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Three Points – Warriors, la caduta dell’impero

di Stefano Belli

Dopo un’assenza di quasi quattro mesi (dovuta alla pausa estiva, al Power Ranking, alla presentazione della nuova stagione e al terzo episodio di Garbage Time, la rubrica che se ve la siete persa siete proprio dei cattocomunisti), torna Three Points, lo spazio dedicato a tre temi caldi della settimana NBA. Vista la lunga astinenza, gli argomenti di questa edizione non riguardano solo gli ultimi sette giorni, bensì l’inizio della regular season 2019/20. L’ultima volta, ci eravamo lasciati con la NBA che si preparava a una svolta epocale. La nuova era è cominciata per davvero, per cui non perdiamo altro tempo: si parte!

 

1 – Warriors, la caduta dell’impero

La rabbia di Stephen Curry, simbolo della Dinastia Warriors

La rabbia di Stephen Curry, simbolo della Dinastia Warriors

Che i Golden State Warriors non sarebbero stati più quelli di prima, era facilmente prevedibile. L’infortunio che terrà Klay Thompson ai box almeno fino a febbraio (secondo le previsioni più ottimistiche) e l’addio di Kevin Durant, Andre Iguodala e Shaun Livingston, pilastri della Dinastia che ha portato nella Bay Area cinque finali consecutive e tre titoli NBA, non potevano che cambiare per sempre il volto della franchigia. Ciò premesso, un tracollo del genere non si poteva certo immaginare.
In fase di pronostico, il fatto che Stephen Curry, Draymond Green e coach Steve Kerr fossero saldamente al loro posto rappresentava un’importante garanzia di continuità per il sistema Warriors. I nuovi innesti (D’Angelo Russell, Willie Cauley-Stein, Alec Burks, Glenn Robinson, Marquese Chriss e Omari Spellman) non sembravano all’altezza di chi è partito, ma apparivano comunque un ‘supporting cast’ di buon livello. In tal senso, la preseason aveva dato qualche buona indicazione; nonostante i risultati non eccellenti, Russell e compagni erano parsi sulla strada giusta per integrarsi al meglio in un sistema così collaudato. Invece, dopo tre settimane di stagione regolare, dei grandi Warriors rimane solo uno sbiadito ricordo.

Il nuovo Chase Center di San Francisco è stato inaugurato nella maniera peggiore: quattro sconfitte consecutive, di cui due nettissime contro Los Angeles Clippers e San Antonio Spurs e due di misura, ma contro Phoenix Suns e Charlotte Hornets, squadre dalle modeste ambizioni, almeno alla vigilia. Le due trasferte affrontate finora hanno visto una buona vittoria a New Orleans, che è però seguita a una tragica imbarcata subita a Oklahoma City, con lo scarto finale di 28 punti che è apparso fin troppo generoso. L’attacco confusionario e la difesa inesistente sono sembrati più quelli di una franchigia in ricostruzione, che quelli degli ultimi dominatori della lega.
Dopo la batosta in casa Thunder, i meno catastrofisti hanno pensato: “Gli Warriors sono meglio di così, si riprenderanno presto”. Effettivamente, la prova contro i Pelicans sembrava avvalorare questa tesi. Poi, la situazione è definitivamente precipitata. Stephen Curry, colui attorno al quale la Dinastia è stata costruita, si è fratturato la mano sinistra; ne avrà per almeno tre mesi. D’Angelo Russell (caviglia) e Draymond Green (indice della mano sinistra) sono arrivati presto a far compagnia in lista infortunati a Steph e a Kevon Looney, fermo per una preoccupante neuropatia. Il tutto dopo che Burks e Cauly-Stein avevano saltato le prime tre gare, sempre per acciacchi vari. Nei giorni in cui si celebra il trentennale della caduta del Muro di Berlino, il definitivo crollo della Dinastia-Warriors appare ben più che una suggestione.

Infortuni a parte, il pessimo inizio è anche dovuto al fisiologico ‘rodaggio’ di un gruppo giovane e in gran parte rinnovato. Un conto è trovare la giusta alchimia con il numero 30 in campo, a far impazzire il pubblico e le difese avversarie con le sue giocate e a dettare i ritmi a compagni vecchi e nuovi, un altro è riuscirci senza il due volte MVP. Ora, gli unici reduci dalle ultime NBA Finals sono Green, comprensibilmente ridimensionato fuori dal contesto abituale (ciò non toglie che l’estensione quadriennale da 100 milioni di dollari fosse inevitabile, oltre che stra-meritata) e Damion Lee, il quale non ha avuto esattamente un ruolo di primissimo piano negli Warriors della Dinastia.
In questo clima apocalittico, qualcosa da salvare c’è comunque; dal buon impatto dei rookie Jordan Poole ed Eric Paschall al rientro di Burks e Cauley-Stein. E’ soprattutto grazie a loro che è arrivato il primo successo casalingo, l’improbabile vittoria contro i Portland Trail Blazers di lunedì notte. Tuttavia, anche qualora i giovani mostrassero importanti segnali di crescita, D’Angelo Russell trovasse finalmente continuità e Draymond Green riuscisse a coordinare una fase difensiva degna di tal nome, senza gli Splash Brothers e con un avvio del genere, per questi Warriors le prospettive non sembrano comunque rosee.

