Draft NBA – Dove tutto ha inizio

Per certi versi, il draft è l’evento più atteso della stagione NBA. Tra analisi dei prospetti e previsioni sulle scelte e sulle strategie delle varie franchigie, è un argomento di cui si parla più a lungo e che spesso genera molte più discussioni rispetto alla vittoria di un titolo o a un grande colpo di mercato. In effetti, il draft NBA è il punto in cui tutto comincia. Salvo rarissime eccezioni, per tutti coloro che hanno scritto, stanno scrivendo o scriveranno la storia del basket statunitense, la strada inizia su quel palcoscenico, con un cappellino in testa e con un abito il più delle volte improponibile. Quello è il momento che cambia per sempre le loro vite, a volte salvandoli da contesti estremamente difficili (la storia sportiva americana è piena di storie incredibili, in tal senso), e che spesso (ma non sempre) determina le sorti di una o più franchigie. Alcune, su tutte San Antonio Spurs, Oklahoma City Thunder e Golden State Warriors, hanno costruito squadre da titolo quasi esclusivamente attraverso le scelte ai vari draft (Duncan, Ginobili, Parker e Leonard per i texani; Durant, Westbrook, Harden e Ibaka per OKC; Curry, Thompson, Barnes e Green per gli ex campioni NBA), altre navigano da anni nella mediocrità per via di selezioni meno avvedute (vedi Charlotte e, fino a poco tempo fa, Sacramento). Le più brave e fortunate, infine, con una sola scelta azzeccata danno una svolta immediata e definitiva alla loro storia. Chiedere agli Orlando Magic, che con l’arrivo di Shaquille O’Neal diventarono una contender nel giro di poche stagioni. Oppure ai Cleveland Cavaliers, che ringrazieranno in eterno il giorno in cui chiamarono il ‘figliol prodigo’ LeBron James.

Alcune edizioni del draft hanno addirittura cambiato la storia della lega stessa: nel 1984, il commissioner David Stern diede il benvenuto (tra gli altri) ad Hakeem Olajuwon, Michael Jordan, Charles Barkley e John Stockton; dodici anni dopo toccò ad Allen Iverson, Ray Allen, Kobe Bryant e Steve Nash; il 2003 portò LeBron James, Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwyane Wade, mentre sei anni più tardi fu la volta di Blake Griffin, James Harden, Stephen Curry e DeMar DeRozan. Classi destinate a segnare le rispettive epoche, contribuendo in maniera determinante all’evoluzione (e alla rivoluzione) del gioco.
Un evento di cruciale importanza e di estremo interesse, dunque. Ma guai a pensare che basti scegliere in alto per avere un futuro glorioso; il fattore che maggiormente caratterizza ogni singola edizione è anche quello che rende il draft così affascinante: l’imprevedibilità.

 

Destini

Larry Bird e Magic Johnson, entrambi scelti al draft 1979
Larry Bird e Magic Johnson, entrambi scelti al draft 1979

L’esito di ogni draft, su cui i giudizi spesso richiedono diversi anni, dipende molto da fattori umani e ambientali: l’intuito e la lungimiranza dei dirigenti, l’attitudine dei giocatori e il contesto in cui si ritrovano. Più di ogni altro evento nello sport americano, però il draft rappresenta un vero e proprio gioco del destino. Da quella notte dipende il futuro di giocatori e squadre, e ciò che accade è determinato da infinite combinazioni di eventi, a cominciare dall’assegnazione della prima scelta. Nel 1979, il discutibile regolamento prevedeva il lancio di una monetina: da una parte l’ultima classificata a Ovest, i New Orleans Jazz, dall’altra la peggiore dell’Est, i Chicago Bulls. Peccato che i Jazz avessero ceduto i diritti ai Los Angeles Lakers, nel corso dell’affare che, tre anni prima, aveva portato in Louisiana Gail Goodrich. Dopo poche partite, Goodrich subì un grave infortunio al tendine d’Achille che ne compromise la carriera e che contribuì a far sprofondare i Jazz. Al termine della stagione 1978/79, New Orleans aveva il peggior record della Western Conference: ecco dunque i Lakers presentarsi a quel famigerato lancio di monetina. Cosa sarebbe successo se i Bulls avessero scelto “croce”, e un certo Earvin ‘Magic’ Johnson fosse finito nella Windy City? Gli scenari sono infiniti: quasi certamente non sarebbe arrivato Jordan a Chicago cinque anni dopo, sicuramente non sarebbe esistito lo ‘Showtime’ dei Lakers, e la rivalità con Larry Bird si sarebbe limitata ad una lotta per il dominio della Eastern Conference… Oppure no, qualora Bird, l’anno precedente, non avesse deciso di rimanere un’altra stagione al college, facendo desistere gli Indiana Pacers dal chiamarlo con la scelta numero 1 (che fu poi ceduta ai Portland Trail Blazers). Il biondo di Indiana State University fu selezionato dai Boston Celtics con la numero 6, e il resto è storia.

L’evoluzione delle normative vigenti ha certamente avuto un ruolo fondamentale in questa serie di sliding doors: Il grande Wilt Chamberlain probabilmente non avrebbe portato nella storia i Philadelphia Warriors (non solo con la partita dei 100 punti), se non fosse nato e cresciuto a Philadelphia: fu infatti selezionato con la controversa regola, ormai abolita, della territorial pick, che garantiva a una franchigia l’assoluta precedenza sui migliori prospetti nel raggio di 50 miglia. E se la norma attuale, che non consente alle squadre di pescare i talenti direttamente dalle high school, fosse stata introdotta prima, dove avrebbero giocato i vari Kevin Garnett, Kobe Bryant, LeBron James e Dwight Howard? E chi avrebbero scelto al loro posto Timberwolves, Lakers (Hornets), Cavs e Magic?

Si parla di destino, purtroppo, anche per questioni che vanno oltre la pallacanestro. Giocatori come Brandon Roy o Greg Oden, ad esempio, scelte altissime di Portland ai draft 2006 e 2007, ebbero una carriera pesantemente compromessa da gravi e ripetuti infortuni, lasciando ai Blazers infiniti rimpianti per una squadra che avrebbe potuto arrivare molto lontano. Peggio andò a Jay Williams; selezionato da Chicago con la seconda chiamata assoluta nel 2002, dopo un solo anno da professionista fu vittima di un incidente in moto che lo costrinse al ritiro. Il caso più tragico, però, fu quello di Len Bias, che morì di overdose soltanto due giorni dopo essere stato scelto al draft 1986 dai Boston Celtics. Che NBA sarebbe stata con Bias, Williams e i ‘veri’ Roy e Oden?

Strategie

Bill Russell, scelto dai Celtics di Red Auerbach al draft 1956
Bill Russell, scelto dai Celtics di Red Auerbach al draft 1956

Chiaramente, il draft non è solo una questione di destino o casualità. Nella maggior parte dei casi, la differenza tra una svolta decisiva e una caduta nella mediocrità è determinata da una serie di elaborate strategie. Il caso più eclatante è quello dei Boston Celtics (sempre loro), che nel 1956 misero a punto un ‘piano diabolico’ per riuscire a mettere le mani su Bill Russell. La prima scelta di quell’anno spettava ai Rochester Royals, la seconda ai St. Louis Hawks. Il ‘mago’ Red Auerbach, allora head coach e general manager di Boston, propose alle due squadre un accordo che coinvolgeva scelte future, giocatori vari e (ebbene sì) l’organizzazione di uno spettacolo itinerante, gestito dal proprietario dei Celtics, nelle città interessate. Alla fine i Royals chiamarono tale Sihugo Green, mentre gli Hawks scelsero Russell e lo girarono ai biancoverdi. Risultato? La più grande dinastia nella storia dello sport ebbe inizio quella sera.
Senza arrivare a quegli eccessi, i già citati Lakers riuscirono a ripetere l’operazione-Johnson nel 1982, quando uno scambio con i derelitti Cleveland Cavaliers portò in dote un campione come James Worthy, che insieme a Magic e Kareem Abdul-Jabbar avrebbe dominato gli Anni ’80. Sull’altra costa i Celtics, dopo l’affare-Bird, riuscirono a mettere a segno un altro gran colpo: cedettero la prima scelta assoluta del 1980, Joe Barry Carroll, ai Golden State Warriors, in cambio di Robert Parish e della terza chiamata, con la quale Auerbach selezionò Kevin McHale. Le due franchigie erano pronte a dar vita alla più grande rivalità sportiva di sempre.

Penny Hardaway (a sinistra) e Chris Webber furono scamibati durante il draft 1993
Penny Hardaway (a sinistra) e Chris Webber furono scamibati durante il draft 1993

Se alcune mosse trovano radici lontane nel tempo, molte decisioni vengono prese nei giorni, se non nelle ore immediatamente precedenti (o addirittura successive) al draft. Olajuwon raccontò che, nel 1984, Portland offrì a Houston la seconda scelta, più Clyde Drexler, in cambio del centro Ralph Sampson. I Rockets, che avevano i diritti sulla pick numero 1 (con cui presero proprio Hakeem), rifiutarono. In un primo momento ebbero ragione, visto che le cosiddette ‘Twin Towers’ portarono i texani in finale nel 1986 (battuti dai Celtics di Bird). A posteriori, però, cosa sarebbe successo con ‘The Dream’, ‘The Glide’ e la seconda scelta (verosimilmente Michael Jordan) nella stessa squadra? Ecco che si ritorna a parlare di destino…
La sera del draft 1993 Orlando Magic e Golden State Warriors si scambiarono le scelteChris Webber finì nella Baia, mentre in Florida arrivò (insieme a tre scelte future) Anfernee ‘Penny’ Hardaway. Questa trade, che alla luce delle carriere dei due si può tranquillamente definire positiva per tutte le parti in causa, avvenne su espressa richiesta di Shaquille O’Neal il quale, dopo aver conosciuto Penny sul set del film Blue Chips, fece pressioni sulla dirigenza per averlo in squadra.
Sempre per ‘intercessione divina’ (mai come in questo caso termine fu più azzeccato) saltò la trade che avrebbe portato, nel 1997, un certo Tracy McGrady a vestire la maglia dei Chicago Bulls, in cambio del passaggio di Scottie Pippen ai Vancouver Grizzlies. Michael Jordan si oppose fermamente all’idea, partorita dalla mente ‘diabolica’ del GM di Chicago Jerry Krause, minacciando addirittura di ritirarsi qualora il fedele Scottie fosse stato ceduto. Lo stesso Pippen era stato scelto dai Seattle SuperSonics nel 1987, salvo poi essere ceduto ai Bulls in cambio di Olden Polynice e scelte future. E se ‘Pip’ fosse rimasto nella ‘Emerald City’? Avremmo avuto lo stesso la dinastia-Jordan?

Una soluzione molto frequente è anche quella di rinunciare a un giovane di prospettiva per arrivare a un campione fatto e finito. Due casi su tutti dimostrano come tale manovra possa avere esiti contrapposti: nel 1996, gli Charlotte Hornets diedero un giovanissimo Kobe Bryant ai Lakers (dopo un’accurata manipolazione del GM gialloviola Jerry West e dell’entourage del giocatore, va specificato) in cambio di Vlade Divac, mentre nel 2014 i Cleveland Cavaliers spedirono la prima scelta assoluta Andrew Wiggins ai Minnesota Timberwolves nella trade che portò in Ohio, qualche settimana dopo il draft, Kevin Love. Nel primo caso, il veterano Divac fu solo di passaggio a Charlotte, mentre Kobe divenne il simbolo dei Lakers nel ventennio successivo. Inoltre, la cessione del serbo permise di liberare lo spazio salariale necessario per mettere a contratto tale Shaquille O’Neal. L’operazione-Wiggins creò non pochi scetticismi all’epoca, ma lo storico titolo di Cleveland e le difficoltà incontrate dal giovane canadese a Minneapolis sembrano aver già decretato la vincitrice dello scambio.

‘Bust’ o ‘steal’?

