I Blazers spediscono Evan Turner agli Atlanta Hawks in cambio di Kent Bazemore

evan turner

I Portland Trail Blazers spediscono l’ala Evan Turner agli Atlanta Hawks in cambio di Kent Bazemore, come riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN.

Turner, 30 anni, lascia i Blazers dopo 3 stagioni. A Portland, l’ex giocatore di Philadelphia 76ers, Boston Celtics e Indiana Pacers ha viaggiato a 10 punti, 5 rimbalzi e 5 assist di media a partita in 163 partite con la maglia dei Trail Blazers, ritagliandosi nel tempo un prezioso ruolo di sesto uomo agli ordini di coach Terry Stotts.

Kent Bazemore, 29 anni ed agli Hawks dal 2014-15, ha disputato 355 partite in Georgia (10.4 punti e 3.8 rimbalzi a gara), e sarà free agent a fine stagione 2019\20, alla pari di Evan Turner.

Blazers, Evan Turner out: Bazemore per rimpiazzare Hood?

Lo scambio servirà ai Portland Blazers per sostituire nelle rotazioni il free agent Rodney Hood, arrivato a Portland via Cleveland Cavs a febbraio 2019 ed autore di una post-season di alto livello nella cavalcata di Damian Lillard e compagni sino alla finale della Western Conference.

Hood è infatti considerato fuori dalla portata dei Portland Trail Blazers, che come da regolamento per le squadre al di sopra del salary cap potranno offrire all’ex giocatore degli Utah Jazz la sola mid-level exception da 5.3 milioni di dollari.

Damian Lillard su Nassir Little, “È una Steal of the Draft”

Una delle sorprese in negativo dell’ultimo Draft è senza dubbio Nassir Little, scelto con la pick 25 dai Portland Trail Blazers, e considerato ‘steal of the draft’ dal suo futuro compagno Damian Lillard.

“È ovviamente una steal. È una steal per noi. Il suo pull-up da sinistra è pazzesco”, ha detto Damian Lillard su Nassir Little, nel corso di una diretta su Instagram.

Il prodotto di North Carolina Tar Heels era considerato da molti uno dei migliori prospetti disponibili, e l’inaspettata possibilità di selezionarlo con la venticinquesima scelta ha sorriso a Portland.

Il diciannovenne ha realizzato 9.8 punti e 4.6 rimbalzi in 18.2 minuti di media nelle 36 partite disputate nel corso della stagione. Cifre ben lontane dalle prime scelte, ma comunque di grande spessore.

Anche Roy Williams, ex allenatore di Little, considera il nativo della Florida una ‘Steal of the draft’, sottolineando la possibilità che possa avere una grande carriera.

“Stavo morendo per Nassir”, ha detto Williams ai microfoni di Pat James del Daily Tar Heel. “È una situazione difficile trovarsi nella green room con tanti altri giocatori, forse troppi. Ma non puoi mai sapere cosa stanno pensando le squadre. So una cosa, è la vera Steal of the draft”.

 

Il 12 giugno a Portland, Oregon, è il “Trail Blazers day”, il sindaco: “Ridato vita alla città”

portland trail blazers

Portland, Oregon, il 12 giugno diventa ufficialmente il “Portland Trail Blazers Day“.

Su iniziativa del sindaco della città – il Democratico Ted Wheeler – il consiglio comunale di Portland ha istituito la ricorrenza, come riconoscimento per gli amati Blazers, reduci da una stagione di successo e coronata dalla prima finale di conference della squadra dal lontano 2000.

Alla presenza di coach Terry Stotts, fresco di rinnovo con i Blazers, e del presidente della squadra Neil Olshey, il sindaco Wheeler ha voluto ringraziare pubblicamente Damian Lillard e compagni:

Voglio ringraziarli per aver ridato linfa ed energia alla città” Così il sindaco “Lo dico davvero col cuore, i Blazers hanno dato tutto quello che avevano in campo fino all’ultimo secondo, e la città lo ha capito, i ragazzi sono stati una fonte d’ispirazione“.

In questa giornata onoriamo i Portland Trail Blazers (…) mi congratulo con i giocatori e lo staff per una stagione incredibile. Siamo davvero orgogliosi di avere una squadra come questa, e questa giornata servirà da riconoscimento non solo per i successi ottenuti sul campo, ma per i grandi sforzi profusi con e nella comunità anno dopo anno

Portland Trail Blazers, una stagione da ricordare

I Trail Blazers sono l’unica squadra professionistica dei maggiori 4 sport USA con sede a Portland. I Portland Timbers (Major League Soccer) e le Portland Thornes (National Womes’s Soccer League) le altre due squadre. Blazers (1977) e Timbers (2015) le uniche squadre ad aver vinto un titolo nei rispettivi campionati.

Guidati in campo da Damian Lillard, C.J. McCollum e Jusuf Nurkic, i Trail Blazers hanno chiuso la regular season 208\19 al terzo posto nella Western Conference (53-29), sopravvivendo nel finale di stagione al terribile infortunio del giovane e promettente lungo bosniaco, e reagendo alla scomparsa ad inizio anno dello storico proprietario Paul Allen. I Blazers hanno dunque superato brillantemente gli Oklahoma City Thunder al primo turno di playoffs, riuscendo poi nell’impresa di vincere una difficile gara 7 in trasferta contro i Denver Nuggets nel turno successivo, prima del “cappotto” subito in finale di conference dai campioni in carica Golden State Warriors.