Che fare dunque? Difficile immaginare una stagione di tanking selvaggio, lasciando fermi a oltranza Curry e Thompson e puntando a una scelta molto alta al draft; le parole del co-proprietario Joe Lacob (“Non si migliora perdendo”) sono assolutamente credibili e danno voce a una verità ormai comprovata. Una strategia del genere sarebbe solo controproducente per una franchigia che ha costruito una cultura vincente, che ha appena rinnovato a cifre importanti i suoi migliori giocatori e che ha investito tanto nel progetto della nuova arena. E poi, sperare di pescare il nuovo Tim Duncan (che gli Spurs selezionarono nel 1997, dopo che una stagione piena di infortuni aveva ‘regalato’ loro la prima scelta assoluta) al draft 2020 sarebbe più un delirio stile-New York Knicks, che un’opzione concreta.

 

2 – Here come the Suns

Devin Booker (a sinistra) e Kelly Oubre, trascinatori dei sorprendenti Phoenix Suns

Devin Booker (a sinistra) e Kelly Oubre, trascinatori dei sorprendenti Phoenix Suns

L’Arizona è indubbiamente uno degli stati americani più spettacolari, in cui la natura sfoggia delle meraviglie difficili da descrivere. Eppure Phoenix, la capitale, è davvero brutta, insignificante rispetto all’incredibile paesaggio che la circonda. Per quasi un decennio è stata brutta, anzi, inguardabile, anche l’unica squadra NBA del Grand Canyon State: i Phoenix Suns. La storia recente della franchigia è la perfetta dimostrazione delle parole di Joe Lacob: anni di sconfitte e scelte altissime al draft hanno portato solo altre sconfitte. Oltretutto, molti dei giocatori selezionati con le scelte accumulate si sono rivelati dei colossali flop (probabilmente anche a causa di uno scarsissimo player development), e sono stati lasciati partire o ‘sbolognati’ senza remore. La stagione 2018/19 è stata l’emblema dell’ultimo decennio in casa Suns: nonostante un Devin Booker da 26.6 punti di media e un DeAndre Ayton da 16.3 punti e 10.3 rimbalzi a sera, è arrivato il peggior piazzamento nella Western Conference per il terzo anno di fila, ‘condito’ dalle minacce di trasferimento da parte del proprietario, Robert Sarver. Evidentemente, qualcosa non funzionava.

In estate, il confermato general manager James Jones e soci hanno optato per un cambio di strategia; ingaggiato un nuovo allenatore (Monty Williams ha preso il posto di Igor Kokoskov, silurato dopo una sola stagione), via qualche giovane di prospettiva, di cui il roster era stracolmo (‘Mr. Garbage Time’ Josh Jackson, De’Anthony Melton e i rookie Jarrett Culver e KZ Okpala, i cui diritti sono stati ceduti in sede di draft), dentro giocatori solidi ed esperti. Ecco dunque Ricky Rubio, Dario Saric, Frank Kaminsky e Aron Baynes. Innesti che, in questo inizio di 2019/20, sembrano aver dato la spinta giusta per il tanto atteso cambio di marcia. 5 vittorie nelle prime 7 partite, di cui una contro i Los Angeles Clippers e una contro i Philadelphia 76ers, due tra le migliori squadre NBA. Ci sarebbe anche  il +11 del Chase Center di San Francisco, ma la ‘drammatica’ situazione degli Warriors rappresenta per forza di cose un asterisco su quella serata. Se consideriamo che nella stagione più ‘vincente’ delle ultime cinque, il 2016/17, le vittorie totali sono state 24, ci accorgiamo che qualcosa sembra cambiato per davvero.

In copertina c’è sempre Devin Booker, protagonista di un avvio di stagione da All-Star; 26.1 punti di media, tre volte sopra i 30 e la perla dei 40 punti che hanno steso definitivamente i Sixers. Cifre che, per la prima volta in carriera, non sono fini a loro stesse. I Suns 2019/20 non sono più una collezione di promesse non mantenute, bensì una squadra degna di tal nome. Rubio e Saric si sono dimostrati perfetti per completare un quintetto che ha Booker come indiscussa punta di diamante, Kelly Oubre (17.4 punti di media, miglior dato in carriera) come ‘secondo violino’ e Aron Baynes come vero e proprio ‘X Factor’ su entrambi i lati del campo (al momento viaggia con un irreale 48% da tre punti, su 31 tentativi). Un momento… Manca qualcuno? Ah già, Ayton!
Dopo l’esordio stagionale da 18 punti e 11 rimbalzi contro Sacramento, il centro delle Bahamas è stato sospeso per 25 partite per aver assunto un diuretico che rientra fra le sostanze proibite dalle norme antidoping. Anziché rallentare la squadra, la sua assenza l’ha fatta decollare, complice l’inserimento di Baynes nello starting five. In quanto a talento e margini di crescita, tra i due non c’è paragone. Però l’ex lungo dei Celtics si sta dimostrando un perfetto ‘equilibratore’ e ha indubbiamente le ‘spalle larghe’ necessarie a un gruppo che, a questo punto, può fare più di un pensiero alla corsa playoff. Sarà interessante vedere cosa accadrà con il rientro della prima scelta assoluta 2018, previsto per il 17 dicembre. E se Ayton fosse di troppo, in questa nuova versione dei Suns?