Greg Oden (a sinistra) e Kevin Durant, prima e seconda scelta del draft 2007
Greg Oden (a sinistra) e Kevin Durant, prima e seconda scelta del draft 2007

I giorni, le settimane, i mesi che precedono il draft sono un autentico tormento per i general manager NBA. Dalle scelte che faranno dipenderà il loro futuro, oltre a quello della loro franchigia, e un’ampia moltitudine di fattori può trasformare queste selezioni in ‘bust’ o in ‘steal’, finendo inevitabilmente per condizionare la loro carriera dirigenziale.
Si parla di ‘bust’ quando un giocatore chiamato molto in alto si rivela non all’altezza delle aspettative, con un rendimento molto inferiore rispetto a quello di giocatori scelti più tardi nel corso dello stesso draft. Queste valutazioni non dovrebbero prescindere da un’attenta analisi del contesto e del percorso dei prospetti. Generalmente viene considerata come il più grande flop della storia del draft NBA la scelta fatta da Portland nel 1984, quando preferì Sam Bowie a Michael Jordan (selezionato subito dopo da Chicago). Alla luce delle carriere dei due fu ovviamente una decisione criticabile, ma è anche vero che i Blazers avevano già un astro nascente nel ruolo di Jordan (Clyde Drexler, arrivato l’anno prima) e, avendo perso Hakeem Olajuwon, scelto con la prima chiamata da Houston, vollero puntare su un lungo dall’ottimo curriculum universitario come Bowie. Dopo una discreta stagione da rookie (10 punti e 8.6 rimbalzi di media), fu bersagliato da una serie di infortuni che ne condizionò la carriera. Sempre Portland selezionò, con la prima scelta assoluta al draft 2007, il centro di Ohio State Greg Oden, preferendolo al futuro MVP Kevin Durant, ma quella scelta fu condivisa quasi all’unanimità; Oden mostrava enormi potenzialità e (forse) nessuno poteva prevedere che tutti quegli infortuni lo avrebbero quasi costretto al ritiro nel giro di pochissime stagioni.
Più criticabili, magari, le prime scelte assolute dei draft 1998, 2001 e 2013, rispettivamente Michael Olowokandi per i Los Angeles Clippers, Kwame Brown per i Washington Wizards e Anthony Bennett per i Cleveland Cavaliers, giocatori rimasti sempre in salute nel corso degli anni e scelti prima di altri pari ruolo come Tyson Chandler e Dirk Nowitzki, entrambi protagonisti della vittoria del titolo NBA 2011 con i Dallas Mavericks, o Giannis Antetokounmpo, che oggi è una stella assoluta. La loro carriera prima del professionismo, però, era stata molto promettente e, in ogni caso, facevano tutti parte di classi piuttosto povere di talento. Il discorso cambia nel caso di giocatori come Darko Milicic e Hasheem Thabeet, seconde scelte assolute di due draft (2003 e 2009). A proposito del 2009; quell’anno, i Minnesota Timberwolves avevano sia la quinta, che la sesta chiamata. Le utilizzarono entrambe per selezionare delle point guard: Ricky Rubio e Jonny Flynn. Subito dopo toccò agli Warriors, che optarono per uno ‘smilzo’ playmaker in uscita dal piccolo Davidson College: si chiamava Stephen Curry.

Ricky Rubio (a sinistra) fu scelto prima di Stephen Curry al draft 2009
Ricky Rubio (a sinistra) fu scelto prima di Stephen Curry al draft 2009

Dura la vita di chi può scegliere tra i primi, dunque… Spesso va decisamente meglio a chi deve pescare più in basso e magari, a distanza di anni, si trova tra le mani la superstar che in pochi si aspettavano (la cosiddetta steal of the draft). Succede così che 12 squadre (13, considerando che anche Charlotte lo scambiò con i Lakers per Vlade Divac) snobbino un ragazzino proveniente dalla high school di nome Kobe Bryant, il cui cognome oggi è stampato su milioni di maglie in tutto il mondo. Altri 12 team non scelsero colui che diventò “The Mailman”, Karl Malone; molte più squadre fecero volentieri a meno di Kawhi Leonard (chiamata numero 15 al draft 2011), Giannis Atetokounmpo (15° nel 2013), Joe Dumars (18° nel 1985), Rajon Rondo (21° nel 2006), Dennis Rodman (27° scelta nel 1986), Tony Parker (28° nel 2001), Jimmy Butler (30° nel 2011), Gilbert Arenas (31° nel 2001), Draymond Green (35° nel 2012), Nikola Jokic (41° nel 2014), Marc Gasol (47° nel 2007), Manu Ginobili (57° nel 1999) e Isaiah Thomas (60° e ultimo nel particolarissimo draft 2011). C’è anche chi, al draft, non è stato chiamato da nessuno, salvo poi ritagliarsi un ruolo di primo piano nella lega: vedere, per credere, le storie di Bruce Bowen, Avery Johnson, John Starks, Ben Wallace (quattro volte All-Star e Difensore dell’Anno, nonché ‘MVP occulto’ delle Finals 2004) e la coppia Jeremy Lin –  Fred VanVleet, campioni NBA 2019 con i Toronto Raptors.

Per sapere se dal prossimo draft uscirà il nuovo volto della NBA bisognerà probabilmente aspettare parecchi anni; basteranno poche ore, invece, per scoprire con quale cappellino inizierà l’avventura nella lega di trenta ragazzini, che si troveranno di colpo ricchi e famosi… Buon draft!

NBA Mock Draft 2019: la lega del domani (part 1/2)

NBA Mock Draft 2019

Draft NBA 2018 dove seguirlo

Ormai ci siamo, eccoci con il nostro NBA Mock Draft 2019. Dopo le meravigliose Finals appena lasciate alle spalle, con il primo successo canadese della storia della NBA da parte dei Raptors, mancano pochi giorni al draft (che ricordiamo sarà il prossimo 20 giugno), ultimo vero impegno di rilievo della stagione in corso, ma anche primo snodo fondamentale in vista della progettazione delle 30 squadre in vista della prossima stagione.

Messi alle spalle quindi regular season, tiebreaker (che ha decretato lo scorso 12 aprile a chi spettasse la scelta più alta tra le franchigie che hanno terminato la stagione regolare con lo stesso record), draft lottery e playoff, è il momento per tutti i front office delle 30 franchigie di cominciare a stilare la vera e propria strategia in vista della prossima stagione, sia per quanto riguarda il draft, sia per la Free Agency, che mai come quest’anno sarà particolarmente succosa.

I risultati della lottery NBA 2019

Facciamo un passo indietro, precisamente alla lottery dello scorso 14 maggio,assolutamente non priva di colpi di scena. La griglia delineatasi sarà la seguente (tra parentesi anche le posizioni guadagnate/perse rispetto a quelle stimate). Grande la delusione per Cleveland, Phoenix e Bulls, tutte con grandi speranze di #1 pick ma rimaste rispettivamente con quinta, sesta e settima scelta. Grande sorpresa invece la presenza tra le prime quattro dei Lakers, inizialmente con l’11ma posizione stimata, scelta poi ceduta qualche ora fa ai Pelicans nella trade che ha condotto Davis a LA. Strada spianata quindi per New York? Non esattamente…

  1. New Orleans Pelicans (+6)
  2. Memphis Grizzlies (+6)
  3. New York Knicks (-2)
  4. New Orleans Pelicans* (+7)
  5. Cleveland Cavaliers* (-3)
  6. Phoenix Suns (-3)
  7. Chicago Bulls (-3)
  8. Atlanta Hawks (-3)
  9. Washington Wizards (-3)
  10. Atlanta Hawks* (-1)
  11. Minnesota Timberwolves (-1)
  12. Charlotte Hornets (=)
  13. Miami Heat (=)
  14. Boston Celtics* (=)
  15. Detroit Pistons
  16. Orlando Magic
  17. Atlanta Hawks*
  18. Indiana Pacers
  19. San Antonio Spurs
  20. Boston Celtics*
  21. OKC Thunder
  22. Boston Celtics
  23. Utah Jazz
  24. Philadelphia 76ers*
  25. Portland Trail Blazers
  26. Cleveland Cavaliers*
  27. Brooklyn Nets*
  28. Golden State Warriors
  29. San Antonio Spurs*
  30. Milwaukee Bucks

La più grande sorpresa viene dalla primissima chiamata, vinta dai New Orleans Pelicans a discapito di New York che avrà “solamente” la terza.
Ed è paradossale, pensando che nella giornata precedente la lottery tante e pressanti erano le voci di una possibile trade proprio tra i Pelicans e i Knicks nel caso New York fosse riuscita ad agguantare la #1, che sarebbe stata sacrificata cercando di portare a casa Anthony Davis.

Poco è cambiato comunque dalla lottery, in quanto non si son raggiunti accordi verbali su una possibile permanenza di Mr Unibrow, spedito alla corte di Mr. LBJ a Los Angeles in cambio di pesanti contropartite e, soprattutto in cambio, come detto sopra, della scelta numero 4 di questo draft.

Sorride ampiamente anche Memphis (che avrà la seconda), prospettata alla #8 con una scelta che era, per coincidenza, protetta top 8 (avesse perso anche solo una posizione, la scelta sarebbe stata dei Celtics).

 

NBA Mock Draft 2019: il primo giro (30-16)

Charles Bassey

30 – Charles Bassey (C, Western Kentucky)
Freshman

NBA Comparison: Gorgui Dieng

Attualmente scelto da: Milwaukee Bucks

 

La strepitosa stagione dei Bucks si conclude con l’ultima chiamata al primo giro. Considerando scontata l’uscita dal contratto di Middleton, che verrà rifirmato con un contratto più adeguato, poche saranno le possibilità di movimento per Milwaukee in FA, per cui attenti al nome di Bassey, lungo capace di ritagliarsi il proprio spazio sotto i tabelloni, ma dotato anche di un tiro (migliorabile) dalla medio-lunga distanza, caratteristica essenziale per i lunghi di coach Budenholzer.

Matisse Thybulle

29 – Matisse Thybulle (SF, Washington)
Senior

NBA Comparison: Bruce Bowen

Attualmente scelto da: San Antonio Spurs

 

Specialista difensivo come pochi, una delle personalità che più ama amministrare coach Popovich. Se ancora disponibile a fine primo giro (sempre se non scelto dagli Spurs direttamente alla #19) R.C. Buford non si farà sicuramente scappare questo giocatore uscente da Washington.

Naz Reid

28 – Naz Reid (C, LSU)
Freshman

NBA Comparison: Montrezl Harrell

Attualmente scelto da: Golden State Warriors

 

Incredibile come siano cambiate le sorti dei Warriors, considerando che all’inizio della redazione di quest’articolo Thompson e Durant erano ancora sani. Dopo la sconfitta nelle Finals è difficile capire che orizzonte prenderà la off-season di Golden State, ma sicuramente sarà l’estate del restyiling. Di certo GS dovrà intervenire nel ruolo di centro, per cui attenzione a Nazreon, giovane non elegantissimo da vedere, ma di sostanza, che fa della fisicità il suo punto di forza migliore.

Jordan Nwora

27 – Jordan Nwora (SF, Louiville)
Sophomore

NBA Comparison: Rick Fox

Attualmente scelto da: Brooklyn Nets

 

Abile a leggere le linee di passaggio in difesa e a gestire il pallone in attacco, Nwora sta scalando le previsioni da qualche settimana: difficilmente uscirà dal primo giro. Approdando a Brooklyn potrebbe trovare la sua dimensione ideale nel quale crescere.

KZ Okpala

26 – KZ Okpala (SG/SF, Stanford)
Sophomore

NBA Comparison: Brandon Ingram

Attualmente scelto da: Cleveland Cavaliers

 

Se da una parte sembra molto probabile la scelta di Reddish alla #5, la sorpresa a fine primo giro per i Cavs potrebbe essere Okpala. Molto acerbo, avrà bisogno di crescere e di ampliare la propria rosa dei colpi in canna per cancellare gli scouting report negativi e dimostrare di non essere un semplice penetratore.

Daniel Gafford

25 – Daniel Gafford (PF/C, Arkansas)
Sophomore

NBA Comparison: Marcus Camby / JaVale

Attualmente scelto da: Portland Trail Blazers

 

Se Portland è stata in lotta per un posto alle Finals NBA lo si deve anche all’apporto di Enes Kanter. Nonostante ciò il turco è in scadenza, e il brutto infortunio di Nurkic (out almeno fino al 2020) potrebbe portare alla chiamata di un altro lungo e Gafford potrebbe fare al caso loro, centro intenso e intelligente (e con un tiro tutto da verificare) ambo i lati del campo.

