Adam Silver, NBA e semantica: “La lega ha svoltato dal termine ‘owner’ tempo fa”

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Adam Silver e la semantica: “La NBA ha voltato pagina dal termine ‘proprietario’ (owner, ndr) già tempo fa“.

Quello che da noi in Italia, in gergo sportivo, è definito “presidente” o “patron”, ovvero nei fatti il proprietario della squadra, negli States è definito storicamente “owner”, colui che possiede un determinato bene.

Da anni la NBA definisce la sua assemblea plenaria, il consesso di Commissioner, consiglieri e proprietari (o rappresentanti dei proprietari) delle oggi 30 squadre NBA “Board of Governors“, evitando di utilizzare il termine “owner”.

Una parola che, nel 2019, è percepita negli Stati Uniti come eredità di un passato in cui una società segregata divideva i bianchi dalle altre minoranze di cittadini, e che sulla pratica dello schiavismo fondava parta della sua economia. La NBA, sempre sensibile alla percezione che il sempre più folto e globale pubblico ha sulla lega sportiva professionistica più seguita al mondo, ha da anni intrapreso un percorso di “revisione” di termini desueti, e che incoraggiasse i propri atleti a prendere posizione e proporsi quali modelli positivi.

Adam Silver: “‘Owner’? Sbagliato cancellare il termine, preferiamo ‘Governor'”

Non vorrei che si arrivasse al punto di cancellare del tutto il termine (owner, ndr)” Così Adam Silver a TMZSportsPerché poi, per timore di usarlo, qualcuno potrebbe cadere in qualche tranello e dire qualcosa di molto peggio. La NBA ha però da anni superato l’uso del termine: chiamiamo ‘governors’ i proprietari dei team ed il consiglio della NBA si chiama ‘Board of Governors’. Ed è il termine che d’ora in avanti preferiremo usare“.

Nella NBA del 2020, ci sono proprietari neri (Michael Jordan, Charlotte Hornets), indiani (Vivek Ranadivé, Sacramento Kings), russi e taiwanesi (Mikhail Prokhorov e Joseph Tsai, Brooklyn Nets) in una lega per tre quarti animata da giocatori neri. Il termine “owner” è una di quelle (tante) parole moderne la cui connotazione storica schiavista è purtroppo presente, in una nazione che ha superato decenni fa le politiche schiaviste ma in cui le differenze sociali tra bianchi e neri sono tanto forti quanto innegabili.

Draymond Green tra i primi a sollevare la questione, e la risposta di Cuban

La questione sull’uso del termine owner quale “vecchio arnese schiavista” fu sollevata – tra gli altri – da Draymond Green dei Golden State Warriors nel 2017 e 2018: “Non si dovrebbe usare quella parola, quando pensiamo ai Golden State Warriors ad esempio non pensiamo al maledetto ponte (il Golden Gate, ritratto nel logo della squadra, ndr), ma pensiamo ai giocatori, a coloro che rendono la squadra quella che è“.

Nessuno pensa mai all’origine delle paroleCosì Green nel 2017A nessuno sovviene che parole come “owner” o “master” provengono dall’epoca schiavista (…) abbiamo solo continuato ad usare quei termini adattandoli, come se nulla fosse“, parole che provocarono una reazione e delle richieste di scuse da parte di Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks: “Green compara possedere delle quote di maggioranza di una compagnia per la quale hai lavorato sodo a possedere e disporre della vita di un essere umano, una cosa sbagliata da dire (…) così (noi proprietari) passiamo per persone insensibili, alle quali nulla interessa dei giocatori e delle loro famiglie“.

Tra le prime squadre NBA ad abbandonare l’uso del termine “owner” ci furono i Los Angeles Clippers dell’allora proprietario Donald Sterling. Il magnate ed ex avvocato losangelino, non nuovo a commenti a sfondo razzista, perse il controllo della squadra nel 2014 dopo che il network TMZ rese pubbliche delle conversazioni telefoniche in cui Sterling rimproverava l’allora compagna di “frequentare e portare alle partite (dei Clippers, ndr) gente di colore” e di pubblicare foto che la ritraevano assieme a personaggi come Magic Johnson sul proprio profilo Instagram.

Barrett, avviso ai suoi rivali: “Sono molto competitivo, ho ancora tutto da prendere”

R.J. Barrett, terza scelta assoluta al draft 2019, sembra quanto mai determinato e pronto all’entrata nel mondo NBA. L’ex talento di Duke, in particolare, in una recente intervista, ha voluto lanciare un segnale forte e chiaro ai suoi più prossimi rivali.

