2. E’ il numero dei punti che Jimmy Butler aveva segnato alla fine del primo tempo nella partita di ieri notte vinta contro i Toronto Raptors. 42. E’ il numero che troviamo sotto la voce punti segnati a fine partita. I 40 punti segnati nel terzo e quarto periodo rendono Butler il recordman, in maglia Chicago Bulls, di punti segnati in un solo tempo di gioco. Superato un certo Michael Jordan che si era fermato “solo” a quota 39. Come ha fatto il giocare ad invertire così radicalmente la marcia dopo la pausa lunga negli spogliatoi? Molti risponderebbero alla domanda con un semplice “maggiore aggressività che lo ha portato ad attaccare di più il ferro e a prendere più tiri liberi”, altri aggiungerebbero “più decisione e maggiore precisione al tiro (65% di realizzazione nel solo secondo tempo)”. Queste risposte possono essere anche esatte, ma sicuramente sono incomplete.
Per rispondere meglio alla domanda occorre analizzare la storia ed il passato di questo giocatore ma senza provare alcun tipo di compassione e dispiacere. Perché, come lui stesso dice a Chad Ford (giornalista di ESPN al quale concede l’intervista),”Le difficoltà che ho attraversato mi hanno reso l’uomo che sono“.
Butler nasce a Tomball, sobborgo di Houston, ed è costretto sin da piccolo a crescere senza un padre che ha abbandonato la sua compagna (la madre biologica di Jimmy) dopo aver scoperto che quest’ultima era rimasta incinta. La stessa madre lo sbatterà via di casa a 13 anni perché “I don’t like the look of you. You gotta go”. Una frase che può essere letteralmente e crudelmente tradotta come “Non mi piace l’espressione della tua faccia. Devi andartene”.
Jimmy si ritrova in mezzo ad una strada, senza un soldo e senza un posto dove andare. All’età di 13 anni. Riusciva spesso ad appoggiarsi da alcuni amici per qualche settimana ma non riesce a trovare una sistemazione stabile. Diverse volte passerà la notte in rifugi per senzatetto o addirittura all’addiaccio. Questo calvario dura più di 4 anni. Quasi 1500 giorni.
Tutto cambia quando a 17 anni incontra il suo futuro migliore amico e fratello Jordan Leslie. I due si incontrano su un playground e dopo una gara da 3 punti, vinta naturalmente da Butler, il primo invita Jimmy a casa sua per passare la notte giocando ai videogiochi. La mamma di Jordan, Michelle Lambert, si convince a far restare Jimmy per qualche notte. Successivamente quelle poche notti divennero settimane e le settimane divennero mesi. Dopo qualche iniziale perplessità a causa della sua non buona nomea (si diceva fosse un ragazzo problematico), Michelle si convince: nonostante avesse già 7 figli a carico voleva occuparsi anche di Jimmy. Perché Jimmy oramai faceva parte della famiglia.
“Mi hanno accettato non perchè fossi bravo a giocare a basket ma per quello che ero. La signora Lambert mi ha dato amore, ciò di cui avevo bisogno“, dice Jimmy, che nell’anno da senior a Tomball HS brilla e chiude a 20 punti e 9 rimbalzi di media. Nonostante queste prestazioni non arrivano borse di studio e si ritrova in un Junior College, a Tyler. Qui domina, con trentelli e quarantelli, e viene nominato nel quintetto All American. A questo punto le grandi università si fanno avanti: Kentucky, Clemson, Mississippi State, ma Michelle Lambert lo spinge a Marquette, dove secondo lei Butler può ricevere la preparazione accademica migliore per potersi fare una vita anche dopo il basket.
Con coach Buzz Williams le cose non sono subito rose e fiori, anzi, Jimmy trascorre in panca l’anno da sophomore. E’ frustrato e vuole tornare a casa, ma la signora Michelle lo convince a restare e gli dice che il coach fa questo solo per il suo bene. Butler le da ascolto: rimane a Marquette, cresce ed impara, alle spalle di due giocatori come Lazar Hayward e Wes Matthews. Nell’anno da senior è la stella della squadra: 16 punti e 6 rimbalzi di media, e attira l’attenzione degli scout NBA per il suo spirito combattivo, le sue capacità di ottimo difensore e per la sua adattabilità a diversi ruoli e situazioni.
La senior night a Marquette è il momento più toccante della vita di Butler e della signora Lambert probabilmente. “Sono felice e orgogliosa di lui. Finora tutti hanno sempre dubitato di Jimmy. Lui ha cambiato la nostra vita, ha reso migliore la nostra famiglia“. Jimmy risponde con parole di puro amore: “La adoro. Loro sono la mia famiglia, Michelle è mia madre“.
Terminata la stagione collegiale, Butler si concentra in vista del Draft, domina il Portsmouth Invitational dove viene nominato MVP, impressiona scout e GM al Draft Combine di Chicago e anche tutti i provini con le squadre sono eccellenti.
“Spero che qualcuno gli dia una possibilità, nessuno finora ha mai creduto in lui. Sono pronta a dare il mondo a coloro che gli daranno una chance“, dice un’emozionata signora Michelle. E quell’occasione arriva, dai Chicago Bulls, che lo scelgono con la trentesima e ultima chiamata al primo giro del Draft 2011. Jimmy ce l’ha fatta, ha vinto, contro tutto e tutti.