Cameron Johnson

24 – Cameron Johnson (SF, UNC)
Senior

NBA Comparison: RJ Hunter

Attualmente scelto da: Philadelphia 76ers

 

Dopo un’ottima stagione, conclusa forse deludentemente in semifinale di conference, Phila dovrà gestire bene la off-season (e il margine salariale) per non rovinare il “Process” giunto ormai alla sua fase più alta. L’ex North Carolina è già “pro-ready” e potrà dare quel QI cestistico in più che può anche renderlo nei prossimi anni un punto fermo del sistema Sixers.

Tyler Herro

23 – Tyler Herro (SG, Kentucky)
Freshman

NBA Comparison: JJ Redick

Attualmente scelto da: Utah Jazz

 

A questo punto del primo giro i Jazz rischiano di vedere i propri obiettivi primari nel ruolo di PG saltare, dovendo sostituire Rubio (che con tutta probabilità essendo in scadenza non rimarrà coi Jazz). Forti sono quindi le ipotesi di scambio della scelta, ma in caso contrario i Jazz potrebbero rinforzare il reparto tiratori con l’ex Kentucky Herro, autore di un’ottima post season e che potrebbe rimpolpare le bocche da fuoco di Utah.

Ty Jerome

22 – Ty Jerome (PG, Virginia)
Junior

NBA Comparison: Jason Williams

Attualmente scelto da: Boston Celtics

 

NBA Mock Draft 2019, giro di boa con la numero 22. Per la terza scelta dei C’s al prossimo draft, occhio alla sorpresa Jerome. In caso di addio di Irving, coach Stevens potrebbe decidere di coprire il ruolo con questo vero playmaker, sicuramente non dotato di grande atletismo, ma con un’intelligenza sopraffina, eccellente passatore e bravo a trovarsi lo spazio per un tiro pulito.

Mfiondu Kabengele

21 – Mfiondu Kabengele (PF/C, Florida State)
Sophomore

NBA Comparison: Kenneth Faried

Attualmente scelto da: Oklahoma City Thunder

 

Alzi la mano chi non si è innamorato dell’aggressività di Kabengele in March Madness! Il canadese ha una voglia di demolire gli avversari non indifferente e una personalità del genere ai Thunder serve, anche per rialzarsi dall’ennesima cocente uscita al primo turno di playoff.

Bruno Fernando

20 – Bruno Fernando (C/PF, Maryland)
Sophomore

NBA Comparison: Serge Ibaka

Attualmente scelto da: Boston Celtics

 

Dopo la (probabile) rinuncia alla player option da 30mln $ di Horford, Boston potrebbe spendere la propria seconda chiamata per il giovane di Maryland. Anche lui, soprattutto in Madness, ha dimostrato una discontinuità di prestazioni che dovrà riuscire a superare, ma le sue qualità difensive, oltre ad un buon gioco in post basso, rendono Fernando un talento su cui sarà interessante lavorare.

PJ Washington

19 – PJ Washington (PF, Kentucky)
Sophomore

NBA Comparison: Amare Stoudemire

Attualmente scelto da: San Antonio Spurs

 

Per gli Spurs la scelta #19 sarà fondamentale in ottica futura. Aldridge ha bisogno di una spalla sotto le plance, e per quanto visto il dinamismo di Paul Washington Jr. potrebbe essere esattamente quello che coach Popovich cerca. Protagonista assoluto della post season dei Wildcats, PJ potrebbe diventare nei prossimi anni sotto la guida di coach Pop una delle più belle realtà tra i lunghi nel panorama NBA.

Nickeil Alexander-Walker

18 – Nickeil Alexander-Walker (PG/SG, Virginia Tech)
Sophomore

NBA Comparison: Jordan Clarkson

Attualmente scelto da: Indiana Pacers

 

Se dovessero fare i reverse award del torneo NCAA, tra i peggiori figurerebbe sicuramente il nome di N.A.W. Rendimento ben lontano dagli scouting report stilati durante la stagione. Il talento di Virginia Tech è infatti uno scorer nato, bravo sia in penetrazione sia nei jumper medi e lunghi, e col giusto lavoro fisico potrebbe essere un’ottimo fit per questa realtà ormai definita quale è diventata Indiana.

17 – Bol Bol (C, Oregon)
Freshman

NBA Comparison: Kristaps Porzingis

Attualmente scelto da: Atlanta Hawks (dai Brooklyn Nets)

 

Generalmente il figlio segue le orme del padre. Non è il caso di Bol Bol, figlio di Manute Bol. Giocatore molto diverso dal padre per abilità tecniche e fisiche, tra high school e college ha sviluppato un ottimo tiro, un gran gioco spalle a canestro, oltre ad incredibili doti di palleggio per uno con queste caratteristiche fisiche. Scelta ceduta dai Nets, per gli Hawks questa sarà la terza scelta.

Romeo Langford

16 – Romeo Langford (SG, Indiana)
Freshman

NBA Comparison: Andrew Wiggins

Attualmente scelto da: Orlando Magic

 

Il nostro NBA Mock Draft 2019 si chiude alla numero 16 in questa prima parte con Langford. In attesa di capire come si muoverà Orlando in FA, soprattutto considerando il contratto in scadenza di Vucevic, con tutta probabilità i Magic al draft cercheranno un esterno. Langford è una guardia molto tecnica e capace di leggere la difesa per attaccarla nel modo più opportuno, e se coach Clifford saprà valorizzarlo Orlando avrà una preziosa pepita tra le mani.

Warriors, è arrivata la freccia che trafigge la Dinastia? Le pagelle delle Finals

Infortunio thompson

Il primo dardo con cui Apollo pose fine alla gloriosa esistenza di Achille colpì proprio il famoso tallone, il punto vulnerabile del combattente acheo. Poi ne giunsero altri, resi efficaci dall’azione del primo, tanto da portare l’Eroe a soccombere per sempre. Dal tallone di Kevin Durant sono cominciate le sventure dei Golden State Warriors, da quel primo infortunio in semifinale. Poi gli Dei del Basket hanno scagliato gli altri dardi: gli infortuni gravissimi dello stesso KD prima e di Klay Thompson poi, quello, troppo sottovalutato, di Kevon Looney e, infine, le prestazioni calanti dell’ultimo grande guerriero, Stephen Curry. Forse le deità cestistiche hanno ritenuto di mettere fine alla Dinastia Warriors, proprio come il divino Apollo decise di fermare il dominio di Achille sul campo di battaglia. Ma questo si vedrà nel futuro prossimo, intanto stiamo sul presente e diamo i voti ai Warriors che sono andati a sole due vittorie dall’ennesimo Larry O’Brien Trophy.

WARRIORS: LE PAGELLE DEI PROTAGONISTI

Klay Thompson, voto 9.5: salta gara 3 per un infortunio muscolare, vero, ma gioca una serie ai limiti dell’extraterrestre. Tira ben oltre il 50% dall’arco e riesce a mantenere grande lucidità nonostante la forte pressione che la difesa dei Raptors esercita su di lui. Tanta qualità in un volume di tiri mai esagerato. A tempo perso prova anche a frenare Kawhi Leonard. Stava trascinando i suoi a un’insperata gara 7, prima che il legamento crociato del ginocchio sinistro lo abbandonasse, proprio nell’ennesima grande giocata della sua serie. Il Basket rende grazie. Immenso. 

L'infortunio di Klay Thompson ha posto fine alle speranze di titolo dei Warriors
L’infortunio di Klay Thompson ha posto fine alle speranze di titolo dei Warriors

Stephen Curry, voto 7: non gli si può imputare di non averci provato, anzi. Gioca una gara 3 fantascientifica non sufficiente a difendere il suo campo e i suoi punti non mancano mai per tutta la serie. Ma, a differenza dell’altro Splash Brother, sbaglia tanto sia in fase di scelta sia in fase di esecuzione. In difesa paga spesso, benché di solito nascosto su Danny Green. Non riesce a portare i suoi colori alla settima, forse anche perché molto stanco. L’impressione è che l’unico a poter vincere questa serie per i Warriors sostanzialmente da solo fosse Klay Thompson. Lasciato al suo destino.

Draymond Green, voto 6.5: le prime gare della serie, nonostante le cifre, sono decisamente negative e costellate di nervosismo. Poi, col procedere delle partite, i numeri corrispondono a ciò che si vede in campo. Prova a trascinare i suoi emotivamente, prima di tutto in difesa. Però il talento non è quello dei compagni più illustri e la sfida al tiro della difesa avversaria lo penalizza molto. Indomato. 

Kevon Looney, voto 6: non avrà giocato delle grandi Finals, ma ha avuto il coraggio di stare in campo nonostante un infortunio in continuo peggioramento. Tra i centri dei Warriors è l’unico a poter fare buona figura in difesa e il fatto che non abbia potuto giocare più minuti è pesato, nonostante un apporto limitato in attacco. Sarebbe servito.

Andre Iguodala, voto 6: una serie altalenante per il grande veterano del gruppo. Limitare Leonard è impossibile anche per lui e le zero attenzioni rivoltegli dalla difesa di Toronto lo mettono di fronte a scelte non facili. La tripla decisiva di gara 2 e la grande prova offensiva di gara 6 dimostrano che ha due attributi che fanno provincia, nonostante tutto. Highlander.

Andre Iguodala si è mostrato ancora una volta cuore pulsante dei Warriors
Andre Iguodala si è mostrato ancora una volta cuore pulsante dei Warriors

DeMarcus Cousins, voto 4.5: riesce a dare giusto qualche lampo del proprio talento offensivo, ma non può essere sufficiente. Non è in grado di essere costante neanche nell’arco di una singola partita. La condizione fisica è decisamente precaria e in difesa è una tassa pesantissima. Sarebbe uscito dalle rotazioni non fosse stato per gli infortuni dei compagni. E ora?

Quinn Cook, voto 4.5: ha alcuni sprazzi in attacco, grazie ai quali fa capire di essere un buon tiratore. Sbaglia però diversi tiri aperti nel corso della serie, quelli che gli si chiedeva di segnare con una certa costanza. In difesa, onestamente, non si può vedere a questi livelli. Improvvisato. 

Alfonso McKinnie, voto 4.5: dà la positiva impressione di battersi in difesa, senza però riuscire ad essere un vero fattore nella specialità. In attacco per i Raptors è come se non ci fosse e non è in grado di approfittare della cosa, soffrendo chiaramente il palcoscenico. Improvvisato 2.0.

Shaun Livingston, voto 4: non si avvicina nemmeno al contributo portato nelle passate edizioni. Quando è in campo viene attaccato in difesa e crea problemi di spaziatura molto seri in attacco. Non il modo migliore di chiudere una carriera da coraggioso combattente. Indegno finale. 

Warriors: forse Shaun Livingston avrebbe sperato in un miglior finale di carriera
Warriors: forse Shaun Livingston avrebbe sperato in un miglior finale di carriera

Andrew Bogut, voto 4: pensare di schierare in finale NBA un giocatore che ha militato per metà stagione nel campionato australiano è utopistico. La sua (im)mobilità gli impedisce di stare in campo senza fare danni. Finito.

Jonas Jerebko, voto 4: gioca le prime gare, segna qualche tiro da fuori, ne sbaglia diversi; non ha i piedi per stare in una difesa da Finals, soprattutto se è quella dei Golden State Warriors. Inadeguato. 

Jordan Bell, voto 4: doveva essere una buona alternativa a Looney nel lavorare sui cambi difensivi. Nelle poche occasioni in cui è impiegato non ci riesce e in attacco anche lui, come troppi compagni, è un uomo in meno. Deludente. 

Kevin Durant, sv: gioca 11 minuti in tutta la serie e dà idea di cosa sarebbero stati i Warriors con lui. Perde il titolo, la prossima stagione e la nomea di migliore di tutti in un colpo solo. Non se lo meritava. Torna presto, Campione. 