LE DICHIARAZIONI DEL CANADESE R.J. BARRETT

R.J. Barrett, classe 2000. Nella scorsa stagione ha guidato i Blue Devils ad un ottimo campionato.

L’ala piccola, nello specifico, in un confronto con il giornalista Steve Serby, ha parlato dei suoi obiettivi per il prossimo anno, mostrando molta sicurezza nei suoi mezzi e nelle sue capacità.

Sono molto competitivo, e credo di essere pronto a tutto ciò che il coach mi dirà di fare. Mi sento un vero killer in campo

Tra i mentori di maggior fiducia del 19enne spicca una ex leggenda NBA: Steve Nash. Il due volte MVP, infatti, è il suo padrino di battesimo ed ha esercitato una notevole influenza nella sua crescita come giocatore: aspetto, questo, che Barrett ha voluto mettere in evidenza.

Steve (Nash, ndr) mi ha sempre consigliato a pensare di non aver mai raggiunto l’obiettivo. Per quanto io possa vincere, devo mettermi in un’ottica di aspettarmi qualcosa di nuovo. E’ un fattore di motivazione davvero importante, devo prendermi tutto

Il figlio d’arte di Rowan Barrett, ex giocatore della selezione canadese, è reduce da un’annata davvero positiva in maglia Duke Blue Devils, per quanto quest’ultima si sia conclusa in maniera non troppo positiva. Le sue statistiche, nel dettaglio, ben delineano le sue potenzialità davvero cristalline.

  • 22,6 punti
  • 7,6 rimbalzi
  • 4,3 assist
  • 45,4 FG%
  • 30,8 3P%

Aldilà dei freddi dati numerici, vi è la netta sensazione di aver trovato una possibile nuova stella nel firmamento del basket americano. Il suo innato talento, unito ad una maturità caratteriale sorprendente per la sua età, potrebbe davvero regalarci forte emozioni negli anni a venire.

Mi hanno sempre detto che non sarei stato capace di impormi negli Stati Uniti o al college: beh ora sono qui, e non ho intenzione di fermarmi

Damian Lillard su Nassir Little, “È una Steal of the Draft”

Una delle sorprese in negativo dell’ultimo Draft è senza dubbio Nassir Little, scelto con la pick 25 dai Portland Trail Blazers, e considerato ‘steal of the draft’ dal suo futuro compagno Damian Lillard.

“È ovviamente una steal. È una steal per noi. Il suo pull-up da sinistra è pazzesco”, ha detto Damian Lillard su Nassir Little, nel corso di una diretta su Instagram.

Il prodotto di North Carolina Tar Heels era considerato da molti uno dei migliori prospetti disponibili, e l’inaspettata possibilità di selezionarlo con la venticinquesima scelta ha sorriso a Portland.

Il diciannovenne ha realizzato 9.8 punti e 4.6 rimbalzi in 18.2 minuti di media nelle 36 partite disputate nel corso della stagione. Cifre ben lontane dalle prime scelte, ma comunque di grande spessore.

Anche Roy Williams, ex allenatore di Little, considera il nativo della Florida una ‘Steal of the draft’, sottolineando la possibilità che possa avere una grande carriera.

“Stavo morendo per Nassir”, ha detto Williams ai microfoni di Pat James del Daily Tar Heel. “È una situazione difficile trovarsi nella green room con tanti altri giocatori, forse troppi. Ma non puoi mai sapere cosa stanno pensando le squadre. So una cosa, è la vera Steal of the draft”.

 

Magic-Johnson-Lakers, nessun rancore: “LeBron è ancora il migliore, e con Davis…”

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Magic Johnson-Lakers, nessun rancore: “Le polemiche il passato, voglio solo il benne di questa squadra“.

Ormai libero da incarichi, Magic Johnson si permette qualche pronostico per la stagione NBA che verrà, con un occhio di riguardo ai pur sempre suoi Los Angeles Lakers della coppia inedita LeBron James Anthony Davis.

In un intervento sul palco del 2019 BET Experience Genius Talks, Magic ha parlato di stagione di rivincita per LeBron: “James è ancora il miglior giocatore di pallacanestro su piazza, e quando di fianco a lui metti un’altra superstar come Davis, allora le cose si fanno interessanti. Sapranno mettersi nelle condizioni migliori per dominare, senza ‘pestarsi i piedi’ ed aprendo il campo per i compagni“.