La scomparsa di Allen ha gettato nei mesi scorsi qualche ombra sul futuro della squadra. La franchigia rimane di proprietà del gruppo del co-fondatore di Microsoft, e della sorella di Allen Jody.

Dopo una stagione positiva, sono arrivati i rinnovi contrattuali per coach Stotts e per il presidente Neil Olshey, ed in estate i Blazers provvederanno a blindare con un contratto al massimo salariale la star Damian Lillard, alla sua terza nomina in uno dei primi due quintetti All-NBA in carriera.

Portland Trail Blazers, estensione contrattuale per il presidente Neil Olshey

Secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, i Portland Trail Blazers avrebbero trovato l’accordo per l’estensione contrattuale fino al 2024 di Neil Olshey, President of Basketball Operations della franchigia dell’Oregon.

I Blazers ottengono ormai da anni piazzamenti di assoluto livello nella Western Conference, e hanno raggiunto l’apice nella stagione attualmente, in cui sono riusciti ad approdare alle finali ad Ovest, dove sono stati sconfitti per mano dei Golden State Warriors.

I grandi risultati ottenuti hanno spinto la proprietà di Portland a confermare il team attuale, sia dentro che fuori dal campo. Al rinnovo di Neil Olshey va infatti aggiunto quello di coach Stotts e soprattutto di Damian Lillard, star assoluta della franchigia.

Lillard sarà eleggibile in estate per un estensione contrattuale supermax, dopo essere stato nominato per il secondo quintetto All-NBA. Va ricordato che sia lui che CJ McCollum erano stati scelti al draft proprio sotto la gestione di Olshey,

Warriors-Trail Blazers, le pagelle della serie: Curry domina. Lillard delude

Warriors-Trail Blazers.

Nonostante ci abbiano provato con tutte le forze, i Portland Trail Blazers non sono riusciti a prolungare la serie contro i Golden State Warriors oltre gara 4. La franchigia della Baia (nonostante le assenze di KD, DeMarcus Cousins e di Andre Iguodala nell’ultimo match) esce dalla serie senza neanche una sconfitta e con un Stephen Curry pienamente ritrovato. Ora, ai ragazzi di Steve Kerr,  tocca aspettare almeno altre due gare prima di sapere il nome dell’avversaria che si ritroveranno ad affrontare alle Finals. Nel frattempo diamo i voti ai protagonisti della Finale della Western Conference, Warriors-Trail Blazers.

 

WARRIORS-TRAIL BLAZERS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Stephen Curry, voto 9: nelle due serie contro i Clippers e i Rockets non si è visto il solito Steph, molto sotto tono. In tanti dicevano che questi erano addirittura i peggiori playoff della sua carriera. Però, dall‘infortunio di Durant, il playmaker nativo dell’Ohio si è ripreso in mano l’attacco dei Warriors ed è tornato a realizzare prestazione con 9/10 triple realizzate. Per il numero 30 della franchigia di Oakland 36.5 punti, 7.5 rimbalzi e 7.2 assist di media nei 4 match, tirando con il 42.7% da oltre l’arco. Il messaggio del figlio di Dell è chiaro: “Kevin ai Blazers ci penso io, tu pensa a recuperare per le Finals“. MVP della sfida.

Klay Thompson, voto 7.5: la sua fase difensiva, soprattutto su CJ McCollum, è qualcosa da far studiare nelle scuola di basket. A dimostrazione di ciò ci sono le 2 palle recuperate di media a partita e il calo delle percentuali al tiro degli avversari (soprattutto da oltre la linea dei 3 punti). In attacco molto bene nelle prime due gare, mentre scendono di qualità le prestazioni nelle ultime due a livello offensivo. Però il rendimento complessivo degli Splash Brothers è di assoluto livello. Klay è il classico giocatore che, anche se non in giornata, vuoi sempre dalla tua parte e mai in quella opposta. Difesa e solidità.

Andre Iguodala, voto 7: sl basket non è solo attacco e l’importanza dell’Iggy per i Warriors è lampante. Il numero 9 della franchigia della Baia è il vero collante di questa squadra, l’uomo giusto per combinare i tanti talenti che ci sono nel roster dei Warriors. Anche in questa serie, contro il team dell’Oregon la sua presenza sotto canestro, la sua qualità nel gioco sporco e la sua esperienza nei playoff; hanno dato quel qualcosa in più alla franchigia di Steve Kerr. Ha saltato gara 4 per precauzione, dopo un problema accusato nella sfida precedente. Il veterano che tutti vorrebbero.

Draymond Green, voto 8.5: se volessimo esser superficiali basterebbe vedere le sue stats per dare il giudizio giusto (16.5 punti, 16.5 rimbalzi, 8.7 assist, 2.2 palle recuperate e 2.7 stoppate). Ma se si analizza la partita sotto tutti i punti di vista è stato semplicemente perfetto. L’orso ballerino, in questi playoff, ci sta facendo vedere una fase difensiva incredibile, un dominio assoluto sotto il suo canestro e giocate di un’intelligenza impressionante. Green è il cuore pulsante di questi Golden State Warriors. Coach, compagni e front office lo sanno bene. Green è la più chiara dimostrazione che per essere una stella non serve per forza metterne 30 a notte. Agonismo allo stato puro.