Coach Steve Kerr, voto 6.5: ha il merito di non piangersi addosso e di portare avanti le proprie convinzioni tecniche nonostante tutto. Purtroppo per lui la sua squadra si rivela decisamente più corta rispetto alle stagioni precedenti e lui non può farci nulla. Ammirevole il tentativo di tentare diversi assetti per ribaltare la situazione, a volte trovando anche qualcosa di positivo. Non è colpa sua se, assente Durant, i Toronto Raptors erano più forti. Condottiero disarmato. 

Kings in the North: Le pagelle della serie che ha consegnato i Raptors alla storia

Toronto Raptors festa

Gara 6 è finita, dopo i tentativi di Curry e soci di portarla ad un’incredibile settima, spenti probabilmente dall’infortunio di Klay Thompson, quasi a far capire che questo Three-Peat proprio non si doveva fare, almeno secondo i Raptors. Festeggiano i Raptors dell’MVP Leonard, capace di far finire gli aggettivi per descriverlo a chiunque, dell’inaspettato Siakam che gioca a livelli da capogiro, del cuore di Lowry e degli attributi di Vanvleet. Nick Nurse è stato capace di costruire una squadra con una mentalità nuova senza dimenticare ciò che li aveva sempre portati vicinissimi alla meta, senza mai raggiungerla. I Toronto Raptors sono meritatamente i Campioni NBA 2018/2019.

I Toronto Raptors sono campioni NBA e buona parte del merito va a Kawhi Leonard
I Toronto Raptors sono campioni NBA e buona parte del merito va a Kawhi Leonard

 

Ecco le pagelle della loro serie finale:

Kawhi Leonard, voto 10: E’ un fattore come pochi altri nella storia delle Finals. Anzi, per come è andata la stagione, è un fattore come pochi altri nella storia. Punto. Gioca una serie incredibile, non fosse stato per gli Splash Brothers, l’avrebbe chiusa lui in gara 5 con quei 10 punti serviti di fila dal netto sapore Michael Jordan. Un giocatore così decisivo su entrambi i lati del campo non passa tutti gli anni, forse nemmeno tutti i decenni. Non sapremo mai cosa sarebbe stato della dinastia Warriors senza quell’intervento infame di Pachulia, quello che sappiamo è che probabilmente è caduta stanotte sotto i colpi di Kawow. È quasi doppia doppia di media con 28.5 punti e 9.8 rimbalzi. MVP

Kyle Lowry, voto 9: E’ stato additato dopo la primissima gara dei Playoffs, ha reagito. E’ stato additato (da alcuni coraggiosi) dopo il tiro di gara 5, ha reagito con una gara 6 praticamente perfetta. La carriera di Lowry si riassume in questa serie Finale e ancor di più in questi Playoffs, in cui è stato il leader emotivo dei Raptors e di buona parte del Canada, il Robin perfetto per Batman Kawhi. Ha difeso su Curry, ha preso tiri e responsabilità importanti, ha messo in ritmo i compagni, in ogni partita di questa serie. E’ un titolo che merita, per una carriera in salita che è finalmente giunta in cima. Heart of a Champion

Fred VanVleet, voto 9: I bambini, si sa, sono simbolo di speranza per il futuro. Probabilmente però, nemmeno il sogno più grande nel cassetto di Fred VanVleet corrispondeva a ciò che è stato il 23 dei Raptors in tutta questa serie finale. Una capacità di incidere dalla panchina a questo livello probabilmente inaspettata, è la “scoperta” più bella di tutta la serie, dimostrando di avere qualità e attributi sufficienti a coprire tutta la superficie del Canada. 14 punti di media e un impatto che va ben oltre. Semplicemente, non ne stecca una. Immenso

Kyle Lowry ha finalmente vinto un titolo da uomo simbolo dei Raptors
Kyle Lowry ha finalmente vinto un titolo da uomo simbolo dei Raptors

Pascal Siakam, voto 8,5: E’ stato il Re di gara 1, ha giocato una gara 6 da principe mettendo a referto 26 punti e 10 rimbalzi. Ha una personalità strabordante, riesce a non andare mai sotto in tutta la serie, anche psicologicamente (e lo dimostra l’approccio al tiro dalla lunga in gara 6 dopo aver tirato malissimo fino a quel momento) contro gente ben più navigata a questo livello come Draymond Green e compagni. Di certo gode dell’inconsistenza difensiva dei lunghi GS, ma la maniera in cui questo ragazzo ha giocato in alcuni momenti decisivi di questa serie, finisce dritta negli annali. Per gli amanti delle cifre, sono 19.8 punti, 7.5 rimbalzi e 3.7 assist in 6 partite. Spicy Ring

Serge Ibaka, voto 8: L’altro jolly dalla panchina in grado di stare in campo nei minuti decisivi è lui. Air Congo dimostra di aver acquisito l’esperienza e il controllo necessari per questo livello, oltre a una durezza mentale fondamentale per poter entrare dalla panchina e incidere come riesce a fare l’ex OKC. Molto spesso si prende gioco dei lunghi GS, specie difensivamente dove sbaglia pochissimo. Le cifre non raccontano l’impatto che ha il naturalizzato spagnolo durante questa serie, anche se parlano di 11.3 punti e 5.2 rimbalzi in poco più di 19 minuti di utilizzo. Spina nel fianco

Marc Gasol, voto 7: E’ un po’ altalenante, sia nella serie che nelle singole partite, anche se il suo lo fa sempre, mostrando a tratti un basket sublime. Cerca sempre di sbattersi dietro quando in attacco non gli gira bene, restando comunque sempre pericoloso, anche dalla lunga distanza. Porta a casa un titolo storico, perché con Pau diventano i primi fratelli nella storia ad aver vinto un titolo NBA, meritato dopo aver predicato per anni nel deserto a Memphis. Solido

Danny Green, voto 6.5: Dopo gli acuti di gara 3 va via via spegnendosi, cercando in difesa di ottenere più risultati quanto non faccia in attacco. Certo marcare il Thompson di questa serie per diversi minuti in ogni partita è un compito infame per tutti, ma come si dice, qualcuno doveva pur farlo (o almeno provarci). L’esperienza lo porta a fare pochi errori quando le partite punto a punto si decidono, e questo gli salva il voto finale più di quanto non facciano le cifre. Esperto

Norman Powell, voto 6: Entra dalla panchina e fa le 3 cose che gli si chiedono (intensità, intensità e intensità) sempre e comunque, sapendo che magari tocca marcare un mostro per diversi minuti. Riesce sempre a sintonizzarsi sul ritmo della partita e a tenerlo senza grandi difficoltà, comprendendo perfettamente la sua dimensione in questa squadra e in questa serie. Senza paura

Patrick McCaw, voto  6: La sufficienza va data ai Campioni NBA, che il loro contributo, anche se in infinitesima percentuale, l’hanno dato.

C’è una cosa che ovviamente sarà saltata all’occhio anche a voi, e merita 10. Jeremy Lin è campione NBA.

Coach Nick Nurse, voto 9,5: Il mancato 10 è dovuto al fatto che probabilmente gara 5 avrebbe potuto chiudere i giochi, ma è nulla confronto all’intelligenza dimostrata da quest’uomo, che ha preso in mano una squadra alla quale mancava sempre il centesimo per fare l’euro, e l’ha portata ad essere una squadra in grado di imporre il proprio ritmo quasi in ogni serie di questi Playoff. Sicuramente avere Leonard ha aiutato, ma la fiducia sempre in aumento di Siakam nel corso della stagione – e della serie – l’autorevolezza con cui è stato inserito Gasol, il coraggio di affidarsi Vanvleet e una miriade di altre cose, hanno sicuramente la firma di Nick Nurse. Chapeau.

Warriors-Raptors gara 6: Toronto scrive la Storia, le pagelle

Warriros-Raptors gara 4 è la conferma definitiva: Kawhi Leonard è il giocatore più forte del mondo

“Siamo all’epica” ha detto Davide Pessina in telecronaca. Noi diciamo “siamo alla Storia“, anzi lo dicono i Toronto Raptors, che battono i bi-campioni Golden State Warriors approfittando delle pesanti assenze, che non sono però l’unico motivo della vittoria canadese. Warriors-Raptors gara 6 ha segnato un’altra vittoria in trasferta in questa incredibile serie. Quella di una squadra che, con le sue scelte difensive estreme, ha messo coach Steve Kerr di fronte alla cortezza del suo organico. Ecco le pagelle del closing-game.

WARRIORS-RAPTORS GARA 6: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Warriors-Raptors gara 6: l'uomo del destino è decisamente Fred VanVleet
Warriors-Raptors gara 6: l’uomo del destino è decisamente Fred VanVleet

Kyle Lowry, voto 9: gioca un primo quarto offensivo da fantascienza. La sua difesa è sempre encomiabile, ben aldilà dei problemi di falli. La sua lucidità nei momenti di difficoltà sorprende e con essa la capacità di mettere in ritmo i compagni (10 assist). Ah, ci sono anche 26 punti. Alla faccia di ogni critica dopo il tiro vittoria sbagliato in gara 5. Coraggioso.

Pascal Siakam, voto 8.5: nel primo tempo raccoglie la sfida al tiro da fuori lanciatagli da Kerr e la vince anche (3/6 da tre punti). In difesa le sue leve lunghe sono un grande fattore sulle linee di passaggio. Nell’ultimo quarto, quando l’attacco dei Raptors sembra fermo, trova alcuni canestri provvidenziali in penetrazione, come fosse sempre stato a questi livelli. Decisivo. 

Fred VanVleet, voto 8.5: dovrebbe rientrare nella valutazione generale della panchina, ma merita di stare tra i titolari. Lavora faccia a faccia contro Curry come ha fatto, ottimamente, per tutta la serie. Nel quarto periodo trova alcuni canestri da fuori per indicare la via ai compagni. Anche lui come se giocasse Finals NBA da sempre. Coraggioso. 

Kawhi Leonard, voto 7: è indubbio e giusto che l’MVP alla fine spetti a lui. In difesa gli è inizialmente affidato Thompson, idea poi abbandonata con i problemi di falli. Non deve prendersi troppe responsabilità in attacco e segna quando serve (22 punti con 7/16 dal campo). Segna i liberi che chiudono definitivamente la questione, pur non nella sua miglior prova. Intelligente.

Danny Green, voto 5: non si nota affatto. Fa il suo sicuramente in difesa, per quanto si possa fare contro un leggendario Thompson. In attacco non si prende un tiro e nel finale perde un pallone che rischiava di diventare sanguinoso. Evanescente. 

Marc Gasol, voto 4.5: non prosegue sulla scia positiva della sua serie. In attacco sbaglia tutto il possibile (0/5 dal campo) e a tratti è anche rinunciatario. Fa qualche giocata preziosa in difesa, ma non basta per la sua classe. Inconsistente. 

Panchina, voto 7: posta la sottrazione di VanVleet, Norman Powell fornisce i suoi soliti minuti di  freschezza atletica in difesa senza farsi vedere in attacco. Ma il vero eroe è, ancora una volta, Serge Ibaka, efficiente nei raddoppi sul pick and roll in difesa ed esiziale a rimbalzo d’attacco. Oltre le aspettative. 

WARRIORS-RAPTORS GARA 6: LE PAGELLE DEI VINTI

Warriors-Raptors gara 6: Klay Thompson è nuovamente eroico, ma il ginocchio fa crac
Warriors-Raptors gara 6: Klay Thompson è nuovamente eroico, ma il ginocchio fa crac

Klay Thompson, voto 10: viene marcato a vista e segna comunque 30 punti con 8/12, facendo un ottimo lavoro in difesa contro Leonard. Purtroppo la sfortuna si abbatte ancora su Golden State e il suo ginocchio lo abbandona nel terzo quarto dopo un fallo subito. Rientra per battere i due liberi, li segna, ma poi si deve arrendere a un infortunio che non lascia buone sensazioni. Per il basket, speriamo non sia nulla di serio. Se c’è un uomo che ha tenuto viva la Dub Nation è lui. Grazie, Klay. 

Andre Iguodala, voto 8: le scelte estreme di Toronto lo costringono a prendersi più responsabilità del solito e lui risponde, come sempre, presente, segnando 22 punti e senza far mai mancare il suo apporto in difesa. Questa volta esce sconfitto, ma nulla gli si può rimproverare. Veterano. 

