Ci sono una marea di ragioni per cui non è facile tifare Clippers.
Avete presente il fratello più debole, quello più basso? Larry Jordan ad esempio, fratello maggiore di un anno di Michael.
Si sfidavano nel campetto che il papà gli aveva costruito fuori casa e, almeno nelle prime uscite non era sicuro che Michael vincesse. Poi Michael cresce e il fratello non dovrà far altro che…perdere.
Lo stesso Michael lo considera uno dei suoi più grandi avversari, ma ai piedi Larry indossava le Air, le Jordan insomma…quelle di Michael.
Ecco, spostiamoci dal North Carolina all’ Italia. Chiediamo a chiunque due colori a caso riferendosi al mondo Nba losangelino:
“Giallo e Viola possibile? Si dai i Lakers, quelli di Kobe Bryant! Giusto?”
“Eh si, giusto è giusto! Ma ci sarebbero anche i miei Clippers…”
Ecco, i Clippers sono come Larry Jordan.
I Los Angeles Clippers sono la squadra più perdente della Lega. Il Palmarès recita “zero titoli”. Ma il marchio dei “perdenti” va oltre. Si ha come la sensazione che pur giocando il miglior basket della lega (e nella scorsa stagione non ci sono andati così lontani) ne rimangano contrassegnati e non riescano a guadagnare credibilità.
Se dico “gara 7 San Antonio Spurs – Los Angeles Clippers”, cito la più bella gara 7 degli ultimi playoff, vinta all’ ultimo secondo da un tiro disperato di CP3.
I campioni perdono contro i perdenti.
Chris Paul è uno dei migliori play maker della Lega, capace di interpretare il ruolo in maniera moderna ma senza tralasciare la tradizionale regia del reparto.
Ha giocato su una gamba sola gara 7 e l’ ha vinta.
E’ il timone, il punto di riferimento di ogni squadra in cui ha giocato.
Può essere definito un perdente?
Nonostante quella prestazione, nessuno il giorno dopo avrebbe scommesso su un’ eventuale titolo Nba ai Clippers.
“C’ è scritto Clippers!” è diventato ormai un detto popolare, dopo la clamorosa sconfitta nella semifinale di Conference contro i Rockets.
Era successo soltanto 9 volte in tutta la storia della Nba che una squadra si facesse rimontare dal 3 a 1.
Se analizziamo la franchigia, è attualmente una delle più rinnovate e competitive della diabolica Western Conference, due spanne se non tre sopra i fratelli dello Staples, quelli che hanno vinto tutto… quelli gialli e viola.
Dopo la scandalo razziale e l’ espulsione di Donald Sterling le cose sono sicuramente migliorate.
Steve Ballmer è una ventata d’ aria fresca nei confronti del vecchio proprietario, Doc Rivers è stato riconfermato, riuscendo ad amalgare sempre di più un gruppo giovane guidato dal capitano col numero 3.
In corso d’ opera il coach è riuscito a portare dalla sua parte il figlio, Austin Rivers. All’ inizio ha destato più di qualche preoccupazione, ma in fondo alla regular season e nella serie contro San Antonio la scelta di papà Doc sembra essersi rivelata azzeccata.
Dopo la sconfitta contro i Rockets si doveva ricominciare da zero, e così hanno fatto.
Dopo il nuovo proprietario, ecco il nuovo logo, le nuove divise e nuovi giocatori.
https://youtu.be/KEt4RnNEjkg
La free-agency dei Clippers è forse stata una delle migliori, portando un sacco di rinforzi soprattutto tra le guardie.
Analizziamo le c.d “New Additions” :
E’ doveroso partire da uno dei colpi grossi di questa free-agency. Paul Pierce.
The Truth dopo la parentesi a Washington torna alla corte di Doc Rivers. Insieme vinsero un titolo coi Celtics dell’ era Big Three. Che non sia di buon auspicio questa reunion?
Dal punto di vista tattico, Pierce ha giocato gran parte della sua carriera come ala piccola ma ha rivestito spesso anche il ruolo di guardia tiratrice. Nell’ esperienza Clippers offre a Rivers varie possibilità tra cui quella di giocare da 4 in un quintetto piccolo.
Nei Wizards, giocando da 4 con il solo lungo Marcin Gortat e il resto del quintetto “small ball”, ha fatto registrare il miglior plus-minus di ogni altra combinazione di Coach Wittman.
C’ è da dire che le squadre sono strutturalmente diverse, a partire dalla quasi inamovibilità della coppia Griffin-Jordan, ma come alternativa nei play-off potrebbe rivelarsi soprendente.
