Three Points – L’anno dei Toronto Raptors

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L’edizione 2019 delle NBA Finals non verrà dimenticata facilmente, il primo, storico trionfo dei Toronto Raptors è arrivato al termine di una serie epica, drammatica (sempre in termini sportivi) e imprevedibile. Una risposta inequivocabile a chi dava per scontato l’esito di questo 2018/19, senza considerare che la storia si fa sul campo, non sulla carta. La conclusione dell’affare Anthony Davis – Los Angeles Lakers e l’imminente draft ci proiettano già verso la NBA del futuro, ma questa edizione di ‘Three Points’ è interamente dedicata all’ultimo atto della stagione. Ci occuperemo di vincitori e vinti, con un focus sullo straordinario MVP delle Finals. Che dite, cominciamo?

 

1 – L’anno dei Toronto Raptors

I Toronto Raptors sono campioni NBA 2018/19
I Toronto Raptors sono campioni NBA 2018/19

I Toronto Raptors hanno scritto una pagina indelebile nella storia non solo della NBA, ma di un’intera nazione. Tutto il Canada si è stretto attorno all’eroica truppa di coach Nick Nurse, riempiendo le piazze per assistere dai maxischermi a un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile, fino a pochi mesi fa. Toronto è la squadra del destino, quella che è riuscita a sfruttare al meglio il particolarissimo momento storico che sta vivendo la lega. Con la Eastern Conference libera dalla ‘tirannia’ di LeBron James e l’atmosfera da ‘ultima corsa’ che si respirava nella Baia, si erano create le perfette condizioni affinché qualcuno si inserisse a sorpresa nella sceneggiatura. Ormai era chiaro da tempo: il 2019 era l’anno dei Raptors.

Quello dei canadesi è stato un percorso folle, irripetibile e persino sconsigliabile, per certi versi. Licenziare il Coach Of The Year in carica (Dwane Casey) per sostituirlo con un assistente (Nick Nurse) e cedere il miglior realizzatore nella storia della franchigia (DeMar DeRozan) per affidarsi a un giocatore in scadenza di contratto e reduce da un lungo infortunio (Kawhi Leonard) è stata una scelta quantomeno azzardata, una vera e propria scommessa. Qualora l’incredibile game winner del secondo turno playoff fosse partito dalle mani di Jimmy Butler, invece che da quelle di Leonard, con ogni probabilità staremmo parlando di un colossale fallimento. Invece, tutto ha funzionato alla perfezione; una regular season di altissimo livello, una prova di forza (nonostante il passo falso iniziale) contro Orlando e una prova di resistenza contro Philadelphia. Quando la corsa sembrava destinata a interrompersi, dopo gara-2 delle finali di Conference, i Raptors hanno mostrato altre due caratteristiche che contraddistinguono una squadra da titolo: l’orgoglio e la cattiveria. Doti che sono mancate a Milwaukee, che ha dovuto arrendersi in sei partite. La prima apparizione di Toronto alle Finals sembrava il massimo obiettivo raggiungibile, l’ideale coronamento di 25 anni spesso avari di soddisfazioni. E invece…

Invece, i Raptors si sono fatti trovare pronti. Salire per la prima volta sul palcoscenico più importante, al cospetto della migliore squadra di sempre, può generare una pressione insostenibile, non certo alleviata dalle precarie condizioni fisiche degli avversari, ma Toronto ha superato a pieni voti la prova. Ha messo in chiaro le cose fin da gara-1, vinta grazie a un superbo Pascal Siakam da 32 punti, a una gran difesa e alla perfetta organizzazione tattica di Nurse: i Raptors giocavano per vincere, non per fare le ‘vittime sacrificali’. Il primo scivolone è arrivato in gara-2, persa soprattutto per il blackout di inizio terzo quarto. Il trasferimento della serie a Oakland sembrava il preludio all’ennesima passerella Warriors. Invece, in California, Toronto ha messo le mani sul titolo. In gara-3 è stata cinica, sfruttando le assenze e gli affanni di Golden State, mentre in gara-4 ha dominato, trascinata da un Leonard da fantascienza. Guai però ad attribuire il merito al solo numero 2; se nei primi turni di questi playoff si è assistito spesso a un one-man-show, lo storico titolo 2019 è stato una vittoria di squadra. La vittoria di Kyle Lowry, che si è scrollato di dosso l’infame (e ingiusta) etichetta di ‘eterno perdente’ con delle Finals da leader assoluto. La vittoria di Serge Ibaka, Marc Gasol e Danny Green, giocatori che sembravano al capolinea, e che ora alzano al cielo il Larry O’Brien Trophy. La vittoria di Pascal Siakam, la più impronosticabile delle star, e di Fred VanVleet, ‘eroe per caso’ in una lega in cui non si pensava avrebbe messo piede. E la vittoria di Masai Ujiri, perchè a volte la fortuna aiuta davvero gli audaci. Le NBA Finals 2019 verranno certamente ricordate per le terribili sventure occorse ai campioni in carica, ma niente e nessuno potrà togliere ai Toronto Raptors i meriti per un trionfo leggendario.

 

2 – King Of The North: la star dei Toronto Raptors

Kawhi Leonard, campione NBA e Finals MVP per la seconda volta
Kawhi Leonard, campione NBA e Finals MVP per la seconda volta

L’incredibile impresa dei Raptors ha consacrato Kawhi Leonard tra i più grandi giocatori di sempre. Che fosse speciale lo si era capito ormai da tempo: vincere un titolo da Finals MVP al terzo anno da professionista (dopo aver quasi consegnato l’anello agli Spurs nella stagione precedente) non è da tutti. Per ‘The Claw’, il trionfo del 2014 è stato solo l’inizio. Da quel momento sono arrivate due convocazioni all’All-Star Game, due inclusioni nel primo quintetto All-NBA e due premi di Defensive Player Of The Year. I San Antonio Spurs erano certi di aver trovato in lui il degno erede di Tim Duncan, il leader tecnico ed emotivo (detto di uno che, come il grande caraibico, non ha mai mostrato una singola emozione) che avrebbe trascinato i texani nell’era post-‘Big Three’. Poi, d’improvviso, qualcosa si è rotto. Le controversie sul tardivo rientro dall’infortunio patito alle Conference Finals 2017, su cui tuttora aleggia il mistero, hanno compromesso insanabilmente i rapporti tra il giocatore e lo staff nero-argento. Prima i playoff saltati, poi la richiesta di cessione, quindi lo scambio con i Raptors, epilogo di una vicenda che, agli occhi di molti, ha scalfito la reputazione ‘immacolata’ del giocatore. Il suo approdo in Canada sembrava solo una tappa intermedia, un ‘esilio forzato’ in vista dell’imminente free-agency. Invece, a Toronto, Leonard ha scritto la storia, diventando ‘The King Of The North’.

Accolto come un eroe dai tifosi e come un leader dai compagni e ‘coccolato’ dalla dirigenza, che ne ha protetto la condizione fisica con un’accurata gestione del minutaggio e delle apparizioni in regular season, Kawhi ha ripagato tutti, portando il Larry O’Brien Trophy oltreconfine. Lo ha fatto grazie a dei playoff straordinari, da vero dominatore; 30.5 punti e 9.1 rimbalzi di media, ma soprattutto quella freddezza indispensabile ai Raptors per scacciare i vecchi fantasmi e affrontare a viso aperto avversari sulla carta superiori.
Se contro Magic e Sixers il suo apporto è stato quasi ‘esagerato’, per la volata finale Leonard ha saputo cercare e trovare l’aiuto di quei ‘gregari’ indispensabili per lanciare verso il traguardo i grandi campioni. Il ‘Re del Nord’ ha disputato una serie finale degna dei più grandi, aspettando di colpire al momento giusto e prendendo la squadra sulle spalle anche nelle serate storte. Il secondo titolo NBA, vinto sempre da Finals MVP (solo Kareem Abdul-Jabbar e LeBron James erano riusciti in questo particolare bis), è la perfetta chiusura del cerchio per la prima parte della sua carriera. A 27 anni e con una bacheca stracolma di trofei, può guardare con assoluta serenità ai prossimi capitoli, che siano scritti in Canada, oppure altrove. Buona parte del futuro della NBA dipenderà dalla sua decisione: lasciare Toronto da vincitore o continuare a regnare sul devoto Nord? Qualunque sia la sua destinazione, di una cosa bisognerà essere certi: l’unica cosa che conterà, per Kawhi Leonard, sarà vincere.

 

3 – Warriors, uno splendido (e terribile) tramonto

Kevin Durant e Klay Thompson, infortunati gravemente durante le Finals
Kevin Durant e Klay Thompson, infortunati gravemente durante le Finals

Forse, la più grande dinastia dell’era moderna è davvero giunta al suo epilogo. La saga dei Golden State Warriors rischia di chiudersi nella maniera più spettacolare e drammatica, al termine di una gara-6 che potrebbe non aver concluso solamente una stagione. La squadra californiana esce per l’ultima volta dalla Oracle Arena a testa altissima, dopo aver dimostrato al mondo cosa significhi essere dei campioni. Per strappar loro lo scettro, i Toronto Raptors hanno dovuto aspettare che cadessero uno dopo l’altro, lottando fino all’ultimo possesso. Eppure, alla vigilia di gara-3 la serie sembrava finita. La notizia del forfait di Klay Thompson, che aveva raggiunto Kevin Durant e Kevon Looney in infermeria, lasciava ben poche speranze alla truppa di Steve Kerr e la netta vittoria degli ‘spietati’ Raptors aveva solo messo nero su bianco un 2-1 scritto con largo anticipo. Gara-4, dominata dai canadesi nonostante i rientri di Thompson e Looney, ha messo gli Warriors con le spalle al muro. E’ in quel momento che il cuore dei campioni, quello di cui parlava anni fa Rudy Tomjanovich, ha fatto la differenza.

E’ vero, i gravissimi infortuni di Durant (tendine d’Achille) e Thompson (legamento crociato) rischiano di compromettere sia il futuro dei giocatori, sia quello della squadra. Ma per questi Golden State Warriors, forse, non ci sarebbe stato comunque un futuro. L’imminente free-agency delle due star rappresentava fin da inizio stagione l’ideale scadenza di un progetto meraviglioso e irripetibile (viste le dinamiche), ma le infinite turbolenze di questi mesi e la spossatezza con cui gli Warriors sono arrivati alle Finals indicavano chiaramente che quello del 2019 sarebbe stato in ogni caso l’ultimo ballo. Durant e Thompson sono rientrati in campo non per follia o per fantomatiche ‘pressioni della dirigenza’, ma per mantenere in vita la dinastia. Anche sotto 3-1, la matematica diceva che vincere era ancora possibile, e per vincere ci volevano i fenomeni, quelli veri. Alla fine è andata male, malissimo, ma perdere in quel modo non fa altro che cementare il posto di questa squadra fra le più grandi di ogni epoca.

Gli ultimi playoff hanno spiegato al meglio cosa siano riusciti a creare nella Bay Area: un’organizzazione in cui ognuno conosce alla perfezione il proprio ruolo, e in cui tre MVP non pensano due volte a sacrificare statistiche, possessi, responsabilità e persino incolumità fisica per il fine ultimo, ovvero la vittoria. Ecco allora Stephen Curry guardare la maggior parte dei suoi tiri respinti dal ferro, lasciare che KD risolvesse le partite nei primi turni e prendere poi il palcoscenico, arrivando a disputare le migliori Finals della sua carriera. O ancora, il super-veterano Andre Iguodala decisivo come ai tempi belli, Draymond Green in versione ‘Showtime’ contro Portland, Quinn Cook, Jonas Jerebko, Alfonzo McKinnie e Jordan Bell dare un contributo significativo in una finale NBA e persino DeMarcus Cousins riuscire a ritagliarsi qualche minuto di gloria malgrado le condizioni fisiche e psicologiche non certo favorevoli.

Gli atti conclusivi di una delle serie finali più intense degli ultimi anni rappresentano il degno epilogo di un capolavoro iniziato dieci anni fa, quando Steph arrivò sulla Baia: da una parte l’impressionante avvio di gara-5, con la sfuriata offensiva del trio Curry-Thompson-Durant, la dimostrazione di onnipotenza con cui gli ‘Splash Brothers’ hanno ribaltato il +6 firmato Kawhi Leonard negli ultimi minuti e l’ovazione per Klay Thompson, rientrato in campo con il crociato rotto per segnare gli ultimi tiri liberi della sua stagione, dall’altra le scioccanti immagini degli infortuni che ci priveranno a lungo di due tra i migliori cestisti viventi. Dopo lo schianto che ha messo K.O. Thompson, Steph Curry si è seduto sul parquet, sconsolato. Ci vorrà del tempo, ma si rialzerà. E con lui questa leggendaria franchigia, che ha portato la pallacanestro ad un livello mai raggiunto in precedenza.

NBA Draft 2019: chi sarà la prima scelta assoluta? (parte 2/2)

NBA Draft 2019-barrett knicks

 

NBA Draft 2019 pronto a portare una grande ondata di talenti nella lega di basket americana: abbiamo visto la prima parte del nostro Mock ieri, oggi proseguiamo con le scelte dalla numero 15 alla numero 1, alla scelta dei New Orleans Pelicans, che dopo aver scambiato Anthony Davis avranno a disposizione anche la numero 4 via Lakers. Insomma un bottino niente male davvero. Entriamo nel dettaglio, vediamo il draft nba 2019 che talenti porterà nella lega.

NBA Draft 2019: le scelte 15-1

Ed eccoci qui con la seconda parte, del nostro mock draft la parte più succosa e piena di talento.

Nassir Little

15 – Nassir Little (SF, UNC)
Freshman

NBA Comparison: Gerald Wallace

Attualmente scelto da: Detroit Pistons

 

March Madness opaco per Little, eliminato in Sweet 16 anche per suoi demeriti. Giocatore grintoso, buon penetratore, dovrà migliorare la propria mentalità e costruire un tiro maggiormente affidabile, per questo un approdo ai Pistons potrebbe farlo crescere senza troppe pressioni.

Kevin Porter Jr.

14 – Kevin Porter Jr. (PG, USC)
Freshman

NBA Comparison: DeShawn Stevenson

Attualmente scelto da: Boston Celtics

 

Sarà un’estate torrida per Boston. Dopo la brutta uscita dai playoff, sarà la grana Irving a dettare la via. Difficile al momento valutare la loro chiamata al prossimo draft, ma sicuramente investiranno la chiamata su una guardia. Mancino naturale, dotato di gran tecnica e atletismo, Porter risulta ancora acerbo, motivo per il quale i Celtics dovranno riuscire ad incanalare il suo talento nel modo giusto.

Brandon Clarke

13 – Brandon Clarke (PF, Gonzaga)
Junior

NBA Comparison: Kenyon Martin

Attualmente scelto da: Miami Heat

 

La scelta degli Heat potrebbe strettamente dipendere da ciò che deciderà di fare Whiteside con la propria player option. Occhio quindi al prospetto di Gonzaga, autore di un March Madness meraviglioso, che ha evidenziato tutte le sue qualità: grinta fuori dal comune, atletismo da vendere e tanta presenza su ogni centimetro di parquet. Può essere l’uomo giusto da cui ripartire dopo il ritiro di Wade.

Sekou Doumbouya

12 – Sekou Doumbouya (PF, France)
International

NBA Comparison: Light Giannis Antetokounmpo

Attualmente scelto da: Charlotte Hornets

 

Con Kemba Walker (forse) ai saluti e il ritiro annunciato qualche giorno fa da Tony Parker, Charlotte avrebbe bisogno di coprire il ruolo di PG. Molto probabilmente però penseranno a ciò direttamente in FA, utilizzando la scelta #12 per portare a casa il guineano naturalizzato francese Doumbouya. Lungo moderno con buon tiro, ma migliorabile, e ottima presenza sotto i ferri.

Keldon Johnson

11 – Keldon Johnson (SG/SF, Kentucky)
Freshman

NBA Comparison: Corey Maggette

Attualmente scelto da: Minnesota Timberwolves

 

Ennesima stagione deludente per i T’Wolves, chiamati per l’ennesima volta al cambio di rotta. La realtà vede un Wiggins dalle buone statistiche, ma che si dimostra essere sempre di più un peso per la franchigia, sia per il contrattone, sia per le aspettative malriposte. Chiamando Johnson i lupi si assicurerebbero un giocatore dall’altissimo QI cestistico, anche molto tecnico. Praticamente l’opposto del canadese.

Rui Hachimura

10 – Rui Hachimura (PF/SF, Gonzaga)
Junior

NBA Comparison: Paul Millsap

Attualmente scelto da: Atlanta Hawks

 

Il torneo NCAA di Hachimura ha vissuto due fasi. Benissimo la prima, con un esordio antetokoumpeggiante (passatemi il termine), malissimo la seconda, scomparso all’ombra di un meraviglioso Brandon Clarke. La verità, come succede molto spesso, sta nel mezzo, e se il cestista giapponese si dimostrerà intelligente, gli Hawks potrebbero pescare il jolly.

Jaxson Hayes

9 – Jaxson Hayes (C, Texas)
Freshman

NBA Comparison: Jarrett Allen

Attualmente scelto da: Washington Wizards

 

Centro grezzo ma dominante, Jaxson Hayes può esser definito un rim-runner con ampi margini di miglioramento. Ottima scelta dei tempi in difesa, in attacco la mancanza di un tiro affidabile potrebbe limitarlo non poco, ma per i Wizards, dopo la poca affidabilità avuta da Howard (e nonostante una stagione comunque ottima di Thomas Bryant), Hayes potrebbe essere un ottimo fit in vista della prossima stagione.

DeAndre Hunter

8 – DeAndre Hunter (SF/PF, Virginia)
Sophomore

NBA Comparison: OG Anunoby

Attualmente scelto da: Atlanta Hawks

 

Nonostante il titolo NCAA e le buone cifre statistiche, il Madness di Hunter non è stato folgorante (parere personale). Resta comunque un prospetto ottimo, abbastanza versatile potendo coprire diversi ruoli, e con un fisico molto interessante, Atlanta dovrà saperne trarre vantaggio e sapere farlo coesistere con il ruspante Collins.

Coby White7 – Coby White (PG, UNC)
Freshman

NBA Comparison: Cuttino Mobley

Attualmente scelto da: Chicago Bulls

 

Relegati in settima piazza i Bulls potrebbero assicurarsi un play tutto pepe. White talvolta tende ad eccedere in sicurezza fidandosi del suo ottimo tiro anche in serate dove la mano non sembra accendersi, ma il talentino di UNC servirebbe a dare ai Bulls nuova linfa in un ruolo nel quale Dunn, da quando approdato in Illinois, non è riuscito ad incidere.

Darius Garland

6 – Darius Garland (PG, Vanderbilt)
Freshman

NBA Comparison: bigger Jeff Teague

Attualmente scelto da: Phoenix Suns

 

Ennesima opportunità andata in fumo per i Suns,che scivolano addirittura in sesta posizione. Si era parlato molto di Morant, ma con questa chiamata Phoenix potrebbe pescare un ottimo prospetto. Garland infatti è un play molto interessante, abile ad attaccare il ferro e con la palla tra le mani. Formerebbe un backcourt decisamente interessante Devin Booker.

Cam Reddish

5 – Cam Reddish (SF/SG, Duke)
Freshman

NBA Comparison: Rudy Gay

Attualmente scelto da: Cleveland Cavaliers

 

Il terzo freshman di Duke potrebbe accasarsi in Ohio. Reddish ha forse risentito più di tutti la pesantezza del pallone nella post season tra i tre top di Duke, il suo nome era infatti scivolato ben oltre la quinta scelta. Ma con Cleveland a scegliere con il quinto asset e alla ricerca di una SF giovane che completerebbe uno starting five niente male (insieme a Sexton, Clarkson, Love e Thompson) il suo nome torna in auge.