Draymond Green, voto 8: anche lui molto sfidato, non si spaventa e gioca una gara decisamente totale. La tripla doppia da 11 punti, 19 rimbalzi e 13 assist stavolta testimonia come si sia mosso bene contro le speciali difese di coach Nurse. Dimostra di essere sempre lui l’epicentro emotivo di questa grande dinastia. Leader. 

Stephen Curry, voto 5.5: i 21 punti non rendono sufficiente una prova in cui ha chiaramente patito l’estrema aggressività della difesa avversaria. Tira decisamente male (6/17 dal campo e 3/11 da tre) e tende a intestardirsi. Ci sono alcuni errori in difesa pesanti. Nell’ultimo quarto, giustamente, spetta a lui provare a guadagnarsi gara 7 sostanzialmente da solo. E’ umano e non ci riesce, forse anche per la stanchezza. Testardo. 

Kevon Looney, voto 5.5: non è chiaramente in condizione, ma prova a lasciare tutto sul campo. In difesa cerca di essere presente al massimo e fa qualche aiuto importante, ma non può mettere la solita fisicità. In attacco solo raramente riesce a sfruttare bene lo spazio concesso. Impossibile fare di più. 

Panchina, voto 5: DeMarcus Cousins comincia forte ma anche questa volta si perde nel finale, nel quale è una tassa troppo costosa in difesa. Trova qualche canestro Shaun Livingston, ma è chiaro che Alfonso McKinnie e Quin Cook non possono prendersi grande iniziative su questo palcoscenico. Limitati. 

NBA Hotspots: i rumors e le novità di giornata verso Free Agency e Draft 2019 (12-13/06)

Nonostante il finale di stagione sia ancora lontano da una definizione certa, i telefoni e i PC degli appassionati NBA impazzano tra caldo e ultimissime dagli States in vista della Free Agency e dell’imminente Draft 2019. Si preannuncia un fine settimana da ‘tastiere bollenti’, in cui parte dei giochi possono essere decisi: in ballo, presumibilmente, il futuro di due dei giocatori più appetibili di questa finestra di mercato: Anthony Davis e Kyrie Irving.

Ma non solo, a poco più di una settimana dal conoscere il destino dei componenti della Draft Class 2019, iniziano ad emergere le idee e le volontà dei 30 front-office, con diverse soluzioni da vagliare alla finestra: molte le franchigie che potrebbero puntare ad un trade-down, in un’annata che non sembra garantire alcuna sicurezza dalla #3 in giù. Da non sottovalutare, inoltre, la possibilità di assistere a diverse trade di contorno (questione J.R. Smith per i Cavs su tutte), in attesa di qualche sorpresa.

Approfittando dello speciale Mock Draft andato in onda su ESPN nella scorsa notte, con Adrian Wojnaroswki e Mike Schmitz (Draft Analyst) assoluti mattatori, facciamo il punto della situazione su tutte le trattative e i rumors intavolati nelle ultime ore, con annesse suggestioni e possibilità.

NBA Hotspots, Free Agency rumors: Kyrie Irving apre ufficialmente le danze

Come volevasi aspettare, Kyrie ha deciso di rinunciare all’accordo da $21.3 M per la prossima stagione, diventando così ufficialmente FA e essendo eleggibile per un nuovo contratto sia a Boston che altrove (Shams Charania, The Athletic). La decisione in questione fa il pari con una notizia ufficiale arrivata da pochi minuti, questa volta ad opera di Adrian Wojnarowski (ESPN), che annuncia il divorzio tra KI e il suo agente di lungo corso Jeff Wechsler. Indizi che preannunciano un addio più che una permanenza, soprattutto se si pensa che dovrebbe essere la Roc Nation a rappresentare Uncle Drew, agenzia presieduta da Jay-Z (storico tifoso ed ex-membro del CEO dei Nets). Al momento solo suggestioni e coincidenze, ma staremo a vedere. Molto, sicuramente, dipenderà dalla vicenda Davis e da quello che succederà prima del gong ufficiale della Free Agency 2019 (00:00 della notte fra il 30 Giugno e il 1 Luglio, orario italiano). Da riportare, però, il continuo corteggiamento dei Brooklyn Nets che, secondo il NY Post, sarebbero anche la metà preferita dal giocatore.

Boston, al momento, sembra essere fiduciosa nonostante il pessimismo che ruota attorno al futuro di Irving: in caso di mancato rinnovo, i Celtics starebbero valutando una trade per Mike Conley, point-guard dei Memphis Grizzlies, che piace anche ai Jazz e ai Pacers. Ipotesi, però, da valutare solo in caso di addio della ex-PG dei Cavs. Nel frattempo, Aron Baynes ha esercitato la player-option da $5.9 M per la stagione 2019-2020: buona notizia per la second-unit di Brad Stevens, che ritrova almeno per un’altra stagione l’australiano.

 

New Orleans Pelicans, impazza la corsa per Anthony Davis

Secondo Brian Windhorst di ESPN, le prossime 24-48 ore potrebbero essere quelle decisive per AD. Al momento, solo due franchigie hanno intrapreso un colloquio formale con David Griffin, ovvero i Los Angeles Lakers e i Boston Celtics. Giallo-viola nettamente favoriti sui C’s, vista la forte volontà del giocatore di firmare per la squadra di LBJ: così forte da costringere, o quasi, il suo procuratore Rich Paul a interrompere i contatti con Danny Ainge. Una cosa è certa: Boston potrà concludere l’eventuale scambio solo dopo l’inizio della Free Agency a causa della Designated Rookie Extension Rule (oltre alla Rose Rule).

Quest’impedimento potrebbe facilitare il compito dei Los Angeles Lakers che, secondo ESPN, avrebbero reso disponibili ‘via trade’ Brandon Ingram, Lonzo Ball e la #4 pick 2019. L’intenzione di Rob Pelinka è quella di escludere dalle trattative Kyle Kuzma, come confermato da Marc Stein (NY Times) nelle scorse ore. Rimane ferma la volontà di NOLA di concludere uno scambio con LAL prima del Draft e che comprenda Kyle Kuzma (Brad Turner, Tania Ganguli, LA Times), per visionare ed avere la possibilità di incontrare diversi prospetti in vista della scelta da adoperare con la #4. In caso contrario, risulterebbe molto complicato concludere l’affare Davis per i Lakers (Woj). 

Sembrano, almeno per il momento, defilati i New York Knicks. L’infortunio di Kevin Durant e il susseguente referto dei medici ,che parla di quasi un anno di stop e stagione 2019-2020 da saltare completamente, hanno imbrigliato i piani della dirigenza: per questo, secondo Bleacher Report, i Knicks starebbero pensando di puntare tutto su Kawhi Leonard, nonostante la straordinaria annata di quest’ultimo e dei Toronto Raptors (ad una sola vittoria dal titolo NBA). Difficile pensare ad un possibile colpaccio dei NYK, considerando anche la poca appetibilità dello young core composto da Kevin Knox, Mitchell Robinson, Allonzo Trier e Frank Ntilikina, espressa pubblicamente anche dalla dirigenza dei Pelicans (Marc Berman, NY Post). In conclusione, secondo SNY, alcuni membri del front-office dei Knicks non sarebbero d’accordo nel sacrificare tutti giovani in un pacchetto per Anthony Davis, paragonando questa scelta alla block-buster trade che portò Carmelo Anthony nella Big Apple.

 

Kevin Durant: come cambia la sua Free Agency dopo l’infortunio?

L’effetto immediato della rottura del tendine d’Achille del piede destro di KD, oltre a smuovere l’organizzazione dei Knicks, sembra non aver cambiato radicalmente le aspettative sul suo futuro. Secondo Woj, la possibilità che il #35 dei Golden State Warriors rimanga nella Baia sono sempre basse: l’esercitazione della player-option da $31.2 M, attualmente, sembra essere la cosiddetta ‘ancora di salvataggio’ per KD.

Paradossalmente, nonostante la sua certificata assenza per l’intera prossima stagione, il verdetto pronunciato dallo staff di The Snake non ha scalfito le certezze delle principali pretendenti per questa sessione di mercato: Nets, Knicks, Clippers e anche i Lakers sarebbero ancora disposti ad offrire il max salariale a Kevin Durant (David Aldridge, The Athletic). Nel caso in cui qualcuna di queste franchigie dovesse bypassare le loro principali alternative di mercato, prima della chiusura della Free Agency potrebbero optare per firmare KD: questa è la suggestione più plausibile.

 

La situazione Kemba Walker e le altre ufficialità 

Sembra sempre più vicino il rinnovo di Kemba Walker con i Charlotte Hornets. Nel pomeriggio di ieri, la point-guard ha speso parole al miele per commentare la sua situazione personale e la sua possibile permanenza nel North Carolina, ai microfoni di Rick Bonnell del Charlotte Observer: “La mia priorità sono e rimangono gli Hornets, sarei disposto anche a rivedere le cifre del nuovo contratto pur di rimanere qui e competere per i Playoff con un roster più completo. Naturalmente, questo non esclude la mia facoltà di incontrare e dialogare con altre squadre, prima di comunicare la decisione finale. Incontrerò a giorni MJ per parlare del mio futuro”. L’idea di Kemba sembra essere molto chiara: tuttavia, il suo rinnovo, anche a cifre meno onerose, intaserebbe definitivamente il salary cap di Charlotte, addirittura a rischio luxury tax in vista della prossima stagione.

Rimangono alla finestra i Dallas Mavericks, i Los Angeles Lakers e i New York Knicks, pronte a garantire il massimo salariale al #15 degli Hornets anche nel caso in cui venisse firmato un MVP-caliber come Anthony Davis o Kyrie Irving, secondo Adrian Wojnarowski (in particolare nel secondo e nel terzo caso).

Altri affari ufficiali di giornata sono l’ufficiale uscita dal contratto di Jonas Valanciunas, che ha rifiutato la player-option da $17.2 M per prolungare il contratto che lo lega ai Memphis Grizzlies. Secondo Woj, il centro lituano vorrebbe rinegoziare tale accordo, sfruttando l’ottimo finale di stagione disputato a Memphis con medie altamente superiore rispetto alla media, nel ruolo di riferimento.

I Chicago Bulls e i Phoenix Suns sarebbero le franchigie maggiormente indiziate in un possibile coinvolgimento in una multiple-teams trade che comprenda Anthony Davis e i Los Angeles Lakers come parti interessate. Entrambe le franchigie sono alla ricerca di una PG e Lonzo Ball potrebbe fare al caso loro. Inoltre, secondo The Athletic, pare che a Chicago la permanenza non sia scontata per nessuno che non si chiami Lauri Markannen e Wendell Carter Jr.: il più indiziato a partire o ad essere coinvolto in scambi è Kris Dunn.

L’ultima ‘bomba’ di quest’oggi, in ottica Free Agency, riguarda il reciproco interesse tra Tobias Harris e i Brooklyn Nets, per The Athletic. La small-forward ex LAC ed ora in forza ai Philadelphia 76ers potrebbe patire, in termini monetari, il rinnovo di Jimmy Butler: secondo fonti vicine al front-office di Philly, l’ex Chicago e Minnesota rappresenterebbe il primo punto sulla scaletta di Elton Brand, GM dei Sixers, per la prossima FA.

 

NBA Hotspots, NBA Draft rumors: molti team attivi ed in cerca di trade

Nonostante il buon contingente di talento presente a questo NBA Draft 2019, molte franchigie sono attivissime in questi giorni per cercare acquirenti con cui adoperare uno scambio o effettuare una mossa di trade up o trade down. Tra queste si annoverano gli Oklahoma City Thunder che, secondo Woj, saranno aggressivi per ricercare un’acquirente per la scelta #21 di quest’anno: una trattativa che si inserisce in un contesto di win-now mode cui OKC starebbe facendo riferimento per la prossima stagione.

Inoltre, i Cleveland Cavaliers sono indiscutibilmente la franchigia più movimentata alla ricerca di occasioni di trade up-down: intrigano le scelte #8 e #10 di Atlanta, mentre la #26 potrebbe essere utilizzata per accaparrarsi un playmaker veterano, compatibile con le caratteristiche di Collin Sexton. Per finire, il contratto di J.R Smith potrebbe essere ceduto proprio nella sera del Draft: favoriti i Miami Heat, che potrebbero inserire nella trattativa la pick #13 ed un contratto di medio livello come quello di James Johnson o di Dion Waiters, ma occhio anche al resto delle squadre presenti in quella zona del Draft, tra la #8 e la #15 (Albert Nahmad, Heat Hoops).

Tornando in Arizona, i Suns sono molto alti su Jarrett Culver e sulla possibilità di poterlo scegliere alla #6, per Sports Illustrated. Caos totale in quel di Washington D.C., dove ancora non è stato nominato un General Manager e dove le idee sono ancora poco chiare ad una sola settimana dal Draft: basti pensare che, dopo circa tre settimane di work-outs, solo ieri i Wizards hanno potuto visionare una papabile 1st round pick, ovvero Keldon Johnson di Kentucky.

ToroNot Today: Gli splash brothers mandano tutti a gara 6 dopo una partita bellissima

toronto raptors

Raptors — Warriors. Ci si aspettava Kevin Durant, che per quel poco che c’è stato ha fatto capire a tutti che giocatore stratosferico sia. Ci si aspettava anche Kawhi Leonard, che dopo 43′ giocati decisamente sotto la sua media, è esploso con 10 punti in poco più di 1’30” facendo saltare tutto il Canada e tutti noi sul divano.

Non ci si aspettava una partita di solidità emotiva e così incisiva da parte di Demarcus Cousins, che molto probabilmente non doveva nemmeno essere della partita, ma ci si ritrova scaraventato in mezzo causa l’infortunio di KD.

Alla fine risulta decisiva l’incapacità di arrendersi di Curry e Thompson, che non vanno mai sotto mentalmente, nè quando KD dichiara forfait nè quando Leonard sembra mettere una pietra sopra la dinastia con sede nella Baia.

Avremo un altro capitolo delle NBA Finals, il sesto. Dato il livello di basket visto stanotte, non possiamo che ritenerci fortunati.

Raptors – Warriors: fischio finale di game 5

RAPTORS — WARRIORS: LE PAGELLE DEI VINCITORI

 

Thompson, 9: Valgono di più 2 delle 3 triple che riportano Golden State avanti o la difesa, sull’ultimo possesso di Leonard e durante tutta la partita, senza praticamente sbagliare mai? Klay Thompson ha il sangue freddo di un 3 volte campione NBA e stanotte l’ha dimostrato di nuovo. Straordinario

 

Curry, 8,5: Inizia forte come gli altri due “Big Three”, si carica la squadra sulle spalle quando Durant dichiara K.O tecnico. Ad un certo punto sembra non segnare più, poi arriva la tripla del pareggio, una delle più difficili di tutta la partita. Gioca una partita pazzesca per intensità, per durezza mentale e per attributi. Campione

 

Durant, 8: Arriverà a fine terzo quarto la notizia che ha già abbandonato l’Arena (in stampelle) dopo essersi fermato a metà del secondo per quello che probabilmente è il riacutizzarsi dell’infortunio al polpaccio che lo teneva fuori dall’8 maggio scorso. Fino a quel momento aveva dato segni di onnipotenza cestistica, 11 punti con 3/3 dalla lunga distanza, non sbagliando quasi niente neanche dietro, quasi a voler ribadire un concetto semplice: averlo o non averlo fa tutta la differenza del mondo, e più la posta in gioco è alta più sa essere decisivo. Peccato

 

Iguodala, 7: Che sia il veterano perfetto è già stato detto e ribadito, ma la sua capacità di restare in campo e nella partita durante i momenti più importanti non sarà mai abbastanza ammirata. E’ il direttore d’orchestra della difesa sull’ultimo possesso (di cui Green è stato eccellente primo violino), oltre ad un’altra marea di piccole cose, che in una vittoria di un punto diventano giganti. Evergreen

 

Green, 7: La difesa nell’ultimo possesso è da far studiare nelle scuole. Un paio di giocate offensive importanti, su tutte un gancio mancino e un tiro da 3 molto importante, la solita costante presenza su ogni palla vagante. E’ tutto questo Draymond Green, ma anche un fallo tecnico e soprattutto un’infrazione di campo che poteva costare partita e serie. Balla sempre sul filo del rasoio, ma questa volta ne esce vincitore. Lottatore

 

Panchina, 8: Andrebbe fatto un capitolo a parte per DeMarcus Cousins, che seppur con qualche sbavatura (vedi fallo in attacco nel momento più importante di queste Finals) fa una partita tanto bella quanto inaspettata, mettendo ben più di uno zampino nella riapertura della Oracle Arena per gara 6, nella quale a questo punto speriamo di vederlo in azione. Looney gioca una partita che per cuore, attributi e intensità merita un voto altissimo. Livingston e Cook giocano minuti che alla luce dell’epilogo si rivelano importantissimi, Bell con più ombre che luci nella sua comparsata. Importanti

Curry & Green si esaltano. Raptors – Warriors

 

RAPTORS — WARRIORS: LE PAGELLE DEI VINTI

 

Lowry, 8: In una partita in cui tutta Toronto sembra sentire la pressione, gioca i primi 3 quarti da trascinatore vero, salendo in cattedra anche nell’ultimo periodo, prima che Leonard rubi la scena a tutti e faccia credere che sia finita. E’ salito di colpi in questi playoff ed è stato il migliore dei suoi su 48’ in gara 5. Per ora si è fermato a qualche centimetro dalla linea del traguardo, vedremo come reagirà in gara 6. Instancabile

 

Leonard, 7,5: Fino a 5 minuti circa dalla fine della partita, la sua sarebbe una prova insufficiente. Qualche acuto difensivo e poco più, con un attacco in cui capitalizza molto in avvicinamento e ai liberi, ma in cui le percentuali al tiro sembrano averlo abbandonato. Poi esce da un timeout nell’ultimo periodo, e ne piazza 10 consecutivi, segnando in ogni modo, mettendo due triple una in faccia a Thompson e una in faccia a Cousins che somigliavano parecchio a due colpi da K.O. tecnico. Ma non è abbastanza, non oggi. Automa

 

Gasol, 7: Dopo un avvio scintillante, in cui rompe il ghiaccio per i Raptors e tutta l’Arena, ha la tendenza a perdersi un po’ – anche in panchina – complici i quintetti piccoli di Kerr cui Nurse non può ovviamente rispondere con il fratello di Pau in campo. Ha un paio di acuti anche nella ripresa, fra cui una bomba molto importante nell’economia della partita. Difensivamente è tutto sommato solido, dimostrandosi affidabile anche nell’ottica di un ritorno alla Baia in cui ci si aspettano grandi cose da Cousins. Solido

 

Siakam, 5,5: Spicy P cerca di giocare la solita partita di energia e concretezza, anche se spesso appare fuori giri, complice anche lui di qualche passaggio a vuoto dei Raptors durante la partita. Difensivamente prova a metterci il suo contro KD (con scarsi risultati), offensivamente fa quel che può, senza grossi acuti ma nemmeno eclatanti sbavature. Nel complesso, una prova scarsina per il camerunense. Sottotono

 

Green, 5: Non è la sua partita, sembrano dirlo sia i primi tiri che si vede sputare dal ferro sia il backcourt di Golden State che nel primo quarto punisce ogni distrazione, errore o ritardo di rotazione. Oltre a sbagliare in attacco più di quanto non faccia di solito, non riesce quasi mai a mettersi in partita difensivamente. L’ex SAS aggiunge così una prestazione non certo scintillante alle sue non entusiasmanti Finals (eccezion fatta per gara 3). Impalpabile

 

Panchina: Van Vleet inizia con le polveri bagnate, ma prende fiducia nel secondo tempo, segnando canestri importanti e prendendosi responsabilità come ha fatto in tutte queste gare di finale. Insieme a Lowry è il migliore dei suoi. Stessa cosa per Ibaka, che gioca una partita in crescendo, dimostrandosi un veterano su cui poter fare affidamento quando conta. Powell ha più minuti in campo di quelli che ci si aspetta, ma li onora, stando sul pezzo in attacco e sbagliando il meno che può in difesa. McCaw ha poco più di un cammeo. Qualità

Warriors-Raptors gara 4: Klay lotta, ma Toronto è squadra, le pagelle

Forse quando a inizio playoff vi dicemmo che i Toronto Raptors potevano giocare per arrivare fino in fondo, con opportunità di tentare l’assalto al titolo, non ci credeste. Magari anche a ragione. Ora, invece, i Canadesi tornano in Ontario avendo vinto due gare sul campo dei Warriors. La serie è sul 3-1 e il sogno irrealizzabile pare sempre più vicino. Vero, ci sono gli infortuni in sequenza di Golden State, ma la gara di stanotte ci ha confermato due ipotesi. I Toronto Raptors Raptors sono una vera squadra, questa la prima. La seconda è una verità ormai inconfutabile: Kawhi Leonard è il più forte di tutti. Ecco allora Warriors-Raptors gara 4, le pagelle.

WARRIORS-RAPTORS GARA 4: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Warriros-Raptors gara 4 è la conferma definitiva: Kawhi Leonard è il giocatore più forte del mondo
Warriros-Raptors gara 4 è la conferma definitiva: Kawhi Leonard è il giocatore più forte del mondo

Kawhi Leonard, voto 10: tiene in vita i Raptors nel difficilissimo primo quarto, lascia che i suoi compagni si prendano il proscenio tra secondo e terzo periodo, poi, quando vede la preda sanguinare, la azzanna per darle il colpo di grazia. Da vero leader. In difesa non manca mai il suo apporto, nonostante le non ottime condizioni fisiche. I 36 punti sono solo la ciliegina sulla torta. LeBron, sei tu?

Kyle Lowry, voto 8.5: all’apparenza 10 punti, 2 rimbalzi e 7 assist non giustificherebbero un voto così alto, ma la prova del numero sette va ben oltre. Si dimostra il playmaker efficiente e lucido che non era sembrato nelle scorse stagioni. Fa sempre la cosa giusta. In difesa arriva per primo in ogni situazione, diventando esempio per tutti. Autorevole. 

Pascal Siakam, voto 7.5: comincia con chiare difficoltà offensive, date dal fatto che gli avversari lo forzino sulla mano sinistra. Mantiene però la propria compattezza difensiva e nel secondo tempo sfrutta bene la propria stazza per trovare tanti punti al ferro e diversi falli (7/8 ai liberi), sapendo aspettare la partita. Maturo. 

Marc Gasol, voto 6.5: non un grande match a livello di numeri (9 punti e 7 rimbalzi), ma il suo lavoro difensivo non viene mai meno. Vince ancora una volta il duello con Cousins e nel secondo tempo mette anche qualche canestro importante, mettendo a disposizione tutta la propria esperienza. Navigato.

Danny Green, voto 5.5: a differenza della gara precedente spara a salve dal perimetro (1/7 dall’arco), segnando solo 3 punti. Il suo primo tempo è da incubo su entrambi i lati del campo. Alza il suo voto nella seconda frazione, quando la sua fisicità in difesa strazia uno stanco Curry, può bastare così. Incostante. 

Panchina, voto 7.5: Powell e McCaw fanno solo delle comparsate, in cui non si fanno notare, avendo il merito di non andare sotto in difesa. VanVleet non tira con le percentuali recenti (3/9), ma si spende benissimo in difesa su Curry quando manca Green. Poi c’è Ibaka, che, oltre al prezioso contributo nel variare le parabole sulle penetrazioni dei Warriors, segna anche 20 punti, ritrovando fiducia pure in attacco. Pochi ma ottimi. 

WARRIORS-RAPTORS GARA 4: LE PAGELLE DEI VINTI

Warriors-Raptors gara 4: Klay Thompson è eroico, ma è davvero troppo solo
Warriors-Raptors gara 4: Klay Thompson è eroico, ma è davvero troppo solo

Klay Thompson, voto 9: lavora ottimamente dietro, trova canestri di ogni tipo in attacco, anche con tiri ad alto coefficiente di difficoltà. E’ l’unico dei suoi che non dia idea di arrendevolezza, ma i suoi 28 punti con 11/18 dal campo rimangono vani. A fine partita, nel tunnel, cammina male, dimostrando quanto sia stato encomiabile. The real Warrior. 