Un Anthony Davis che Johnson tentò senza successo di portare ai Lakers già lo scorso febbraio. La differenza sostanziale tra 5 mesi fa ed oggi? La draft lottery che ha accontentato un po’ tutti, sull’asse New Orleans-Los Angeles, ed un nuovo super-dirigente ai Pelicans – l’abile David Griffin – chiamato in Louisiana per rifondare la squadra e risolvere “presto e bene” la grana Davis.

Magic Johnson-Lakers: “La trade Davis? Felice per Jeanie Buss”

Magic Johnson non ha ovviamente avuto parte attiva alla trade, dopo le sue dimissioni a sorpresa dello scorso 9 aprile e le aspre polemiche con i suoi ex colleghi e sottoposti nel front office dei Los Angeles Lakers.

A trade conclusa, Magic ha comunque voluto congratularsi con la squadra e con il gm ed ex braccio destro Rob Pelinka, via Twitter:

Continuerò comunque a stare vicino alla squadra ed a dare consigliCosì Johnson al LA Times qualche giorno faE nonostante tutto quello che è successo tra di noi, voglio congratularmi con Rob Pelinka, ha messo a segno un gran colpo per i Lakers: stiamo tornando. Credo che l’arrivo di un giocatore del genere non possa che invogliare i free agent a scegliere Los Angeles“.

Parole concilianti anche per la proprietaria della squadra Jeanie Buss, grande sponsor di Magic Johnson all’epoca: “Ha dimostrato a tutti chi è il capo, chi comanda, dopo i problemi di febbraio ha incassato tante critiche, sono felice per lei (…) ho detto a tutti loro che questa trade renderà competitiva la squadra per i prossimi 10 anni, le polemiche? Il passato è passato, voglio solo il bene di questa squadra, ora lasciamo che tutti facciano il proprio lavoro, ci sarà il tempo per parlare a quattrocchi“.

Dejounte Murray è quasi pronto dopo un anno di stop: “Voglio vincere”

Dejounte Murray era stato fermato da un infortunio al legamento crociato del ginocchio destro durante il mese di ottobre di un anno fa. Il tutto era avvenuto durante una partita di pre-season contro gli Houston  Rockets. Si era parlato subito di un lungo stop, come da prassi per infortuni di tale entità, ma i San Antonio Spurs hanno preferito, vista anche la giovane età del ragazzo, lasciarlo ai box quanto più a lungo possibile. Così facendo gli hanno permesso di recuperare al meglio e con calma, senza fretta o ansia di tornare in campo.

Allora, Murray, che compirà 23 anni a settembre, ha sfruttato appieno questa stagione per tornare del tutto in salute in vista della prossima. Ora, come riportato da Jabari Young, per TheAthletic, la point-guard è quasi pronta per il rientro in campo, e mira ad esserlo per il training camp dei suoi.

“Non mi ero mai infortunato prima, prego Dio che non mi accada più. Piansi perché ero consapevole di quanto lavoro, duro lavoro, avevo fatto nella scorsa estate.”

Così il giocatore selezionato dagli Spurs con la scelta 29 del Draft 2016 ha ripercorso le emozioni provate circa 8 mesi fa. Murray si è imposto fin da subito come un pezzo importante del sistema di Coach Gregg Popovich sotto il ferro offensivo e, soprattutto, sotto quello difensivo. Solo nel suo secondo anno nella lega, infatti, si era conquistato un posto nel secondo quintetto difensivo “All-NBA”. Nelle sue prime due annate da professionista ha fatto registrare 6 punti, 4 rimbalzi, 2 assist e 1 palla rubata a notte.

Perderlo è stato senza dubbio un duro colpo per Coach Popovich, che però, come al suo solito, era riuscito ad attuare aggiustamenti in corso d’opera, per sopperire alla sua assenza.

Durante la riabilitazione, il numero 5 di San Antonio ricevette tanti messaggi di auguri, su tutti quelli di un amico molto speciale:

“Lebron mi ha detto solo di stare tranquillo ed essere paziente. Che stavo già lavorando molto.”

Oggi Dejounte Murray è quasi pronto per rientrare, ed è in attesa di farlo:

“Non vedo l’ora di rientrare per il training camp, quando saprò chi saranno i miei compagni di squadra. Sono entusiasta di rimettermi a lavoro. Voglio vincere un titolo, davvero, e voglio che gli altri lo desiderino tanto ardentemente quanto me. Per cui se ci sintonizziamo tutti e puntiamo tutti all’anello possiamo vincere.”