Jarrett Culver4 – Jarrett Culver (SG, Texas Tech)
Sophomore

NBA Comparison: Paul Pierce

Attualmente scelto da: Los Angeles Lakers

 

Nei primi momenti post lottery Culver (realizzatore meraviglioso e guida dei Red Raiders fino alle finali del Madness) sembrava destinato alla seconda scelta, salvo poi la notizia di qualche ora dopo della comunicazione dei Grizzlies riguardo Morant. I Pelicans dovranno però gestire oculatamente questa quarta scelta (acquistata nella trade riguardante Davis): andare su un lungo da affiancare a Randle oppure coprire il ruolo di guardia? Al momento propendiamo per la seconda alternativa.

zion williamson

3 – R.J. Barrett (SF, Duke)
Freshman

NBA Comparison: Grant Hill

Attualmente scelto da: New York Knicks

 

Cocente delusione per New York, soprattutto dopo aver visto cadere una dietro l’altra le tre principali contendenti alla prima scelta. Difficile decifrare la strategia al prossimo draft, soprattutto in vista della FA e dello spazio salariale pressoché infinito a disposizione. Se dovessero tenere la scelta (auspicabile dopo la “Davis trade”), probabilmente il nome di Barrett sarà il più gettonato. Talento dotato di grande intelligenza cestistica, forse il più pronto dei tre freshmen di Duke al salto in NBA.

Ja Morant

2 – Ja Morant (PG, Murray State)
Sophomore

NBA Comparison: Allen Iverson

Attualmente scelto da: Memphis Grizzlies

 

In un attimo ecco il bel “peso” di una seconda scelta per i Grizzlies. Un peso perché con la seconda chiamata tutto fa propendere per la scelta di Morant, anche se in un primo momento percorrere questa strada portava a non pochi interrogativi su Mike Conley. E invece Memphis ha già comunicato l’intenzione di affiancare il talento di Murray State proprio al veterano di Memphis, per un backcourt tutto da scoprire. Giocatore quadrato che può e sa far tutto, ma dall’ego predominante, Morant si saprà calare nel ruolo che gli cucirà addosso Memphis?

zion williamson CAA-NBA Draft 2019

1 – Zion Williamson (PF/SF, Duke)
Freshman

NBA Comparison: Air Barkley, Larry Johnson

Attualmente scelto da: New Orleans Pelicans

 

NBA Draft 2019, nessun dubbio davvero. Zion sarà la numero 1. Il ragazzone abbiamo imparato a conoscerlo già tanto tempo fa. Atletismo fuori da ogni normale concezione, grande scorer, presente sotto le plance e con una buona mano anche dal perimetro. Insieme a una buona (ma migliorabile) consapevolezza difensiva lo rende, già da qualche anno, il numero 1 indiscusso del prossimo draft. E nonostante l’addio (annunciato) di Anthony Davis, l’attuale quintetto dei Pelicans potrebbe essere già altamente competitivo.

Raptors-Warriors: dove ha vinto la serie Toronto?

Toronto Raptors festa

Ed anche le NBA Finals 2019 sono ormai agli archivi e possiamo dire certamente che Raptors-Warriors è stata una serie finale assolutamente emozionante e piena di colpi di scena. Ad inizio anno nessuno avrebbe mai pensato di vedere i Toronto Raptors disputare una finale NBA contro i Golden State Warriors in una maniera così intensa e così efficace. Infatti, oltre al fatto che in casa Raptors avevano sempre dimostrato di non reggere la pressione dei Playoff, c’è da ricordare che la squadra è stata quasi completamente rinnovata con le partenze di Jonas Valanciunas, Jacob Poltl e DeMar DeRozan e gli arrivi di Danny Green, Kawhi Leonard, Marc Gasol e Patrick McCaw. Andiamo ora a vedere dove e come hanno vinto questo titolo NBA i Toronto Raptors:

Golden State-Toronto
Kawhi Leonard è l’MVP delle NBA Finals 2019

LA DIFESA DEI RAPTORS

Durante tutta la stagione, ed in particolare nella serie Raptors-Warriors, la squadra di Coach Nick Nurse ha messo in campo un sistema difensivo da applausi, mettendo sempre in grande difficoltà l’attacco avversario e costruendo la base del proprio successo proprio nella metà campo difensiva. Aiutata sicuramente dagli infortuni (specialmente quello di Kevin Durant), la difesa dei Toronto Raptors ha sempre messo enorme pressione su Stephen Curry e Klay Thompson (fin quando è rimasto in campo). Le guardie della Baia hanno faticato enormemente a far canestro, ogni singolo possesso.

La difesa ordinata da Coach Nurse si può riassumere con la frase “tutti, ma non gli splash brothers“; su ogni uscita dai blocchi, infatti, le due stelle dei Warriors venivano spesso raddoppiati e se ricevevano palla comunque venivano riempiti di attenzioni da tutti e 5 i difensori in campo della squadra canadese. Inoltre, specialmente in gara 6, i dinosauri hanno tolto letteralmente il tiro da 3 punti a Steph Curry, spingendolo in area contro gli aiuti difensivi o, nella peggiore delle ipotesi, concedendo un tiro da 2 invece che da 3. Ed in partite combattute come queste, ogni singolo punto può fare tutta la differenza del mondo. Infine, quando uno tra Curry e Thompson rifiatava, la squadra del Canada optava sistematicamente per una difesa box and one, condita spesso da raddoppi se uno degli splash brothers riusciva a ricevere palla.

La difesa eccezionale di VanVleet su Curry: non gli fa ricevere palla e la recupera dopo che Gasol la sporca

PROTAGONISTI DALLA PANCHINA: RAPTORS SEMPRE, WARRIORS MAI

Tanta differenza nella serie Raptors-Warriors l’ha fatta senza dubbio l’apporto delle due panchine. Non a caso, durante l’intera serie i Toronto Raptors hanno sempre trovato protagonisti in uscita dalla panchina. In particolare, Fred VanVleet e Serge Ibaka hanno disputato 6 incontri eccezionali. Dall’altro lato, in casa Warriors, nessuno in uscita dalla panchina ha mai inciso molto, dato che DeMarcus Cousins, pur giocando decentemente in attacco (ma comunque al 10% del suo potenziale) ha combinato disastri nella metà campo difensiva. L’unico a salvarsi è in gara 2 Quinn Cook.

L’attacco dei canadesi nella serie Raptors-Warriors si è spesso affidato a Fred VanVleet, che puntualmente ha risposto presente specialmente quando contava, segnando spesso triple pesantissime e canestri difficilissimi, tanto che Flavio Tranquillo l’ha definito come “l’uomo del destino”. Diversamente da VanVleet, Ibaka ha fatto la differenza con la sua esplosività e la sua intensità. La power forward spagnola è riuscita a segnare molto di più dei suoi standard dando un contributo preziosissimo anche con i punti a referto.

Uno dei tanti canestri pesanti di VanVleet. Questo arriva in gara 6

LA FIDUCIA OFFENSIVA DEI RAPTORS

Anche nella metà campo offensiva nella serie Raptors-Warriors la squadra allenata da Coach Nurse ha avuto una fiducia infinita, visto che nelle 4 vittorie dei Toronto Raptors hanno tirato benissimo sia da 2 che da 3 punti, costruendo spesso ottimi tiri e mandando in crisi la difesa dei Warriors. Non è un caso che, quando è arrivata una vittoria da parte dei Raptors, i canadesi abbiano segnato tantissimo dal perimetro e con tanti giocatori.

La fiducia di Siakam anche nel tiro da 3 punti, non la sua specialità ma lo manda a bersaglio

Il simbolo dello stato di grazia in casa Raptors è assolutamente Pascal Siakam, il quale in gara 1 ha fatto registrare una prestazione memorabile in attacco finendo con 32 punti e 14/17 dal campo ed in gara 6 ha concluso con 26 punti tirando benissimo anche da 3 punti, dopo che nella parte centrale della serie aveva faticato dall’arco. Insomma, la vittoria del Larry O’Brien Trophy da parte dei Toronto Raptors è sicuramente una vittoria di squadra, visto che tutti hanno portato il loro contributo sia in attacco e sia in difesa.

Golden State-Toronto 110-114: Kawhi Leonard vince una gara epica

Golden State-Toronto

I Toronto Raptors sono campioni NBA: Golden State-Toronto finisce 110-114 grazie ai liberi glaciali di Kawhi Leonard nel finale. i Raptors possono finalmente festeggiare in un finale da cardiopalma, in cui prima perdono un possesso palla incredibile e poi recuperano un rimbalzo sull’ennesimo errore finale di Curry, rimasto da solo a tirare avanti il team con Iguodala, Green e privo di Klay Thompson oltre che di Kevin Durant per infortunio.

Una serie folle, finita con la vittoria dei Raptors, con il secondo MVP in due franchigie diverse alle finals NBA per Kawhi Leonard come LeBron James e Kareem solo avevano fatto nella storia del basket americano. La storia è stata scritta, il titolo NBA è volato in Canada dopo una gara 6 veramente bellissima

 

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The North Has Spoken. #WeTheNorth

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Golden State-Toronto finale pazzesco per una serie folle

Toronto vince alla grande, ma c’è da dire sicuramente che un fattore decisivo di questa serie di Finals è stata sicuramente la componente infortuni: nulla da togliere ai canadesi, vincere tre gare nella tana dei Warriors è roba da fantascienza, ma quanto successo a Kevin Durant, in campo solo 11 minuti nella serie, prima della rottura del tendine di Achille, e quanto successo a Looney, o quanto successo per finire proprio in gara 6 a Klay Thompson, che abbandona l’arena con le stampelle è qualcosa di incredibile.

Oltre agli infortuni dei quali è giusto e doveroso parlare, il campo ha emesso il suo verdetto: i Toronto Raptors rompono il dominio dei Warriors degli ultimi anni, portano per la prima volta nella storia il titolo NBA in Canada, portando a compimento un ciclo che il Canada sognava da tempo di chiudere. C’è voluto un Kawhi Leonard in versione MVP, un Siakam che nelle prime partite della serie è stato qualcosa di fantascientifico, ma anche un Ibaka finalmente decisivo, Marc Gasol e la sua esperienza, Lowry e la difesa, VanVleet e la sua follia dettata dall’incoscienza di non sapere neanche lui effettivamente che canestri ha preso e realizzato. E ovviamente gli strateghi: Nurse, vittoria dell’anello al primo anno e soprattutto l’uomo dietro le quinte, Masai Ujiri. Scambiare DeRozan non è stato facile, prendere Kawhi Leonard e Danny Green è stato un colpo unico, poi aggiustare in corsa con Marc Gasol anche si è rivelata una mossa intelligente. Ed ora questo titolo NBA 2018-2019 è in grande parte anche suo.

Complimenti ai Toronto Raptors, ma onore come sempre soprattutto agli sconfitti, che escono con le ossa rotte, ma consapevoli di aver fatto il possibile ed aver lottato con tutte le forze!

 

ToroNot Today: Gli splash brothers mandano tutti a gara 6 dopo una partita bellissima

toronto raptors

Raptors — Warriors. Ci si aspettava Kevin Durant, che per quel poco che c’è stato ha fatto capire a tutti che giocatore stratosferico sia. Ci si aspettava anche Kawhi Leonard, che dopo 43′ giocati decisamente sotto la sua media, è esploso con 10 punti in poco più di 1’30” facendo saltare tutto il Canada e tutti noi sul divano.

Non ci si aspettava una partita di solidità emotiva e così incisiva da parte di Demarcus Cousins, che molto probabilmente non doveva nemmeno essere della partita, ma ci si ritrova scaraventato in mezzo causa l’infortunio di KD.

Alla fine risulta decisiva l’incapacità di arrendersi di Curry e Thompson, che non vanno mai sotto mentalmente, nè quando KD dichiara forfait nè quando Leonard sembra mettere una pietra sopra la dinastia con sede nella Baia.

Avremo un altro capitolo delle NBA Finals, il sesto. Dato il livello di basket visto stanotte, non possiamo che ritenerci fortunati.

Raptors – Warriors: fischio finale di game 5

RAPTORS — WARRIORS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

 

Thompson, 9: Valgono di più 2 delle 3 triple che riportano Golden State avanti o la difesa, sull’ultimo possesso di Leonard e durante tutta la partita, senza praticamente sbagliare mai? Klay Thompson ha il sangue freddo di un 3 volte campione NBA e stanotte l’ha dimostrato di nuovo. Straordinario

 

Curry, 8,5: Inizia forte come gli altri due “Big Three”, si carica la squadra sulle spalle quando Durant dichiara K.O tecnico. Ad un certo punto sembra non segnare più, poi arriva la tripla del pareggio, una delle più difficili di tutta la partita. Gioca una partita pazzesca per intensità, per durezza mentale e per attributi. Campione

 

Durant, 8: Arriverà a fine terzo quarto la notizia che ha già abbandonato l’Arena (in stampelle) dopo essersi fermato a metà del secondo per quello che probabilmente è il riacutizzarsi dell’infortunio al polpaccio che lo teneva fuori dall’8 maggio scorso. Fino a quel momento aveva dato segni di onnipotenza cestistica, 11 punti con 3/3 dalla lunga distanza, non sbagliando quasi niente neanche dietro, quasi a voler ribadire un concetto semplice: averlo o non averlo fa tutta la differenza del mondo, e più la posta in gioco è alta più sa essere decisivo. Peccato

 

Iguodala, 7: Che sia il veterano perfetto è già stato detto e ribadito, ma la sua capacità di restare in campo e nella partita durante i momenti più importanti non sarà mai abbastanza ammirata. E’ il direttore d’orchestra della difesa sull’ultimo possesso (di cui Green è stato eccellente primo violino), oltre ad un’altra marea di piccole cose, che in una vittoria di un punto diventano giganti. Evergreen

 

Green, 7: La difesa nell’ultimo possesso è da far studiare nelle scuole. Un paio di giocate offensive importanti, su tutte un gancio mancino e un tiro da 3 molto importante, la solita costante presenza su ogni palla vagante. E’ tutto questo Draymond Green, ma anche un fallo tecnico e soprattutto un’infrazione di campo che poteva costare partita e serie. Balla sempre sul filo del rasoio, ma questa volta ne esce vincitore. Lottatore

 

Panchina, 8: Andrebbe fatto un capitolo a parte per DeMarcus Cousins, che seppur con qualche sbavatura (vedi fallo in attacco nel momento più importante di queste Finals) fa una partita tanto bella quanto inaspettata, mettendo ben più di uno zampino nella riapertura della Oracle Arena per gara 6, nella quale a questo punto speriamo di vederlo in azione. Looney gioca una partita che per cuore, attributi e intensità merita un voto altissimo. Livingston e Cook giocano minuti che alla luce dell’epilogo si rivelano importantissimi, Bell con più ombre che luci nella sua comparsata. Importanti

Curry & Green si esaltano. Raptors – Warriors

 

RAPTORS — WARRIORS: LE PAGELLE DEI VINTI

 

Lowry, 8: In una partita in cui tutta Toronto sembra sentire la pressione, gioca i primi 3 quarti da trascinatore vero, salendo in cattedra anche nell’ultimo periodo, prima che Leonard rubi la scena a tutti e faccia credere che sia finita. E’ salito di colpi in questi playoff ed è stato il migliore dei suoi su 48’ in gara 5. Per ora si è fermato a qualche centimetro dalla linea del traguardo, vedremo come reagirà in gara 6. Instancabile

 

Leonard, 7,5: Fino a 5 minuti circa dalla fine della partita, la sua sarebbe una prova insufficiente. Qualche acuto difensivo e poco più, con un attacco in cui capitalizza molto in avvicinamento e ai liberi, ma in cui le percentuali al tiro sembrano averlo abbandonato. Poi esce da un timeout nell’ultimo periodo, e ne piazza 10 consecutivi, segnando in ogni modo, mettendo due triple una in faccia a Thompson e una in faccia a Cousins che somigliavano parecchio a due colpi da K.O. tecnico. Ma non è abbastanza, non oggi. Automa

 

Gasol, 7: Dopo un avvio scintillante, in cui rompe il ghiaccio per i Raptors e tutta l’Arena, ha la tendenza a perdersi un po’ – anche in panchina – complici i quintetti piccoli di Kerr cui Nurse non può ovviamente rispondere con il fratello di Pau in campo. Ha un paio di acuti anche nella ripresa, fra cui una bomba molto importante nell’economia della partita. Difensivamente è tutto sommato solido, dimostrandosi affidabile anche nell’ottica di un ritorno alla Baia in cui ci si aspettano grandi cose da Cousins. Solido

 

Siakam, 5,5: Spicy P cerca di giocare la solita partita di energia e concretezza, anche se spesso appare fuori giri, complice anche lui di qualche passaggio a vuoto dei Raptors durante la partita. Difensivamente prova a metterci il suo contro KD (con scarsi risultati), offensivamente fa quel che può, senza grossi acuti ma nemmeno eclatanti sbavature. Nel complesso, una prova scarsina per il camerunense. Sottotono

 

Green, 5: Non è la sua partita, sembrano dirlo sia i primi tiri che si vede sputare dal ferro sia il backcourt di Golden State che nel primo quarto punisce ogni distrazione, errore o ritardo di rotazione. Oltre a sbagliare in attacco più di quanto non faccia di solito, non riesce quasi mai a mettersi in partita difensivamente. L’ex SAS aggiunge così una prestazione non certo scintillante alle sue non entusiasmanti Finals (eccezion fatta per gara 3). Impalpabile

 

Panchina: Van Vleet inizia con le polveri bagnate, ma prende fiducia nel secondo tempo, segnando canestri importanti e prendendosi responsabilità come ha fatto in tutte queste gare di finale. Insieme a Lowry è il migliore dei suoi. Stessa cosa per Ibaka, che gioca una partita in crescendo, dimostrandosi un veterano su cui poter fare affidamento quando conta. Powell ha più minuti in campo di quelli che ci si aspetta, ma li onora, stando sul pezzo in attacco e sbagliando il meno che può in difesa. McCaw ha poco più di un cammeo. Qualità

NBA Jersey Stories – Wizards, da Jordan agli Anni Zero

Con l’arrivo del nuovo millennio, molte delle sgargianti divise degli Anni ’90 sparirono dalla circolazione. Squadre come Toronto Raptors, Vancouver Grizzlies e Phoenix Suns optarono per un ‘ammodernamento’ del loro look, decretando di fatto la fine di un’epoca. A Washington, si scelse di procedere in maniera leggermente diversa: non sarebbero cambiate solo le maglie, sarebbe cambiato tutto. I nuovi Wizards guidarono la città attraverso un decennio caratterizzato da follie e sogni infranti, leggende in declino e stelle nascenti, ma soprattutto dall’inaspettata ascesa e dalla brusca caduta di uno dei massimi esponenti della ‘Generazione X’. Erano gli Wizards degli Anni Zero.

Juwan Howard (a sinistra) e Chris Webber con le divise dei Washington Bullets, utilizzate fino al 1997
Juwan Howard (a sinistra) e Chris Webber con le divise dei Washington Bullets, utilizzate fino al 1997

I Washington Bullets non erano la prima incarnazione della franchigia capitolina. Quando debuttarono in NBA, nella leggendaria stagione 1961/62, si chiamavano Chicago Packers, ma un anno dopo furono rinominati “Zephyrs” per cancellare ogni accostamento con i Green Bay Packers, arci-rivali dei Chicago Bears nella NFL. Nella ‘Windy City’, però, non c’era ancora terreno fertile per una squadra di basket professionistico. Nel 1963, la franchigia si spostò a Baltimore, dove assunse il nome “Bullets”. Già utilizzato dai primi Baltimore Bullets agli albori della NBA (sparirono nel 1954), era un omaggio alla Phoenix Shot Tower, storico monumento cittadino. Un nome che seguirà il club, dieci anni più tardi, anche a Washington. Negli Anni ’70, i Washington Bullets avevano conosciuto il loro momento di massimo splendore, vincendo un titolo NBA (1978) e perdendo altre tre finali. Con l’addio dei pilastri Wes Unseld ed Elvin Hayes, la squadra era sprofondata in una mediocrità apparentemente eterna. Nemmeno rimettere insieme le due punte di diamante dei ‘Fab Five’ di Michigan, Chris Webber e Juwan Howard, era servito a smuovere le acque. Nel 1997, terminata rapidamente (con un netto 3-0 in favore dei Chicago Bulls) l’unica apparizione ai playoff dal lontano 1988, scattò la rivoluzione.