Stephen Curry, voto 5.5: con 27 punti, 4 rimbalzi e 6 assist essere insufficienti pare impossibile, eppure è così. Non trova le consuete percentuali dall’arco (2/9) e questo lo porta a intestardirsi. Asciugato di energie da gara 3, soffre molto la fisicità dei Raptors. In difesa commette errori gravi, non ultimo quello che porta all’unica tripla di Danny Green. Stravolto. 

Draymond Green, voto 5: la quasi tripla doppia da 10 punti, 9 rimbalzi e 12 assist non salva una partita vissuta con molto nervosismo, come testimonia il tecnico preso. Non riesce a essere la solita guida spirituale per i propri colori e nel secondo tempo sparisce, quando ci sarebbe più bisogno, reagendo con le continue proteste. Isterico. 

Andre Iguodala, voto 4.5: anche lui in condizioni non perfette, non manca mai di battersi e fa anche qualche giocata delle sue in difesa. In attacco, tuttavia, viene sempre sfidato e non punisce mai, tradendo anche un po’ di stanchezza con diversi tiri corti. Non sembra lui. Troppo spremuto?

DeMarcus Cousins, voto 3: “orrendo” è l’unico aggettivo con cui definire il suo rendimento. La sua situazione fisica non è chiaramente ideale per una finale NBA, ma, a differenza di altri compagni acciaccati, non prova nemmeno a buttare il cuore oltre l’ostacolo, rimanendo superfluo in attacco e dannoso in difesa. Non viene riproposto nel tentativo di rimonta. Irritante. 

Panchina, voto 5: non cominciano neanche male, ma poi vengono fuori i difetti. McKinnie e Cook non sono chiaramente pronti ad avere grandi responsabilità a questi livelli. Livingston è molto attaccato in difesa e crea seri problemi di spaziatura in attacco. Bogut non dà un contributo diverso da quello di Cousins. Si salva solo Looney, ammirabile sui cambi difensivi e autore anche di 10 punti; non basta a salvare i panchinari. Inadeguati. 

Raptors-Warriors gara 1: i Raptors sono più forti e prevalgono, le pagelle

kyle lowry

Finalmente il sipario si è alzato sulle NBA Finals. I Golden State Warriors, per la prima volta in cinque anni, affrontano una squadra che non siano i Cleveland Cavaliers, ovvero i Toronto Raptors, al loro primo atto conclusivo di sempre. Beh, Raptors-Warriors gara 1 sembra aver detto il contrario. Una partita giocata ai ritmi e secondo le modalità che piacciono alla squadra di coach Nurse. Un confronto che ha detto che, al momento, senza Kevin Durant sul parquet, i Toronto Raptors sono più forti dei Golden State Warriors. Ecco qui le pagelle del primo atto.

RAPTORS-WARRIORS GARA 1: LE PAGELLE DEI VINCITORI

Raptors-Warriors gara 1: il vero ago della bilancia è stato Pascal Siakam
Raptors-Warriors gara 1: il vero ago della bilancia è stato Pascal Siakam

Pascal Siakam, voto 10: comincia con qualche difficoltà, ma con l’andare della gara sembra che reciti da sempre su questi palcoscenici. E’ un fattore in difesa, dove regge benissimo i cambi e intimidisce vicino al ferro. Diventa fattore anche in attacco, segnando la bellezza di 32 punti con 14/17 dal campo. Fa sempre la scelta giusta e ritrova anche fiducia nel suo tiro. MVP.

Marc Gasol, voto 9: Sergio Scariolo prima della partita ha detto che sarebbe riuscito a giocare in difesa, detto fatto. I suoi raddoppi sul pick and roll causano diversi problemi a Curry e sono utili a spezzare il flusso di Golden State. In attacco è bravo a punire i cambi e, a differenza del resto dei playoff, accetta la sfida del tiro dall’arco, realizzando con il 50% (2/4). Esce per falli, ma ciò non macchia una prova di grandi contenuti. Maestro. 

Kawhi Leonard, voto 7.5: sta sì in campo quasi 43 minuti, ma non ha bisogno di strafare, e questo è importantissimo per i Raptors. Produce comunque 23 punti, 8 rimbalzi e 5 assist, prendendosi solo 14 tiri e sfruttando i suoi isolamenti quando strettamente necessario, con parsimonia e intelligenza. Chirurgico.

Kyle Lowry, voto 7: 7 punti, 6 rimbalzi e 9 assist racconterebbero di una partita “normale”, ma la sua prova va ben oltre i numeri. La solidità in difesa è quella dei tempi migliori, grazie a una fisicità e a una presenza mentale che è di pochi. In attacco il tiro non entra (2/9), ma è bravo a lasciare il proscenio ai compagni. Leader.

Danny Green, voto 6.5: torna finalmente positivo in attacco con 11 punti e 3/7 dall’arco, quello che gli si chiede. Va in sofferenza quando è costretto a mettere la palla per terra, ma fa il suo anche in difesa contro Thompson. Utile. 

Panchina, voto 8: non bisogna tanto guardare ai punti segnati, ma al contributo generale portato. VanVleet continua il suo periodo magico; tolto dalla linea dei tre punti, attacca bene il ferro e segna 15 punti, giocando ben 33 minuti. Ibaka non è fattore in fase offensiva, ma in difesa si erge a garanzia, dando preziosi riposi a Gasol. Powell e McCaw giocano poco ma si adeguano alle richieste difensive di Nurse, oltre a trovare un canestro a testa in momenti importanti. Preziosi. 

RAPTORS-WARRIORS GARA 1: LE PAGELLE DEI VINTI

Raptors-Warriors gara 1: inizia a pesare troppo l'assenza di Kevin Durant?
Raptors-Warriors gara 1: inizia a pesare troppo l’assenza di Kevin Durant?

Stephen Curry, voto 8.5: prova a tenere vivi i propri colori quasi da solo. Segna 34 punti con canestri dall’arco (4/9), attaccando il ferro, guadagnandosi falli (14/14 ai tiri liberi). Nulla da fare, stavolta è troppo solo e il ritmo spezzettato della gara non aiuta i compagni meno talentuosi. Non soffre neanche tanto in difesa, ma non era la serata giusta. Solo sull’isola. 

Klay Thompson, voto 6.5: vero, segna 21 punti tirando con buone percentuali (47% dal campo), ma serve qualcosa in più in contumacia Kevin Durant. Il ritmo della partita non è quello che maggiormente gli si addice e in difesa non è il solito fattore. Nel finale sembra decisamente nervoso. Davvero lui?

Draymond Green, voto 6: la tripla doppia gli vale la sufficienza, ma non sembra entrare davvero in questa partita. Non può alimentare come al solito la transizione dei suoi e il poterlo sfidare al tiro è un vantaggio troppo grosso per Toronto. Serve qualcosa in più. Appena sufficiente.

Andre Iguodala, voto 5.5: anche in questo caso una prova al di sotto delle attese. In difesa la sua fisicità non è dominante come siamo soliti vedere e in attacco anche lui, come Green, è apertamente sfidato. Non risponde mai presente (0/4 da tre). Nel finale lascia il match con un preoccupante problema muscolare. Ennesima tegola per i Warriors? Deludente. 

Jordan Bell, voto 5: parte in quintetto e gioca appena 11 minuti. Il teatro delle Finals non può probabilmente appartenergli da protagonista e si vede. Non ha armi in attacco e in difesa non fa il lavoro sperato sui cambi. Fuori luogo.

Panchina, voto 6: McKinnie, Looney e Jerebko fanno il loro, rispondendo con efficienza anche alla sfida al tiro e quindi portano la sufficienza ai panchinari, ma non può bastare. Cook mette una prima tripla ma poi decide di esagerare, dimostrando di non saper stare nei limiti. Cousins sembra lontanissimo dalla migliore condizione e fa solo danni, in attacco e, soprattutto, in difesa. Inattesi. 

Dalla trade per Leonard alla prima finale NBA: è tripudio Toronto Raptors

Dopo 24 anni dalla loro fondazione, i Toronto Raptors riescono a raggiungere la loro prima finale NBA. Ad inizio anno i favori del pronostico non erano di certo dalla loro parte: La partenza di DeMar DeRozan e l’ arrivo di Kawhi Leonard destavano alcuni dubbi. Eppure l’ex stella degli Spurs si è dimostrato subito leader di questo squadra, supportato dall’esperienza dei veterani e la crescita dei più giovani. La stagione regolare si conclude con un record di 58 vittorie e 24 sconfitte e la seconda posizione all’interno della Eastern conference. Analizziamo il cammino che ha portato i Toronto Raptors a questa storica finale.

TORONTO RAPTORS: LA STAGIONE REGOLARE

 

Kawhi Leonard e Danny Green appena arrivati in casa Toronto Raptors
Kawhi Leonard e Danny Green appena arrivati in casa Toronto Raptors

La stagione regolare inizia con il botto, nelle prime venti partite partite arrivano 16 vittorie e 4 sconfitte. Kawhi Leonard si dimostra subito assoluto protagonista, e la crescita di Pascal Siakam (18.7 punti- 7.0 rimblazi- 2.4 assist) fa volare i Raptors. La presenza di Leonard garantisce maggiori punti in attacco e una difesa solida che a Toronto si è vista poche volte. Può fare punti in qualsiasi modo: penetrando al ferro con il suo strapotere fisico, sfruttando il pick and roll per un tiro dalla media o tirando da tre con percentuali ottime (38,8% in stagione). La vera forza di Leonard è nella metà campo difensiva: regge l’uno contro uno con tutti, ha mani veloci per rubare la palla (1.6 di media) e la sua capacità di andare a rimbalzo (8.8) garantisce punti da seconda opportunità. Ovviamente l’aiuto e l’esperienza dei giocatori comprimari è fondamentale come Kyle Lowry: cervello della squadra e difensore intelligente, Serge Ibaka che con la sua forza fisica lotta sotto le plance e garantisce molti punti nel pitturato e il già campione NBA Danny Green, tiratore da tre affidabilissimo. L’arrivo di Marc Gasol aggiunge esperienza e forza fisica alla squadra del Canada, che si appresta ad affrontare i playoff con qualche aspettativa in più da parte dei tifosi.

I PLAYOFF

 

I playoff 2019 si aprono con la sfida contro gli Orlando Magic. Il canestro sulla sirena di D.J. Augustin regala la prima partita a Orlando e le prime critiche per i Raptors non stentano ad arrivare. Tocca a Leonard caricarsi la squadra sulle spalle, vincendo la serie con 4 vittorie consecutive chiudendo a 27.8 punti di media. Al secondo turno affrontano i Philadelphia 76ers. La serie è molto equilibrata: da una parte c’è uno scatenato Leonard supportato a turno da Siakam e Lowry, ma dall’altra parte Jimmy Butler e Joel Embiid non hanno nessuna intenzione di mollare e ribattono colpo su colpo spedendo la serie a gara 7. L’ultima partita è la fotografia perfetta di tutta la serie, un match equilibratissimo, in cui a una giocata superlativa si risponde con una ancor più sorprendente. 4.2 secondi, 90 pari, arriva la giocata che non ti aspetti: un tiro impossibile di Leonard che danza ripetutamente sul ferro e sotto gli occhi increduli di tutti si infila nel canestro regalando la finale di conference a Toronto. Sono a un passo dal sogno della Finale, l’ultimo ostacolo sono i Milwaukee Bucks guidati dal futuro MVP Giannis Antetokounmpo. Toronto va subito sotto 2-0 e le speranze diminuiscono vertiginosamente. Tocca ancora una volta a Kawhi trascinare i suoi: giocate offensive da MVP, difese magistrali che detronizzano i Bucks per 4-2. La sua schiacciata finale su assist di Lowry è l’emblema di tutta la serie, è un uomo in missione con un solo obiettivo: vincere. Ad aspettarli in finale ci sono i Golden State Warriors, la squadra più forte in NBA degli ultimi cinque anni. Riusciranno Kawhi e compagni a fermarli, o saranno i Warriors a gioire nuovamente? L’atto conclusivo di questa meravigliosa stagione sta per arrivare e a noi non resta che goderci lo spettacolo.

