Three Points – Young and beautiful

Young come Trae Young, la nuova stella degli Atlanta Hawks, ma soprattutto young come i giovani in divenire; sono loro i protagonisti della prima edizione di Three Points degli Anni ’20. Un decennio che si è aperto con la scomparsa di David Stern, colui il quale, in trent’anni da commissioner, ha trasformato una lega sull’orlo del collasso in un fenomeno globale, un modello da seguire e imitare per tutte le organizzazioni sportive del mondo. Una creatura cresciuta sopratutto grazie ai grandi campioni che hanno messo piede sul parquet nelle varie epoche, e il cui futuro sembra in ottime mani. Alcuni dei protagonisti di questo Three Points hanno tutte le carte in regola per diventare i volti più riconoscibili della nuova NBA. Oggi, però, non parleremo di star annunciate come Luka Doncic o Ja Morant, di cui abbiamo trattato di recente, bensì di coloro il cui avvenire è legato a doppio filo alla crescita delle rispettive squadre, tutte attualmente in cerca di un’identità.

1 – Atlanta Hawks – Young and not so beautiful

Trae Young

La costruzione dei nuovi Atlanta Hawks è un processo a lungo termine, per cui bisognerà aspettare almeno un altro paio d’anni prima di poterlo valutare con chiarezza. Non c’è dubbio, però, sul fatto che la squadra stia crescendo più lentamente del previsto. Gli Hawks sono sprofondati sul fondo della Eastern Conference e al momento hanno il peggior record della lega (8 vittorie, 30 sconfitte). I motivi per sorridere, pensando esclusivamente al presente, si contano sulle dita di una mano. Tra questi ci sono il buon impatto del rookie De’Andre Hunter (12.1 punti di media) e del ritrovato Jabari Parker, la pagina di storia scritta da Vince Carter (primo giocatore nella storia NBA ad essere sceso in campo in quattro decenni differenti) e, ovviamente, l’esplosione di Trae Young.

Al secondo anno da professionista, Young viaggia a 29.2 punti di media, che lo rendono il quarto miglior realizzatore NBA dietro ai candidati MVP James Harden, Giannis Antetokounmpo e Luka Doncic. La sua settimana si è chiusa con la storica partita contro gli Houston Rockets: per la prima volta, due avversari  (Young e Harden, ovviamente) hanno messo a referto contemporaneamente una tripla-doppia da almeno 40 punti. Come per Doncic, anche per ‘Trae-T-L-‘ sembra profilarsi il debutto all’All-Star Game già nella stagione da sophomore. Visti gli infortuni di Kyrie Irving e John Wall e l’incostanza di giocatori come Kemba Walker e Ben Simmons, non è da escludere che Young parta addirittura in quintetto, nell’evento in programma a Chicago il prossimo 16 febbraio. Il fatto che Atlanta abbia il penultimo offensive rating della lega nonostante un giocatore da quasi 30 punti a partita, però, è un sintomo chiaro: intorno al nuovo volto della franchigia c’è ancora troppo poco. John Collins, che sembrava in rampa di lancio dopo l’eccellente stagione passata, è incappato nella controversa squalifica per doping che lo ha tenuto fermo per 25 partite. I miglioramenti di Kevin Huerter, arrivato insieme a Young dal draft 2018, si intravedono appena, e la matricola Cam Reddish continua a mostrare solo potenziale inespresso; le ipotesi che almeno uno dei due venga utilizzato come pedina di scambio in qualche trade si fanno ogni giorno più concrete.