In realtà, il processo di ‘aggiornamento’ della franchigia era iniziato qualche anno prima. In una città dall’elevato tasso di criminalità e omicidi come Washington, il termine “Bullets” non richiamava più il deposito munizioni di Baltimore. Nel novembre del 1995, l’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, amico di vecchia data del proprietario Abe Pollin, diede la spinta definitiva: la franchigia avrebbe cambiato nome. Come da prassi, fu indetto un sondaggio tra i tifosi per decidere la nuova denominazione. Da un novero di soluzioni non proprio irrinunciabili (tra cui spiccava Washington Express, in arrivo al binario cinque) emerse Washington Wizards; a partire al 1997, sarebbe stata la nuova identità della squadra. Quello stesso anno vennero inaugurati un nuovo palazzetto, l’MCI Center, e le nuove divise, che ripresero i colori (azzurro, bianco e oro) adottati due anni prima dai Washington Capitals, franchigia NHL di proprietà dello stesso Pollin. La svolta ‘stilistica’ non fu accompagnata da un rilancio sportivo. Le ottime prestazioni di Webber (nominato per la prima volta All-Star nel 1997) non bastarono per tornare ai playoff, così il giocatore venne spedito a Sacramento in cambio di Mitch Richmond e Otis Thorpe. Mentre C-Webb trascinava i Kings verso vette inesplorate, gli Wizards sprofondavano nei bassifondi della Eastern Conference.

Nel gennaio del 2000, la franchigia diede il benvenuto a una figura piuttosto rilevante: Michael Jordan. Ritiratosi ufficialmente un anno prima, ‘His Airness’ non era riuscito ad allontanarsi del tutto dal mondo NBA, per il quale tanto aveva fatto e dal quale tanto aveva ricevuto. L’idea di entrare a far parte di uno staff dirigenziale lo stuzzicava fin dall’inizio della sua ‘pensione dorata’, ma le alternative non erano molte. I rapporti con il front-office dei Chicago Bulls non erano mai stati idilliaci, e il brusco smantellamento della squadra aveva raffreddato ulteriormente la relazione con il general manager, Jerry Krause. Gli Charlotte Hornets, squadra ‘di casa’ per MJ, erano in odore di trasferimento a New Orleans, per cui non se ne fece nulla, per il momento (Jordan acquisterà le prime quote degli allora Charlotte Bobcats nel 2006). Se la reunion con Phil Jackson ai Los Angeles Lakers era stata più una suggestione, che una reale possibilità, l’ipotesi più concreta fu Milwaukee, ma i Bucks non intendevano cedere all’ex-giocatore alcuna quota minoritaria, cosa che invece accettò Pollin. Sebbene tra la star e il proprietario degli Wizards non corresse proprio buon sangue (i due avevano avuto qualche contrasto in occasione del lockout nel 1998/99), accostare il nome di Michael a quello della squadra appariva come un’imperdibile occasione di rilancio. Così, Jordan divenne socio e president of basketball operations della franchigia.
La sua fu una presenza ingombrante fin da subito: innanzitutto, si fece accompagnare da una cerchia di fedelissimi (perlopiù collaboratori del suo storico agente, David Falk), che vennero considerati fin dal loro arrivo come una sorta di ‘clan’, poi cedette gli elementi di spicco del roster, Juwan Howard e Rod Strickland. Mike non si limitava alle operazioni manageriali: spesso si allenava con la squadra, finendo spesso per mettere in imbarazzo i giocatori più giovani. Mentre Washington perdeva una partita dopo l’altra (chiuderà tredicesima a Est nel 2000, quattordicesima l’anno dopo), tra gli appassionati cresceva un dubbio: non è che il miglior giocatore degli Wizards sia quello che siede alla scrivania?

Michael Jordan, agli Wizards dal 2001 al 2003
Michael Jordan, agli Wizards dal 2001 al 2003

La risposta arrivò il 25 settembre 2001. Dopo aver speso la prima scelta assoluta al draft per selezionare Kwame Brown e dopo aver affidato la panchina a Doug Collins (predecessore di Jackson ai Bulls e pupillo di MJ), Michael Jordan annunciò il suo secondo ritorno in campo. Giustificò la sua decisione con la memorabile espressione “For the love of the game” e comunicò che il suo stipendio (1 milione di dollari annui, ovvero il minimo salariale) sarebbe stato devoluto alle famiglie colpite dagli attentati al World Trade Center e al Pentagono. Nel rispetto del regolamento NBA, cedette le sue quote e lasciò il ruolo dirigenziale, ricevendo da Abe Pollin una garanzia: una volta appese definitivamente le scarpe al chiodo, la poltrona sarebbe stata ancora lì.
Di colpo, gli Wizards divennero una delle principali attrazioni NBA. L’MCI Center fece registrare un tutto esaurito dopo l’altro, le maglie bianco-azzurre numero 23 andarono a ruba e molti fan di vecchia data si riavvicinarono alla lega che avevano abbandonato con il ritiro del loro eroe.
Se sul piano del marketing l’operazione-Jordan fu un trionfo assoluto, a livello prettamente sportivo le cose non migliorarono più di tanto. Il quasi quarantenne MJ mostrò di non aver perso lo smalto di un tempo. Giocò due stagioni a 21.2 punti di media, fu il miglior realizzatore degli Wizards nel 2001/02 e aggiunse alla sua leggendaria collezione di gemme una gara da 51 punti (il 29 dicembre 2001, contro i ‘suoi’ Charlotte Hornets), a cui ne seguì una da 45 (due giorni dopo, contro i New Jersey Nets), e una prestazione da 43 punti fatta registrare il 21 febbraio 2003, quattro giorni dopo il suo quarantesimo compleanno. L’All-Star Game di Atlanta (l’ultimo giocato in carriera) fu organizzato in suo tributo, e la sua ultima partita, al First Union Center di Philadelphia, terminò con una standing ovation e con le lacrime di tifosi e avversari.

Con tutti i riflettori puntati sul numero 23, però, i compagni più giovani faticavano ad emergere. Kwame Brown non riuscì a reggere il peso della prima scelta e la pressione derivata dalla presenza di Jordan, guadagnandosi presto l’indelebile etichetta di ‘bidone colossale’. Richard ‘Rip’ Hamilton, stella nascente della squadra, fu notevolmente limitato dal rientro di MJ e, nel settembre del 2002, fu spedito ai Detroit Pistons nella trade che portò a Washington Jerry Stackhouse. Nel biennio ‘griffato’ Air Jordan, gli Wizards non riuscirono a qualificarsi per i playoff.
Il divorzio tra la superstar e la sua ultima franchigia fu piuttosto traumatico. Una volta smessa la divisa, la poltrona promessa da Abe Pollin non c’era più. Esasperato dagli scarsi risultati della squadra e dall’eccessiva influenza di MJ e del suo entourage in ambito dirigenziale, il proprietario, nello stupore generale, licenziò Michael Jordan. Seppur sorprendente, quella non fu l’unica mossa che, nell’estate del 2003, diede una svolta epocale alla franchigia: coach Collins fu rimpiazzato da un altro Jordan, Eddie (non imparentato con Michael), Ernie Grunfeld fu nominato general manager e, con lo spazio salariale liberato dai recenti scambi, venne messo sotto contratto Gilbert Arenas, da poco eletto Most Improved Player Of The Year. Stavano per iniziare gli Anni Zero.

Caron Butler, Gilbert Arenas e Antawn Jamison, i 'Big Three' degli Wizards Anni 2000
Caron Butler, Gilbert Arenas e Antawn Jamison, i ‘Big Three’ degli Wizards Anni 2000

Dopo un interessante biennio collegiale ad Arizona, culminato con la finalissima NCAA del 2001 (persa contro Duke), Arenas era stato scelto per trentunesimo dai Golden State Warriors nello stesso draft in cui gli Wizards avevano chiamato Kwame Brown. A suo dire, scelse il numero zero “come i minuti in cui dicevano avrei giocato in NBA”. Quella versione degli Warriors era tremenda: nonostante un roster giovane e talentuoso, in cui spiccavano Jason Richardson, Antawn Jamison e Larry Hughes, chiuse la stagione 2001/02 come fanalino di coda della Western Conference. L’anno successivo, Gilbert si impose come ‘secondo violino’ alle spalle di Jamison e mostrò i primi lampi da ‘realizzatore seriale’; passò dai 10.9 punti di media dell’anno da rookie ai 18.3 del 2002/03, guadagnandosi il premio come giocatore più migliorato. A causa delle norme contrattuali dell’epoca, Golden State non poteva permettersi di rinnovargli il contratto, così Arenas divenne free-agent e si accordò con gli Wizards.

A Washington, dove Gilbert si riunì con Larry Hughes e Antawn Jamison, nacque il mito di ‘Agent Zero’. Tra il 2004 e il 2007, Arenas si affermò come una delle stelle più luminose del firmamento NBA. Convocato a tre All-Star Game consecutivi e incluso per tre volte in un All-NBA Team, nel 2005/06 chiuse la regular season a 29.3 punti di media. I suoi anni d’oro furono impreziositi anche da numerosi clutch shots e da una leggendaria performance da 60 punti contro i Lakers di Kobe Bryant, che a sua volta rispose con 45. Per l’occasione, gli Wizards indossavano la dorata alternate jersey, che fece sporadiche apparizioni sui parquet NBA tra il 2006 e il 2009.
Intorno al ‘tascabile’ fenomeno, la dirigenza costruì una buonissima squadra. Nel 2004, Jamison (fresco di nomina a Sixth man Of The Year) arrivò da Dallas in cambio di un Jerry Stackhouse in fase calante. L’anno dopo, il ‘povero’ Kwame Brown fu spedito ai Lakers (passare dalle ‘angherie’ di Jordan a quelle di Bryant non dev’essere proprio un gran modo per rilanciare la propria carriera), in cambio di Caron Butler. Approdato nella NBA dopo una giovinezza tragica, segnata da violenza, droga e carcere (racconterà tutto nella notevole autobiografia Tuff Juice), Butler andò a formare con Arenas e Jamison il più improbabile dei ‘Big Three’, manifesto perfetto di quella generazione ‘dannata’.
Guidati dai tre All-Star, gli Wizards divennero ospiti fissi dei playoff. Nonostante una Eastern Conference non proprio irresistibile, però, non riuscirono mai ad andare oltre il secondo turno del 2005. L’anno dopo furono eliminati al primo round dagli emergenti Cleveland Cavaliers di LeBron James, che buttarono fuori Washington anche nel 2007. Quella stagione fu segnata da parecchi infortuni in casa Wizards. Jamison, Butler e Arenas accusarono problemi alle ginocchia. L’ala da North Carolina se la cavò con dodici gare di stop, ma agli altri due andò decisamente peggio. Una volta rientrato, ‘Tuff Juice’ si fratturò una mano, giocando appena 63 partite in regular season. L’infortunio di ‘Agent Zero’, subito a causa di un contatto fortuito con Gerald Wallace dei Bobcats, ebbe conseguenze nefaste: fu necessaria un’operazione al menisco, perciò la stella fu costretta a chiudere anzitempo la stagione. Forse non fu chiaro fin da subito ma, per quegli Wizards, il treno era ormai passato.

Arenas con la maglia 'alternate' degli Wizards, introdotta nel 2006
Arenas con la maglia ‘alternate’ degli Wizards, introdotta nel 2006

Gli infortuni si rivelarono un problema insormontabile per gli uomini di Eddie Jordan. Gilbert Arenas giocò le prime otto partite della stagione 2007/08, salvo poi tornare sotto i ferri per una nuova operazione al ginocchio; per lui era già iniziata la discesa agli inferi. Il centro Etan Tomas saltò addirittura l’intera annata per un intervento a cuore aperto, mentre Caron Butler perse 24 incontri per una serie di problemi all’anca. Ciò non gli impedì di disputare il secondo All-Star Game consecutivo, in coppia con Antawn Jamison. i due trascinarono nuovamente Washington ai playoff, ma ancora una volta arrivò lo ‘spauracchio’ LeBron James a infrangere le ambizioni di gloria.
In estate, sia Jamison che Arenas firmarono dei sontuosi rinnovi contrattuali: 50 milioni di dollari in quattro stagioni per il primo, addirittura 111 milioni in sei anni per ‘Agent Zero’. Mosse inevitabili, per quanto i due avevano dato alla causa, ma che colpiranno la franchigia come un terribile boomerang. Gilbert, alle prese con nuove operazioni al ginocchio, non mise piede in campo fino al 29 marzo 2009. Gli Wizards, privi per tutta la regular season anche del lungo Brendan Haywood, colarono a picco: 19 vittorie e 63 sconfitte, peggior record dal 2000/01. A metà di quella stagione fallimentare, coach Eddie Jordan venne esonerato. Dopo aver affidato la panchina ad interim all’assistente Ed Tapscott, venne ingaggiato Flip Saunders, ex-timoniere dei Minnesota Timberwolves.

Se il 2008/09 era sembrato terribile, l’annata seguente fu un vero e proprio incubo. Il 24 novembre, Abe Pollin morì all’età di 85 anni, 45 dei quali passati come proprietario degli Wizards. Esattamente un mese dopo, venne alla luce il primo di una serie di episodi che fecero calare definitivamente il sipario sugli ‘Anni Zero’ della franchigia. Si scoprì che Gilbert Arenas aveva introdotto delle armi da fuoco negli spogliatoi dell’ormai Verizon Center. Non solo: una lite con il compagno Javaris Crittenton, incentrata su alcune scommesse clandestine, era sfociata in una sorta di ‘duello western’. Le intenzioni dei due non furono mai del tutto chiarite, così come non fu mai appurato se le armi fossero effettivamente scariche, come dichiarato dai protagonisti. In ogni caso, David Stern non poté soprassedere: i due giocatori furono sospesi a tempo indeterminato. Per Crittenton, la vicenda rappresentò l’ingresso nel tunnel della criminalità; oggi la sua fedina penale ‘vanta’ condanne per aggressione, spaccio, attività di stampo squadristico (ai tempi dei Lakers si era unito a una gang di Los Angeles), tentato omicidio e omicidio volontario, reato per il quale sta tuttora scontando 23 anni di reclusione. A Gilbert Arenas non andò altrettanto male. Se la ‘cavò’ con due anni di libertà vigilata e l’obbligo di frequentare corsi di recupero, ma la sua carriera NBA era comunque al capolinea. Quando rientrò, all’inizio della stagione 2010/11, in campo si vide solo l’ombra del vecchio ‘Agent Zero’, e non solo per il nuovo numero 9 sulla maglia. Dopo sole 24 partite, fu ceduto agli Orlando Magic, in cambio di Rashard Lewis.

John Wall con la nuova divisa, introdotta dagli Wizards nel 2011
John Wall con la nuova divisa, introdotta dagli Wizards nel 2011

Nel frattempo, gli Wizards erano profondamente cambiati. La vicenda-Arenas aveva messo una pietra tombale sulle ambizioni della squadra, che nel febbraio 2010 stravolse completamente il roster. Butler e Haywood furono ceduti ai Dallas Mavericks, mentre Jamison raggiunse LeBron James a Cleveland. La stagione si concluse con il quintultimo peggior record della lega (26-56), ma la draft lottery riservò la più gradita delle sorprese: Washington ottenne la prima scelta assoluta, con la quale selezionò John Wall, esplosiva point guard da Kenntucky. Con la partenza di Arenas, Wall si prese definitivamente il posto in quintetto e il titolo di uomo-franchigia, ridando ai tifosi qualche speranza per un futuro migliore. Quando Ted Leonsis acquisì la maggioranza del club, optò per una definitiva svolta generazionale, che sarebbe partita da un cambio di look. Gli Wizards tornarono ai classici colori bianco-rosso-blu, abbandonando per sempre le maglie-simbolo di quegli ‘anni mutevoli’, tanto esaltanti, quanto sciagurati.

Three Points – Toronto, una finale lunga 25 anni

Ci siamo. Toronto Raptors e Golden State Warriors sono pronte per scendere in campo; è giunta l’ora delle NBA Finals! Per molti appassionati, i giorni che precedono la serie in cui tutto si decide sono carichi di emozioni contrastanti; la trepidante attesa per assistere alla storia in movimento e la genuina preoccupazione su come arrivare integri a sera (dopo la levataccia notturna), l’impazienza di sapere chi si metterà l’anello al dito e la malinconia per una stagione che sta per finire, con il Grande Circo NBA che chiuderà per quattro interminabili mesi. In quanto a noi, queste ore di attesa sono il momento ideale per fare il punto della situazione dopo le finali di Conference. E’ dunque il momento per una nuova edizione di ‘Three Points’. E allora, facciamo come i Cavalieri di Rohan… Andiamo a nord!

 

1 – Toronto, una finale lunga 25 anni

Kyle Lowry, Vince Carter, DeMar DeRozan e Chirs Bosh, simboli dei Toronto Raptors negli ultimi 25 anni
Kyle Lowry, Vince Carter, DeMar DeRozan e Chirs Bosh, simboli dei Toronto Raptors negli ultimi 25 anni

Ebbene sì, i Toronto Raptors sono in finale NBA. A partire da giovedì notte, contenderanno il Larry O’Brien Trophy ai grandi Golden State Warriors. L’approdo dei canadesi all’ultimo atto della stagione 2018/19 non è un evento del tutto impronosticabile alla vigilia, visto il sostanziale equilibrio creato dalla partenza verso ovest di LeBron James. Vista la caratura degli avversari, è oltretutto probabile che il titolo 2019 finisca sulla Baia, a fare compagnia a quelli del 2015, 2017 e 2018. Ciò non toglie che la squadra di Nick Nurse abbia compiuto un’impresa storica, che verrà celebrata a lungo anche in caso di sconfitta. Per i Raptors, ma anche per Toronto e per l’intero Canada, è la prima finale NBA. Una finale lunga oltre 25 anni.

Era la fine del 1993 quando la NBA annunciò la sua espansione oltreconfine. Dalla stagione 1995/96, Toronto Raptors e Vancouver Grizzlies sarebbero state la ventisettesima e ventottesima franchigia della lega di David Stern. Portare il basket professionistico nella terra dell’hockey non fu un’operazione semplice. La dimostrazione di come il confine tra successo e flop colossale fosse molto sottile fu l’opposto destino delle due formazioni: i Grizzlies, dopo sei terribili stagioni, si trasferirono a Memphis, mentre i Raptors divennero una delle squadre più amate dell’intera NBA. A fare la differenza in favore di Toronto fu principalmente un giocatore: Vince Carter. La guardia da North Carolina infiammò la città con le sue incredibili schiacciate, dimostrandosi poi una superstar NBA a tutto tondo. Insieme al lontano cugino Tracy McGrady e a giocatori come Marcus Camby, Doug Christie, Antonio Davis e Charles Oakley, trascinò i Raptors ai loro primi playoff nel 2000, anno in cui Carter vinse il leggendario Slam Dunk Contest di Oakland. In quegli anni, le maglie bianco-viola erano indossate dai ragazzi di tutto il mondo.
Nel 2004, però, ‘Vincredible’ lasciò tra mille polemiche il Canada, firmando per i New Jersey Nets. Il pesantissimo testimone fu raccolto da Chris Bosh, che si impose come uomo-franchigia disputando cinque All-Star Game e guidando Toronto alla post-season sia nel 2007 che l’anno successivo. La dirigenza non riuscì mai a costruirgli attorno un roster competitivo, così Bosh, nel 2010, decise di seguire LeBron James a Miami. L’ennesimo vuoto fu colmato da DeMar DeRozan. Scelto con la nona chiamata assoluta al draft 2009, cinque anni più tardi conquistò il primo di (finora) quattro All-Star Game e riportò i canadesi ai playoff. Con il provvidenziale aiuto di Kyle Lowry, fece raggiungere a Toronto le finali della Eastern Conference nel 2016. La sensazione che quello potesse rappresentare il massimo traguardo possibile per i Raptors fu confermata anche nelle stagioni successive, quando LeBron e dei suoi Cleveland Cavaliers si rivelarono un ostacolo insormontabile. Nell’estate del 2018 DeRozan, miglior realizzatore nella storia della franchigia, fu ceduto ai San Antonio Spurs nella trade che portò a Toronto Kawhi Leonard, giunto all’ultimo anno di contratto. Quella che all’inizio sembrava una scommessa azzardata ha ripagato tifosi e dirigenza con un traguardo storico, che oltretutto rende decisamente meno scontato (o comunque meno semplice) l’addio della nuova stella a fine stagione.

Alla luce delle Finals appena conquistate, in molti hanno sparato sentenze del tipo: “Leonard sì che è un vincente, altro che DeRozan, Bosh e Carter”. Senza dubbio, le impressionanti prestazioni del numero 2 sono state determinanti per allontanare i vecchi fantasmi. Quelle del 2019 saranno le Finals di Leonard e di Lowry (uno che, fino a poche settimane fa, veniva etichettato come ‘finito’), di Marc Gasol e di Pascal Siakam, di Serge Ibaka e Fred VanVleet. Ma in casi come questo non bisogna temere la retorica. Questa sarà anche la finale di Vince Carter, Chris Bosh, DeMar DeRozan e di tutti quei giocatori, allenatori e dirigenti che, in questi venticinque, lunghi anni, hanno permesso a Toronto e al Canada di continuare a inseguire quello che sembrava un sogno irrealizzabile: giocare per l’anello.

 

2 – Il futuro è di Milwaukee, ma…

Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo
Coach Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo

L’ultimo ostacolo lasciato da Toronto sulla strada per le Finals sono stati i Milwaukee Bucks. Fino a gara-2 delle finali di Conference, quella di Mike Budenholzer è stata per distacco la migliore squadra NBA 2018/19. Dopo aver chiuso con il miglior record la regular season, i Bucks si sono facilmente sbarazzati sia dei Detroit Pistons che dei favoritissimi (alla vigilia) Boston Celtics. Se gara-1 contro i Raptors è stata combattuta fino alla fine, la seconda partita, dominata in lungo e in largo, sembrava una lampante dimostrazione di forza. Una volta varcato il confine canadese, però, Milwaukee è ‘evaporata’. Toronto ha ottenuto quattro vittorie consecutive di pura cattiveria. Quella cattiveria che si accumula dopo anni di delusioni e sogni infranti, quella cattiveria che i Bucks non possono ancora avere.

Nel Wisconsin c’è profonda amarezza ma, a mente fredda, ci sarà più di un motivo per essere ottimisti. Del resto, questi erano i primi playoff dei Bucks in versione contender, e anche i primi di Giannis Antetokounmpo versione MVP. Il primo atto della serie contro Boston e la fine di quella contro Toronto hanno esposto i limiti del fenomeno greco-nigeriano; devastante in campo aperto, tutto da formare con la difesa schierata. Ma parliamo pur sempre di un ragazzo entrato in NBA da perfetto sconosciuto e migliorato esponenzialmente anno dopo anno, fino a minacciare di imporsi come nuovo volto della lega; è davvero così saggio scommettere già contro di lui?
Il vero problema di Milwaukee è la situazione contrattuale che, tra poche settimane, obbligherà la dirigenza a scelte piuttosto delicate. Giocatori come Khris Middleton, Malcolm Brogdon e Brook Lopez, tutti fondamentali in questa grande corsa e tutti in scadenza, dovranno essere rifirmati a cifre ben diverse da quelle attuali (Middleton 13, Brogdon 1,5 e Lopez 3,4 milioni di dollari percepiti nel 2018/19). Per fare l’ultimo passo verso il titolo sarà sufficiente ricoprire d’oro i vecchi protagonisti (scelta storicamente pericolosa), oppure sarà necessario qualche importante cambiamento? Vale ancora la pena scommettere su Nikola Mirotic, arrivato come il migliore acquisto della trade deadline e finito a marcire in panchina a Toronto? E se l’estensione contrattuale di Eric Bledsoe (finalizzata a stagione in corso) fosse stata una mossa troppo azzardata?
Dopo aver assaggiato la grandezza, i Bucks si trovano forse al bivio più importante della loro storia recente. Il paradiso è a pochi passi ma, per raggiungerlo, dovranno stare molto attenti a non inciampare.

 

3 – Portland, meglio di così non si poteva (e forse non si potrà)

Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e Terry Stotts
Da sinistra, C.J. McCollum, Damian Lillard e Terry Stotts

Mentre Toronto e Milwaukee si davano battaglia a Est, nell’altra Conference i giochi erano decisi da un pezzo. I Golden State Warriors hanno infatti spazzato via i Portland Trail Blazers con un secco 4-0. Ci sono riusciti nonostante l’assenza di Kevin Durant, DeMarcus Cousins e, in gara-4, Andre Iguodala. Ci sono riusciti malgrado la doppia cifra di svantaggio raggiunta in tre delle quattro partite della serie. Tutto ciò denota una differenza abissale tra le due squadre, ma non toglie nulla a quanto fatto dai Blazers fino a quel momento. Portland arrivava dallo scottante 0-4 con cui era stata eliminata dai New Orleans Pelicans al primo turno 2018. Un ottimo finale di regular season aveva permesso agli uomini di Terry Stotts di chiudere al terzo posto la Western Conference, ma il terribile infortunio di Jusuf Nurkic sembrava aver compromesso in partenza la corsa playoff. Invece i Blazers hanno abbattuto un ostacolo dopo l’altro con determinazione, rabbia e organizzazione. La serie contro Oklahoma City è stata marchiata a fuoco da Damian Lillard, che ha mandato a casa i pur positivi Thunder a suon di prestazioni mostruose, culminate con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Da lì in avanti, ‘Dame’ non ha più ripetuto quegli exploit realizzativi, ma è stato fondamentale per mettere in ritmo i compagni che, a turno, si sono presi il palcoscenico. Ecco dunque C.J. McCollum decidere gara-7 contro Denver con una prova da superstar, ma anche giocatori come Enes Kanter, Rodney Hood, Evan Turner, Zach Collins, Meyers Leonard e Seth Curry fare da inattesi protagonisti contro i Nuggets prima e contro gli Warriors poi.

Le rimonte subite alle finali di Conference hanno mostrato chiaramente come Portland, dopo aver battagliato per tutta la stagione, fosse a corto di benzina. Oltretutto, Golden State si presentava galvanizzata dall’epica gara-6 di Houston, vinta con Kevin Durant ai box e con Stephen Curry in versione ‘fantasma’ nel primo tempo. Contro questi Warriors, fare di più non era realisticamente possibile. Il problema è che, con ogni probabilità, più avanti di così non si riuscirà ad arrivare nemmeno in futuro. E’ vero, Portland in questi playoff ha dimostrato di non essere solo Lillard & McCollum, però i margini di miglioramento del gruppo sembrano troppo limitati per trasformarlo in una credibile contender. In attesa di capire come rientrerà dal lungo stop Nurkic, il solo giocatore con reali prospettive di crescita è Collins, non ancora ventiduenne. Gli altri protagonisti di questa ottima stagione sono veterani che difficilmente si evolveranno in qualcosa di più che buoni elementi da rotazione e molti di loro (Kanter, Hood, Curry, Jake Layman e Al-Farouq Aminu) sono in scadenza di contratto. A meno che non arrivi qualche grosso free-agent (che a Portland sarebbe come la Cometa di Halley) o che non vengano imbastite trade importanti (ma gli asset a disposizione non sono moltissimi), la sensazione è che questo viaggio alle Conference Finals resterà un dolce e irripetibile ricordo di una calda notte di primavera.

Three Points – Playoff e draft lottery

kevin durant nba finals
Caspita, ne è passato di tempo dall’ultima edizione di ‘Three Points’! Tra i consueti bilanci sulla regular season (Awards e pagelle), il secondo episodio di Garbage Time (la rubrica che il mondo non ci invidia) e l’incredibile storia dell’AmeriLeague, se n’è andato un mesetto abbondante. Nel frattempo, i playoff hanno già emesso parecchi verdetti, premiando le squadre più meritevoli e lasciando per strada vittime eccellenti. In questa edizione cercheremo di ‘riordinare le carte’, concentrandoci più che altro su quanto avvenuto nel secondo turno (altrimenti, i Points dovrebbero essere come minimo Six, non Three). Ci sarà spazio anche per un avvenimento destinato a cambiare molti equilibri in NBA: la draft lottery, che si è svolta in settimana e che ha riservato non poche sorprese. Partiamo subito!
1 – Quelli che restano
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Kawhi Leonard e Kevin Durant, per ora i due MVP di questi playoff
Di questi playoff 2019, il secondo turno sarà probabilmente ricordato come il più bello. Escludendo Milwaukee vs. Boston, chiusa abbastanza agevolmente dai Bucks, abbiamo assistito a delle serie epiche. Forse non sempre giocate benissimo dalle squadre impegnate, ma indubbiamente intense e drammatiche. Per Denver vs. Portland e Toronto vs. Philadelphia, questo assunto si potrebbe limitare alle sole gare-7, decise rispettivamente da una feroce rimonta dei Blazers e dall’incredibile buzzer-beater di Kawhi Leonard. Golden State vs. Houston è stata invece LA serie, emozionante e ricca di spunti dall’inizio alla fine: grandi prestazioni individuali, partite decise negli ultimi possessi, se non addirittura all’overtime, infortuni più o meno seri, reazione alle avversità, gioco di squadra, difese superlative e canestri impossibili. Insomma, uno spettacolo eccezionale.
La maestosa prestazione degli Warriors ‘orfani’ di Kevin Durant, oltre a chiudere bruscamente gran parte delle polemiche (dall’assenza di Chris Paul nel 2018 ai presunti complotti arbitrali), avvicina ulteriormente i californiani al three-peat. KD si era caricato la squadra (reduce da una regular season piuttosto altalenante) sulle spalle, risultando determinante sia nell’ostico primo turno contro i Los Angeles Clippers, sia nelle prime quattro gare e mezza contro i Rockets. I 34.2 punti di media e le spaventose percentuali sono solo cifre ma, vedendolo in azione, completano al meglio il ritratto di un dominatore del gioco. Senza il loro fenomeno, gli Warriors hanno fatto un salto indietro nel tempo, mostrandosi in una versione molto simile a quella vista all’inizio della dinastia. Klay Thompson, al solito, ha morso esattamente quando contava, senza mai strafare e dannandosi come un matto in difesa. Draymond Green e Andre Iguodala hanno sfoggiato l’abito buono, facendo la differenza con una moltitudine di piccole cose, Kevon Looney ha emulato il Festus Ezeli del 2015, giocando ben oltre le aspettative, Andrew Bogut, Jonas Jerebko e Quinn Cook hanno portato quei mattoncini necessari a completare la costruzione. E Stephen Curry? Il due volte MVP è stato in evidente difficoltà nelle prime due serie di questi playoff. I tiri che di solito fulminavano la retina venivano costantemente respinti dal ferro, e i vari acciacchi ne aumentavano a dismisura la frustrazione. Eppure, quando c’era una partita o una serie da decidere, lui si è fatto avanti e l’ha decisa. A questo servono i fuoriclasse.
I Portland Trail Blazers hanno affrontato i playoff da vera e propria ‘squadra in missione’. Il pesante 4-0 subito l’anno scorso per mano dei New Orleans Pelicans ha lasciato agli uomini di Terry Stotts un’inesauribile sete di vendetta. Poco importava il terribile infortunio di Jusuf Nurkic, e tantomeno il fatto che non partissero con i favori dei pronostici; quella non è mai stata una novità. Portland si è fatta sotto al grido di “avanti il prossimo!”. Un Damian Lillard spaziale ha abbattuto gli Oklahoma City Thunder, sigillando la sua impresa con la leggendaria gara-5 da 50 punti e game winner. Contro i Denver Nuggets, Dame si è di colpo ‘raffreddato’, ma alle sue spalle ha trovato una squadra pronta a sostenerlo. C.J. McCollum si è guadagnato le copertine con una grandiosa gara-7, ma senza il contributo di giocatori come Enes Kanter, Evan Turner, Rodney Hood, Zach Collins e Seth Curry (ora atteso da un rendez-vous con il fratellone alle Conference Finals), i Blazers sarebbero già in vacanza. Ora arrivano i campioni in carica; all’apparenza un ostacolo insormontabile, ma Lillard e soci, delle apparenze, se ne fregano.
A contendersi il trono dell’Est saranno due squadre capaci di dominare incontrastate fin da inizio stagione. I Milwaukee Bucks sono stati senz’altro i più convincenti. Coach Mike Budenholzer ha trasformato l’eterna Cenerentola in una contender a tutti gli effetti, rimodellandola a immagine e somiglianza di Giannis Antetokounmpo. Intorno al candidato MVP è cresciuta una vera e propria corazzata, in grado di spadroneggiare in regular season e di spazzare via i Detroit Pistons al primo turno playoff. Lo scoglio di gara-1 contro Boston, in cui l’eccezionale difesa orchestrata da Brad Stevens e la serataccia dei Bucks avevano minato più di una certezza, è stato brillantemente aggirato grazie al uno straripante Giannis (28.4 punti e 11 rimbalzi di media nella serie), ma anche alla ritrovata vena di Khris Middleton ed Eric Bledsoe e al notevole impatto di George Hill, degno rimpiazzo dell’infortunato Malcolm Brogdon. Milwaukee arriva alle finali di Conference sulle ali dell’entusiasmo e carica di aspettative, guidata da un giocatore con enormi ambizioni.
Anche i Toronto Raptors possono contare su una star di prima grandezza. Kawhi Leonard ha spiegato chiaramente cosa significhi “fare la differenza”. Non solo segnando il canestro più importante nella storia della franchigia, ma anche spazzando via la ‘maledizione playoff’ che da anni attanagliava i canadesi. Nel 2019, Toronto è arrivata alla post season con piena convinzione nei propri mezzi, consapevole di avere un fenomeno in grado di risolvere da solo le partite più difficili. Ecco, forse quel ‘da solo’ è stato preso un po’ troppo alla lettera dagli uomini di Nick Nurse. Con un supporting cast non sempre all’altezza (Pascal Siakam e Kyle Lowry, gli unici a dare manforte in attacco al numero 2, sono stati più incostanti che mai) gli isolamenti di Leonard sono stati troppo spesso l’unica arma dei Raptors. Toronto ha superato Philadelphia non per aver giocato meglio, semmai meno peggio. Contro dei Bucks così lanciati non basterà accontentarsi, bisognerà dimostrare di essere davvero una grande squadra. Anche perchè, giova ricordarlo, Kawhi dovrà compiere una scelta piuttosto importante, tra qualche settimana…
2 – Quelli che tornano a casa
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Per i Celtics di Kyrie Irving e i Rockets di James Harden, i playoff sono finiti prima del previsto
Ci sono pochi dubbi sul fatto che, alle finali di Conference, ci vadano le squadre che più hanno meritato. E’ altrettanto vero, però, che tra le eliminate ‘precoci’ ci sia qualche sorpresa. Boston Celtics e Houston Rockets sono quelle che escono peggio dai playoff 2019. I biancoverdi partivano come indiscussi favoriti a Est, ma si è capito presto che qualcosa non andava. La formazione agguerrita e talentuosa che aveva incantato nella scorsa stagione si è trasformata in un pollaio con troppi galli. Mentre coach Brad Stevens si ingegnava, una gara dopo l’altra, a trovare l’assetto giusto per valorizzare la stella Kyrie Irving, i giovani rampanti Jayson Tatum e Jaylen Brown, il rientrante Gordon Hayward e il nucleo storico del gruppo, la regular season passava inesorabile. La tesi “tanto ai playoff la musica cambia” è stata una costante sia per i diretti interessati, sia per molti addetti ai lavori, segno di una fiducia mai giustificata dalle prestazioni sul campo. Ai playoff, la musica non è affatto cambiata. Dopo una vittoria tutt’altro che convincente contro i rimaneggiati Indiana Pacers, l’impatto con il treno proveniente dal Wisconsin ha esposto tutti i limiti di una squadra che ha perso l’antica alchimia. Ora, a Boston inizia una off-season ricca di decisioni delicate.
Il futuro di Houston, quantomeno, sembra più stabile. D’altronde, i maxi-contratti siglati da James Harden, Clint Capela e (soprattutto) Chris Paul non lasciano troppi spiragli per chissà quale rivoluzione. E forse non cambiare nulla sarà la mossa migliore visto che, in estate, la corazzata-Warriors potrebbe ammainare le vele e finire dritta in un museo. Ciò premesso, i Rockets ci credevano davvero. La gara-6 giocata in casa (dove Houston aveva sempre vinto e convinto), con gli avversari privi di Kevin Durant e con uno Stephen Curry irriconoscibile, era l’occasione più ghiotta per lasciarsi alle spalle le recriminazioni del passato e candidarsi seriamente a mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy. Invece, i texani si sono arresi nuovamente a una squadra più determinata, più cinica, più esperta, più forte. Magari sarà il prossimo l’anno buono, ma nella storia NBA c’è chi questo mantra lo ha ripetuto in eterno…
Anche i Philadelphia 76ers salutano i playoff con il morale a terra. La decisione di accelerare ‘The Process’ con gli innesti in corsa di Jimmy Butler e Tobias Harris ha reso la squadra di Brett Brown una minaccia più credibile di quanto non lo fosse a inizio stagione, ma l’inesistente esperienza comune del gruppo si è fatta sentire. Contro i Brooklyn Nets è arrivata una forte reazione d’orgoglio dopo la prima sconfitta, ma nella serie contro i Raptors, Phila ha giocato bene una sola partita, la gara-3 vinta in casa. Per il resto, ha dato l’impressione di essere un ‘cantiere aperto’. Una sensazione ampliata notevolmente dalle cattive condizioni fisiche di Joel Embiid, dai continui dilemmi tattici legati ai limiti offensivi di Ben Simmons e dall’incostanza di Tobias Harris. Jimmy Butler ha sempre risposto “presente” quando la posta si è alzata, ma la squadra non era ancora pronta al grande salto. Fare l’ultimo passo è ancora un obiettivo alla portata, ma bisognerà operare con estrema cura nei prossimi mesi.
Tra le eliminate del secondo turno, Denver è quella che potrà consolarsi più rapidamente. Perdere gara-7 dopo essere stati in vantaggio anche di 17 punti fa sicuramente male, ma i Nuggets hanno comunque vissuto una stagione splendida. Chiudere al secondo posto la Western Conference e eliminare una squadra esperta come i San Antonio Spurs ai playoff è un risultato eccellente, per il team più giovane dell’intera NBA. Questo 2018/19 è stato il coronamento di un impeccabile processo di ricostruzione, che ha portato in Colorado un candidato MVP (Nikola Jokic), una potenziale stella (Jamal Murray, in attesa di capire quanto vale Michael Porter Jr.), un ottimo two-way-player (Gary Harris) e un allenatore valido come Mike Malone. Nella serie contro i Blazers è emersa la mancanza di esperienza e di ‘killer instinct’, ma il tempo gioca indubbiamente a favore dei Nuggets; ci sono tutte le premesse affinché questo gruppo, giovane ma già così solido, possa crescere ancora.
3 – Quelli che stanno arrivando
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Zion Williamson, probabilissima prima scelta assoluta al draft 2019
Mentre i destini di quattro franchigie si decidono sul campo nella fase finale dei playoff, quelli di moltissime altre sono stati sconvolti da un’urna. Alle 20:30 (orario della costa atlantica statunitense) di martedì 14 maggio 2019 è scattata l’ora X. Anzi, l’ora Z, visto che l’annuale draft lottery metteva in palio, di fatto, Zion Williamson. In tanti aspettavano con ansia l’estrazione delle palline; mettere le mani su un fenomeno come l’ala di Duke può dare una svolta epocale a una franchigia. Alcuni, come Phoenix Suns o Cleveland Cavaliers, speravano di rendere Zion il nuovo volto di un’organizzazione in crisi, altri avrebbero potuto optare per soluzioni differenti. Se lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury (North Carolina) ha ancora tutto da dimostrare sui campi NBA, il suo valore come pedina di scambio non è mai stato in discussione. Lo sapevano bene i New York Knicks, che accarezzavano da tempo una ‘pazza idea’: ottenere i diritti sulla prima scelta e proporli ai New Orleans Pelicans tra le contropartite per Anthony Davis, stella già affermata il cui futuro è sempre più lontano dalla Louisiana. Invece, la lottery ha regalato un clamoroso colpo di scena: la prima scelta assoluta andrà proprio ai Pelicans, che partivano con appena il 6% delle probabilità. Uno sviluppo che cambia drasticamente le prospettive. Innanzitutto, portare Williamson a New Orleans potrebbe salvare la franchigia dal rischio di un trasferimento, reso sempre più concreto dalla questione-Davis. Inoltre, darebbe una brusca accelerata alla ricostruzione. Davis ha fatto intendere di voler comunque cambiare aria, ma il front-office dei Pelicans, con la certezza di avere già a disposizione la prima scelta, avrà una posizione di enorme vantaggio in qualsiasi trattativa di mercato.
I piani dei Knicks, che avranno la terza chiamata, restano pressoché invariati ma ora, per chiedere Davis, serviranno maggiori contropartite. In ogni caso, con lo spazio salariale per puntare ad almeno un grosso calibro in free-agency, è difficile che New York non includa la sua scelta in uno scambio. Idem dicasi per i Los Angeles Lakers, che si ritrovano con un’inaspettata quarta selezione. Senza dubbio i gialloviola parteciperanno all’asta per Davis, ma la terza scelta di New York potrebbe fare molta più gola a New Orleans; potenzialmente, i Pelicans potrebbero trovarsi con Zion Williamson, Ja Morant / R.J. Barrett, Kevin Knox e Mitchell Robinson. Non una bruttissima base su cui ricostruire… Dovesse sfumare l’assalto al Monociglio, la scelta dei Lakers potrebbe essere comunque spesa per accaparrarsi un altro grande nome (Bradley Beal?), obiettivo indispensabile per dare finalmente un senso all’approdo in California di LeBron James.
Tra i principali delusi dal sorteggio ci sono gli Atlanta Hawks. E’ vero, la scelta ottenuta dallo scambio Luka DoncicTrae Young (protetta fino alla numero cinque) non è stata rimandata a Dallas, ma in Georgia speravano in due chiamate più alte, rispetto all’ottava e alla decima.
Il principale merito della riforma della lottery, voluta da Adam Silver nel 2017, è di aver sostanzialmente reso vana la pratica del ‘tanking’. Se i Pelicans hanno ottenuto la prima scelta nonostante il 6% di possibilità, l’urna ha sorriso anche ai Memphis Grizzlies, che avevano chiuso la regular season con il nono peggior record. Mentre nel Tennessee si preparano ad accogliere una potenziale stella, squadre esplicitamente ‘votate a perdere’ come Cleveland e Phoenix dovranno accontentarsi, rispettivamente, della quinta e della sesta chiamata. Bene così; per la credibilità della NBA non poteva esserci notizia migliore.