Kevon Looney, voto 6.5: il nativo del Wisconsin ha iniziato tutti e 4 i match seduto in panchina, ma il suo apporto è stato essenziale per il passaggio del turno, soprattutto in gara 2 e 4. La sua capacità di saper difendere sia sui lunghi che sui piccoli lo rende uno dei giocatori fondamentali quando c’è da difendere il vantaggio. Non a caso spesso presente nei finali di partita contro i Blazers. Dalla panchina con furore.

Jordan Bell, voto 6: a sorpresa l’uomo in più importante in uscita dalla panchina si rivela esser Jordan Bell. Il nativo di Los Angeles, dopo una buona gara 2 chiusa con 11 punti, 3 rimbalzi e 2 stoppate in 14 minuti, si prende anche il ruolo di centro titolare nelle due partite disputate nell’Oregon. Il ragazzo ha mostrato esplosività e voglia di giocare, per coach Steve Kerr la speranza è che sia l’inizio della sua crescita e non un serie isolata. Il giocatore che non ti aspetti.

Panchina, voto 6: molto meglio di quanto fatto vedere (o meglio non fatto vedere) contro i Rockets, dove la panchina era stato il tallone d’Achille dei Warriors. Kerr si ricorda di avere Jonas Jerebko a disposizione e il giocatore lo premia con solide prestazioni. Shaun Livingston fa vedere sprazzi del giocatore che era, ma il tempo sta scorrendo inesorabile per lui. Mentre rispondono presenti Quin Cook e Alfonzo McKinnie, con il primo più costante, mentre secondo si esalta soprattutto in gara 4. Menzione d’onoro per Andrew Bougut, arrivato a stagione in corso dall’Australia, solo per menare, far legna, spendere falli nei momenti giusti e (se è possibile) prendere qualche rimbalzo. Missione compiuta. Finlmente ci si rivede.

LE PAGELLE DI LILLARD & CO.

Damian Lillard, voto 5: Lillard, all’inizio dei playoff, si portava dietro la nomea di giocatore che spariva in postseason. Nelle prime due serie (soprattutto la prima) ha zittito gli scettici, ma contro i Warriors ha sofferto troppo il maggior tasso tecnico dei campioni in carica. Contro Curry e compagni, Damian, ha diminuito nettamente le prestazioni, punteggi e percentuali al tiro. In gara 2 e in gara 4 è riuscito ad esprimersi meglio rispetto alle altre due partite, e non a caso i Blazers hanno perso queste due gare rispettivamente di 3 e 2 punti. Non incisivo nel momento più importante.

CJ McCollum, voto 5.5: anche per lui vale lo stesso discorso che vale per il compagno di reparto, sono i due leader e l’esser usciti senza neanche aver realizzato neanche una vittoria pesa sul voto. CJ ha dannatamente sofferto l’asfissiante fase difensiva di Klay, che solo in gara 4 gli ha concesso un minimo di respiro (non a caso è la partita in cui ha le migliori percentuali al tiro). Però, nonostante tutto, da lui era lecito aspettarsi di più perché ha dimostrato di poter essere competitivo anche in mezzo ai grandi. Bene, ma non benissimo.

Maurice Harkless, voto 5.5: nei primi tre match è stato molto utilizzato (soprattutto in gara 1 con 30 minuti in campo) rasentando la sufficienza, ma nella seconda partita in casa si è spento troppo presto e coach Terry Stotts se ne è accorto subito, lasciandolo in panchina più del normale (nonostante i 2 supplementari). Mi è stato tra i più costanti al tiro dei suoi, ha lottato molto con avversari scomodi come Iguodala, Green, Looney… riuscendo a realizzare 5 stoppate complessive e 4 palle recuperate. Al di la dei numeri meglio del compagno e amico Amuinu, ma poteva fare di meglio. Almeno ci ha provato.

Al-Farouq Aminu, voto 4.5: l’ala non è riuscita a confermare i discreti playoff disputati fino ad ora. Aminu non è mai riuscito ad entrare nella serie vedendo diminuire i suoi minuti in campo nell’arco della serie. Poco da dire poco da commentare, ha inciso molto meno dei panchinari. Condivide con Kanter la palma del peggiore della serie. Rimandato.

Enes Kanter, voto 4: il turco, ad differenza dell’ex Clippers, ha l’aggravante di non aver avuto un centro di ruolo (e/o del suo spessore) contro. I Warriors, infatti, hanno alternato come 5 Bogut, Bell, addirittura Jones ha avuto minuti, ma nemmeno contro di loro Enes è riuscito ha fare la differenza. Kanter era riuscito a sopperire meglio del previsto all’assenza di pilastro dei Blazers come Jusuf Nurkic, nonostante avesse dovuto affrontare centri impostato e più forti come Adams e Jokic. Ma contro i Warriors non ha mai trovato la quadra, risultando dannoso in entrambe le fasi. Anche sotto canestro poco presente, solo 28 rimbalzi recuperati, di cui ben 16 in gara 1. Forse ha risentito del problema accusato nella serie contro i Nuggets, ma non basta come giustificazione. Dominato.

