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La storia dei loghi NBA: Chicago Bulls, la corsa dei Tori

di Giacomo Greco

Con la storia dei Chicago Bulls continua il viaggio che ci porta a scoprire l’origine dei nomi e dei loghi delle franchigie NBA: la quinta squadra, in ordine alfabetico, sono i Bulls, i Tori di Chicago.

Chicago, nell’Illinois, è la terza città degli USA per popolazione, preceduta solo da New York e Los Angeles. Importante centro finanziario, il suo aeroporto, l’O’Hare International Airport, è il secondo più grande al mondo per traffico aereo.

E’ soprannominata “Windy City”, ma il motivo non è ben chiaro: l’ipotesi più probabile porta ad un riferimento alle folate di vento gelido in arrivo dal Lago Michigan. Potrebbe essere anche un riferimento alla vanagloria dei suoi rappresentanti politici del 1800, pieni di sé nel dimostrare che Chicago fosse la città più importante del Midwest.

La cosa sicura è che la Windy City dal 1966 ospita i Bulls, i grandi protagonisti degli anni ’90.

Ma perché si chiamano proprio “Bulls”? E come è nato il logo? Scopriamolo assieme…

Le origini della NBA a Chicago: Stags, Packers e Zephyrs

Chicago ospita, dal 1946 al 1950, gli Stags che per le prime tre stagioni militano nella BAA (Basketball Association of America); nel 1949 la BAA si fonde con la NBL (National Basketball League) dando vita alla NBA.

Gli Stags fanno parte della NBA solo per la stagione 1949/50, dopodiché vengono sciolti per fallimento.

Il loro logo è un pallone da basket su sfondo blu, con le scritte CHICAGO in blu e STAGS  in rosso, sormontato dalla fiera testa di un cervo dalle tonalità biancorosse; purtroppo non vi sono notizie certe relative alla scelta di questo simbolo.

La NBA ritorna a Chicago nel 1961 con i Packers, poi Zephyrs, in seguito ricollocati a Baltimore, fino poi a diventare gli odierni Washington Wizards.

Chicago Bulls, arrivano i tori in città

Esattamente il 16 gennaio del 1966 viene fondata la franchigia dei Chicago Bulls, i Tori di Chicago.

Perché è stato scelto questo animale come simbolo della franchigia?

Il nickname fa riferimento alla storia della città e più precisamente all’enorme mattatoio qui presente, inaugurato nel 1865; in breve diventato una delle più grandi strutture produttive al mondo, con più di 30mila impiegati su un’area di 2,5 chilometri quadrati.

Lo slogan della struttura? “Only the scream of an animal can be wasted“.

Si calcola che in questo enorme mattatoio si vendevano 19 milioni di capi di bestiame all’anno, e qui per la prima volta viene usato il nastro trasportatore ideato da Henry Ford.

I proprietari della squadra erano indecisi sul nickname da assegnare: le ipotesi? Matadors, Toreador, Beers e Blackhawks, un classico delle squadre dell’Illinois.

Dick Klein, uno dei proprietari della squadra, vuole un nome più corto, in quanto secondo lui nessuna squadra con tre sillabe nel nickname aveva mai avuto successo, tranne i Montreal Canadiens.

Invece, secondo altre fonti, sarebbe intervenuto il figlio piccolo di Klein dicendo il suo parere sui nomi proposti:

“This is a bunch of bullshit!

Quale che sia la verità, si tagliò corto, in tutti i sensi, scegliendo semplicemente “Bulls”, i Tori.

I Bulls e la nascita di un logo iconico

Il logo, ideato dal graphic designer Dean P. Wessel, è una diretta conseguenza del nickname.

Klein rifiutò una dozzina di loghi, ne voleva uno feroce ma al tempo stesso facile da ricordare; unica condizione imposta, l’utilizzo del rosso e del nero, i colori della squadra della scuola da lui frequentata.

E Wessel crea un logo iconico, forse il più famoso e riconoscibile al mondo. La testa di un toro rosso, con lo sguardo truce e la fronte corrucciata, sormontata da una grande scritta nera CHICAGO BULLS.

La macabra passione di Klein per i mattatoi lo porta, una volta ricevuta la bozza da Wessel, a rispedirlo indietro con chiare indicazioni:

Voglio sangue sulle corna. Sangue!

E Wessel ubbidisce: aggiunge delle goccioline di sangue sulle corna del toro, fornendo ancora più colore e carattere al logo.

I Tori di Chicago, i Bulls, sono il primo, e ad oggi unico, expansion team ad essere arrivato ai playoffs nella prima stagione, forte di un roster con uomini di punta Jerry Sloan, “The Original Bull”, e Guy Rodgers.

Nei primi dieci anni di vita, i Bulls mancano i playoffs solo due volte, arrivando alle Conference Finals nel 1974 (sconfitti dai Milwaukee Bucks per 4-0) e nel 1975 (sconfitti 4-3 dai Golden State Warriors, poi campioni).

I Chicago Bulls diventano la squadra di Michael Jordan

Ovviamente il periodo migliore dei Bulls è quello con a roster  Michael Jordan, dal 1984 in poi.

Arrivano i sei anelli del 1991, 1992, 1993, 1996, 1997, 1998 e la squadra è sempre presente nella post-season in ogni stagione con “His Airness” in squadra.

I Bulls sono l’unica franchigia NBA a non aver mai cambiato ne il nickname ne il logo in tutta la loro storia, un vero e proprio unicum.

Il motivo? Parola a Jack Silverstein, storico dello sport di Chicago: “Una volta raggiunti gli anni della dinastia, il logo è diventato un sinonimo della franchigia, un sinonimo di MJ, il sinonimo di un marchio vincente. Cambiarlo sarebbe stato sciocco, sia economicamente che culturalmente“.

E anche a Ced Funches, direttore creativo, consulente NBA e ex direttore artistico dei Minnesota Timberwolves: “Il segno che Michael Jordan aveva in quella squadra, in quella cultura, in quella città, ha davvero cambiato la direzione dello sport. Un rebrand della franchigia avrebbe significato riscrivere la leggenda“.

Da notare inoltre che prendendo in considerazione un periodo più largo, i primi 50 anni di vita, i Bulls hanno fallito l’accesso alla post-season solo 16 volte. E di queste 16, ben 6 sono arrivate consecutive nel periodo successivo al secondo ritiro di Michael Jordan, dopo il 1998.

Periodo in cui, secondo i più maliziosi, persino lo sguardo del toro è diventato meno truce.

Sarà vero?

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