Il prossimo passo della ricostruzione di Atlanta, infatti, porta dritto al mercato. Gli Hawks hanno lo spazio salariale e gli asset giusti (giovani talenti, contratti pesanti in scadenza e scelte future) per potersi rinforzare notevolmente, da qui alla prossima estate. Le ipotesi Andre Drummond (ventilata di recente) o Kevin Love non sembrano le più convincenti: hanno stipendi troppo onerosi e orizzonti temporali che non coincidono con quelli degli uomini di Lloyd Pierce. Anche la free-agency, tra super-veterani e giocatori marginali, non sembra così allettante; meglio puntare su una buona offerta per qualche restricted free agent (Brandon Ingram e Bogdan Bogdanovic sono i nomi più interessanti) o tentare di portare a casa a una stella giovane, ma già affermata. Karl-Anthony Towns e Bradley Beal, ad esempio, sembrano destinati a lasciare Minneapolis e Washington; chissà che Travis Schlenk e soci non ci facciano un pensierino. Del resto, pensare di crescere puntando esclusivamente sulla maturazione di Young e compagni e sulle scelte ai prossimi draft sarebbe come lanciare una moneta; se esce testa finisce come con Stephen Curry a Golden State, se esce croce si ripercorrono le orme di Devin Booker a Phoenix.

2 – Oklahoma City Thunder – Not so young, but beautiful

Shai Gilgeous-Alexander

Anche per gli Oklahoma City Thunder questo 2019/20 si preannunciava come l’inizio della ricostruzione. Non poteva essere altrimenti, dopo gli addii di Paul George e Russell Westbrook. Mentre si avvicina la boa di metà stagione, però, la squadra di Billy Donovan ha quasi un piede ai playoff; attualmente occupa il settimo posto nella Western Conference, con quattro vittorie e mezza di vantaggio sull’ottava (San Antonio). OKC è in uno straordinario momento di forma: ha vinto 11 delle ultime 13 partite, battendo anche Clippers, Mavericks, Raptors e i Rockets di Westbrook. A trascinarla, c’è un altra giovane star uscita, come Doncic e Young, dal sorprendente draft 2018: Shai Gilgeous-Alexander.

Dopo un’ottima stagione da rookie con i Los Angeles Clippers, in cui si è guadagnato quasi subito il posto da point guard titolare, il canadese è stato il pezzo più pregiato del pacchetto spedito a Oklahoma City nell’affare-George. In lui, il general manager Sam Presti vedeva un potenziale pilastro dei Thunder del domani, e i primi mesi di questo 2019/20 sembrano dargli ragione. Spostato formalmente nel ruolo di guardia tiratrice (per quanto possa valere oggi il concetto di ‘ruolo’) e schierato spesso in campo con altri due playmaker (Chris Paul e Dennis Schroder), Shai guida la squadra per punti (19.8 di media, contro i 10.8 della passata stagione) e minuti giocati (35.3), e unisce la freschezza atletica di un ventenne all’innata maturità cestistica, dote piuttosto rara per un ragazzo della sua età. Come Doncic e Young, anche SGA sembra destinato all’All-Star Game, probabilmente in un futuro meno immediato rispetto agli altri due. A differenza di Mavericks e Hawks, però, i Thunder non sono una squadra giovane. O meglio, non ancora.

Per capire che giocatore può diventare Gilgeous-Alexander, bisognerà prima capire chi avrà attorno. Oggi, quello di Oklahoma City è il tipico roster di una franchigia alle prese con una svolta generazionale; qualche talento dalle buone prospettive, qualche onesto mestierante e qualche veterano. La prima categoria è piuttosto ‘elitaria’: forse solo Hamidou Diallo e Darius Bazley, oltre a Shai, hanno significativi margini di crescita. Gli altri, da Nerlens Noel a Terrance Ferguson, sembrano destinati a rimanere eterni incompiuti. Tant’è che, a determinare l’ottima partenza di OKC, è stato soprattutto il contributo dei più esperti. Chris Paul, leader indiscusso della squadra, sta mostrando con orgoglio che, a quasi 35 anni, la sua carriera è tutt’altro che al tramonto; per ‘coltivare’ il giovane Shai non ci potrebbe essere maestro migliore. Danilo Gallinari e Steven Adams stanno confermando la loro affidabilità in fase realizzativa (il primo) e sotto i tabelloni (il neozelandese), mentre Dennis Schroder sta avanzando una forte candidatura al Sixth Man Of The year Award: i suoi 18.4 punti di media lo rendono terzo fra le riserve, dietro ai ‘soliti sospetti’ Lou Williams e Montrezl Harrell.