Roodney Hood, voto 4.5: lui che era stato l’eroe della partita contro i Nuggets finita al quarto overtime, contro i Warriors fa il passo falso proprio nell’unica partita andata oltre i 48 minuti. Nelle prime due partite aveva fatto il suo, niente di più, niente di meno. In gara 3 e 4 è uscito male dalla panchina ed è diventato nullo. Nell’ultimo match, l’ex Jazz, ha realizzato un pesantissimo 1 su 6 da 3 punti e 3 su 11 dal campo. In netto calo.

Panchina, voto 5.5: forse la parte più positiva della serie per i Blazers. Male in gara 1 (solo Hood ha portato qualcosa), però nelle tre gare successive c’è sempre stato un altro giocatore in uscita dalla panca ha portare punti e presenza alla causa della franchigia dell’Oregon. Nella seconda notte all’Oracle Arena è stato il fratellino di Steph, Seth Curry, a mettersi in luce con 16 punti e 4 palle rubate, tirando 4/7 da oltre il perimetro. In gara 3 è toccato a Evan Turner provare a dare una mano ai due capitani con 12 punti in 17 minuti. Per finire, nell’ultima e decisiva sfida, è toccato al Leonard Show (il quale aveva aveva già messe 16 nella precedente). Meyers ha messo ben 30 punti, 12 rimbalzi, 3 assist e 1 stoppata in 40 minuti, tirando con il 63% da oltre l’arco e 75% dal campo. Leonard (per me anche da 6 in pagella) forse è stato messo in campo troppo tardi da coach Terry Stotts. Inefficaci.

 

Warriors-Blazers, Steph Curry di nuovo letale dopo le secche di Houston

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Al netto del diverso peso, dell’abisso di esperienza e chilometraggio a certi livelli che separava alla vigilia della prima palla a due della serie i Golden State Warriors ed i Portland Trail Blazers, le finali della Western Conference 2019 hanno dimostrato quanto poco una squadra “canonica” come i Blazers di Terry Stotts possa contro una squadra di atipici, campioni ma atipici come Steph Curry e compagni.

Dopo le prime due partite della serie avevamo brevemente analizzato quanto fosse ampio il divario di esperienza tra le due squadre: i Golden State Warriors non hanno mai vacillato contro dei Trail Blazers sempre al massimo della concentrazione, quella tensione che pretende quantità inusitate di energia e 48 minuti giocati su di un filo sottilissimo.

Ad ogni fisiologico calo d’intensità di Portland è corrisposta in questa serie la spallata decisiva – una per partita – dei bi-campioni NBA in carica. La fiducia dei tre All-Star “superstiti”, e la consapevolezza di poter disporre a piacimento di avversari inferiori hanno fatto il resto.

Come riportato da ESPN, i Blazers sono diventati l’unica squadra nella storia dei playoffs NBA a perdere tre partite nella stessa serie dopo aver condotto per almeno 15 punti in ciascuna di queste. In gara 4, gli Warriors hanno rimontato uno svantaggio di 17 punti e vinto ai tempi supplementari.

La difesa dei Portland Trail Blazers è stata smontata pezzo per pezzo dall’impossibilità di marcare i giochi a due che coinvolgessero Curry e Draymond Green. La poca abitudine dei Blazers ai cambi difensivi (Terry Stotts non ha mai amato tale tipo di approccio difensivo) ha sortito effetti nefasti (ergo, un mare di tiri da tre punti non contestati):

Com’è possibile, dopo 3 partite, subire un canestro del genere? Lillard e Aminu non si capiscono, entrambi inseguono il taglio forte di McKinnie e lasciano libero… Steph Curry!

Al termine di una sfida tra pesi massimi, quella contro gli acerrimi rivali Houston Rockets, Steve Kerr aveva parlato dei suoi prossimi avversari e del duo di Portland Damian Lillard-C.J. McCollum: “Due giocatori che preferirei guardare, piuttosto che doverli marcare“. Rispetto per una squadra tosta come i Blazers, ma consapevolezza di affrontare una sfida molto meno complicata di quella appena vinta.

WARRIORS-BLAZERS: UN CURRY RIPOSATO È UN CURRY PRODUTTIVO

Steph Curry ha chiuso la sua serie di finale di conference a 36.5 punti di media, con il 47.1% al tiro ed il 42.5% al tiro da tre punti… su 15.3 tentativi a partita. Oltre metà dei suoi punti sono arrivati da dietro l’arco (19.5 a partita), un miglioramento di 10 punti netti rispetto ai 9.3 della serie precedente, quella contro i Rockets (su 11.3 i tentativi a partita).

L’assenza di Kevin Durant spiega naturalmente la mole di possessi e tiri a disposizione (+5), su due serie giocate a ritmi pressoché identici (99.4 contro 98.07 di pace) per Steph. L’attacco degli Warriors è passato quasi esclusivamente dalle mani di Curry e di un fantastico Draymond Green, (7.3 assist a partita in quattro gare per il figlio di Dell Curry).

