“Non ti preoccupare,” disse il proprietario della squadra “ho licenziato gente più famosa di te”. Tutto legittimo, solo se non stessimo parlando del più vincente allenatore NBA di tutti i tempi.
Portorico, 1984. Phil Jackson, allora molto lontano dall’essere il santone della pallacanestro a stelle e strisce, accetta di allenare in estate “Los Piratas de Quesadrillas” nella Superior League Portoricana. All’epoca il torneo comprendeva 16 squadre in rappresentanza delle cittadine di tutta l’isola. Bisogna tenere anche presente che i giocatori prendevano compensi tra i 10.000/20.000 dollari, ma essendo riconosciuto a livello di NCAA molti giocatori erano veterani di college. I team selezionavano anche: i nazionali Portoricani (che avevano partecipato ai giochi Panamericani e Olimpici), massimo due “stranieri” proveniente da un paese caraibico oppure chiunque avesse almeno un genitore portoricano. Chiaro quindi trovare tanti atleti provenienti da città in cui erano emigrati i parenti come Los Angeles o New York ( I cosiddetti Newyoricani). La copertura TV era di primo livello, 4 partite a settimana decisamente lo sport più popolare! Come se non bastasse una grande tradizione di allenatori ha guidato squadre nella superior league come Red Holzman, l’allenatore di Jackson ai tempi dei Knicks, Tex Winter che vinse il titolo con la squadra di Ponce oltre che citare anche Larry Brown, Pj Carlesimo o Jim Boeheim.
Ma non furono prettamente motivazioni sportive a portare il futuro coach dei Bulls e Lakers in questo paradiso tropicale. Phil Jackson nel frattempo era allenatore degli Albany Patroons nella defunta CBA e con uno stipendio di circa 18.000$ all’anno poter arrotondare era una manna. La sua esperienza come coach dei Piratas ha vita breve come possiamo vedere nell’incipit dell’articolo. Ad Albany infatti aveva messo in scena una sua versione della “Democratia Corinthiana” tanto cara a Socrates, applicata alla pallacanestro: giocatori con stipendi uguali ( 300$ a settimana) e pari opportunità in campo (quintetti fissi con stesso minutaggio) ed incredibile ma vero la cosa funziona con i Patroons vincitori del titolo. Durante le finali con Wyoming, venne appunto avvicinato da alcuni uomini d’affari portoricani che proposero di guidare la squadra. Inutile dire che l’idea democratica andò presto a sbattere in tale Raymond Dalmau, 36 anni e miglior realizzatore di sempre nella storia del basket di Portorico, che proprio non riusciva ad apprezzare di giocare qualcosa meno che tutta la partita. Da qui l’esonero.
Fortunatamente il proprietario aveva già una soluzione alternativa; aveva sentito che nella vicina città di Isabella il coach locale era sul punto di essere cacciato. Il motivo dell’allontamento sembrava risiedere in un contrasto con il miglior giocatore della squadra e all’apice della tensione l’allenatore lo abbia tenuto seduto per tutta la partita. Ovviamente la pacata reazione del pubblico di Isabella tafferugli nel palazzetto, macchina del coach data alle fiamme con il malcapitato scortato in caserma per la sua sicurezza) spinsero dopo circa tre giorni il nostro coach su una nuova panchina. Il soprannome della squadra era i “Gallitos” e per questo ogni tanto qualche tifoso lanciava un gallo spennacchiato cosa che provocava svariate risse durante le partite casalinghe. Forse per questo il filo spinato separava il campo e le tribune e forse sempre per questo il vice allenatore/interprete girava sempre con una pistola nascosta nei pantaloni. Decisamente un clima disteso per giocare a basket.
Il fattore campo era dunque decisivo e la città in cui era più influente era San Germain in cui c’era un enorme convento di suore che si diceva fossero dedite ad accendere candele e gettare anatemi vari sulle squadre avversarie. Di tutta risposta il proprietario della squadra di Ponce, che possedeva una piantagione di canna da zucchero, porto circa 5000 contadini armati di machete sulle tribune per contrastare il mefitico alone delle sorelle. Sempre a San Germain, durante una partita il cronometrista lascio scorrere il tempo dopo che l’arbitro aveva fischiato time-out con la squadra ospite sotto di uno e parecchi secondi ancora da giocare. Siccome gli arbitri conservavano la sana abitudine di scappare dopo la partita, P.J. Corse vero il cronometrista urlando un eloquente: “Ma cosa C***o stai facendo??”. Fù portato via subito dal suo vice/guardia del corpo, perché nonostante pensasse di aver fatto la cosa giusta lo avvisarono che il cronometrista stava per tirare fuori dalle tasche un coltello a serramanico.
A Portorico però il Coach Zen ha potuto anche apprendere molto per quanto riguarda la comunicazione non verbale. Un sorriso, una mossa delle sopracciglia o una scrollata di spalle e il body language in generale potevano avere lo stesso peso degli Stati d’animo o della parola stessa. Anche le letture delle difese migliorarono per permettere di attaccare meglio difese a zona e difendere, ma anche attaccare, molte difese con raddoppi aggressivi. In un momento in cui Phil Jackson si interrogava sull’efficacia del suo attacco Flex, anche in orbita NBA, il banco di prova caraibico fu decisamente utile. Nel 1987 dopo quattro anni tra CBA e Portorico, arrivò la chiamata di Chicago come assistente di Coach Doug Collins. Due anni prima era arrivata un’altra proposta sempre da Chicago in cui Phil, allenando a Portorico, andò nella Windy City presentandosi con, cito testuale ” barba lunga e vestito tropicale – pantaloni al polpaccio color kaki, camicia sportiva è un bellissimo (?!) cappello di paglia ecuadoriano con tanto di piuma di pappagallo blu.” Risultato: ci rivediamo nel 1987.
Sicuramente questa, come tante altre esperienze della sua vita lo hanno portato a vincere ben 11 anelli solo da allenatore (a cui si aggiungono 2 da giocatore, anche se nel primo caso fu infortunato quasi tutta la stagione). Ed è anche per questo che i tifosi dei Kings,alla domanda se i supporter di Sacramento fossero i più calorosi di sempre, non dovrebbero sorprendersi della risposta: «Io ho allenato in Porto Rico, dove se vincevi in trasferta ti tagliavano le gomme e ti potevano anche inseguire fino a fuori città, spaccandoti a pietrate i finestrini della macchina».
Niccoló Arenella


