Dai tempi dell’addio di LaMarcus Aldridge, Wesley Matthews e Nicolas Batum sono cambiate parecchie cose in casa Portland Trail Blazers. La parola d’ordine era rifondare, dopo anni di playoffs inconcludenti, tenendo come unica certezza Damian Lillard. E così è stato: i Blazers sono stati in grado di tirar fuori una squadra giovane ed efficiente, riuscendo perfino a centrare i playoffs trascinati da un inarginabile Lillard. