Lungo la storia della pallacanestro tanti grandi interpreti del Gioco hanno consegnato ai posteri un movimento che li contraddistinguesse dagli altri, un marchio di fabbrica che da lì in poi sarebbe stato associato per sempre al loro nome. Dal Bodiroga move al finger roll di George Gervin, passando per i no-look di Magic e il Dream shake di Hakeem Olajuwon. Tra tutti però, forse quello che ha influito maggiormente nella cultura popolare della pallacenstro è lo Skyhook che ha segnato la luminosa carriera di Lewis Alcindor, meglio noto come Kareem Abdul-Jabbar. Il suo immarcabile gancio cielo, stilisticamente perfetto ed eseguito con la precisione di una macchina, ha a suo modo reinterpretato il ruolo stesso del centro, in un’epoca in cui i settepiedi si sfidavano sul piano fisico e lasciavano alle guardie il compito di finalizzare. Abdul-Jabbar lungo la sua ventennale militanza tra i pro è riuscito a invertire totalmente la tendenza, mai si era visto un uomo di 218 centimetri trattare la palla in quella maniera, fornire assist ai compagni con quella lucidità ed eseguire giocate di assoluta purezza tecnica. Non è un caso che ancora oggi il suo nome si trovi in cima alla classifica dei più grandi marcatori della storia NBA (38387 punti realizzati ndr), arricchito da sei anelli e altrettanti titoli di MVP conquistati con le maglie dei Milwaukee Bucks e dei Los Angeles Lakers.
Difficile stabilire quale fu la sua annata migliore tra le tante disputate, stando ai numeri però il riferimento d’obbligo va alla stagione 1971/72, che vide Kareem abusare del suo strapotere tecnico e fisico per chiudere la regular season con 34,8 punti, 16,6 rimbalzi e 4,6 assist a partita. L’anno prima nel 1971, Abdul-Jabbar aveva, in coppia con Oscar Robertson, consegnato alla città di Milwaukee il suo primo e finora unico titolo NBA, ed era logico che tutti da quelle parti si aspettassero una nuova impresa da parte dei Bucks nella stagione seguente. I Cervi , che all’epoca giocavano nella Western Conference, non delusero le attese, e trascinati dallo stato di grazia del loro centro conclusero la stagione regolare con un record di 69-13, ottenuto al pari dei Lakers, quelli per intenderci delle 33 vittorie consecutive. Fu proprio contro i gialloviola di Jerry West e Wilt Chamberlain che si infransero le speranze di back to back di Abdul-Jabbar e compagni, che dopo aver eliminato in semifinale di Conference i Golden State Warriors persero per 4-2 contro i futuri campioni di Los Angeles (vincitori in finale contro i Knicks ndr). Nonostante la mancata conquista del secondo anello, quella del 71/72 rimane una delle memorabilia di Abdul-Jabbar, una pietra miliare incastonata all’interno di una carriera leggendaria, un uomo in missione che giocava con gli occhiali protettivi, indossava il numero 33 e si ritirò quando di anni ne aveva 42, congedandosi dai campi da basket dopo aver marchiato indelebilmente la walk of fame dei grandi interpreti del Gioco.