Raptors-Sixers: Leonard nella storia, The Process rimandato (un’altra volta)

Raptors-Sixers

Quando LeBron James lasciò i Cavs erano in molti a dibattere su chi avrebbe raccolto la sua corona ad Est. Se Kyrie Irving ha deluso le aspettative della maggioranza e Giannis Antetokoumpo ha finora passeggiato, Kawhi Leonard si è rivelato il maggior indiziato fra i candidati. La serie Raptors-Sixers si è chiusa nel segno dell’ex Spurs e non solo per il buzzer finale. Kawhi Leonard ha trascinato Toronto dalla prima all’ultima gara, portando la croce nei momenti più delicati dei suoi compagni. I Sixers hanno molto da recriminare, a partire dalla pessima condizione fisica di Joel Embiid. Tra free agency e meeting dirigenziali si prospetta un’estate calda in Pennsylvania.

RAPTORS-SIXERS: THE NEW KING OF THE EAST

Kawhi Leonard.

Sembrava la solita cantilena: Raptors bravi in regular season, pessimi ai playoff. Almeno dopo gara 3 questo sembrava l’esito più scontato. Ma la differenza tra questa e le passate stagioni si chiama Kawhi Leonard, l’uomo della provvidenza. Teoricamente per molti avrebbe già la testa altrove, precisamente a Los Angeles dove a luglio potrebbe tornare. Il punto però è che Leonard è un professionista e un vincente come pochi nella lega. Gioca come fosse stato programmato meccanicamente per farlo. È impressionante come e quanto una partita riesca a fare il suo corso, avere momenti di inerzia a favore o a sfavore, e non suscitare tutto ciò nessuna reazione in lui se non quella di continuare a giocare la sua pallacanestro, eccellente su entrambi i lati del campo. I Sixers non sono mai riusciti a limitarlo in tutta la serie, nemmeno ricorrendo ad incessanti raddoppi. Un giocatore inarrestabile, capace inoltre nella successiva azione di limitare in difesa tutti i suoi avversari, da Ben Simmons ad Embiid. I numeri parlano chiaro: con The Glow in campo Toronto ha un offensive rating di 110 punti e un defensivee rating di 100.7 punti. Senza, questi numeri scendono a 56.7 e 109.6 punti. L’incredibile buzzer beater segnato in gara 7 è solo la ciliegina di una serie quasi perfetta: 35.4 punti, 7.7 rimbalzi e 3.4 assist tirando col 59% dal campo, 50% da tre. Un dominio del genere non si vedeva dall’anno scorso, quando proprio contro i Raptors l’ex King of the East, trascinava i suoi Cavs alle finali di conference. Una sorta di passaggio di testimone.

 

LA SOLITUDINE DI LEONARD: CERCASI VALIDI COMPRIMARI

Pascal Siakam vs Sixers
Pascal Siakam.

Sebbene Kawhi sposti da solo gli equilibri, nella serie contro i Bucks le sue sole prestazioni non potranno bastare. Intorno a lui però c’è un roster che tra seriali dimostrazioni di inadeguatezza su certi palcoscenici, logorii fisici e mancanza di stimoli, sembra giocare tutt’altro sport. Il secondo violino, Kyle Lowry, ha steccato l’ennesima postseason e sarebbe ora di valutarlo per quello che è (un giocatore nella media) senza attendersi più nulla da lui. Marc Gasol e Serge Ibaka, per quanto efficienti in difesa, hanno perso quel killer instinct che aveva fatto le fortune di Memphis e Oklahoma. La panchina ha deluso su tutta la linea, mentre Pascal Siakam, malgrado il suo momento d’oro, è condizionato da un problema al ginocchio. I Bucks sono la squadra più in forma della NBA e il suo leader Antetokoumpo si è finora rivelato un enigma per tutte le compagini affrontate. Urge un’inversione di rotta immediata.

 

THE PROCESS IN STAND-BY

 

Joel Embiid.

I 76ers sono usciti spaesati e ridimensionati da questa semifinale di conference. Vuoi per una pessima condizione fisica e per un sistema di gioco non funzionale, la tecnica vincere tutto e subito non è andata a buon fine. Molti giocatori hanno palesato evidenti limiti, sia tecnici (Ben Simmons) che emotivi (Tobias Harris). Nulla da rimproverare a Joel Embiid: ha giocato su una gamba sola a causa di una dolorosa tendinite. Malgrado ciò è sempre sceso in campo e nei minuti seduto in panchina (44 in totale) Philadelphia ha registrato un -84 di plus/minus. Non è chiaro il futuro di Jimmy Butler, Tobias Harris e J.J. Redick, prossimi free agent. Quel che è certo però è che i Sixers hanno un fenomeno da cui ripartire. C’è ancora tanto da lavorare, dalla condizione fisica alla continuità durante la partita, ma Embiid resta il volto della franchigia nel prossimo avvenire. Ha dato tutto in queste partite finendo esausto e in lacrime. Da ammirare a fine partita anche la sportività di Marc Gasol.

Anche quest’anno la NBA ci ha regalato una serie combattuta e divertente. Giusto elogiare i vincitori e anche dare meriti ai vinti che domani torneranno in palestra per migliorarsi e diventare più forti di prima. Nella serata in cui Kawhi e i suoi Raptors hanno fatto la storia giusto soffermarci anche sui mai domi Sixers.

Around the Garden: Celtics Endgame, analisi di una disfatta annunciata

Celtics Endgame

Chiamiamola essenzialmente così: Celtics Endgame. Finisce ingloriosamente la stagione dei Boston Celtics. Un’annata iniziata tra mille speranze e attese che non sono però quasi mai state mantenute.

Dopo 6 mesi di alti e bassi, giustificati con la poca importanza data alla regular season, da parte di un gruppo che si definiva in missione, ecco che tutti i nodi spuntati lungo il cammino sono venuti al pettine quando la squadra di Stevens ha incrociato il suo cammino con i Bucks del nuovo astro nascente della NBA Giannis Antetokounmpo.
È bastato uno scrocchiare di dita del greco per far evaporare nel nulla la “tracotante armata bianco-verde” che si era spavaldamente annunciata ai playoffs con il motto: “Non c’è avversario che ci possa battere in 7 sfide”.
Infatti ne sono bastate 5! Con poca classe lo hanno ricordato anche Milwaukee Bucks grazie ad un tweet a fine serie.

Quando le disfatte sono così nette e fragorose non c’è mai un solo motivo e non c’è un solo colpevole. Proviamo qui ad analizzare allora quelle che sono stati le cause principali attraverso un giudizio di chi ha contributo a questa stagione. C’è un detto che dice il pesce puzza dalla testa, ed allora iniziamo dal GM dei Celtics.

Celtics Endgame: tutto parte con le esitazioni di Ainge

Iniziamo con il dire che Danny Ainge in questi anni ha fatto un lavoro straordinario, ribaltando in poche stagioni il destino di una franchigia che ha vissuto in pratica solo 12 mesi di purgatorio (tanking), per tornare subito in paradiso (playoffs), grazie proprio alle immense capacità del manager nativo di Eugene.
Ainge ha vinto tutte le trade fatte dal 2013 ad oggi, e scelto due astri nascenti come Jayson Tatum e Jaylen Brown senza forzare mai la mano, ed evitando pericolosi passi falsi che nella NBA ti rispediscono indietro di anni.
Quest’anno però, Ainge aveva tra le mani forse un’occasione irripetibile e probabilmente non ci ha creduto a fondo. Sviato dalla corsa dello scorso anno, “Trader Danny” ha voluto andare a fondo con la stessa rosa di giocatori, nonostante già a ridosso della DL i segnali che qualcosa nel gruppo non funzionava a dovere fossero lampanti. Le uscite di Kyrie Irving che ne mettevano in dubbio il futuro ed uno spogliatoio in subbuglio per i rumors legati al tentativo di mettere i bastoni tra le ruote dei Lakers, lanciati nel tentativo di acquisire subito Anthony Davis hanno fatto esplodere la situazione.
Ainge però è andato avanti per la sua strada, lasciando campo libero a Toronto, Philadelphia e Milwaukee che hanno approfittato della finestra per rinforzarsi ulteriormente. Un errore pagato caro nei playoffs, dove abbiamo visto quanto sia stato utile avere un veterano come George Hill invece di un giovane poco felice come Rozier in uscita dalla panchina. Non è detto che intervenendo la situazione sarebbe cambiata, ma la squadra è parsa immatura nel momento decisivo e l’improvviso problema di salute capitato a Ainge  proprio durante la serie con Milwaukee, non ha aiutato la squadra a superare il momento decisivo.
Danny Ainge è Voto 5,5
Qui un interessante articolo del Globe sulla gestione della stagione.

Celtics Endgame: Brad Stevens rimandato alla tesi di laurea

Ha perso poco tempo nel chiarire la sua posizione coach Stevens. “I did a bad job” sono state le sue prime parole al termine della serie con i Bucks.
Stevens non si riferiva solo alla serie contro i primi della classe, ma a tutta la gestione di una stagione che lo ha visto perdere di mano un gruppo che non è riuscito a plasmare come gli era capitato negli anni precedenti.
Questa non è mai sembrata una sua squadra dal primo giorno di training camp.
Da grande coach, Stevens ha ammesso subito le sue colpe e promesso che lavorerà duro per far sì che ciò non possa più accadere, però l’amarezza resta perché l’occasione era ghiotta ed è stata amaramente fallita.
Tradito dalle sue stelle e da quei giovani che aveva reso grandi in poco tempo, coach Stevens dovrà far tesoro dell’esperienza fatta durante questa difficile stagione. Si rialzerà di sicuro ma da oggi la luna di miele con il pubblico e la critica potrebbe essere finita.
Brad Stevens Voto 5

 

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La dura vita del leader

Lo aveva chiesto a gran voce puntando i piedi ai tempi di Cleveland. Voleva una squadra tutta per lui, della quale essere il leader, il faro illuminante per dimostrare al mondo intero tutto il suo valore ed uscire dall’ombra ingombrante di Lebron James, suo compagno e mentore.
Un fallimento più clamoroso di quello di Kyrie Irving si fatica a ricordare da queste parti, in una franchigia che come leader ha avuto esempi ben più illustri partendo da Bill Russell, passando per il recentemente scomparso John Havlicek, per il leggendario Larry Bird ed arrivando sino agli esempi più recenti di Paul Pierce e Kevin Garnett.
Irving è tornato dall’infortunio, dopo l’ottima stagione passata, per guidare un gruppo destinato al successo ma lo ha fatto subito deragliare mettendo sempre l’io al posto del noi in perfetto stile Mamba Mentality, suo credo massimo.
“Essere un leader è difficile”, per stessa ammissione di Irving in un pessimo coming out di metà gennaio. Un leader da l’esempio giorno dopo giorno, deve saper prendere per mano i giovani e mostrargli la via, non puntare il dito contro dopo i prevedibili  inciampi di percorso. Un leader si mette a disposizione di tutti, arriva in palestra prima degli altri ed è lìultimo ad uscire, cucendosi addosso i colori della franchigia.
In questa stagione, Kyrie Irving è arrivato spesso e volentieri vestito da playground, addirittura con divise non griffate Celtics, come documentato anche nella nostra recente visita al Red Auerbach Center.
Il momento più basso della stagione, Irving lo ha raggiunto quando, dopo aver promesso davanti ai tifosi di voler restare, dichirò prima di una trasferta a New York di come lui “non dovesse nulla a nessuno”, e che le domande sul suo futuro gli andavano fatte solo dopo il 1 di luglio e non prima, facendo intendere come la promessa fatta in precedenza non valesse più nulla.
Era il 1 di febbraio (con i C’s lanciati nell’unico momento positivo della stagione) e da allora la squadra non è stata più la stessa, naufragando sommersa dagli egoismi personali di tutti i maggiori protagonisti.
Il naufragio è poi proseguito durante i playoffs: dopo aver dichiarato più volte che quello era il momento dove mostrare il proprio valore, l’ex Cavs è scomparso dalla scena sul più bello. La sua serie contro Milwaukee è stata disastrosa sia per percentuali al tiro sia per leadership. Dopo la sconfitta di gara 3, sul podio delle interviste ed alla domanda sul perché tirasse così tanto e così male, Irving ha replicato scocciato: “22 tiri? Avrei potuto anche prenderne 30, sono quel tipo di giocatore…“. Il risultato? Eliminazione in gara 5 con un’altra prestazione imbarazzante del numero 11.
In un suo tweet, Tom Haberstath mostra le disastrose medie della squadra quando Irving tira più di 20 volte in partita, come avvenuto durante l’ultima serie playoffs.

Ovviamente resterà negli occhi di tutti l’arrendevolezza con cui Kyrie Irving ha affrontato le ultime partite della stagione, probabilmente le ultime in maglia Celtics. Anche un suo vecchio compagno ai tempi dei Cleveland Cavs, e vecchia conoscenza dell’ambiente bianco-verde è sceso in campo per bacchettare pesantemente Irving e il suo irrispettoso comportamento finale.
Kendrick Perkins su Kyrie Irving:

Si è probabilmente chiusa dunque qui la disastrosa esperienza di Kyrie Irving ai Boston Celtics, e starà alla dirigenza ed al giocatore valutare se sarà il caso di prolungarla, cambiando magari l’approccio di entrambi.
Kyrie Irving Voto 4

L’inconsistenza di Gordon Hayward

Forse l’errore è stato caricarlo di troppa responsabilità sin da subito, inserendolo addirittura in quintetto senza che Gordon Hayward riuscisse a sostenerne il ruolo. Stevens aveva con lui un debito di riconoscenza per aver scelto Boston, ed ha titubato parecchio, venti partite, prima di retrocederlo al ruolo di panchinaro di lusso.
Hayward ha accettato, ma non ha quasi mai dato la sensazione di ritrovarsi tra compagni che lo guardavano un po’ in cagnesco per via del ruolo e dello stipendio da re. Dopo un buon finale di stagione ed una buona serie contro gli Indiana Pacers, l’ex stella degli Utah Jazz è sprofondata contro i Milwaukee Bucks, tornando a re-indossare i panni del “pulcino bagnato” di inizio stagione.
Timido e impacciato con una velocità di base insufficiente a questi livelli, Gordon Hayward è tornato a parlare subito dopo la fine della serie del tanto lavoro estivo necessario per riguadagnare il terreno perduto. Gli interrogativi restano aperti, soprattutto visto il ricco contratto che lo legherà ai Celtics per altri 2 anni…
Voto 5,5

La dura vita da Stars dei due Padawan

Jaylen Brown e Jayson Tatum Hanno vissuto un’annata 2017\18 fantastica: senza nessuna pressione di sorta, i due hanno trascinato la squadra sia in stagione regolare che nei playoffs, trasformando una stagione finita dopo 5 minuti in un “quasi miracolo” sportivo.
Le aspettative sono cresciute così tanto che tutti, i due compresi, hanno presto perso la lucidità nel capire che con l’aumento delle responsabilità e la riduzione dei ruoli i due ragazzi avrebbero potuto pagare dazio.
Ed ecco che prima Brown e poi Tatum sono andati a sbattere contro il muro della pressione del dover rendere a tutti i costi. Brown ha saputo lottare e rialzarsi grazie al lavoro duro in palestra, Jayson invece è via via andato spegnendosi, “schiavo” anche lui di quella Mamba Mentality che mal si sposa con le aspettative di questa franchigia.
Coach Stevens li ha sempre difesi a spada tratta, ricordando a tutti la loro giovane età. La speranza è che questa lezione sia più salutare di quella dello scorso anno: si sa che nello sport si impara più dalle sconfitte che dalle vittorie, soprattutto se si è capaci di restare umili.
Jaylen Brown voto 6,5
Jayson Tatum Voto 5+

Scary Terry e una stagione spaventosamente oscena

Terry Rozier si era presentato al via della nuova stagione con tanti punti di domanda sul suo futuro e con tante incognite sulla riduzione del ruolo con il rientro di Kyrie Irving.
Un fallimento totale dall’inizio alla fine l’annata di “Scary” Terry, un giocatore che non ha mai saputo adattarsi al suo ruolo di prezioso rincalzo. Spinto dalla voglia di strappare un buon contratto a fine stagione, Rozier ha sempre guardato a se stesso prima che al bene della squadra, chiudendo poi nel peggiore dei modi.
Chissà se guardare il suo avversario diretto George Hill insegnare basket gli avrà insegnato qualcosa, sebbene  a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate il giorno dopo l’eliminazione c’è da dubitarne fortemente. Buona fortuna Terry.
Voto Rozier 4

Laddove cuore, grinta e classe non bastano a sostenere la squadra

Gli unici a salvarsi dal naufragio collettivo della squadra restano i due Marcus, Morris e Smart, ultimi ad arrendersi ad un fato che era ormai scritto. Al Horford ha cercato di essere un padre bravo e comprensivo, di quelli che danno una mano ovunque serva, ma ha dovuto alla fine alzare le braccia davanti ad una stagione disgraziata.
Il povero Aron Baynes è stato martoriato dagli infortuni per l’intera stagione, entrando e uscendo dall’infermeria.
Smart, Morris, Horford e Baynes comunque promossi, sebbene il loro sforzo non si servito a salvarci dall’inevitabile. Nessuno dei quattro sarà sicuro di tornare l’anno prossimo, ma tutti e quattro hanno mandato segnali incoraggianti e di amore per la franchigia, amore che hanno dimostrato sino all’ultimo minuto.
Al Horford voto 6,5
Aron Baynes voto 6
Marcus Morris voto 6,5
Marcus Smart voto 7

Ora la palla passa a Danny Ainge, il tempo delle esitazioni è finito. Sarà un’estate calda e probabilmente piena di colpi di scena per i bianco-verdi. Il nostro management dovrà essere pronto con più di un piano: Celtics endgame, sperando si sappia capire cosa si è sbagliato durante la stagione per ripartire con il piede giusto.