Uno Stephen Curry leggero come una piuma ha viaggiato inoltre a 8.3 rimbalzi a partita. L’assenza forzata di Kevin Durant ha per un attimo riconsegnato al mondo dei canestri il Curry due volte MVP, quello che “fa le finte a 8 metri dal canestro e la gente salta”, come spiegò con estrema chiarezza un Flavio Tranquillo di qualche anno fa.

Relocation: Lillard si rilassa a metà del taglio di Curry, che prosegue mentre Jacob Evans (!) serve Green. Ricezione, piedi a posto, finta su un Damian Lillard passivo e 3 punti

Quello dei tagli “random”, della relocation che nessuno a parte lui pare in grado di mettere in pratica tra i pariruolo, nonostante l’apparente semplicità (seriamente, fate caso a quanto le altre grandi point guard NBA, Lillard, Kyrie Irving, John Wall, Kemba Walker, Kyle Lowry, tendano a restare immobili o quasi, braccia lungo i fianchi, dopo essersi disfati del pallone).

Niente Kevin Durant significa dunque per Curry praterie a disposizione dove correre libero. La presenza di un playmaker aggiunto come Green e di una minaccia totale come Klay Thompson in campo facilitano le cose, l’impossibilità di inseguirlo sul pick and roll centrale, pena un facile assist per Green, maestro delle letture veloci, dei pocket pass e dei passaggi back-door ha aperto per Steph tiri fin troppo semplici per uno come lui.

Curry guida la transizione, cede a Draymond “Arvydas Sabonis” Green, McCollum e Meyers Leonard si precipitano terrorizzati contro Steph, Kevon Looney appoggia 2 punti facili

La libertà di movimento è tutto. Ma la freschezza? Che fine ha fatto lo Steph Curry “mattonaro” della serie di semifinale contro gli Houston Rockets? Le condizioni fisiche sono le stesse, il dito lussato è sempre lì e rimarrà lussato fino all’ultimo secondo delle finali NBA. Le caviglie di Curry sono sempre in fiamme, anche se non sembra.

I canonici (ergo, prevedibili) Portland Trail Blazers di cui sopra, sia per motivi tattici che per giocatori a disposizione, non hanno potuto nemmeno tentare di mettere in scena un’imitazione del trattamento difensivo che gli Houston Rockets hanno riservato nelle ultime due stagioni a Steph Curry.

Contro i Rockets, Stephen Curry è sempre stato costretto a marcare uno tra James Harden (in emergenza), Chris Paul (di norma), o Eric Gordon. Tre bulldozer, ed un attacco disposto a perdere secondi preziosi pur di forzare un isolamento (e che isolamento) sistematico con l’uomo di Curry.

Un lavoro difensivo immane per Steph, tosto fisicamente ma leggero. Contro i Blazers, un Curry abituato ad un trattamento simile non ha potuto che trarre giovamento da un attacco – quello di coach Stotts – incentrato sull’esecuzione a metà campo, sui pick and roll di Lillard (molto meno efficaci senza il roller di fiducia Jusuf Nurkic) e su principi di motion offense – e  molto meno perfido nello sfruttare i vantaggi ed i mismatch, al contrario dei Rockets.

Dopo gara 1, Steve Kerr ha definitivamente dirottato Curry sull’esterno meno pericoloso appena possibile (il fratello Seth, Evan Turner), togliendolo dalla marcatura di Lillard e “nascondendolo” su Moe Harkless. Klay Thompson è stato l’uomo speciale per Damian Lillard.

Steph Curry dirottato su Moe Harkless: il #30 degli Warriors non guarda nemmeno il suo avversario, che gli passa alle spalle e segna dopo rimbalzo offensivo

Nel quarto periodo ed in piena siccità offensiva, Portland non sfrutta il mismatch Curry-Turner: Steph accoppiato con ET in transizione ed in difficoltà, Leonard non azzarda il passaggio facile e serve Lillard, che segna da 8 metri

WARRIORS-BLAZERS, STEPH CURRY UN REBUS INSOLUBILE

I Trail Blazers non hanno saputo sfruttare quasi per nulla i piccoli vantaggi che le deficienze difensive di Curry rendono esplorabili, a causa della scarsa pericolosità offensiva degli Harkless, Turner, Seth Curry (appena superiore).

Dopo le prime due partite della serie, Doc Rivers mise sulle piste di Curry il veloce Landry Shamet e le braccia infinite di Shai Gilgeous-Alexander, riuscendo a limitare Steph a soli 20 punti a partita nelle restanti quattro gare.

Coach Stotts ha spesso invece impiegato Damian Lillard su Steph Curry, e Seth (autore di due-tre recuperi tutti orgoglio sul fratello maggiore) nei pochi minuti concessi all’ex giocatore dei Dallas Mavericks.

Steph Curry ha punito con regolarità – e con estrema facilità –  i Blazers su ogni situazione di pick and roll, riacquistando fiducia nel suo tiro minuto dopo minuto dopo le secche della serie contro gli Houston Rockets, rispolverando le “care vecchie” triple da distanza siderale (di cui una – incredibile – a fine terzo periodo di gara 4, raccogliendo il palleggio con una “scucchiaiata” di mano sinistra e tirando in controtempo sul povero Meyers Leonard per lanciare la rimonta Warriors), e trasformando la finale di conference dei Portland Trail Blazers in un rebus insolubile.

