Il leone giovane il vecchio vincerà.
Il campo bellico, per dolore singolare.
In gabbia d’oro gli occhi gli salteranno
delle forze in combattimento una rimarrà,
l’altra morrà di morte crudele.Miquèl de Nostradama
E’ sotto gli occhi di tutti che tali quartine siano riferite senz’ombra di dubbio alla prossima stagione dei Lakers. E che il vecchio che “morrà di morte crudele” non può che essere l’antico rivale bostoniano. Nostradamus ha già dato il suo esito per l’imminente campionato: i Lakers batteranno in finale i Celtics per 4 a 3.
Noi comuni mortali preferiamo invece affidarci a più scientifiche pratiche statistiche e più terrene interpretazioni per capire gli indizi che queste 8 partite prestagionali hanno lasciato sul parquet.
2-6
2 vittorie (nelle prime tre gare) e 6 sconfitte. Questo il record, tutt’altro che convincente, che riassume queste “amichevoli”. Che traslato sulle 82 gare sarebbero qualcosa tipo 21-61. Certo, un miglioramento rispetto alle scorse 17 W, ma lontano da qualsiasi obiettivo anche solo vagamente ambizioso. Pesano ovviamente anche le squadre affrontate: due volte i Dubs (la seconda anche piuttosto convincente), una vittoria per parte contro Nuggets e Kings ed una sconfitta all’OT contro i Blazers.
Eppure è una stima tutt’altro che inverosimile. Il roster dei gialloviola è ben congegnato ed assortito, ma non certo con l’obiettivo dei Playoff. Se poi, nel corso della stagione, i risultati dovessero continuare a latitare, la direzione potrebbe essere la medesima degli ultimi anni: tank.

Le ultime stagioni dei Lakers
Nella migliore delle ipotesi, Russell e compagni potrebbero raggiungere le 30 vittorie stagionali. Che non sarebbe un risultato malvagio nell’ottica di ricostruzione in atto, ma che la priverebbe con ogni probabilità della prima scelta 2017 (direzione Philadelphia) e 2019 (Orlando). Ma davvero i Lakers hanno ancora necessità di prime scelte?
Questioni di ali
Cominciamo dalle partenze.
Yi Jianlian ha chiesto di rientrare in Cina (i maligni sostengono abbia chiesto il rilascio dopo aver realizzato di non partire titolare). Non saranno in molti i Lakers-fan a strapparsi le vesti (più o meno un miliardo, miliardo e mezzo…), date le percentuali al tiro, per così dire, poco invidiabili ed un impatto sul gioco dei Lakers sostanzialmente inesistente. E’ forse un peccato, però, perché fisicamente ha dato prova di poterci stare. Ma è anche vero che il solo fisico non è sufficiente. Probabilmente il suo contratto era più creativo del suo gioco.

Vogliamo ricordarlo così.
Discorso opposto per Anthony Brown: avevamo immaginato una stagione spartiacque per la sua carriera, ma i Lakers hanno ritenuto di non concedergli questa possibilità. Eppure in queste 8 partite non si è comportato male, tutt’altro: 46% al tiro, 60% da tre e 100% ai liberi, per un totale di 3 punti in 8 minuti giocati a gara. Un vero peccato la sua partenza, perché ha dato l’impressione di essere sulla buona strada. Pochi minuti, è vero, ma la ragione del suo taglio non è nelle prestazioni del ragazzo.
La ragione non ha né nome né cognome. Ma solo un Nick.
SwaggyP