AmeriLeague, la Grande Truffa del basket USA

“A volte, la realtà supera l’immaginazione” è un modo di dire forse abusato, in un mondo in cui lo storytelling è diventato così di moda. Quando si parla di basket americano (e soprattutto di leghe minori), però, spesso si fatica a credere alle vicende in cui ci si imbatte. Avete presente Prova a prendermi, il film del 2002 diretto da Steven Spielberg e interpretato (magistralmente) da Leonardo DiCaprio e Tom Hanks? Raccontava le incredibili peripezie di Frank Abagnale Jr., vero e proprio ‘mago della truffa’ che, negli Anni ’60, si intascò oltre due milioni di dollari assumendo svariate identità. Ebbene, un Frank Abagnale Jr. è esistito anche nel mondo della pallacanestro made in USA: vi è entrato nel 1996 con il nome di Glendon Alexander e ne è uscito, quasi vent’anni dopo, come Cerruti N. Brown, fondatore della AmeriLeague.
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
Il logo della AmeriLeague e il misterioso fondatore, Cerruti Brown
L’11 maggio 2015, sul canale YouTube di tale Cerruti Brown compare un video in cui viene annunciata la nascita dei Las Vegas Dealers, una franchigia che riporterà il basket professionistico nella ‘Sin City’. Nel promo viene spiegato che la nuova squadra sarà formata da un mix di atleti professionisti, giocatori di college e alcuni tra i migliori prospetti delle high school americane, e che in estate si esibirà in una serie di incontri, sia al Cox Pavillion sia in giro per l’Europa, contro avversari di area FIBA, alcuni addirittura di livello Eurolega. Qualche giorno prima, Brown aveva rilasciato un’intervista telefonica a Fox 5, TV di Las Vegas, in cui sosteneva di avere già importanti accordi con alcuni sponsor e di essere disposto a sborsare fino a 700 mila dollari per ingaggiare degli All-American.
La notizia fa alzare subito qualche sopracciglio; offrire agli studenti un’alternativa ben remunerata al college o al professionismo in continenti lontani potrebbe sconvolgere il sistema sportivo americano. Ci sono però alcune domande che si diffondono presto tra gli addetti ai lavori: chi è Cerruti Brown? Perchè il suo nome non compare in nessun database, nemmeno al di fuori del mondo sportivo? Com’è possibile che nessuno lo abbia ancora visto in faccia? E soprattutto, da dove arrivano i suoi soldi?
La prima a rivolgere tali quesiti al diretto interessato è Kami Mattioli, giornalista di Sporting News. Brown, naturalmente senza mostrarsi, sostiene di essere “un businessman che ha avuto un’intuizione”, a cui degli investitori hanno dato fiducia. Dichiara che il suo patrimonio arriva “da tutte le strade della vita”, che ha già parlato con molti atleti e con le loro famiglie, di avere l’approvazione ‘morale’ di alcune superstar NBA e di essere già d’accordo con il CSKA per una doppia sfida estiva sull’asse Las Vegas-Mosca. La Mattioli contatta prontamente la società russa, la quale però non dà alcuna conferma. La giornalista scopre anche che la proprietà dei Dealers è intestata a una società chiamata LV Basketball Enterprises Inc., registrata nel Delaware il 15 aprile 2015 (solo dieci giorni prima dell’annuncio via web della creazione del team). Perchè, invece, l’azienda non compare nei registri del Nevada, dove effettivamente la franchigia si dovrà insediare? E’ solo uno dei molti misteri che gravano intorno al progetto e alla figura di Brown.
Nel frattempo, l’intuizione del sedicente imprenditore prende forma. Se in origine era prevista una sola squadra itinerante, con il passare delle settimane si inizia a parlare di una vera e propria lega professionistica: la AmeriLeague. Vengono presentate otto franchigie, tutte con sede a Las Vegas: ai Dealers si aggiungono High Rollers, 702 Vegas, i15, Westerners, Wild Aces, Mambas e Flush, ma le ultime due falliranno durante l’estate. Viene spiegato che la stagione inizierà a fine ottobre e si concluderà a metà febbraio, e che la AmeriLeague porterà un’importante innovazione in campo commerciale: le maglie delle squadre avranno infatti gli sponsor. Inoltre, vengono annunciate delle selezioni che, da fine settembre a metà ottobre, si svolgeranno in diverse città degli Stati Uniti, con un costo di iscrizione di 275 dollari. Sembra tutto organizzato alla perfezione, mancano solo… i giocatori.
O meglio, alcuni nomi di rilievo vengono realmente ingaggiati, ma non si tratta certo degli All-American di cui parlava Brown. A detta dell’ufficio stampa dell’AmeriLeague, il processo di reclutamento delle giovani stelle è iniziato troppo tardi, quando i migliori prospetti si erano già accordati con i vari college. C’è però ottimismo sul fatto che l’operazione andrà in porto l’estate successiva (si parla addirittura di un pre-accordo con Josh Jackson, futura scelta in lotteria dei Phoenix Suns). Così, i giocatori di punta della nuova lega saranno principalmente degli ‘scarti’ NBA, da Royce White, scelto dagli Houston Rockets nel 2012 e protagonista di una lunga serie di vicissitudini extra-parquet, a Dajuan Wagner, uno che aveva segnato 100 punti in una partita liceale (il 16 gennaio 2001) e che si era ‘bruciato’ dopo quattro sole stagioni NBA (tra Cleveland e Golden State), passando per Al Thornton, Terrence Williams, David Harrison, Josh Selby e Antoine Wright, tutte ‘meteore’ nella lega di Adam Silver. Per ‘ingolosirli’, Brown arriva a proporre loro contratti da 200 mila dollari per quattro mesi scarsi di attività. Soldi che la D-League non potrà mai offrire. Soldi che, ovviamente, gli atleti in questione non vedranno mai.
Le esagerate offerte economiche non si limitano ai soli giocatori. A Ethan Norof, già editor del sito Bleacher Report, vengono proposti 150 mila dollari per diventare il primo commissioner della AmeriLeague. Norof accetta immediatamente, va a Las Vegas per incontrare Brown e l’accordo viene raggiunto. Quando finalmente riceve il contratto, però, si accorge che la cifra riportata nero su bianco è di soli 50 mila dollari, con una serie di clausole, imprecisioni e scappatoie che lo insospettiscono non poco. “Mi ha portato a fare colazione il primo giorno che sono arrivato a Las Vegas”, dichiarerà Norof. “In termini commerciali, quella è l’unica cosa che ho ottenuto. Quella, e una camera d’albergo, ma non lo conto.”. Dopo appena una settimana, la AmeriLeague non ha più il suo commissioner.
Passa l’estate ma non passano, anzi aumentano, i dubbi e i misteri riguardanti la AmeriLeague e il suo fondatore. Com’è possibile che, a poche settimane dal via, non siano ancora disponibili un calendario, un regolamento, nemmeno i biglietti delle partite (che risultano sempre “disponibili a breve”? Come mai ci sono sei franchigie e solo quattro allenatori ufficializzati (Joe Connelly, Tree Rollins, Paul Mokeski e Martin Knezevic)? Come si spiega che il quinto, Scott Adubato, annunciato ma mai presentato, risulti attualmente allenare in Colombia? E soprattutto, perchè Cerruti Brown non si fa vedere?
A quest’ultima domanda Marcus Bass, ‘direttore delle operazioni’ dell’AmeriLeague (che avrà un ruolo chiave nella soluzione dell’enigma), risponde sostenendo che Brown abbia occupazioni ben più importanti che interfacciarsi con i media. Qualcuno, però, riesce a vedere in faccia l’enigmatico ideatore della lega. Brian Moore, uno degli investitori contattati da Brown, lo incontra al Four Seasons Hotel di Las Vegas. Bastano pochi istanti a Moore per realizzare di conoscere già quel volto. I suoi sospetti si uniscono a quelli di Ethan Norof e di altre persone coinvolte nell’operazione-AmeriLeague, che si mettono presto in contatto tra loro: non è che dietro a Cerruti N. Brown si nasconde per caso Glendon Alexander?
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander con la maglia dei Cowboys di Oklahoma State
Glendon Alexander era uno dei migliori prospetti liceali texani. Giocando per la Newman Smith Hig School, si era persino guadagnato la convocazione al McDonald’s All-American Game del 1996, evento a cui partecipavano atleti del calibro di Kobe Bryant, Rip Hamilton, Jermaine O’Neal, Stephen Jackson e Mike Bibby. Dopo quattro anni di college, passati tra Arkansas e Oklahoma State (dove raggiunge le Elite Eight al Torneo NCAA 2000), la sua carriera prende una strada piuttosto imprevedibile: quella che porta al carcere.
Poco dopo il draft 2000, in cui viene snobbato dalla NBA, emerge che Alexander, tra superiori e college, ha ricevuto oltre 75 mila dollari in sovvenzioni illecite, che gli hanno permesso di continuare a giocare senza nemmeno presentarsi alle lezioni. A Oklahoma State ha persino sottratto l’assegno di una borsa di studio al compagno Ivan McFarlin. Ma tutto questo è nulla, in confronto alle ‘imprese’ compiute al termine del suo percorso ‘accademico’ (tra moltissime virgolette). Nell’arco di dieci anni, Glen vive innumerevoli vite, collezionando una notevole somma di capi d’accusa; dalla frode bancaria e telematica al furto da 150 mila dollari (in contanti e gioielli) ai danni dell’ex giocatore MLB Derek Bell. Alexander confesserà di aver emesso assegni per quasi 50 mila dollari intestati al conto di un dentista dell’area di Dallas e di aver trasferito illecitamente oltre 1,5 milioni dal conto di Henry Mohney, proprietario di molti strip club in California (“E’ stato facile, avrei potuto portargli via tutto” dichiarerà Glen in tribunale). Tutto ciò porta all’incarcerazione del ‘genio della truffa’ presso il Seagoville Federal Correctional Institution, in Texas, da cui viene rilasciato l’11 ottobre 2005. Dopodichè, di Glendon Alexander si perdono le tracce, o quasi. Dopo il carcere diventa responsabile di un’accademia di basket in Iowa, e torna brevemente agli onori delle cronache perchè una madre, dopo aver ritirato il proprio figlio dalla scuola, chiede il risarcimento dei quattromila dollari della retta per “livello inadeguato dei pasti, degli alloggi e della preparazione cestistica”. Nel 2014, Glen dichiara di essersi lasciato tutto alle spalle, che la sua vecchia vita appartiene ormai al passato.
Eppure, tutte le strade portano a supporre che sia proprio lui a celarsi dietro il nome di Cerruti Brown. Effettivamente, indagini più approfondite mostrano dei collegamenti tra le due identità. Secondo i registri di nascita del Texas, un Cerruti Nino Brown è nato il 28 febbraio 1977. Il documento di nascita indica Rupert Nati Brown come il padre, che appare in altri documenti anche con il nome di Rupert Alexander, il nome del padre di Glendon. Non esiste invece un atto di nascita in Texas per Glendon Alexander, di cui però le biografie online e i rapporti giudiziari indicano come data di nascita il 28 febbraio 1978 e la sua città natale come Carrollton, Texas. Oltretutto, i database pubblici non presentano dati su nessun Cerruti Brown negli Stati Uniti, a parte l’atto di nascita in Texas e l’intestazione di una licenza commerciale del Nevada per la società LVD International. I funzionari dello stato del Texas e della contea di Dallas dichiarano però di non avere alcuna registrazione di un cambio di nome legale.

I crescenti sospetti sulla vera identità di Cerruti Brown gettano definitivamente nello scompiglio l’organizzazione dell’AmeriLeague. Il sito D-League Digest, tra i più attivi nell’inchiesta, chiede lumi a Jonathan Jordan, che aveva sostituito Ethan Norof come commissioner. La risposta è sconcertante: “Mi sono dimesso da commissioner dell’AmeriLeague. Per informazioni scrivete a c.brown@amerileague.com“. Poi tocca al programma di ESPN Outside The Lines raccogliere la testimonianza che fa calare la mannaia sul progetto. Marcus Bass inizialmente prende tempo, dicendo che il draft si sarebbe regolarmente svolto, poi vuota il sacco: Ho parlato con Cerruti Brown, gliel’ho chiesto espressamente, e lui ha ammesso di essere Glendon Alexander. Mi ha detto che si tira indietro, e di avvisare lo staff che a breve ci sarà una nuova proprietà. Sono scioccato.”. Un po’ la stessa reazione di Joe Connelly, uno dei presunti allenatori della lega, il quale rilascia al blog 2 Ways & 10 Days alcune dichiarazioni che esprimono al meglio l’assurdità della vicenda: “Il giorno prima di partire, un mio contatto mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Pensaci bene, Joe… A volte le persone non sono quello che sembrano’. Era una persona fidata, per cui sono rimasto scioccato, Uno dei miei migliori amici, Brian Moore, vive a Las Vegas. Ha incontrato questa persona e mi ha mandato la foto. Quando ho visto la sua faccia, ho avuto un tuffo al cuore: Cerruti Brown era Glendon Alexander! Lo avevo già incontrato quando era un promettente liceale, a un camp con Kobe Bryant e Stephon Marbury. Vi rendete conto? Avevo addirittura comprato i biglietti per mia moglie e per i miei tre figli, e non erano neanche rimborsabili! Più tardi mi è stata offerta una panchina a Sidney; in pochi giorni, sono passato da Las Vegas all’Australia!”.
Dopo il servizio di Outside The Lines, sul sito (tuttora esistente; all’interno si trova un articolo di ESPN sulla vicenda) dell’AmeriLeague compare un messaggio, poi rimosso: “Cerruti Brown è Glendon Alexander. Yeah, dovreste cercarlo su Google, è un artista della truffa”. I contratti firmati sotto falso nome e i primi reclami per mancati pagamenti sanciscono ufficialmente la fine dell’AmeriLeague. Un’idea che avrebbe potuto dare un forte scossone al mondo cestistico americano, e che invece si è rivelata una colossale farsa, ha ingannato una moltitudine di persone in cerca della giusta opportunità (dai giocatori agli allenatori, dai dipendenti agli investitori) e ha mostrato fin dove possa spingersi l’ambizione umana.

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #2

Puntuale come la Brexit (ma avevamo avvertito che la cadenza sarebbe stata rigorosamente ferrettiana), torna Garbage Time, la rubrica che raccoglie il meglio del peggio di ciò che gravita intorno al mondo NBA. Questa edizione è senza ombra di dubbio una delle migliori due di tutti i tempi, soprattutto considerando che è la seconda. Come dite? Non sembra un motivo sufficiente per leggerla? Male: sappiate che una ricerca dell’università di Duke, condotta dal professor Piermike Krzyzewski (tuttora alle prese con delle assurde accuse di nepotismo), ha rivelato che, leggendo un’edizione di Garbage Time, tutte le altre rubriche sembreranno di colpo più interessanti. Come come? Basta con le cazzate e passiamo all’inutilissima Top 10 di oggi? Vaaaaaaa bene… Prima però, il consueto pippone preliminare.

Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti.
Per quanto stupido possa sembrare, questa è una rubrica multimediale. Per comprenderne a fondo gli snodi narrativi è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari (consiglio stile-Aranzulla: per maggiore comodità, fate ‘clic’ con il pulsante destro del mouse e selezionate “Apri link in un’altra scheda”). Alla fine di ogni posizione, troverete gli hashtag di riferimento per diffondere come il Vangelo queste idiozie sui social.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: Jakob Poltl

Mai sponsor fu più azzeccato
Mai sponsor fu più azzeccato

Tra le cose che non penseresti mai di vedere in un’arena NBA, soprattutto a metà marzo, ci sono indubbiamente un’invasione di pipistrelli e un giocatore che si è preso un’insolazione. A San Antonio sono successe entrambe. Se la questione-Batman era nota già ai tempi di Manu Ginobili (ma gli animalisti che fanno? E il PD?), la prodezza di Jakob Poltl è una perla inedita. Durante il primo quarto della gara contro i New York Knicks, dalla panchina degli Spurs si alza uno sconosciuto. A prima vista sembra Blake Griffin travestito da Donald Trump ma, non appena si toglie la felpa, tutto diventa più chiaro (anzi, fosforescente): è Poltl!

Il centro austriaco, per concentrarsi al meglio in vista della sfida contro i temibilissimi avversari, ha pensato di concedersi una bella pennica all’aperto. Al suo risveglio, guardandosi intorno, non ha trovato le verdeggianti foreste della terra natia, bensì un paio di cactus e un teschio di bufalo. Solo allora ha realizzato il madornale errore commesso. O almeno, questa è la versione (ok, forse un po’ romanzata) raccontata da Poltl; la verità sarebbe stata troppo lunga da spiegare… Superato (?) l’imbarazzo per la grottesca ‘abbronzatura da muratore’, l’impronunciabile lungo ha messo a referto una prestazione da 12 punti, 9 rimbalzi e ben 5 stoppate. D’altronde, era caldo già dalla palla a due

#ècaldocomeunastufa #gioventùbruciata #solechebattesulcampodipallone #sottoilsolesottoilsole #vorreiuncolortrump #behiosonolaureato #milleunomilleduemilletre #eraforseilsole #lamanodimanu

 

Posizione numero 9: Mario Chalmers

Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA
Mario Chalmers tra LeBron James e Dwyane Wade. Il tampering varca i confini della NBA

Chi segue la NBA da almeno 5-6 anni avrà certamente sentito parlare di Mario Chalmers. Per gli altri, un breve riepilogo: arriva da Anchorage, Alaska, il suo nome completo è Almario Vernard Chalmers, ha chiamato un figlio Zachias A’mario, un altro Prynce Almario e una figlia Queen Elizabeth. Nel 2008 ha vinto il titolo NCAA con Kansas (da Most Outstanding Player) anche grazie a una sua miracolosa tripla in finale, poi è stato cacciato dal programma NBA per l’inserimento dei rookie per essersi fatto beccare in stanza in compagnia di due allegre fanciulle (“Era tutto finalizzato all’inserimento!” ha inutilmente protestato Mario), qualche cannetta e la magica coppia Darrell ArthurMichael Beasley. Quindi, ha giocato quattro finali e vinto due titoli NBA da playmaker titolare dei Miami Heat, quelli di LeBron James, Dwyane Wade e Chris Bosh. Nel 2015 è passato ai Memphis Grizzlies, ma la rottura del tendine d’Achille ne ha compromesso la carriera. O almeno, quella NBA. Il buon Mario non poteva immaginare che i giorni migliori dovessero ancora arrivare. Il 3 marzo 2019, la Virtus Bologna annuncia il suo ingaggio, e la magia ha inizio.

Il mese che segue è poesia allo stato puro. Non stiamo parlando delle sue prestazioni in campo, ma degli episodi ‘di contorno’ che riportano ai fasti degli Anni’80, quando le stelle NBA venivano a ‘svernare’ da noi, godendosi la vita e preparandosi a una pensione dorata. Nel giro di poche settimane, il mitico ‘Rio’ ha regalato al pubblico tricolore una serie di perle che rischiano di mettere in ombra i suoi successi in patria.
Che si tratti di un personaggio da tenere d’occhio è evidente fin dalle sue prime dichiarazioni, tra le quali spiccano “Non ho scelto l’Italia, è l’Italia che ha scelto me” e “Ho assaggiato tortellini e tagliatelle ma, se DEVO tornare in forma, per un po’ di tempo sarà meglio stare lontano dalla pasta” (meglio concentrarsi sugli alcolici, come vedremo in seguito). Ai deliziati cronisti, Chalmers comunica di aver mandato a LeBron James un fotomontaggio che ritrae il Re, Dwyane Wade e SuperMario con la maglia della Virtus. Sostiene che LBJ abbia gradito, invitando l’ex compagno ad andarsene affan a godersi l’avventura emiliana e divertirsi. Un consiglio che Almarione seguirà alla lettera.

Nemmeno il tempo di conoscere il loro nuovo playmaker, che coach Sasha Djordjevic e squadra vedono comparire in palestra un tizio che sembra la perfetta fusione tra Russell Westbrook, James Harden alla premiazione per l’MVP e Jon Voight nella scena iniziale di Un Uomo Da Marciapiede. E’ nientemeno che Ray Allen, passato a trovare il vecchio amico dopo aver assistito alla partita di Champions League tra Juventus e Atletico Madrid. Preso dall’esaltazione, ‘He Got Game’ documenta il tutto in una Instagram story in cui, tra le altre cose, omaggia la Virtus con un bel “Non so come si chiama la squadra”.
Nel frattempo, Chalmers manifesta il suo ottimismo sulle possibilità delle ‘V Nere’ firmando un contratto per la prossima stagione nella lega BIG3, il festival della tamarraggine organizzato dal rapper Ice Cube. Piccolo dettaglio: la manifestazione comincerà il 22 giugno, data dell’eventuale gara-7 della finale scudetto, e terminerà a settembre inoltrato, quando a Bologna sarà già iniziato il raduno per il 2019/20.
Domenica 7 aprile, la Virtus perde contro Pistoia, ultima in classifica, una gara cruciale per la rincorsa ai playoff. Per festeggiare, Chalmers e alcuni compagni improvvisano una gita nella ‘vicinissima’ Milano, per andare a spaccarsi ammerda (come dicono in Alaska) in una nota discoteca meneghina. L’immancabile video, che immortala lo splendido quintetto in piena sintonia con le tradizioni locali, suscita lo sdegno di tifosi e società, a cui i protagonisti sono costretti a chiedere scusa. In una successiva apparizione pubblica (alla quale si presenta vestito come Ray Allen), però, Marione mette da parte l’ipocrisia, spiegando agli incuriositi astanti le reali motivazioni di quella visita.