Blazers-Terry Stotts, c’è l’accordo per l’estensione contrattuale pluriennale

blazers terry stotts

Trail Blazers, estensione contrattuale per coach Terry Stotts,

Come riportato da Jamie Hudson di NBC Sports, il general manager della squadra Neil Olshey ha confermato l’accordo tra coach Stotts ed i Blazers, all’indomani della sconfitta in gara 4 delle finali della Western Conference contro i Golden State Warriors.

Per Stotts un’estensione pluriennale, di cui non sono stati resi finora noti i termini.

La panchina di Stotts, in Oregon da ormai sette stagioni, era sembrata a forte rischio dopo la pesante eliminazione al primo turno dei playoffs 2018, per mano dei New Orleans Pelicans di Anthony Davis e Jrue Holiday.

Decisivo per il destino dell’ex capo allenatore dei Milwaukee Bucks fu l’appoggio delle due star della squadra, Damian Lillard e C.J. McCollum.

Blazers-Terry Stotts, estensione contrattuale

Sotto la guida di Terry Stotts i Portland Trail Blazers hanno raggiunto la post-season nelle ultime sei stagioni. Il 2018\19 dei Blazers si è chiuso con un record di 53-29, valido per la terza posizione nella Western Conference dietro a Warriors e Denver Nuggets.

I Blazers hanno raggiunto in questa stagione la finale della Western Conference, 19 anni dopo la stagione 1999\20 (una sconfitta per 4-3 per mano dei Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant).

In carriera, Terry Stotts ha allenato gli Atlanta Hawks (2002-2004) ed i Milwaukee Bucks (2005-2007). Dal 2008 al 2011, Stotts fu assistente allenatore dei Dallas Mavericks di coach Rick Carlisle, con cui vinse il titolo NBA (2011).

Damian Lillard, estensione contrattuale da $191 milioni con i Blazers

Damian Lillard ed i Portland Trail Blazers sembrano vicini a raggiungere l’accordo per un’estensione contrattuale da $191 milioni in quattro anni, secondo quanto riportato da Chris Haynes.

La point guard sarà eleggibile per il contratto supermax a partire dalla prossima estate, nel caso in cui venga selezionato per uno dei tre quintetti All-NBA.

Lillard ha espresso più volte la propria volontà di rimanere nell’Oregon per gran parte della propria carriera. Un eventuale prolungamento, che entrerebbe in vigore nella stagione 2020-2021, gli permetterebbe di essere legato ai Blazers fino al 2025, quando avrebbe 35 anni.

Al termine del match della scorsa notte contro i Golden State Warriors, che ha sancito l’eliminazione dei Blazers dai playoffs, Lillard aveva detto “Ci concentreremo sul contratto in seguito”.

Il quattro volte all star è reduce da una stagione trionfale, in cui ha realizzato 25.8 punti, 6.9 assist e 4.6 rimbalzi a partita, in cui ha anche raggiunto probabilmente l’apice grazie alla tripla messa a segno contro gli Oklahoma City Thunder.

Blazers fuori, “Grande stagione nonostante tutto, gruppo speciale”, Leonard: “Lillard non decisivo? Balle”

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Sweep, cappotto, doveva essere, e cappotto è stato per Damian Lillard ed i Portland Trail Blazers.

Gli uomini di coach Terry Stotts lottano e portano gara 4 delle finali della Western Conference contro i bi-campioni NBA in carica Golden State Wariors sino all’overtime, ma devono infine cedere sotto i colpi di Steph Curry e Draymond Green.

119-117 il risultato finale al Moda Center di Portland, Oregon. Per Portland c’è naturalmente Dame Lillard, nonostante i problemi fisici, dall’altra parte out invece Andre Iguodala, a riposo per un fastidio al polpaccio sinistro. L’assenza di Iguodala si somma a quelle a lungo termine di Kevin Durant (sul cui ritorno in campo non esiste ancora data precisa) e DeMarcus Cousins.


Come già accaduto in gara 2 ed in gara 3, degli aggressivi Blazers si ritrovano in vantaggio a metà partita (69-65 all’intervallo, 98-87 dopo tre quarti), solo per poi dilapidare il margine costruito nel quarto periodo (chiuso con un parziale di 24-16 Golden State, che manda la gara ai tempi supplementari).

I Trail Blazers hanno stavolta la possibilità di vincere la partita al termine dei regolamentari, ma il tiro da tre punti sulla sirena di Lillard (28 punti e 12 assista fine gara) si spegne sul ferro.

Per noi è stata comunque una stagione speciale” Coach Stotts è deluso a fine gara, ma guarda con orgoglio alla tanta strada fatta dalla sua squadra “Siamo sempre stati competitivi in questa serie, nonostante il 4-0“.