Infortunio-Oladipo, il GM Pacers: “Forse torna a dicembre”

infortunio-oladipo

Infortunio-Oladipo, giungono nuove notizie dalla dirigenza dei Pacers che sono orfani della loro stella dallo scorso gennaio. La guardia di Indiana ha lasciato il campo a gennaio per la rottura di un tendine del quadricipite destro.

Infortunio-Oladipo: le parole del GM

Gli Indiana Pacers e tutti i loro tifosi aspettano con ansia il ritorno di Victor Oladipo dal suo infortunio. Il 23 gennaio durante una partita di regular season contro i Toronto Raptors, la stella ex Oklahoma City Thunder, atterrando male sul ginocchio, si ruppe il tendine dicendo addio definitivamente alla stagione.

I termini di recupero per una rottura di un tendine sono abbastanza lunghi e le parole del GM dei Pacers Kevin Pritchard lo confermano:

Potrebbe stare ancora fuori un po’, tornerà probabilmente a dicembre o gennaio

Per Victor Oladipo, l’infortunio lo sta obbligando a riscoprire il suo corpo e le sue funzionalità. L’età e la condizione fisica generale del giocatore potrebbero essere dalla sua parte per un recupero completo, ma i Pacers con cui ha giocato fino a gennaio probabilmente non esisteranno più. Darren Collison e Cory Joseph esploreranno la free agency e Indiana potrebbe pensare di (non) giocare per una scelta alta al prossimo draft.

Le parole di Oladipo

Non solo il GM degli Indiana Pacers si è esposto riguardo l’infortunio. Lo stesso Victor Oladipo ha commentato così il suo periodo di riabilitazione:

Le cose stanno cambiando. Conosco il mio corpo e mai come in questo periodo. So cosa devo fare e non devo esagerare

Prima dell’infortunio, l’All-Star dei Pacers viaggiava a 18,8 punti, 5,6 assist e 5,0 rimbalzi di media, confermando la sua importanza all’interno del roster. Una squadra che probabilmente dovrà ripartire dopo le perdite nella free agency dell’estate e che darà tempo a Oladipo di riprendersi, senza forzare il recupero.

Gentry “replica” a Anthony Davis, “E’ tutto gente?” No, ma è comunque tanta roba!”

anthony davis

Anthony Davis si presentò lo scorso 9 aprile all’ultima uscita stagionale dei suoi Pelicans in borghese, vestendo una maglietta che riprendeva, sarcasticamente, il famoso motto Looney Tunes: “That’s all, folks!” (“E’ tutto, gente!”).

Una scelta poco elegante per AD, utile però a ribadire la sua ferma decisione di lasciare al più presto la Lousiana ed una squadra non più in grado – secondo il giocatore – di garantirgli un livello minimo accettabile sul lungo termine.

Chiedendo la trade, Davis aveva consapevolmente rinunciato alla possibilità di sottoscrivere con i Pelicans un “supermax contract” da circa 220 milioni di dollari in 5 anni, che a partire dall’estate 2020 avrebbe fatto di lui il giocatore più pagato della NBA. Volando a Los Angeles, sponda Lakers, l’ex Kentucky Wildcats dovrà rinunciare l’estate prossima ad una fetta significativa di quel contratto, in caso di rinnovo con i Lakers o – ipotesi improbabile – di partenza presso altro lido.

E’ pertanto altrettanto improbabile che Anthony Davis possa decidere nei prossimi giorni di rinunciare alla “trade kicker”, al bonus contrattuale da circa 4 milioni di dollari previsto dal suo contratto in caso di trade (una bella differenza: da 27 a 31 milioni di dollari per la prossima stagione). Un’eventuale rinuncia farebbe altresì comodo ai Los Angeles Lakers, al lavoro per limare lo spazio salariale a disposizione per completare una squadra al momento cortissima, dopo le partenze di Lonzo Ball, Brandon Ingram, Josh Hart e della quarta scelta assoluta al draft 2019 (girata di nuovo ad Atlanta) in direzione New Orleans.