Sebbene non abbiano alcuna intenzione di abbandonare la lotta per i playoff, questi Thunder sono destinati a cambiare radicalmente aspetto, nei prossimi mesi. Danilo Gallinari è colui che, molto probabilmente, lascerà Oklahoma City per primo, visto il contratto in scadenza (che molto difficilmente rinnoverà in estate) e le tante squadre di vertice potenzialmente interessate. Adams e Schroder saranno a libro paga fino al 2021, anno in cui Chris Paul potrà esercitare (ed eserciterà con certezza) una colossale player option da 44.2 milioni di dollari. Come il Gallo, anche questi tre farebbero comodo a più di una contender. Dalle contropartite per le loro (non semplici) cessioni e dall’utilizzo delle innumerevoli scelte a disposizione per i prossimi draft dipenderà il futuro della franchigia. Un futuro che, con Shai al volante, appare piuttosto roseo.

3 – Cleveland Cavaliers – Not so young and not so beautiful

Da sinistra: Collin Sexton, Darius Garland e Kevin Porter Jr.

Come Hawks e Thunder, anche i Cleveland Cavaliers sono in pieno rebuilding, ma in questo caso i lavori procedono molto più a rilento. Anche per i Cavs, le migliori notizie arrivano dal draft 2018. A differenza di SGA e (soprattutto) di Trae Young, però, Collin Sexton non sembra avere le stimmate dell’uomo-franchigia. Quello si dovrà cercare nei prossimi draft; vista la situazione attuale (terzultimo posto a Est, con 11 vittorie e 27 sconfitte), le scelte in lotteria non dovrebbero mancare. Sexton si sta dimostrando un discreto realizzatore (18.5 punti di media, leader di squadra) e un potenziale componente del quintetto del futuro, al pari dei rookie Darius Garland e Kevin Porter Jr., ma di potenziali stelle, al momento, non c’è nemmeno l’ombra. Su Cedi Osman c’erano grandi aspettative, ma il turco non è mai sbocciato, nemmeno dopo l’estensione contrattuale (31 milioni di dollari in 4 anni) firmata la scorsa estate. Porter, finora utilizzato come sesto uomo, potrebbe presto o tardi rubargli il posto da titolare. A proposito di eterni incompiuti, la prima (e unica, finora) operazione di questa finestra di mercato invernale ha portato a Cleveland Dante Exum, arrivato dagli Utah Jazz (insieme a due seconde scelte future) in cambio di Jordan Clarkson. L’australiano ha avuto un buon impatto in Ohio, regalandosi anche un inatteso career-high da 28 punti contro Minnesota, ma non è certo l’innesto che darà la svolta alla franchigia.

Difficile aspettarsi grandi contropartite anche dall’imminente ‘svecchiamento’ del roster. Tra gli ultimi reduci del titolo 2016, Tristan Thompson è certamente il più appetibile; a 29 anni ancora da compiere e con un contratto da 18.5 milioni in scadenza, sta facendo registrare le migliori cifre in carriera (12.9 punti e 10.5 rimbalzi). Sebbene le pretendenti non manchino, con ogni probabilità i Cavs otterranno dalla sua cessione solamente giocatori di contorno, o al massimo una prima scelta futura. Il valore di mercato di Kevin Love, già traballante per via del sontuoso salario (percepirà quasi 92 milioni di dollari fino al 2023), rischia di abbassarsi ulteriormente dopo l’esplicito ‘ammutinamento‘ nei confronti di coach John Beilein, messo in scena nel corso della sfida con i Toronto Raptors. Nonostante le scuse del giocatore, è palese come Love sia fuori contesto, in una squadra che pensa da tempo al domani. Cleveland è praticamente ‘costretta’ a cederlo, ma sembra destinata a perderlo in cambio di semplici ‘contrattoni’ da scaricare. Un altro motivo per cui la risalita si prospetta ancora lunga…

Stefano Belli

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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