Young feat. Ingram. E Metta photobomber.
Young ha mostrato a Walton che riesce a compensare in attacco ciò che perdona in difesa: 49% da tre su oltre 6 tentativi a partita, con 12 punti di media. Ma anche un pessimo -4.6 di +/-, laddove al contrario Brown ha raccolto un decente 1.5 (per confronto, la media di squadra è -1.4). Ma a quanto pare, Luke è rimasto ammaliato (o forse abbagliato) dalle sue prestazioni:
He’s been one of our better rebounds since we started playing him, and defensively, he’s been getting after people and doing all those things, so it’s tough to keep someone like that out of the rotation
Luke Walton
Nick non giocava così bene da un paio d’anni. Ovvero da quando ha rinnovato il contratto. Ha una player option per la stagione 2017/2018, e le malelingue sostengono che potrebbe uscire dal contratto e scucire una notevole quantità di denaro grazie al nuovo cap, se la sua fosse una stagione altrettanto positiva come quella che ha fruttato lo stipendio attuale.
Quale ne sia la ragione, Young merita un posto in squadra? Come ala piccola è sottodimensionato (ce lo vedete a difendere su Durant? Io no) ma come disse un saggio molto più saggio di me, “SwaggyP può essere per un giorno il miglior giocare del mondo, se quel giorno ne ha voglia”. Dovrà spartirsi minuti con Deng e Ingram, in ogni caso, o scalare come guardia tiratrice in un quintetto un po’ meno piccolo.
Il vecchio ed il bambino
Deng e Ingram, appunto. Il rookie ha dato ottimi segnali, con un solido 39% dall’arco e prestazioni difensive di tutto rispetto. Cosa ancora più importante è stato il suo approccio: il suo gioco è bilanciato, attento, completo. Certo, deve farsi le ossa (ed un po’ di muscoli), ma non si tira indietro se c’è da prendersi qualche responsabilità e qualche tiro non proprio facile facile. Non si è sottratto nemmeno alle sgomitate sotto canestro, comunque: la stoppata di media a partita è di gran lunga il risultato migliore dell’intera squadra.
Deng si è visto molto meno, giocando appena 4 partite. A livello di numeri non sembra granché (anzi, potrebbe pure passare per fallimento), ma il suo apporto alla squadra va oltre le mere statistiche. Luol c’è, qualsiasi cosa ci sia da fare, ed i suoi compagni sanno di poter contare sul suo apporto. E’ lo starter più anziano e quello con maggior esperienza NBA e il contributo alla causa Lakers lo vedremo solo nel corso della stagione.
Guardie e Guardiani
Russell e Clarkson hanno statistiche sostanzialmente identiche, specchio di ciò che è accaduto in campo. D’Angelo è sempre più playmaker, anche se gli schemi con blocchi lontano dalla palla (stile Spurs/Dubs, per intenderci) lo valorizzano anche come tiratore. Stonano gli eccessivi turnover, in parte causati dalla troppa sicurezza, in parte da distrazione. Ma ha stupito la tranquillità con la quale gioca: sembra sempre in controllo, senza forzare anche quando prende tiri difficili.
Jordan sta cercando la sua dimensione come guardia tiratrice: Walton lo ha fatto giocare molto spesso con Huertas o Calderon, lasciandogli la palla in mano solo per saltuari isolamenti. Da qui derivano i pochi assist. La difesa è sembrata vagamente in crescendo ma ancora nulla di solido. La sua “retrocessione” a riserva non va vista come un declassamento, ma come un’opportunità di sviluppo. E, forse, come una tattica ben precisa (ma su questo torneremo dopo).
Lue Williams ha giocato a suo modo, sempre alla ricerca del fallo. E’ apparso però abbastanza fuori dai nuovi schemi, forse poco adatti alle sue caratteristiche. Al contrario di Deng, fa poche cose, ma le fa bene.
Determinate il duo europeo Huertas/Calderon: il primo si è visto di più, ma il secondo ha mantenuto l’eccellente precisione dall’arco. Fondamentali per mettere ordine nella panchina e nel gioco, grazie alla loro sterminata esperienza.

Copperfield andò da Marcelino per imparare a far scomparire le cose.
Nance&Randle
Continua la lotta a distanza tra i due. Chissà, magari ne nascerà una nuova e produttiva rivalità. Julius continua con costanza a cercare di allargare il proprio range di tiro, ad essere sinceri senza troppo successo. Ma sotto canestro è una garanzia. Ed è anche il miglior rimbalzista di squadra. Al contrario, Nance ha confermato le ottime doti nel gioco a due, si è preso qualche tripla e soprattutto ha mostrato che il suo, di jumper, è invece affidabilissimo.
Il ruolo di entrambi è molto delicato: nonostante Walton non abbia spinto troppo verso lo small-ball, si è capito che il suo obiettivo sia quello nel medio periodo. Il giocatore più completo, in tal senso, sembrerebbe Nance, ma resta difficile rinunciare alla fisicità di Randle.