Con la trade destinata a chiudersi il 6 luglio (fine della settimana di moratoria sugli scambi prevista dalla NBA dopo la partenza della free agency), e la quasi impossibilità di coinvolgere una terza squadra nell’affare Davis (I Pelicans hanno già scambiato, in una trade separata, la quarta scelta assoluta DeAndre Hunter da Virginia agli Atlanta Hawks), tutto lascia pensare che i Los Angeles Lakers potranno disporre per la prossima free agency di una cifra lontana dai 32 milioni utili per un terzo “max slot” (ergo per giocatori del calibro di Kyrie Irving, Kemba Walker, Jimmy Butler), e più compresa tra 24 e 28 milioni di dollari.

Alvin Gentry su Anthony Davis: “La trade? E’ arrivato un vero ben di Dio!”

Dall’altra parte del “filo”, i New Orleans Pelicans hanno ottenuto per la loro superstar un bottino pieno. Il terzetto Ball-Ingram-Hart darà profondità nel reparto guardie assieme a Jrue Holiday, E’Twaun Moore ed il terzo anno da Duke Frank Jackson, i minuti di Davis saranno parzialmente coperti da Zion Williamson, Kenrich Williams, Jahlil Okafor e dal prodotto di Texas Jaxson Hayes, per una squadra che necessiterà comunque di un giocatore di rotazione affidabile nel reparto lunghi.

la trade Davis ed i movimento pre-draft hanno portato in Louisiana un patrimonio prezioso di scelte future. I Los Angeles Lakers hanno incluso nell’affare tre prime scelte (2021 o 2022; 2023 e 2024), da Atlanta sono arrivate in cambio di Hunter le scelte di Hayes, e della guardia da Virginia Tech Nickeil Alexander-Walker, canadese e cugino di Shai Gilgeous Alexander, giovane talento dei Los Angeles Clippers.

Al secondo giro, gli Atlanta Hawks hanno spedito a New Orleans i diritti sul brasiliano Marcos Louzada Silva, “Didi”, prospetto 19enne del Sesi\Franca.

Un “ben di Dio” per usare le parole di coach Alvin Gentry. Ben di Dio arricchito dalla partenza in direzione Atlanta di Solomon Hill e del suo ricco contratto in scadenza 2020, che ha donato ai Pelicans circa 30 milioni di dollari di spazio salariale da impiegare subito, o in futuro.

Cosa ho pensato vedendo quanti asset David Griffin (vice presidente dei Pelicans, ndr) è riuscito a portare qui?” Così coach Gentry a Andrew Doak di WWLTVBeh… that’s a haul, folks! (“è un bel po’, gente!”).

Un patrimonio che, sommato al potenziale di Zion Williamson e dei giovani Lonzo Ball e Brandon Ingram (oggi più esperti, rodati dall’esperienza ai Los Angeles Lakers e lontani dalle luci della ribalta di LeBron James) ed alla leadership di Jrue Holiday ha sicuramente già oggi “addolcito la pillola” della separazione dal più grande giocatore che la franchigia abbia mai avuto, e che potrebbe in futuro accelerare vertiginosamente il lungo percorso di ricostruzione della squadra sul Golfo della Louisiana.

Indiana Pacers, tre punti cardine: Bogdanovic, la salute di Oladipo, e Goga Bitadze

indiana pacers

Bogdan Bogdanovic, la salute di Victor Oladipo e Goga Bitazde, tre i punti cardine in vista della stagione 2019\20 per gli Indiana Pacers.

L’infortunio della star Oladipo aveva privato i Pacers della prima opzione offensiva della squadra, ma non della sua anima, mentre gli uomini di coach Nate McMillan riuscivano a issarsi a quota 48 vittorie in stagione d a lottare sino all’ultimo con i Boston Celtics per la quarta piazza nella Eastern Conference.

Ai playoffs, l’assenza di “Vic” ha pesato come un macigno sugli Indiana Pacers, incapaci per lunghi tratti delle quattro sconfitte subite contro dei Celtics tutt’altro che brillanti di anche solo generare un buon tiro.

A stagione conclusa, la situazione salariale dei Pacers è davvero delicata. Thaddeus Young, Darren Collison, Corey Joseph, Wesley Matthews e Bogdanovic sono in scadenza di contratto, i punti fermi della squadra rimangono Myles Turner (la cui estensione contrattuale da 80 milioni di dollari complessivi scatterà dalla prossima stagione) e Domantas Sabonis, coppia giovane e talentuosa, ma poco assortita, in attesa del ritorno di Oladipo.