 

3 – Il nuovo Brandon Ingram

Per Brandon Ingram un avvio di stagione da All-Star

Per Brandon Ingram un avvio di stagione da All-Star

Se Warriors e Suns sono le squadre più sorprendenti (in negativo e in positivo) di questo avvio di stagione, a livello individuale l’exploit più altisonante è quello di Brandon Ingram, al debutto con i New Orleans Pelicans. Prima dell’approdo in Louisiana, la sua carriera è stata accompagnata dal peso costante delle aspettative. Inevitabile, se vieni scelto con la seconda chiamata assoluta (al draft 2016, dietro a Ben Simmons) da una franchigia come i Los Angeles Lakers. I gialloviola avevano esposto il giocatore alla luce dei riflettori, indicandolo (più o meno implicitamente) come la prossima stella della gloriosa tradizione californiana, colui che li avrebbe fatti uscire da un tunnel di mediocrità all’apparenza infinito. Ingram non è mai riuscito a reggere quella pressione, diventata insostenibile con l’arrivo in squadra di LeBron James. I suoi miglioramenti, seppur visibili, procedevano troppo a rilento, frenati anche da qualche infortunio di troppo. I suoi orizzonti temporali non erano chiaramente compatibili con quelli di un’organizzazione che, data l’età del suo leader, aveva l’esigenza di vincere subito, o quantomeno di provare a farlo.

A New Orleans, l’ex stella di Duke sembra aver trovato la sua dimensione ideale; meno fretta, più programmazione e la consapevolezza che, per diventare competitivi, bisognerà procedere un passo alla volta. Senza più l’ossessione (evidente, in maglia Lakers) di doversi dimostrare all’altezza del contesto, Ingram è letteralmente ‘sbocciato‘. 25.9 punti, 7.1 rimbalzi e 4.3 assist di media, con il 55% dal campo e il 49% da tre; nettamente le migliori cifre in carriera. Nel suo notevole avvio di stagione spiccano una prova da 35 punti e 15 rimbalzi contro Houston e il massimo in carriera di 40 punti al Barclays Center di Brooklyn. Ma non sono solo le statistiche a dare testimonianza della sua ‘rinascita’ cestistica, quanto piuttosto la sicurezza, la continuità di rendimento (una sola gara sotto i 22 punti, ma terminata dopo 13 minuti in seguito a un brutto colpo alla testa) e la varietà del suo repertorio offensivo; aggressivo più che mai in penetrazione, letale se ‘battezzato’ dalla difesa, pericoloso nei movimenti senza palla e nettamente migliorato nella visione di gioco. Il nuovo Brandon Ingram si sta rivelando per i giovani Pelicans quello che non è mai stato per i ‘decaduti’ Lakers: un uomo-franchigia. Continuasse di questo passo, avanzerebbe una forte candidatura sia per il debutto all’All-Star Game, sia per il premio di Most Improved Player Of The Year. Qui, però, arrivano i nodi cruciali della questione; continuerà di questo passo? E soprattutto, è da lui che intendono farsi guidare i Pelicans?

Verso metà dicembre dovrebbe rientrare Zion Williamson, fermo dalla preseason per un infortunio al ginocchio. Il fenomeno da Salisbury, North Carolina (altro ex-Blue Devil, come Ingram) è il nuovo volto designato della franchigia, dopo l’addio di Anthony Davis. Su di lui i Pelicans hanno investito la (scontatissima) prima scelta assoluta al draft 2019, per cui è facile presumere che, una volta tornato in campo, la squadra andrà rimodellata a sua immagine e somiglianza. Zion avrà tanti minuti e tante responsabilità, che di conseguenza diminuiranno per tutti gli altri, Ingram compreso. Riuscirà Brandon, che in passato ha mostrato di soffrire parecchio il ruolo di ‘secondo violino’, a fare di nuovo un passo indietro? E riuscirà coach Alvin Gentry a trovare la giusta collocazione alle due aspiranti stelle, oltre che ai tanti altri validissimi giocatori del roster?A dare ulteriore incertezza c’è la questione contrattuale. La prossima estate, Ingram sarà restricted free-agent, per cui New Orleans dovrà pareggiare qualsiasi offerta per trattenerlo. Per ciò che ha mostrato il numero 14 fino a questo momento, le pretendenti non mancheranno di certo (Atlanta? Cleveland? Memphis?). Che strada sceglieranno i Pelicans?

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