Bucks-Raptors: cambiamenti e riscatto Toronto, verso le Finals

Bucks-Raptors

Dopo le prime due gare delle Eastern Conference Finals non sarebbe stato facile pronosticarne un esito anche solo vicino a quanto effettivamente avvenuto. Infatti, i Milwaukee Bucks, teste di serie numero uno, avevano vinto e convinto a pieno in entrambe le uscite casalinghe contro i Toronto Raptors, teste di serie numero due. Sembrava che le mosse di Coach Mike Budenholzer, messe in evidenza soprattutto in gara 2, sarebbero bastate ad arginare il talento smisurato di Kawhi Leonard, apparentemente lasciato solo dai compagni e dalle mosse poco efficaci di Coach Nick Nurse.

Tutto questo, con la serie che si è trasferita sul territorio canadese della Scotiabank Arena, è cambiato. La vittoria che Toronto ha ottenuto nell’overtime di gara 3 ha segnato un punto di svolta fondamentale. Leonard ha dovuto giocare 52 minuti (massimo in carriera) per spingere i suoi alla vittoria. Il peso dei tanti minuti, e di un lieve problema fisico, l’hanno portato a non essere al meglio in gara 4, nella quale ha realizzato solo 19 punti, pochi per i suoi standard. Ciò ha spinto Coach Nurse a fare degli aggiustamenti a gara in corso e i suoi compagni a fare un passo avanti nella produzione offensiva.

Nelle due gare successive Kawhi è tornato al massimo della forma, mentre gli aggiustamenti del Coach hanno continuato a minare le certezze costruite dagli avversari fino ad allora, e gli altri Raptors, anche dalla panchina, non hanno smesso di incidere positivamente. Dall’altro lato del parquet, i Bucks hanno perso qualcosa in fiducia e sicurezza, sprecando due vantaggi costruiti nei primi tempi delle gare 5 e 6, e sono stati vittime di un calo della loro stella, Giannis Antetokounmpo, rallentato anche da un infortunio alla caviglia rimediato nel finale della quinta uscita della serie.

RAPTORS, SERVIVA ALZARSI DALLA PANCHINA

La forza dei Milwaukee Bucks ha preso vigore, per tutta la stagione, e in particolare in questi playoffs, dalla loro profondità. Abbiamo più volte, tutti, elogiato la bontà del lavoro del supporting cast di Giannis, leader in campo e fuori. I Toronto Raptors, dalla loro, avevano al contrario peccato di un contributo effettivo alle fatiche di Kawhi Leonard. Nelle prime due uscite della serie i tre principali panchinari di Toronto, Norman Powell, Serge Ibaka e Fred VanVleet, avevano accumulato un plus/minus totale di -54 quando in campo.

Spesso, in uno scontro di qualsivoglia natura, si tende a cercare di portare la sfida su un piano nel quale il proprio rivale pecchi qualcosa, o, comunque, sia inferiore. Coach Nurse, invece, piuttosto che ridurre i minuti in campo di giocatori chiaramente in difficoltà, li ha confermati ed aumentati.

In gara 3, se VanVleet e Ibaka hanno fatto ancora fatica, Powell ha segnato 19 punti giocando 30 minuti, diventando il terzo marcatore di quella partita dopo Pascal Siakam (25) e Kawhi Leonard (36). In gara 4 Ibaka, VanVleet e Powell hanno fatto registrare, rispettivamente, plus/minus di +24, +25 e +29. Il tutto andando tutti e tre in doppia cifra per punti segnati. Proprio la gara 4 in cui Kawhi ha arrancato.

4 dei 19 punti segnati da Norman Powell in gara 3

Ormai sbloccati sotto canestro, ma soprattutto mentalmente, “gli altri Raptors” si sono lasciati andare alla corrente che li ha spinti a fare bene anche nelle due uscite decisive. Nella nevralgica gara 5 vinta in terra ostile, VanVleet ha segnato 21 punti, facendo muovere la retina per 7 volte da oltre l’arco. In gara 6 ha giocato ben 34 minuti, meno solamente di Leonard (41), Lowry (41) e Siakam (42).

La più pesante delle 7 triple segnate da VanVleet in gara 5

Insomma, i Raptors hanno colpito ed affondato i Bucks proprio nella casella della mappa tecnico-tattica in cui Milwaukee sembrava poter vantare il vantaggio più largo: l’impatto degli altri giocatori in roster, aldilà delle stelle universalmente riconosciute.

LOWRY, LEONARD E TORONTO: LA SERIE DEL RISCATTO

Riscatto. Perché qualcuno dovrebbe esserne alla ricerca? Voglia di scrollarsi di dosso etichette pesanti. Voglia di ricordare al mondo delle proprie capacità. Volontà di affermarsi con orgoglio dopo anni pesanti. Ecco cosa cercavano i protagonisti di questa serie.

Kyle Lowry è il giocatore più presente (67 partite da titolare) e più prolifico (1143 punti) della storia dei playoffs dei Toronto Raptors. Su tutte queste gare giocate, però, ha sempre pesato un’etichetta gravosa: quella del perdente. Il giocatore è sempre stato additato come uno senza gli attributi necessari per incidere nei momenti clou della stagione. E in questa postseason non era cambiato molto. Almeno fino alla serie contro i Milwaukee Bucks. In gara 1 Lowry ha segnato 30 punti, ed è stato il solo a tenere a galla i suoi nell’ultimo quarto. Il vento sembrava iniziare a soffiare in un’altra direzione. Riscatto. Il veterano di Toronto non si è poi più tirato indietro, e ha chiuso la serie con 19 punti, 5 rimbalzi e 5 assist di media. Tirando con il 50% dal campo (miglior percentuale della squadra nella serie) e con il 46% da tre (meglio di lui solo VanVleet). Riscatto.

Kawhi Leonard ha vinto il premio di MVP delle Finals nel 2014, quando i suoi San Antonio Spurs sconfissero i Miami Heat di Lebron James. Ma forse più di qualcuno se lo era dimenticato. Tutti si ricordavano delle vicissitudini vissute con i San Antonio Spurs in seguito al suo infortunio contro i Golden State Warriors, durante i playoffs del 2017. Pochi ricordavano invece di quanto potesse essere dominante. Sta viaggiando su 31 punti, 9 rimbalzi e 4 assist di media ai playoffs. Sta tentando 21 tiri a notte, segnandone il 50%. Un dominio assoluto, da protagonista, in un’annata playoffs che ha dovuto fare a meno di Lebron James per mancata qualificazione e ha rinunciato, per il momento, a Kevin Durant per infortunio. Riscatto. Nei confronti di chi non ricordava più quanto fosse sterminato il talento offensivo di Kawhi. Del lavoro difensivo su Giannis, probabilmente, non serve neanche parlarne, per uno che vanta 5 apparizioni nei quintetti difensivi della lega e 2 premi di Difensore dell’anno.

Kyle Lowry serve a Kawhi Leonard l’assist per uno dei canestri decisivi di gara 6 

Infine, chi si riscatta, è la città di Toronto. L’insperata illusione che qualcosa stesse cambiando aveva accarezzato i pensieri dei tifosi canadesi dopo gara 7 contro i Philadelphia 76ers, probabilmente. Dopo quel buzzer-beater tanto simile a quello che si era rifiutato di entrare, tirato da Vince Carter nel 2001, contro gli stessi Sixers. Quel buzzer-beater, in passato visto come l’allegoria della sfortuna della città nei momenti di postseason, era stato redento da quello di Kawhi, forse, con un po’di timore di retorica, il salvatore di Toronto. Ora, dopo la rimonta contro i Bucks, il pensiero di un cambiamento inizia ad insinuarsi seriamente nelle menti di un popolo estatico, che non aspetta altro che andarsi a giocare la serie della vita contro i Golden State Warriors. Dopo tanti anni passati a osservare gli altri trionfare, eccolo, il riscatto.

Golden State Warriors alle Finals: continua il dominio. Obbiettivo three-peat

Golden State Warriors

Le NBA Finals ci hanno sempre regalato tante emozioni, dalla prima storica finale tra i Chicago Stags e i Philadelphia Warriors disputata nel 1947 fino ad arrivare ai giorni nostri. Nel corso degli anni varie squadre si sono date battaglia per il titolo, alternandosi in più occasioni sul trono. Alcune squadre invece sono riuscite a creare delle vere e proprie dinastie per apparizione e vittorie nelle Finals, come ad esempio i Golden State Warriors. Se escludiamo le dieci finali disputate dai Boston Celtics tra il 1957 e il 1966, i Warriors vantano la striscia più lunga di apparizione consecutive all’ultimo atto, ben cinque (tra il 2015 e il 2019). Un vero e proprio dominio.

Ora l’obiettivo è centrare lo storico three-peat. Solo altre quattro squadre sono riuscite a centrarlo. Il risultato permetterebbe alla franchigia della Baia di entrare definitivamente nell’Olimpo della NBA.

GOLDEN STATE WARRIORS: LE CHIAVI DEI SUCCESSI

Andre Iguodala, Draymond Green e Stephen Curry.

Le chiavi dei successi di Golden State sono molteplici: dallo strapotere offensivo, alla difesa diretta magistralmente. Steve Kerr è riuscito ad equilibrare un gruppo di grande carattere e grandi individualità rendendola una squadra vincente. Il leader tecnico della squadra è sicuramente Stephen Curry: definirlo uno dei migliori tiratori della lega è riduttivo, è un giocatore completo che può segnare in qualsiasi maniera. Insieme a Klay Thompson formano una delle coppie di guardie più forti della storia NBA. A completare il quadro offensivo c’è Kevin Durant, il secondo migliore giocatore in circolazione per mezzi fisici e talento, prima del infortunio stava viaggiando a 34.2 punti, 5.2 rimbalzi e 4.9 assist con il 51.3% dal campo. Il pilastro vero dei successi di Golden State è la difesa: diretta da uno dei giocatori più intelligenti visti su u campo da basket ovvero Draymond Green e dal veterano Andre Iguodala, vincitore del titolo di MVP nelle finali del 2015.

Una difesa granitica e un attacco semplicemente mostruoso ha permesso ai Warriors di vincere tre delle quattro finali disputate. Una piccola macchia data dalla troppa fiducia è la sconfitta contro i Cavaliers di LeBron James e Kyrie Irving con la serie nelle loro mani per 3-1. Golden State si è qualificata per la quinta finale consecutiva, ed ora attende la vincente tra Milwaukee Bucks e Toronto Raptors.

DINASTIE A CONFRONTO

Solo LeBron James, grazie alla clamorosa rimonta alle Finals 2016, ha interrotto il dominio dei Golden State Warriors.

I Golden State Warriors sono uno dei team più vincenti di sempre, ma in passato ci sono state altre squadre che hanno creato delle vere e proprie dinastie. Oltre i già citati Boston Celtics con le dieci finali consecutive e i diciassette titoli vinti, ci sono i Los Angeles Lakers. la squadra della California ha ben distribuito i suoi sedici titoli dimostrandosi una delle squadre più continue della storia. Dal primo successo nel 1949 (quando la franchigia aveva la base a Minneapolis), ai vari successi di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, fino ai cinque titoli vinti dalla leggenda Kobe Bryant. Durante l’egemonia dei Lakers sono riusciti ad inserirsi i San Antonio Spurs. Guidati dal più enigmatico degli allenatori NBA: Gregg Popovich e dal talento di Tim Duncan ( tre volte MVP) sono riusciti a vincere quattro titoli tra il 1999 e il 2007. Impossibile dimenticare i Chicago Bulls tra il 1991 e il 1998,  che è stata sei volte in finale vincendole tutte, con  Michael Jordan MVP assoluto, Scottie Pippen secondo violino e Dennis Rodman leader difensivo.

In ultimo, ma non meno important,e le otto finali consecutive giocate da LeBron James, l prime quattro con la casacca dei Miami Heat (vincendone due) e le altre quattro nella seconda avventura ai Cleveland Cavaliers riuscendo a vincere un titolo proprio nell’era Golden State. Le dinastie nascono dal nulla e possono finire all’improvviso, ma quello che hanno fatto i Golden State Warriors e i loro predecessori resterà per sempre nella storia della NBA.