Speriamo che Victor Oladipo possa essere di nuovo in campo per dicembreCosì il general manager degli Indiana Pacers Kevin PritchardAl momento però, stabilire una tabella di marcia non è ancora possibile“. In attesa che il mercato dei free agent porti rinforzi in un reparto guardie sguarnito (a partire dal prossimo 30 giugno, senza rinnovi dell’ultim’ora, il solo Aaron Holiday sarà sotto contratto), la squadra ha dato il suo benvenuto a due facce nuove: T.J. Warren da i Phoenix Suns ed il rookie Goga Bitadze.

Indiana Pacers, il gm Pritchard: “Goga Bitadze già da NBA, vogliamo continuare a vincere”

Warren è arrivato ad Indiana tramite trade la notte del draft assieme alla scelta numero 32 (Chikezie Okpala da Stanford, ceduto poi ai Miami Heat), sostanzialmente acquistato dai Pacers in una mossa che ha permesso ai Suns di scaricare i 44 milioni di dollari in 3 anni ancora previsti per il giocatore.

L’arrivo del 25enne Warren segnerà con ogni probabilità l’addio per il pariruolo Thaddeus Young. Il georgiano Bitadze, stellina del Buducnost e “rising star” dell’Eurolega 2019, è divenuto celebre in America per la foto virale che lo ritraeva abbandonato a sé stesso, mentre tutto l’interesse di cronisti e reporter si concentrava su Zion Williamson, seduto pochi metri più a destra durante la conferenza stampa pre draft.

Il 20enne Goga Bitadze sarà parte della squadra 2019\20: “Di tutti i giocatori che abbiamo scelto negli ultimi anni” prosegue Pritchard “(Bitadze, ndr) è forse già oggi più pronto per giocare nella NBA, più completo rispetto ad un giocatore di college“.

Sul mercato dei free agent, tutta l’attenzione dei Pacers sarà probabilmente su Ricky Rubio, sostituto ideale di Darren Collison ed in uscita da Utah dopo l’arrivo di Mike Conley. La priorità estiva per Indiana rimane però la riconferma di Bogdan Bogdanovic, il miglior giocatore della squadra nella scorsa stagione: “Abbiamo parecchi buchi da tappare, ed abbiamo tanto spazio per chiuderli, dal 1 luglio (30 giugno, ndr) si inizierà a fare sul serio, dovremo rimboccarci le maniche. Vogliamo rimanere dove siamo, siamo una buona squadra senza bisogno di ricostruire o ripartire dai giovani, vogliamo continuare a vincere“.

Con Darius Garland i Cavaliers giocheranno in modo più fluido, senza posizioni?

I Cleveland Cavaliers hanno sfruttato la loro quinta scelta all’ultimo Draft per assicurarsi le prestazioni di Darius Garland. La point-guard di Vanderbilt aveva saltato praticamente tutta la stagione del basket NCAA a causa di un infortunio, ma ad impressionare la franchigia dell’Ohio erano bastate le sue poche uscite. Inoltre, nell’allenamento pre-Draft privato a cui ha preso parte a Los Angeles, il giocatore avrebbe davvero lasciato la sua futura nuova squadra a bocca aperta.

Garland ha commentato così la sua performance per i Cavaliers: “Sapevo di dover creare un certo spettacolo per loro”. A detta dei presenti, il nuovo numero 10 di Cleveland non riusciva a sbagliare un singolo tiro, da qualsiasi parte del campo, arrivando a segnare tiri da tre fatti partire da distanze definite “alla Steph Curry“.

Il nuovo Head Coach dei Cavs, John Beilein, ha gran fiducia nel suo nuovo giocatore. Nel suo sistema di gioco ideale, lui e Collin Sexton, point-guard selezionata nel Draft 2018, dovrebbero convivere, e bene. Molti hanno paragonato questa idea di gioco dell’ex Coach di Michigan a quanto fatto dai Portland Trail Blazers con Damian Lillard e CJ McCollum.

“I due ragazzi saranno magnifici insieme e mi renderanno un allenatore migliore. Non farà differenza chi sarà point-guard e chi guardia tiratrice. Davvero. Si tratta di un’idea di basket senza posizioni precise. Avremo due ali, due guardie e un centro bello grosso. Ovviamente dipenderà anche da chi avremo di fronte, da chi starà giocando bene o meno e da chi sarà infortunato. Spero saremo in grado di calarci in qualsiasi forma di gioco ci servirà per quella partita precisa.” 