Come guardia ha fatto registrare ottime percentuali al tiro negli ultimi impegni della scorsa stagione. Nella serie contro Toronto ha mantenuto una media del 49,1% dal campo e del 50% da tre.
L’ ennesimo merito di Pierce è stato quello di prendersi la squadra sotto le spalle e fungere da leader trascinatore. E’ il vincente che mancava in casa Clippers. Lo stesso Pierce ha dichiarato:
“ E’ bello essere a casa e poter giocare di fronte ad amici e parenti. Sarà l’ ultima cavalcata della mia carriera, è il posto in cui desideravo finirla e se riuscireremo a vincere un campionato per i Clippers, questo sarà tutto per me!”
Su di lui si è espresso anche il coach: “Sai che come giocatore prenderà sempre tiri importanti senza mai tirarsi indietro, e sai inoltre che la maggior parte di quelli li metterà…è fantastico averlo in squadra ancora una volta!”
A ricoprire lo stesso ruolo di Paul Pierce, è arrivata un’ altra ala/guardia, Lance Stephenson. Se nel suo anno da rookie ha giocato per lo più ala, ad Indiana si è specializzato nel ruolo di guardia tiratrice giocando il 90% del tempo in quel reparto.
A differenza di Pierce, i suoi 25 anni gli permettono di ricoprire ampi minutaggi e di essere il degno sostituto dell’ altro veterano JJ Redick; sul suo conto ci sono varie ipotesi di schieramento. C’è chi lo collocherebbe nel quintetto base chi invece lo vedrebbe come un ottimo supporto dalla panchina perchè in grado di segnare dal perimetro nei periodi di partita in cui l’ offensività della squadra va in standby.
Oltre alla fase offensiva, è considerato anche un ottimo difensore e il fisico gli permette di intraprendere la lotta a rimbalzo.
Nel reparto d’ attacco il nuovo nome è quello di Josh Smith. Dopo la breve parentesi a Houston che lo ha visto in parte riscattarsi dalla delusione con i Pistons, il nativo di College Park è approdato in casa Clippers per alimentare un reparto lunghi già formato da Griffin e il figliol prodigo De Andre Jordan.
Il suo ruolo ideale è l’ ala grande, ma nella scorsa stagione i Rockets lo hanno schierato spesso anche come centro creando un quintetto piccolo, molto simile -per fisicità- a quello usato nelle Finals Nba dai Warriors, con Iguodala al posto di Bogut.
Houston ha usufruito di Smith anche come “seconda torre” al fianco di Terrence Jones.
Negli ultimi play-off Smith ha fatto registrare un curioso record personale, un 38% dal perimetro, e si è rivelato decisivo nella rimonta proprio contro i Clippers.
Smith è insomma quella freccia in più nell’ arco d’ attacco di Coach Rivers.
Dai Rockets i Clippers acquistano anche Pablo Prigioni. Si sono aggiunti poi Wesley Johnson e Chuck Hayes.
Seppur rinnovati i Clippers non hanno smesso di far sorridere.
L’ autore della farsa stavolta è DeAndre Jordan, che doveva essere un giocatore dei Mavericks (forse per qualche ora lo è stato), ma poi ha deciso di fare un scherzetto a Cuban e di tornarsene in California, in una notte in cui Blake Griffin postava la foto di una sedia che bloccava una porta così che nessuno sarebbe riuscito ad entrare per prendere il suo gigante buono.
Intanto su Twitter si pubblicavano macchinine, aerei, navi, razzi e biciclette…Stavano tutti arrivando a recuperare il povero DeAndre, che era nascosto a casa Griffin, o almeno così sembrava!
E’ nell’ identità della squadra, non lo si può cambiare. I Clippers sono così per natura, e anche nel pieno della rifondazione fanno parlare di sé in maniera ironica. Non è un caso che Big Baby abbia giocato ai Clippers. Non è un caso che il loro nuovo proprietario Ballmer balli in maniera strampalata durante gli intervalli.
Non si tratta di vincere o perdere, è semplice l’ironia che suscita una squadra che le ha viste talmente tante da perdere credibilità.
La stagione 2016 però si prospetta diversa, come se il peggio fosse passato, e finalmente si riuscisse a intravedere uno sbrilluccichìo in fondo al tunnel…Chissà, magari è il Larry O’ Brien Trophy, non importa se c’è scritto “Clippers”.
Per NBA Passion,
Giacomo Mugnai

