qualche giovane) per provare a compiere subito il salto che, da ottima squadra, la renda una credibile candidata al titolo NBA.

3 – Il nuovo re di Charlotte

Devonte’ Graham si è preso gli Charlotte Hornets

Si fa spesso fatica a considerare un giocatore al secondo anno tra i candidati al Most Improved Player Of The Year Award. Un miglioramento è quantomeno auspicabile, rispetto a una stagione da rookie solitamente caratterizzata da fisiologici problemi di ambientamento. Nel North Carolina, però, sta succedendo qualcosa di straordinario: Devonte’ Graham è passato in pochi mesi da ultima delle riserve a leader incontrastato degli Charlotte Hornets.

Pescato da Atlanta con la trentaquattresima chiamata al draft 2018 e girato a Charlotte in cambio di due seconde scelte, Graham (nato a Raleigh, 260 km a nordest di Charlotte) ha passato la prima stagione da professionista tra la G-League (13 gare a 23.3 punti di media con i Greensboro Swarm) e il fondo della panchina di coach James Borrego. In 46 apparizioni con gli Hornets, è stato il terzo giocatore meno utilizzato tra i membri fissi del roster (dietro di lui, ma con molte più presenze, solo Bismack Biyombo e Willy Hernangomez), vedendo il campo perlopiù nel garbage time. D’altronde, il ruolo di point guard era decisamente coperto; nei pochi minuti di riposo concessi alla stella Kemba Walker, Borrego puntava sull’esperienza di Tony Parker, con cui aveva un passato comune a San Antonio.

Le partenze di Walker e dell’altra guardia titolare, Jeremy Lamb, hanno cambiato radicalmente le prospettive della squadra, che ha intrapreso il lungo e tortuoso sentiero del rebuilding. Il 2019/20 era atteso come una stagione interlocutoria tra la vecchia e la nuova era, in cui capire cosa salvare della prima e su quali fondamenta costruire la seconda. Borrego si è affidato totalmente ai giovani, dando loro tutto il tempo e lo spazio per crescere senza pressione. Alcuni stanno rispondendo bene, come Miles Bridges e il rookie P.J. Washington (un promettente lungo moderno meglio dall’arco che sotto canestro… Dove l’abbiamo già visto? Ah, ecco, è mezzo roster degli Hornets!), altri migliorano più a rilento, vedi Malik Monk o Dwayne Bacon, ma il salto compiuto da Graham è impressionante; 4.7 punti, 2.6 assist e 1.4 rimbalzi di media in 14.7 minuti di garbage time nella passata stagione, 19.2 punti, 7.7 assist e 3.7 rimbalzi di media in 33.7 minuti in questo inizio di 2019/20, in cui ha già messo a referto sette doppie-doppie, nove partite oltre i 20 punti e due gare da 35 e 33 punti contro Indiana (5 novembre) e Golden State (4 dicembre, aggiungendo 9 assist e 7 rimbalzi). A coronare il suo clamoroso exploit sono state le due ‘gite’ degli Hornets a New York; tripla della vittoria al Madison Square Garden il 17 novembre, career high da 40 punti al Barclays Center l’11 dicembre, per un altro successo di Charlotte.

Senza Kemba, il leader designato della squadra sembrava Terry Rozier, arrivato come contropartita da Boston. La prova del campo, invece, ha consegnato lo scettro a Graham. Uno che, alla leadership, era decisamente abituato. Nei quattro anni trascorsi a Kansas, era diventato infatti un pilastro insostituibile per coach Bill Self. Nell’estate del 2017, i Jayhawks erano passati dall’Italia, per una serie di amichevoli contro selezioni locali. Ai nostri microfoni, Graham aveva dichiarato di essere pronto per guidare la squadra, dopo gli addii di Josh Jackson e Frank Mason. A due anni di distanza, il numero 4 è diventato il leader di una franchigia NBA. I suoi Hornets, che pensano più al prossimo draft che ai prossimi playoff (anche se l’ottavo posto, complice la mediocrità della concorrenza, dista solo una vittoria e mezza), non stanno certamente vivendo un gran momento della loro storia, ma la ‘Queen City’ sembra aver trovato il suo nuovo re.

Stefano Belli

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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