Non solo Garland, altre due matricole si accasano presso i Cavaliers

La notte delle scelte per Cleveland non si è fermata alla scelta numero 5. La franchigia dell’Ohio ha infatti aggiunto al suo roster l’ex Belmont Dylan Windler, con la numero 26, e, dopo un accordo a tre con Milwaukee Bucks e Detroit Pistons, Kevin Porter Jr con la 30, ex USC. Per motivi burocratici il primo è stato già presentato dall’organizzazione, mentre il secondo dovrà aspettare l’ufficialità dello scambio.

Entrambi si presentano come tiratori efficaci, e rispecchiano quella che sembra essere la nuova idea dietro alla ricostruzione dei Cavaliers. Windler viene dalla sua stagione da senior a Belmont, dove ha fatto registrare il 42% da tre punti e si è confermato come uno dei giocatori con più punti nelle mani della classe di quest’anno, con 21 a partita. Porter Jr, dalla sua, è stato infortunato a lungo in questa stagione, un po’ come Garland.

In ogni caso, sembrerebbe che i Cavs abbiano le idee piuttosto chiare su dove direzionare il loro progetto di rinascita, ad oggi. Resta solo da vedere se saranno in grado di applicare la loro nuova filosofia anche in campo. Intanto ne avremo un assaggio nella Summer League imminente.

Las Vegas Summer League 2019, esordio per Zion Williamson e RJ Barrett

summer league zion williamson

Appuntamento alla Summer League 2019 per Zion Williamson e R.J. Barrett, le due star del draft NBA 2019 appena tenutosi a Brooklyn, NY.

New Orleans Pelicans e New York Knicks saranno naturalmente tra le squadre che parteciperanno al torneo estivo, ed il prossimo 5 luglio sarà il giorno della sfida diretta tra i due ex compagni di squadra a Duke University. A Las Vegas, diventato in questi ultimi anni l’appuntamento estivo NBA più importante, voleranno anche delle selezioni nazionali di Croazia e Cina.

32 le squadre partecipanti, cinque partite per ogni squadra partecipante ed i playoffs per le squadre qualificate alla seconda fase per la MGM Resorts NBA Summer League 2019 al Thomas & Mack Center and Cox Pavillion di Las Vegas, casa dei Runnin’ Rebels di UNLV.

Non sarà a Las Vegas, almeno dall’inizio, la seconda scelta assoluta al draft 2019 Ja Morant dei Memphis Grizzlies. Morant inizierà ufficialmente la sua avventura NBA il prossimo 1 luglio alla Summer League di Salt Lake City, una tre giorni cui parteciperanno Cleveland Cavaliers, San Antonio Spurs, Utah Jazz ed ovviamente i Grizzlies.

Morant raggiungerà Las Vegas dopo la fine del torneo a Salt Lake City. La MGM Resorts NBA Summer League 2019 si terrà tra 5 e 15 luglio.

La Summer League di Las Vegas segnerà dunque il debutto NBA per Zion Williamson, una delle prime scelte più attese dell’era moderna. Ne è consapevole il Grande Capo in casa Pelicans David Griffin, che ha voluto immediatamente alleviare la pressione sulle possenti spalle del prodotto di Duke:

“Questa è ancora la squadra di Jrue Holiday. Zion dovrà imparare come si vince ad un livello alto. Quando arriverà il momento in cui questo testimone gli verrà passato, accadrà. Ma il momento non è ora. (…) Lasciamo che Williamson sia un ragazzino. Non descrivetelo come il salvatore di questa franchigia, non lo è. E’ qui per unirsi alla nostra franchigia.”

Trump sui Raptors: “Potremmo invitarli alla Casa Bianca, se vorranno venire”

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha espresso la sua opinione sui Raptors, freschi campioni NBA. Nello specifico, il vulcanico leader della Casa Bianca ha affermato la possibilità di invitare il team canadese a Washington, non trovando però conferme.

LE DICHIARAZIONI DI TRUMP SUI NUOVI NUMERI UNO DELLA LEGA

Toronto Raptors-esultanza-titolo

Alle domande dei giornalisti, il leader repubblicano ha ammesso la possibilità di riprendere una tradizione ormai interrotta dal 2017 al seguito delle polemiche contro il tycoon, qualora i Raptors decidessero di voler venire.