La finale 2019 della Western Conference ha visto affrontarsi due squadre agli antipodi, per esperienza di post-season e “chilometraggio”. Eccezion fatta che per Evan Turner (Indiana Pacers) e Rodney Hood (Cleveland Cavs), nessun giocatore dei Blazers aveva mai raggiunto il terzo turno di playoffs in carriera, mentre i Golden Sate Warriors disputeranno la loro quinta finale NBA consecutiva, ed andranno alla caccia del “three-peat”, del terzo titolo NBA consecutivo.

E’ stata la nostra corsa più lunga” Spiega Damian Lillard nel post gara “Ci siamo trovati in acque un poco più profonde di quelle cui eravamo abituati, un test ancora più duro sia fisicamente che mentalmente, ed il livello di gioco più alto che mai (…) un grandissimo bagaglio di esperienza per noi. Certo, il ‘cappotto’ subito rimane e nessuno si risparmierà dal farcelo notare, ma abbiamo avuto dei vantaggi in doppia cifra in 3 gare su 4, abbiamo dimostrato che siamo una squadra da finale di conference“.

“Gli Warriors? Tutti guardano ai tiri, a Steph (Curry, ndr), Klay (Thompson, ndr), ma Draymond Green è la point-guard della squadra, è sempre in controllo, va a rimbalzo, spinge la transizione, chiama i giochi per la squadra, chiama i giochi dei suoi avversari (…) loro sono sempre pronti (…) questo è quello che fanno le grandi squadre, possono andare sotto ma non perdono il filo, fanno sostanzialmente sempre le stesse cose, il ritmo è sempre alto, la palla viaggia (…) e noi siamo riusciti per larghi tratti a competere, ma nel momento in cui siamo calati d’intensità, ci hanno punito, sempre senza cambiare piano partita. E gran parte del merito è di Draymond Green

Stephen Curry (37 punti, 13 rimbalzi e 11 assist) e Draymond Green (18 punti, 14 rimbalzi e 11 assist) sono diventati i primi due compagni di squadra a mettere a segno una tripla doppia nella stessa partita di post-season. Per Curry, una serie di finale chiusa a 36.5 punti di media a partita (42.5% al tiro da tre punti), dopo le difficoltà fisiche e difensive patite contro gli Houston Rockets del secondo turno.

E’ stata una stagione con tanti momenti intensi per noiC.J. McCollum nel post partita “La morte di Paul Allen (storico proprietario dei Blazers, scomparso lo scorso ottobre, ndr), poi l’infortunio terribile di Nurk (Jusuf Nurkic, ndr) e per ultimo l’incidente d’auto del nostro video coordinator (Jonathan Yim, durante la serie contro Denver, ndr). In più, in erano in tanti a non credere in noi ad inizio anno. Siamo diventati una squadra migliore, abbiamo trovato giocatori preziosi e potremo migliorare ancora. C’è tanto da fare, abbiamo sprecato dei vantaggi importanti in questa serie ma abbiamo perso contro una squadra che ha battuto chiunque in questi anni, dovremo capire come superare anche questo ostacolo“.

La lunga corsa playoffs e l’infortunio di Nurkic hanno aperto minuti e spazio per giocatori come Enes Kanter (aggiunto alla squadra a febbraio), Zach Collins e per ultimo Meyers Leonard.

Il lungo ex Illinois, scelto con la chiamata numero 10 al draft NBA 2012 ed autore di una prima parte di carriera tra alti e bassi, è stato gettato nella mischia in gara 3 da coach Stotts al posto di un Enes Kanter in difficoltà fisiche (il turco ha giocato l’intera post-season con una lussazione alla spalla), e l’ex Fighting Illini ha risposto con una quarta partita da ben 30 punti (12 su 18 al tiro e 5 su 8 al tiro da tre punti) e 12 rimbalzi.

Gli Warriors erano pronti a tutto, la loro grandissima esperienza li ha aiutati e sono stati in grado di mantenersi costanti per tutta la serie” Così Leonard a fine gara in conferenza stampa assieme a Lillard, suo compagno ed amico sin dal primo giorno.


Io e Dame (Lillard, ndr) siamo compagni di squadra da 7 anni” Prosegue Leonard “E dico a tutti quelli che sostengono che non abbia giocato una buona serie, che non abbia segnato abbastanza o cose del genere: ‘guardatevi le partite’ o riguardatevele. E’ stato raddoppiato o triplicato per tutti i playoffs, le squadre hanno sostanzialmente deciso di fermare lui a tutti i costi dicendo: ‘che ci batta qualcun altro, non Lillard’, per cui se a qualcuno venisse in mente di dire che (Lillard, ndr) non abbia avuto impatto in questi playoffs, la sua capacità di fare la giocata giusta, di trovare l’uomo libero, la sua leadership parlano per lui“.

La chiosa sulla stagione dei Portand Trail Blazers è naturalmente di Damian Lillard: “Abbiamo messo assieme una gran bella stagione, nonostante lo ‘sweep’. Certo, subire un 4-0 non è l’ideale, ma è meglio subirlo in finale di conference che al primo turno. Dopo la stagione scorsa ci siamo rimessi al lavoro, i ragazzi sono migliorati tanto, abbiamo fatto una gran stagione (…) siamo stati in gruppo unito, e ci siamo giocati la possibilità di andare alle finali NBA, abbiamo incontrato una squadra più forte di noi, più pronta ed esperta. Noi dobbiamo essere comunque orgogliosi di quanto abbiamo saputo fare, dal primo all’ultimo giocatore“.