Julius Popeye Randle
Fare Centro
Mozgov sta facendo ciò per cui è (stra)pagato, ovvero il Mozgov. Fisicità, taglia fuori e gioco in post basso. Al contrario, Black ha un impatto decisamente positivo su tutta la squadra, pur da under-size: gioca bene il P&R, sgomita sotto canestro e regge bene l’impatto dei centri avversari (a meno che non si chiamino DeMarcus). Pecca un po’ troppo dalla lunetta, permettendo ai difensori di affidarsi al fallo quasi sistematico se riceve la palla in post-basso.
Minuti di gloria anche per Zubac, partito titolare contro i Suns. Avvio timido, per lui, ma comunque positivo. Il difficile sarà trovare dei minuti di qualità da giocare, ma sembra già avviato ad essere nelle rotazioni.

Zubacca porta Chandler a raccogliere margherite.
Gioco di squadra
Cominciamo dai problemi: il 66% ai liberi, con il solo Mozgov oltre questa media tra i lunghi, potrebbe rappresentare un grosso limite. Giocatori come Nance o Ingram devono migliorare questa statistica, per rendersi credibili.
Le altre percentuali di tiro sono invece positive. Quasi 30 i tiri dall’arco tentati, ben più dei 24 della scorsa stagione e simile alle squadre che guidano questa classifica (Dubs e Rockets). Il 35% abbondante di realizzazione, anche se un po’ falsato dallo straordinario periodo di forma di SwaggyP, lascia ben sperare.
Ma i Lakers non si sono affidati ai soli tiri da fuori: fin quando hanno mantenuto il controllo del proprio gioco e sono riusciti a portare correttamente i blocchi, l’attacco è stato dinamico, poco incline alla ripetizione e con un numero di isolamenti piuttosto limitato.
La propensione a correre è stata altresì evidente. Centri a parte, chiunque recupera la palla è tenuto a portarla oltre la metà campo, dando il via a transizioni piuttosto efficienti. Questo alzare il ritmo, in certi sprazzi di partita, induce gli avversari all’errore, generando nuovi contropiedi. Da questo modus operandi nascono i parziali positivi che hanno permesso ai Lakers cospicui recuperi (anche se quasi mai condotti poi in porto).
Girotondi Lakers

Il minutaggio in preseason
Il fattore più interessante, a mio avviso, di questa preseason è stato il minutaggio. Il solo Russell si è avvicinato ai 30 minuti di media, mentre il resto dei minuti sono spartiti quasi egualmente tra titolari e panchinari. Se questo dovesse essere il prototipo della stagione regolare, Walton si avvia a rotazioni stabili ed uniformi di 12-13 giocatori.
Inoltre è determinante analizzare i quintetti utilizzati: Walton ha distribuito il talento in modo salomonico, sia tra i titolari che le riserve. Clarkson dalla panchina, ad esempio, è a tratti illegale. Così come l’impatto difensivo di Ingram contro le riserve avversarie, quasi sempre meno combattive. Per non parlare di ciò che può fare Black in certe situazioni.
Queste rotazioni lunghissime sembrano suggerire che Luke non desideri presentarsi alla palla a due con i migliori giocatori disponibili a roster, ma creare almeno due quintetti ugualmente efficienti. Quintetti magari da integrare con 2-3 riserve utili in situazioni difficili, causa falli, mismatch sfavorevoli, fatica, infortuni. Sarebbe in pratica l’evoluzione estrema di ciò che hanno fatto Spurs (con Ginobili) e Warriors (con Igoudala) negli ultimi anni.
Certo, ci sarà da capire se questa tattica proseguirà in stagione regolare e, soprattutto, se essa darà i suoi frutti.
Quasi a voler rigettare le ipotesi di big-three (o big-four, dopo l’affaire Durant) verso un più proletario medium-ten.