Hanno giocato davvero bene, ho avuto modo di apprezzare il loro basket. Se vorranno venire, ci penseremo

In tal senso, l’allenatore dei Raptors Nick Nurse ha affermato che il prossimo mercoledì la franchigia sarà ricevuta dal Primo Ministro canadese Justin Trudeau. D’altro lato, al contrario, sembra non essere arrivato alcun invito dall’entourage della Casa Bianca.

Non abbiamo avuto messaggi da parte del presidente Trump, vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. Per il momento, non è in previsione alcuna visita

In ogni caso, un eventuale accettazione dell’invito da parte del team di Toronto potrebbe rappresentare un’autentica novità per il leader degli Stati Uniti. Come già accennato sopra, infatti, è da ormai due anni che il classico rituale di visita dei campioni dei 4 grandi sport americani è boicottato dalle squadre vincitrici a causa delle discutibili politiche attuate dall’inquilino della Casa Bianca.

Dopo aver vinto il titolo nel 2017, la guardia degli Warriors Stephen Curry dichiarò esplicitamente la sua volontà di non voler incontrare l’allora appena insediato nuovo presidente. A metà delle finali NBA del 2018, poi, Trump aveva chiarito che non avrebbe invitato nessuna delle due squadre in competizione alla Casa Bianca. E dopo aver ottenuto il back-to-back, Golden State ha seguito l’ordine del Presidente, preferendo visitare Barack Obama in gennaio, nella scorsa stagione. In tale filone si inserisce pienamente, tra l’altro, anche la diatriba tra la stella dei Lakers LeBron James e il 73enne capo della nazione a stelle e strisce: i due, nel corso degli ultimi anni, non se le sono di certo mandate a dire.


Guardando ad altri sport, poi, i Philadelphia Eagles, vincitori del Super Bowls NFL 2018, hanno anch’essi saltato il tradizionale passaggio alla Casa Bianca, così come i campioni dell’ultima competizione NCAA di Virginia.

Aldilà di come finirà la vicenda, è evidente come uno dei leader politici più criticati degli ultimi anni non smette di far parlare di sé. L’impressione è che la controversia tra il mondo dello sport americano e Trump non si concluderà molto presto.

Draft NBA 2019 Bol Bol crolla: ai Nuggets via Miami

Draft NBA 2019 Bol Bol

E’ stato la serata di Zion Williamson, R.J. Barrett e Ja Morant, ma nel frattempo nel Draft NBA 2019 Bol Bol precipita fino alla chiamata numero 44. I Miami Heat mandano il prospetto di Oregon subito ai Denver Nuggets, via trade.

Il figlio del compianto Manute Bol nei Mock Draft si attestava intorno alla 18esima posizione, scelta affidata agli Indiana Pacers. Per molti addetti ai lavori vedere Bol Bol cadere sino alla numero 44 è difficile da credere. Il suo rendimento al college non è stato deludente, ma le condizioni fisiche si sono rivelate precarie fin da subito.

Nella passata stagione Bol si ruppe il piede sinistro e questo potrebbe essere stato un fattore decisivo sul crollo nelle chiamate in questo draft.

Fisico esile e altezza di 2 metri e 30 centimetri per un giocatore ritenuto alquanto fragile. I Denver Nuggets hanno creduto in lui e vorranno dargli una opportunità, valutando a pieno le sue condizioni fisiche. 

Il piede non è ancora guarito completamente” Così Bol Bol nella serata di giovedì a Brooklyn “Ma sono già in grado di allenarmi con costanza da oltre un mese“. Non si dice preoccupato il presidente dei Denver Nuggets Tim Connelly, autore negli anni di tante scelte azzeccate in sede di draft: “Ci sentiamo davvero fortunati di averlo trovato al secondo giro, abbiamo grande considerazione per lui“.

Non una prima volta per le scelte “rischiose” per i Nuggets, che al draft NBA 2018 selezionarono l’ala da Missouri Michael Porter Jr, costretto ai box da una doppia operazione alla colonna vertebrale e pronto per l’esordio in Summer League a Las Vegas a luglio

Bol Bol è un giocatore dotato di tecnica invidiabile, soprattutto se rapportata alla sua altezza. Le sue dimensioni non precludono grande efficacia al tiro. Nella sua unica stagione ad Oregon, Bol Bol ha tirato:

  • 56.1 percento dal campo
  • 52 percento dal tre
  • 75.7 percento dalla linea di tiro libero

Un giocatore peculiare in questo Draft NBA 2019 Bol Bol, probabilmente un azzardo. Ma rivedere il nome Bol su un parquet NBA non potrà fare che bene.