#unstoppable #civediamoalmario #aestèpiùfacile #daibigthreeallabig3 #mispiaceavevogiàprenotato #whatdoessegafredomean #bolognathisisforyou #bolobynight #sonquainporschecorsocomo #ascoltaunattimololapalooza #ilpezzochespacca #pago39

 

Posizione numero 8: Jordan Bell

Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell
Un indizio sul possibile acquisto di Jordan Bell

Anche nelle famiglie perfette può esserci quello che i sociologi definiscono ‘il figlio pirla’, il Principe Harry o il Lapo della situazione. Nel mondo NBA, la ‘famiglia perfetta’ è rappresentata dai Golden State Warriors, mentre per il ruolo del ‘figlio pirla’ è avanzata prepotentemente la candidatura di Jordan Bell.
Dopo una stagione da rookie incoraggiante, coronata dal titolo NBA e dalla parata (di cui si è reso indiscusso protagonista) per le strade di Oakland, il rendimento e il minutaggio del lungo da Oregon sono visibilmente calati, in questo 2018/19. A gennaio, un suo acceso diverbio con coach Steve Kerr viene intercettato dalle telecamere, ma si tratta di un episodio del tutto irrilevante, se paragonato al più recente colpo di genio.

Il 27 marzo, la squadra è a Memphis, per affrontare i derelitti Grizzlies di Brunone Caboclo. In giornata, viene comunicato che Bell non scenderà in campo (e verrà multato di diecimila dollari) per “condotta deteriore nei confronti del team”. Col passare delle ore, i contorni della vicenda si fanno più chiari: la sera prima, il Jordan più famoso della storia NBA (no, non DeAndre) si trovava in albergo. Per combattere la noia le aveva provate tutte, anche coinvolgendo i compagni, ma niente. Ecco dunque l’ideona: a quanto pare, il guascone avrebbe ordinato qualche ‘extra’ all’hotel, addebitandolo però sul conto di… Mike Brown!
Jordanone si scusa prontamente con il basito assistente-allenatore e con un ancora più perplesso Steve Kerr, in una riuscitissima imitazione di Christian De Sica“Uno scherzo, una penitenza, una burla!”. Però, il mistero sulla natura dell’acquisto resta irrisolto. Nei giorni successivi emergono le ipotesi più disparate: un pupazzo a grandezza naturale di Mr. Potato, la maglia di Kevin Durant ai Knicks, un cofanetto con la prima stagione di La prova del Cook (programma culinario condotto da Antonella Clerici e Quinn Cook)… Un’indagine più approfondita apre però una nuova pista: nella hall dell’albergo c’è la filiale di un famoso discount del Tennesse, particolarmente abile nelle campagne pubblicitarie. Effettivamente, alcuni prodotti non sono per tutte le tasche, così il poco abbiente Bell ha dovuto fare di necessità virtù.

#airpostjordan #jordanbelljordanalltheway #ammazzoiltempo #staserapagamike #laprovadelcook #unoscherzounaburlaunacafonata #rubavivandeinacciaio #occhialidanuca #marioadirato

 

Posizione numero 7: il Big Baller Brand

I Ball viaggiano sempre in coppia
I Ball viaggiano sempre in coppia

Tranquilli, non avete cliccato per sbaglio sul sito di Scarpe Magazine (che, ci crediate o meno, esiste davvero). Anche nella seconda edizione di Garbage Time parliamo di calzature ma, come la volta precedente, non ci discostiamo più di tanto dal mondo NBA. Probabilmente, anche i lettori di Scarpe Magazine avranno sentito nominare almeno una volta LaVar Ball. In caso contrario, meglio specificare: non è una pastiglia anticalcare, e nemmeno uno spin-off del manga giapponese sui Sayan. Il tizio in questione è da un paio d’anni sotto i riflettori per due ragioni principali: è il padre di Lonzo, playmaker prima di UCLA, poi dei Los Angeles Lakers, e ha una gran voglia di far parlare di sè.
Tralasciando le sparate che lo riguardano in prima persona (anche se il concetto “uno-contro-uno posso battere Jordan, LeBron e Kobe, ma solo perchè Kobe si è infortunato” meriterebbe approfondimenti, soprattutto per l’ultima parte), Mr. Ball approfitta di ogni singolo mezzo per ‘pompare’ a dismisura l’incolpevole figliolo. Da proclami del tipo “è meglio di Stephen Curry” si passa ad autentiche profezie, come “sarà il rookie dell’anno” o “porterà subito i Lakers ai playoff”, ovviamente non realizzate. Se di primo acchito sembra che il suo unico obiettivo sia quello di far ‘posterizzare’ Lonzo da mezza NBA, con il passare dei mesi il diabolico piano si delinea più nettamente.

Il vero scopo del pittoresco personaggio è lanciare il Big Baller Brand, un marchio ideato per far tremare il mercato delle calzature sportive. Come unici testimonial, i tre figli di LaVar, condannati all’eterno ludibrio dall’inesauribile passione familiare per i nomi di merda: dopo Lonzo, ecco LiAngelo (inequivocabile risposta alla domanda “DoveAngelo?”) e LaMelo (da non confondere con Lamela, ex giocatore della Roma, e la mela, frutto dai presunti poteri curativi). Ok, non saranno quelle pippe di Jordan e LeBron, ma possono bastare per fare soldi a palate. Nel maggio del 2017, compaiono sul mercato le ZO2, al prezzo-lancio di… 495 dollari! A chiunque osi eccepire, come ad esempio Shaquille O’Neal, il Flavio Briatore californiano risponde: “Se non puoi permettertele, non sei un vero Big Baller”. A far abbassare la cresta al gallo e il prezzo delle scarpe, arriva un altro BBB: il Better Business Bureau, un’agenzia di rating sulle aziende, che giudica il Big Baller Brand “incapace di evadere con tempestività gli ordini”. Una valutazione esagerata e faziosa: come si fa a definire una consegna di quattro mesi (come indicato sul sito) “non tempestiva”??
Ma non saranno certo pochi haters a fermare il grande progetto di LaVar: per lui sky is the limit, non solo una piattaforma satellitare. Prima mette in commercio delle ciabatte da 220 dollari, giustificandosi con “sono paragonabili ai sandali di Gucci e Prada” (facile immaginarsi qualcuno che, mentre esci dalla doccia, ti chiede, adorante: “Wooooooowwww…. Ma sono le nuove BBB???”), poi gioca il carico pesante: le signature shoes degli altri figli. Se Lonzo, perlomeno, è già un giocatore NBA, i suoi fratelli, che per pietà comodità chiameremo Gelo e Melo, sono due ragazzini brufolosi dall’avvenire ancora incerto. Perciò, il Silvio Berlusconi di Chino Hills decide di volare basso: le MB1 (che non sono delle matite) e le GELO3 (che non sono dei contenitori per alimenti) costeranno la miseria di 395 dollari. Roba da barboni!

Ancora una volta, qualche invidioso prova a mettere i bastoni fra le ruote al Brand: è la NCAA, che ricorda a LaVar come gli studenti-atleti non possano percepire denaro da sponsorizzazioni. Il novello Cetto Laqualunque, al grido “‘ntuculu alla NCAA!”, porta i figli in Lituania. Anche perchè, nel frattempo, Gelo (che non è il malvagio scienziato di Dragon Ball) è stato sospeso da UCLA. Il motivo? Durante un tour della squadra in Cina, è stato beccato a taccheggiare degli occhiali da sole in un negozio. Se altrove se la caverebbe con uno schiaffo sul coppino, lì rischia fino a dieci anni di galera. A parargli le natiche arriva il babbo, che chiede addirittura l’intervento di Donald Trump, in visita diplomatica nel paese asiatico. Da quel momento parte un inverosimile ‘duello a distanza’ tra menti illuminate: Trump intercede, fa scarcerare Geluzzo e si prende pubblicamente i meriti, Ball gli dà del razzista, Trump lo definisce “il Don King dei poveri” e Ball risponde che non voterà per lui nel 2020. Un vero peccato che Il Processo di Biscardi non vada più in onda…
L’approdo dei Big Ballerz sul Mar Baltico è uno spot continuo per il loro marchio. L’azienda sponsorizza il Prienai, la nuova squadra dei ragazzi, e organizza tornei promozionali, salvo poi non pagare i premi in denaro promessi ai vincitori. Questa accusa, mossa dal club, spinge la carovana-BBB a tornare negli Stati Uniti, per fondare la Junior Basketball Association, altra lega promozionale presentata come “alternativa alla NCAA”. A completare la strategia espansionistica del brand, ecco le scarpe dedicate a LaVar (ribattezzate – con gran gusto – LaVariccis) e alla moglie Tina (le volevano chiamare LaTina, però il rischio di confonderle con la città laziale o con un orinatoio era troppo elevato).

Insomma, a furia di esagerare, il clown più controverso al mondo sta costruendo un piccolo impero. Un impero che adesso rischia di crollare. Nelle ultime settimane, infatti, il BBB ha subito una serie di durissimi colpi d’immagine, inferti nientemeno che dalla mano di colui attorno al quale era stato montato tutto: Lonzo, tu quoque! Il primogenito si è nettamente dissociato dall’azienda familiare; prima ha cambiato scarpe (con i Lakers che, a quanto pare, se ne sono usciti con l’epica domanda: “Ma non è che ti facevi sempre male per quello?”), poi ha coperto il (finissimo) tatuaggio del marchio BBB con due dadi (da gioco, non da brodo). Nel frattempo, un suo amico ha pubblicato su Instagram un video in cui getta le ZO2 nell’immondizia, accompagnato dalla didascalia “Scaricate la nostra merce”. Il principale motivo di questa rottura? Lonzo si sarebbe accorto che Alan Foster, amico (pregiudicato) del padre e co-fondatore del brand, si è intascato in maniera truffaldina un milione e mezzo di dollari. Una mazzata per la famiglia Ball, che ora pensa seriamente di chiudere l’azienda. Dopo un periodo di latitanza, Foster ha deciso di raccontare la sua verità in un documentario di pregevole fattura, in cui mostra le immagini dell’accaduto, spiega le ragioni del gesto e promette di redimersi. Nel filmato si può notare la reazione – tutto sommato composta – di LaVar al momento dell’infelice scoperta.

#iballviaggianosempreincoppia #scarpemagazine #ciaBBBatte #miofigghiomelo #ntuculuallaNCAA #sonotuoiquestirayban #ballvstrump #nonsonoleghistatantomenodimerda #ilmaxitelevisoredelcazzo

 

Posizione numero 6: la dirigenza dei Lakers

Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA
Magic Johson, Rob Pelinka e Jeanie Buss, conduttori della migliore sit-com NBA

Parecchi anni fa, dopo l’ennesimo trionfo dei San Antonio Spurs, David Stern definì i texani “a team for the ages”, una squadra da tramandare ai posteri. Senza timore di smentita, anche i Los Angeles Lakers 2018/19 si possono descrivere come “a team for the ages”, ma forse non per gli stessi motivi. Nella scorsa edizione di Garbage Time avevamo seguito le prime puntate di questa imperdibile sit-com, soffermandoci sui picchi di humour raggiunti durante la vicenda-Anthony Davis e sul tampering acrobatico di Magic Johnson. Per la fortuna di questa rubrica e per lo sconforto dei tifosi gialloviola, anche i mesi successivi sono stati ricchi di colpi di scena, che hanno lasciato tutti in trepidante attesa dei prossimi capitoli della saga.

Riprendiamo dove avevamo lasciato l’ultima volta, ovvero alla polveriera-Davis. A tentare di calmare definitivamente le acque è intervenuta Jeanie Buss, colei che ha ereditato la proprietà della franchigia dal defunto padre, il grande Jerry. Una donna a quanto pare molto amata dai giocatori, anche se forse un po’ indigesta agli altri dipendenti. Jeanie ha accusato i media di aver diffuso fake news sulla mancata trade per AD, con argomentazioni del tipo: “Cioè, qualcuno è arrivato a dire che volevamo offrire tutti i giovani, otto veterani e un paio di ZO2 per un solo giocatore… Ma fatemi il piacere! Ma chi, noi? Una franchigia chiamata pazienza? Ma dai, che poi la gente ci crede davvero…”.
L’attacco diretto nei confronti della stampa non ha fatto altro che peggiorare le cose. Da quel momento, sono fuoriusciti sempre più rumors riguardanti il variopinto front-office californiano. Secondo uno di questi, la ‘fija de Mazinga’ e gli altri dirigenti erano convinti che le altre franchigie li stessero sabotando, rievocando all’improvviso il “gombloddo” di contiana memoria. Altri ancora si sono concentrati sulla curiosa trade che ha spedito il promettente Ivica Zubac, insieme a Michael Beasley, ai Clippers, in cambio del solo Mike Muscala. Secondo queste voci, diffuse da The Athletic, Magic sarebbe rimasto ben impressionato da Muscala dopo averlo visto in una partita contro i Lakers. E’ stato quindi lui a chiamare Jerry West, attuale dirigente dei Clips, per proporre l’affare. Sempre secondo l’autorevole sito americano, West si sarebbe dapprima dichiarato sorpreso, poi avrebbe addirittura deriso Magic, parlandone con gli amici. Da segnalare anche la presunta ‘strategia’ utilizzata nella costruzione del roster gialloviola: “Gli Warriors hanno sconfitto tutte le squadre ricche di tiratori, perciò non puoi batterli se giochi come loro. Genio!

L’aspetto più nebuloso della tragicomica situazione, però, è sempre stato quello relativo all’allenatore. Il 2018/19 di Luke Walton è stato un’altalena di emozioni. Inizialmente, Jeanie Buss si prodigava nel difenderlo, poi l’approccio è leggermente mutato: “Mi chiedete se Walton rimarrà? Non rispondo, decide Magic”. Peccato che Magic, il 9 aprile, annunci alla stampa le sue dimissioni, aggiungendo: “Jeanie non sa che sono qui”. In realtà, il nostro tamperista preferito aveva cercato di avvertire il suo capo, ma la Buss aveva preferito non rispondere. Jeanie aveva poi sfogato la sua esasperazione per le continue chiamate di Johnson con Rob Pelinka, il quale però non aveva manifestato particolare empatia. Nei giorni scorsi è emerso un gustoso retroscena secondo cui alle basi dell’imprevedibile passo indietro ci sarebbe una mail, intercettata per sbaglio da Johnson, in cui Jeanie e Pelinka ne criticavano l’operato. E poi dicono che lo Showtime non esiste più…

Sempre a detta dei numerosi insider, Magic aveva effettivamente intenzione di cacciare Walton; alla fine, se ne vanno entrambi. Dopo la separazione con i Lakers, Walton trova immediatamente un nuovo impiego, firmando con i Sacramento Kings. Per rimpiazzarlo, Jeanie e Pelinka hanno pronta una lista di nomi. Quando Doc Rivers fa velatamente capire di non essere interessato (“Resto ai Clippers finché Steve Ballmer non mi caccia”) e la pista Rick Carlisle sfuma bruscamente (il proprietario dei Mavs, Mark Cuban“Cosa ne penso? LOL. Se voglio ampliare il concetto? No, La mia risposta è LOL”), il cerchio si restringe su due candidati. Il primo è Monty Williams, già allenatore di Anthony Davis a New Orleans (coincidenze?), il secondo… Tyronn Lue! Sì, proprio quel Tyronn Lue, colui che, poche settimane prima, aveva telefonato a Walton per comunicargli un renziano “Stai sereno”. Come dite? Tyronn Lue era l’allenatore imposto da LeBron James a Cleveland? E allora? Malpensanti! Haters! Appuntamento alla prossima puntata…

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Posizione numero 5: James Dolan & Robert Sarver

James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA
James Dolan spiega con un rutto come dirigere una franchigia NBA

Chi sono costoro? Ecco alcune possibilità: a) i titolari di uno studio legale, b) i co-autori dell’ultimo capolavoro di Luis Fonsi, c) i peggiori proprietari NBA. Viste le innumerevoli grane a cui sono andati incontro, per i soggetti in questione sarebbe meglio l’opzione a), mentre i tifosi di New York Knicks e Phoenix Suns sceglierebbero volentieri la b). Invece, gli argomenti fin qui trattati suggeriscono di concentrarsi sul mondo della palla a spicchi. Le imprese di Jimmy & Bobby fanno sembrare quella dei Lakers una gestione oculata e lungimirante, in confronto al supplizio a cui sono sottoposti da anni gli appassionati di basket, nella Big Apple come nel deserto dell’Arizona.

Dolan è il classico esempio di individuo ‘nato con la camicia’. Dal padre, Charles, ha ereditato la proprietà della Cablevision, tra i partner del gruppo che gestisce il Madison Square Garden. I frequenti problemi con alcol e droghe (nel 2003, pur senza mollare la poltrona, finirà in riabilitazione) e le implicazioni in casi di abusi sessuali lo rendono il profilo perfetto per guidare una franchigia di grande tradizione come i Knicks. Sarà un caso, ma dal 1999, anno in cui Dolan ha assunto il pieno controllo della squadra, New York si è imposta come la franchigia più imbarazzante della lega. Lo stesso commissioner NBA, David Stern, arriverà a sentenziare: “I Knicks non sono un modello di gestione intelligente”. Ogni volta che i tifosi vengono interpellati su quale sia il peggior owner dello sport americano, il risultato dei sondaggi è immutabile: James Dolan. Decenni di sconfitte, contratti folli ai giocatori e agli allenatori sbagliati e decisioni piuttosto impopolari (come quella di trasformare il contestatissimo presidente Isiah Thomas nel contestatissimo allenatore Isiah Thomas), lo hanno reso il simbolo di una cultura perdente. Da troppo tempo, ormai, i tifosi chiedono la sua testa, più o meno velatamente.

Nel 2015 un fan di 73 anni gli scrive una lettera che, oltre a essere molto ‘old school’, si rivela molto critica nei suoi confronti. Interrogato dalla stampa, Dolan definisce il mittente “una persona triste, probabilmente un alcolista, poi gli consiglia di dedicarsi ai Nets “perchè i Knicks non lo vogliono”. L’indignazione cresce ma il nostro eroe, anziché scusarsi, archivia rapidamente la questione, descrivendola come un qui pro quo, un misunderstanding o qualche altra parola altrettanto fastidiosa.
Due anni dopo, mentre i Knicks vanno sempre più a fondo, il suo nome torna prepotentemente (è il proprio il caso di dirlo) d’attualità. Charles Oakley, pilastro della cattivissima New York di Pat Riley negli Anni ’90, viene arrestato sugli spalti del MSG dopo averlo duramente contestato. Seguono giorni roventi a Manhattan; Oakley definisce Dolan “un bullo arricchito”, Dolan minaccia di bandire a vita il suo ex-giocatore dall’arena, Spike Lee (noto tifoso bluarancio) si presenta al Garden indossando la maglia numero 34 di ‘The Oak’. Nel tentativo di placare gli animi intervengono addirittura Michael Jordan e Phil Jackson, rispettivamente compagno (e grande amico) e allenatore (e al momento dei fatti presidente dei Knicks) di Oakley ai tempi dei Chicago Bulls.
Il caso più recente è notizia dello scorso marzo, e le dinamiche sono grossomodo le stesse. Inspiegabilmente indispettito dall’andamento della squadra, titolare del peggior record NBA (per distacco), un tifoso contesta a gran voce Dolan. Il proprietario risponde prima con delle accuse (“Mi ha teso una trappola, mi ha stalkerato!”), poi minacciando la solita interdizione. A quel punto, inizia una vera e propria ‘lotta di classe’; un gruppo di fan stampa e distribuisce delle magliette con scritto “BAN DOLAN”, la security del Garden le confisca, il proprietario ribadisce: “Non vendo la franchigia”. Dopodiché, dice addio all’ennesima stagione trionfale con una massima, decisamente benaugurante: “Da quello che ho sentito, avremo una free-agency di successo”. Maledette voci di corridoio…

Il ‘James Dolan del West’ è senza ombra di dubbio Robert Sarver. Per capire con chi abbiamo a che fare basta pensare all’episodio in cui il ‘vulcanico’ (parola usata spesso al posto di ‘stronzo’) proprietario dei Suns fa trovare nell’ufficio del general manager, Ryan McDonough, un gregge di capre. L’intento? Fargli capire che è il momento di portare in squadra il futuro GOAT (in inglese “capra”, ma anche acronimo di Greatest Of All Time). Il risultato? Facilmente intuibile. Sarver è furioso: se un sottoposto non coglie al volo un’allusione così elegante, è destinato a durare poco. McDonough viene cacciato a pochi giorni dall’inizio della stagione 2018/19. Per sostituirlo si pensa a Steve Nash, ma il due volte MVP risponde con una risata talmente forte da procurargli un nuovo infortunio alla schiena. Si opta allora per James Jones, che ha avuto due principali meriti come cestista: essere compagno di LeBron James sia a Miami che a Cleveland (tradotto: tre anelli in bacheca) e finire la carriera a Phoenix senza sbattere la porta in faccia a Sarver, come invece hanno fatto tutti gli altri. Jones viene presentato come soluzione ad interim, ma non viene mai rimpiazzato. Mentre Devin Booker elargisce cinquantelli e DeAndre Ayton macina doppie-doppie, l’ennesima stagione dei Suns finisce in malora; per il terzo anno consecutivo, Phoenix chiude sul fondo della Western Conference. Durante il tragitto, però, l’uomo che fissa le capre lascia ai posteri un paio di perle niente male. Se pensate che la trade con Memphis, saltata perchè Sarver e il suo staff hanno confuso MarShon Brooks con Dillon Brooks, sia l’apice del grottesco, forse non avete approfondito a dovere la vicenda-trasferimento.