Damian Lillard conferma: “Si, ho due costole incrinate ma niente scuse”

lillard costole incrinate

Damian Lillard conferma l’infortunio subito in gara 2 delle finali della Western Conference, ma non giustifica la scarsa prestazione della terza partita con le sue condizioni fisiche.

La star dei Portland Trail Blazers ha raccontato di aver giocato gara 3 (40 minuti di gioco per 19 punti, 6 rimbalzi, 6 assist e 5 palle perse) indossando un busto protettivo per proteggere il costato, sulla parte sinistra.

Damian Lillard: “Si, ho due costole incrinate”

Uno scontro con Kevon Looney dei Golden State Warriors nel secondo quarto di gara 2 è risultato per Lillard in due costole incrinate: “E’ così, è successo in gara 2, ho comunque finito la partita. l’infortunio ha avuto effetto sul mio gioco? No, c’è e si sente ma non mi crea problemi particolari“.

Un problema ulteriore per i Portland Trail Blazers, già in svantaggio per 3-0 nella serie contro i Golden State Warriors. Gli uomini di Terry Stott tenteranno in gara 4 (in programma nella notte tra lunedì 20 e martedì 21 maggio) di evitare un pesante “sweep” in casa, al Moda Center di Portland.

Una serie fin qui difficile per la star dei Blazers, limitata in campo dalla grande difesa di bi-campioni NBA in carica e dalle cattive percentuali di tiro, dopo i primi due turni di playoffs condotti ad oltre 25 unti di media a partita. Nelle prime tre gare, Lillard ha viaggiato a 20.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi di media a partita, con un modesto 32.9% al tiro ed il 38% al tiro da tre punti, e ben 4.7 palle perse a partita.

Damian Lillard gioca con una costola incrinata, Blazers KO in gara 3 contro gli Wariors

damian lillard infortunio

Portland Trail Blazers, Damian Lillard ha affrontato parte di gara 3 e l’intera gara 4 con un infortunio alle costole, una lussazione che la star di Portland si sarebbe procurata nel terzo quarto della seconda partita della serie contro i Golden State Warriors.

Kevon Looney, lungo degli Warriors, è franato su Lillard nel tentativo di recuperare una palla vagante a metà campo. Subito dopo la giocata, il giocatore dei Blazers si è lentamente rialzato da terra, tenendosi il costato dolorante.

Nonostante l’infortunio, Lillard ha portato a termine la partita, rimanendo in campo per ben 43 minuti nella sconfitta per 114-111 dei suoi alla Orale Arena. In gara 3 a Portland, Damian Lillard è sceso regolarmente in campo indossando un busto protettivo, giocando 40 minuti e chiudendo la sua partita con 19 punti e 6 assist (5 su 18 al tiro) in 40 minuti di gioco nella vittoria in trasferta di Golden State (110-99) per il 3-0 nella serie di finale della Western Conference.

Una serie difficile per la star dei Blazers, limitata in campo dalla grande difesa di bi-campioni NBA in carica e dalle cattive percentuali di tiro, dopo i primi due turni di playoffs condotti ad oltre 25 unti di media a partita. Nelle prime tre gare, Lillard ha viaggiato a 20.3 punti, 7.3 assist e 5 rimbalzi di media a partita, con un modesto 32.9% al tiro ed il 38% al tiro da tre punti, e ben 4.7 palle perse a partita.

Il “last two minutes report” NBA conferma: niente fallo di Iguodala su Lillard

andre iguodala

Il “Last two minutes report” ufficiale diramato dalla NBA dà ragione agli arbitri sul mancato fischio su Andre Iguodala su Damian Lillard nei secondi finali di gara 2 delle finali della Western Conference tra Golden State Warriors e Portland Trail Blazers.

“Marginale” il contatto tra Iguodala e Lillard, come citato nel rapporto. Recupero pieno e pulito per il giocatore degli Warriors, che sull’ultimo possesso Blazers era riuscito a strappare a dalle mani di Lillard il pallone del potenziale pareggio per gli uomini di coach Terry Stotts.

Nel post gara, la star dei Blazers aveva così descritto l’azione: “So che per gli arbitri non è facile prendere certi fischi in certi momenti della partita. Ho tentato di guadagnarmi un po’ di spazio all’inizio e (Iguodala, ndr) mi ha tenuto il braccio ed ho perso per un attimo il controllo della palla, l’ho riguadagnato e quando mi sono alzato per il tiro mi ha messo le mani sul pallone“.

C’è stato un bel po’ di contatto, per quello che posso dire. Arrivati a quel punto della partita è difficile che un arbitro fischi però un contatto del genere, per cui… ottima difesa, direi

La serie tra Warriors e Blazers tornerà dunque a partire da domenica 19 maggio in Oregon, al Moda center di Portland sul 2-0 per i bi-campioni NBA in carica.

Warriors che dovranno rinunciare a Kevin Durant per il resto della serie: il polpaccio dell’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder migliora, ma Durant non ha ancora ripreso gli allenamenti di squadra e potrebbe tornare disponibile solo per una eventuale finale NBA.