L’11 dicembre, Bobby minaccia pubblicamente di portare la franchigia lontano da Phoenix (Las Vegas o Seattle) qualora la città non sovvenzioni il rinnovamento della Talking Stick (che qualcuno ha amaramente ribattezzato Tanking Stinks, traducibile in perdere fa schifoResort Arena. Due giorni dopo, Devin Booker risponde twittando “I love Phoenix”, ma la reazione più eclatante è quella di Greta Rodgers, novantenne attivista locale. L’arzilla cittadina tiene un discorso ai membri del consiglio comunale, in cui massacra senza pietà il ‘povero’ businessman. Il memorabile intervento è riassumibile così: “Sarver è proprietario da 14 anni e non ha mai fatto niente. E’ così tirchio che, quando cammina, si sente il rumore delle monete. Dovreste vergognarvi anche solo a trattare con un individuo del genere. Noi non paghiamo le tasse per aiutare delle aziende private, soprattutto quelle d’intrattenimento. Che si finanzino da soli, oppure che falliscano per la loro incompetenza!. 92 minuti di applausi. Inizialmente si fatica a comprendere le ragioni di tanto astio, ma un’indagine più approfondita rivela che il magnate e la vecchina hanno una questione in sospeso da tempo.

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Posizione numero 4: Spencer Butterfield

Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA
Spencer Butterfield inganna il tempo mentre insegue il suo sogno. Che non è la NBA

E’ vero, la vicenda risale a qualche mese fa e non riguarda strettamente il mondo NBA, ma il faccione pulito di Spencer Butterfield è l’immagine perfetta per aprire questa trilogia dedicata a coloro che hanno cambiato strada, allontanandosi dal parquet (anche se non del tutto, in questo caso) per seguire la loro vera vocazione.

Nato a Provo, cittadina sperimentale dello Utah famosa per il suo formaggio piccante, e cresciuto nel nord della California, Butterfield torna nello Stato dei Mormoni, dove gioca per due stagioni con la maglia di Utah State, college minore della Division I NCAA. Pur essendo un ottimo tiratore, non è certo materiale da NBA. Così nel 2014, terminati gli studi, inizia un vorticoso tour europeo. Prima tappa a Melilla, seconda divisone spagnola (anche se la città si trova geograficamente in Marocco; ma, come dicono lì, sticazzi), poi si va… alla Juventus! Piano con gli entusiasmi o con le invettive; vi sorprenderà sapere che non parliamo di calcio, bensì della BC Juventus, squadra (di basket) della prima divisione lituana nota per essersi auto-assegnata due scudetti in più. La grande occasione arriva però con il Nanterre 92, club francese fondato nel 1927, ovvero… 92 anni fa!! (anche se, con nostra somma delusione, il nome è dovuto alla zona geografica, identificata con FR-92). In maglia biancoverde, Spencer vince Coppa di Francia e FIBA Europe Cup, competizione in cui lascia un segno indelebile il 14 marzo 2017; 39 punti (pareggiato il record all-time) e 11 triple segnate (superato il record all-time). Dopo una stagione in Germania, con l’Alba Berlino, sbarca finalmente nel nostro Paese, firmando con Reggio Emilia.

La sua esperienza con la Grissin Bon (a proposito, Greta Thunberg ha fatto sapere che la sua prossima campagna sarà volta ad abolire gli sponsor dai nomi delle squadre) dura solo quattro partite. A inizio novembre, infatti, viene fermato da una lussazione a un dito del piede. Prognosi: cinque settimane. Butterfield saluta i compagni e vola negli Stati Uniti per dei controlli medici, ma da quel momento… sparisce. Per circa un mese, la società prova a rintracciarlo in ogni modo; gli telefona, scrive ai parenti, mette la sua foto sul cartone del latte, ma niente. Quando Enrico Ruggeri è ormai pronto per un’edizione straordinaria di Mistero su Italia Uno, arriva il colpo di scena; Butterfield annuncia di voler rescindere il contratto. La motivazione si apprende solo qualche giorno più tardi, quando il ragazzo pubblica un leggendario post su Instagram. La foto ritrae lui e la compagna in una posa da Congresso sulla Famiglia, e la didascalia si può riassumere così: “Finalmente, il sogno della mia vita si avvera. Sono orgoglioso di essere diventato un agente immobiliare! Anzi, se conoscete qualcuno che vuole vendere o comprare casa, contattatemi!”. Con buona pace della Pallacanestro Reggiana (e della pallacanestro in generale), Spencer appende così le scarpe al chiodo per dedicarsi alla sua nuova, impronosticabile avventura. Oggi, dopo un difficile periodo di apprendistato, sembra che la seconda carriera di Butterfield stia finalmente prendendo piede.

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Posizione numero 3: Royce White

Royce White all'inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA
Royce White all’inizio (ma anche alla fine) della sua carriera NBA

L’assurda storia di Royce White, che di recente si è arricchita di nuovi, intriganti capitoli, ha certamente dei risvolti molto delicati, visti i problemi del ragazzo. Guardandola dalla mera prospettiva cestistica, però, è la definitiva dimostrazione di come il draft NBA nasconda innumerevoli insidie.
White, nato e cresciuto a Minneapolis, è un giocatore di enorme talento, ma dalla personalità alquanto complicata. I due aspetti finiscono per collidere pesantemente nel 2009, quando inizia la sua carriera collegiale. Reclutato da University of Minnesota, non gioca nemmeno una partita per i Golden Gophers. A metà ottobre, infatti, viene sorpreso a taccheggiare in un negozio di abbigliamento; per tutta risposta, Royce aggredisce la guardia, beccandosi una denuncia e una sospensione a tempo indeterminato dalle attività sportive. Lontano dal parquet ne combina di tutti i colori; nonostante abbia un buon rendimento scolastico e sia un grande appassionato di musica, non riesce proprio a star lontano dal crimine. Sebbene alcuni tentativi siano piuttosto maldestri, la sua fedina penale, al primo anno di college, è già di altissimo livello. Accusato, tra le altre cose, di furto di computer e ripetute violazioni di domicilio, White viene allontanato dall’ateneo. Passa così a Iowa State, alla corte di quel Fred Hoiberg che aveva conosciuto nel Minnesota. Salta la prima stagione per problemi di transfer, ma nel 2011/12 scende finalmente in campo. Ed è subito dominante; guida i Cyclones per punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate. La squadra partecipa al torneo NCAA, ma viene eliminata al secondo round dai Kentucky Wildcats di Anthony Davis, futuri campioni. White è ormai da tempo nei radar NBA, ma durante la stagione gli viene diagnosticato un “disturbo d’ansia generalizzato”, che ne abbassa nettamente le quotazioni. Viene selezionato con la sedicesima scelta assoluta al draft 2012 dagli Houston Rockets, che impiegheranno ben poco a capire chi si sono portati in casa.

Royce è mosso da nobilissime cause, ma pianta fin da subito una serie di colossali grane che lo rendono presto inviso alla dirigenza. Quando inizia il training camp, lui non si presenta. Richiede ufficialmente un incontro con i vertici dei Rockets e della NBA stessa, nel quale discutere delle politiche sulla salute mentale. L’appello viene ascoltato, ma ogni tentativo viene ritenuto insufficiente dal giocatore, che si rifiuta persino di unirsi ai Rio Grande Valley Vipers, affiliata D-League dei Rockets. Nel frattempo, chiede e ottiene il permesso per andare in trasferta in pullman, invece che in aereo. Volare gli provoca ansia e i farmaci ne limiterebbero le prestazioni e gli causerebbero dipendenza. Il front-office è sempre più disorientato e a gennaio, senza aver disputato nemmeno una singola partita, White viene sospeso per inadempienza contrattuale. A febbraio, la matassa sembra sbrogliarsi, e finalmente Royce debutta con i Vipers. La tregua dura pochissimo; poco più di un mese dopo, d’accordo con il suo medico, White dichiara di non voler più giocare in D-League. Disputa altre sei gare (tutte in casa), poi dà definitivamente forfait per i playoff, a suo dire “eccessivamente stressanti”. Per i Rockets è decisamente troppo. A fine stagione, Royce viene spedito ai Philadelphia 76ers.
In Pennsylvania, l‘epopea continua. White si presenta al media day carico di buone intenzioni ma, sull’aereo che porta in Spagna (dove i Sixers svolgeranno un tour di preparazione), lui non c’è. Il giorno prima dell’inizio della stagione 2013/14, viene tagliato. Quando tutto sembra perduto, ecco l’inattesa svolta; nel marzo 2014, i Sacramento Kings (che hanno sempre posto per i ‘casi umani’) lo ingaggiano con due contratti da dieci giorni. In quel periodo, Royce fa in tempo a debuttare in NBA, anche se i suoi numeri non sono proprio quelli di Wilt Chamberlain. In tre apparizioni, totalizza 8 minuti e 54 secondi, ‘impreziositi’ da un triste ‘0’ in tutte le colonne statistiche, ad eccezione di un epico tiro tentato nei 49 secondi di garbage time contro i Milwaukee Bucks. La sua carriera NBA si conclude così, ma di certo non la sua bizzarra storia.

White sparisce dai radar per due anni e mezzo, con la notabile eccezione di una Summer League disputata nel 2015 con i Los Angeles Clippers. Quella stessa estate si accorda per entrare a far parte dell’AmeriLeague, nascente lega minore con sede a Las Vegas, ma anche questa vicenda sfocia presto nel paradossale; si scopre infatti che il fondatore della lega, tale Cerruti Brown, altri non è che Glendon Alexander, ex-promessa liceale con numerose condanne a carico per truffa. Il novello Frank Abagnale, la cui storia meriterebbe un film, ha lasciato per strada una scia infinita di debiti, così la nuova lega non vede nemmeno la luce.
Nel dicembre 2016, White firma con i London Ligthning, franchigia della massima serie canadese (sì, esiste una London nell’Ontario e sì, è bagnata dal fiume Tamigi – entrambi frutti della megalomania coloniale britannica). Improvvisamente, la ‘bestia’ che è in lui si risveglia. Il primo anno, Royce viene eletto MVP stagionale e trascina i Lightning al titolo, con una prova da 34 punti, 15 rimbalzi e 9 assist nella decisiva gara-6 delle Finals, mentre nella stagione successiva è il miglior realizzatore della NBLC. Ad aprile, però, aggredisce un ufficiale di gara. L’episodio gli costa undici partite di squalifica e, allo stesso tempo, decreta la fine della sua avventura canadese.

La sua (molto) breve ma (molto) intensa carriera cestistica è ormai al capolinea, ma c’è ancora tempo per un degno epilogo. Il 12 luglio 2018, chiamato da Larry Brown, firma per l’Auxilium Torino. L’eccitazione, all’ombra della Mole, è palpabile; peccato che White non sbarcherà mai in Italia. Il 23 agosto, dopo continui ed esasperati solleciti, la società decide di annullare il contratto.
Ancora una volta, dell’ex-promessa NBA si perdono le tracce. Lo scorso febbraio, però, il nostro eroe ricompare, per regalarci gli ultimi, spettacolari colpi di teatro. Prima annuncia il suo futuro approdo nella BIG3, come Mario Chalmers, poi dichiara di volersi cimentare con le arti marziali miste, sulle orme tracciate dal mai dimenticato Darko Milicic con la boxe. Le sue argomentazioni non fanno una piega: “Sono uno dei miglior atleti al mondo. Le mie doti si possono sfruttare perfettamente nella UFC”. Pubblica anche un libro, intitolato MMA x NBA: una critica allo sport moderno in America e, notizia di questi giorni, la sua conversione in fighter verrà raccontata in un film, di cui è già disponibile il trailer.

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Posizione numero 2: Chris Douglas-Roberts

Una volta, quest'uomo era un giocatore NBA
Una volta, quest’uomo era un giocatore NBA

C’è chi lascia il basket per diventare un agente immobiliare e chi per menare le mani, poi c’è lui. Chris Douglas-Roberts è stato un giocatore NBA; sei stagioni nella lega, di cui tre oneste ai New Jersey Nets (2008-2010) e ai Milwaukee Bucks (2010/11) e tre dimenticabili tra Mavericks, Bobcats (brivido!) e Clippers. Ma la sua carriera sui parquet americani viene completamente eclissata da due interviste, rilasciate nel corso degli anni, che lo proiettano di diritto nella Hall Of Fame di questa rubrica.

La prima risale al 2012, quando CDR cercava invano un posto nel roster dei Los Angeles Lakers. La stagione precedente l’aveva trascorsa a Bologna, con la maglia della Virtus. Un’esperienza che il Genio descrive così: “Io e la mia compagna non sapevamo a cosa andavamo incontro. Condizioni di vita non buone, casa piccola e nessuno che parlasse inglese. L’acqua calda è arrivata solo nella nostra ultima settimana, e per fare il bagno alla nostra piccola Ze Alexandria dovevamo prendere l’acqua dalla cucina. C’erano viaggi di sei ore da fare in pullman senza mangiare, e dormivamo in stanze da due letti: per uno alto come è me non è mica facile… Nello spogliatoio si parlava di ragazze, ed era divertente ascoltare le stesse storie che si ascoltano ovunque, in un inglese semplice ma comprensibile. Poi si mangiava pasta tutti i giorni, là è così, pasta con pollo alla griglia. Io chiedevo la salsa Alfredo, la salsa bianca, e mi guardavano come se fossi pazzo. Peppe Poeta mi ha spiegato che la pasta americana è un po’ come il rap finlandese: non è quella vera. Poi la musica… Ascoltano rap normale e non il gangsta rap, vogliono che nelle radio ci siano Alicia Keys e Jay-Z, non ci sono mix come Meek Mill, perché non lo ascoltano.”

La seconda intervista è del febbraio 2019 (lo stesso, indelebile periodo in cui Royce White annunciava la nuova carriera nel puggilismo). Nello sgomento generale, Chris comunica che la sua nuova identità è “Supreme Bey”, spiegando questa svolta con delle massime da incidere nella pietra: “Supreme è il mio vero io. Chris Douglas-Roberts era solo chi ero fino a quando non ho scoperto me stesso. Ora, questa è la mia anima che parla. Sono un essere di luce, amore e conoscenza. Prima ero solo un corpo e una voce. Siamo anime. Questo corpo è solo una nave che usiamo per questo tempo su questo pianeta. Il mio scopo principale nella vita è di migliorare l’umanità. Non sono un supereroe, ma in un certo senso lo sono. Mi sento come Capitan Planet a volte. Sono il capo della mia vita. Gestisco la mia vita come voglio. Non sono più solo un giocatore di basket. Il mio scopo è più grande delle cose. Con il basket, mi sentivo come se fossi stato confinato, alcune volte intrappolato. Non puoi fare e dire certe cose. Non volevo che la mia vita fosse così. Sono uno spirito libero. Non voglio che qualcuno mi gestisca.”

Serve aggiungere altro?

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Posizione numero 1: Don Nelson e la ‘vida loca’ NBA

Dietro a quell'espressione stonata si nasconde l'allenatore più vincente della storia NBA
Dietro a quell’espressione stonata si nasconde l’allenatore più vincente della storia NBA

Prese singolarmente, le psichedeliche esternazioni di Douglas-Roberts potrebbero essere semplicemente considerate come deliri occasionali. Negli ultimi mesi, sono però saliti alle cronache diversi casi che portano a pensare che stia succedendo qualcosa di più grande. Dimentichiamoci della NBA ‘politically correct’, quella pensata per le famiglie e ricca di modelli positivi; un’ondata di ribellione sta attraversando gli Stati Uniti, cercando di spianare il terreno per una nuova era all’insegna della trasgressione.

Prendiamo Alvin Gentry, ad esempio. Al termine della partita del 4 marzo, vinta dai suoi New Orleans Pelicans sul campo degli Utah Jazz, l’allenatore inizia a biascicare qualcosa ai giornalisti a proposito del pick’n’roll avversario. Dopo essersi interrotto per un fugace ruttino, Gentry ridacchia: “Scusate, mi sono fatto un paio di birre!”. Il suo collega dei Los Angeles Clippers, Doc Rivers, vuole invece raccontare un curioso episodio, avvenuto a poche ore dall’inizio di gara-2 contro i Golden State Warriors: “Vorrei fare un saluto al tizio di San Francisco che ho incontrato in un angolo, mentre camminavo per strada. Mentre prendevo il telefono, dalla tasca mi sono caduti duemila dollari. Io non mi sono accorto e ho continuato a camminare. Il tizio mi ha bussato alla spalla e mi ha detto: ‘Hey, questi sono i tuoi soldi!’. Non conosco tanti altri posti in cui sarebbe successo. Chiunque egli fosse, avrebbe avuto dei biglietti omaggio se non fosse corso via!”. Perché Rivers girava con duemila dollari in tasca per le strade di San Francisco? E chi ha introdotto gli alcolici nello spogliatoio dei Pelicans?
Quando sembra che questi interrogativi siano destinati a rimanere tali, gli inquirenti iniziano a collegare i due eventi con un’altra pista, quella delle droghe leggere. A fine marzo Kwame Brown, una delle peggiori prime scelte assolute nella storia del draft NBA, viene arrestato per possesso illegale di erba e prodotti commestibili alla marijuana. Qualche settimana prima, Rajon Rondo era rientrato dalla pausa per l’All-Star Game con dei dolori alla schiena. La sua giustificazione? “Penso di aver dormito su un letto scomodo in Giamaica”. Passati alcuni giorni, il mitico Rajone si fa notare per un altro episodio bizzarro: richiamato in panchina da coach Luke Walton, invece che accomodarsi di fianco ai compagni si piazza su uno sgabello della prima fila, guardando l’ultimo minuto tra il pubblico, con l’espressione facciale di Enzo Salvi quando enuncia il suo celebre “Mamma mia, comme sdoo…”.

Esaminando le immagini, a uno degli investigatori viene un’improvvisa intuizione: “E se dietro a tutto questo ci fosse… Nellie?”. ‘Nellie’ è il soprannome di Don Nelson, ovverosia l’allenatore ad aver vinto più partite nella storia NBA. Dopo aver rivoluzionato la pallacanestro, alla guida di Milwaukee Bucks, Golden State Warriors e Dallas Mavericks, Nelson si gode la pensione. Dimenticatevi delle bestemmie a briscola o delle valutazioni ai cantieri; stando alle parole del figlio Donnie, “Papà è felice. Vive a Maui, nelle Hawaii, dove sorseggia Mai Tai e osserva il tramonto e le balene.”. Nel ‘magico’ febbraio 2019, però, il vecchio Nellie aggiunge dell’altro, dai microfoni della Oracle Arena: Cosa faccio in pensione? Fumo Marijuana! Non mio mai fumato quando ero giocatore o allenatore. E’ una cosa nuova per me. Comunque, fumo marijuana e mi godo la vita. Ora che è legale, me la godo!”.
Per fugare ogni sospetto, gli inquirenti recuperano le registrazioni di alcune telecamere poste in prossimità della casa vacanze di Rondo, nel nord della Giamaica. In uno di questi filmati, viene effettivamente documentato l’incontro tra un entusiasta Rajone e Nelson, come sempre foriero di buone notizie. Immagini che rappresentano una prova inconfutabile del ruolo attivo di Nellie in questa improvvisa svolta ‘lisergica’ della NBA, e che fanno salire alle stelle la curiosità per i prossimi sviluppi della saga. Una volta recuperati i reperti che inchiodano Kwame, Rivers e Gentry, potremmo trovarci di fronte a qualcosa di veramente… Epico.

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Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1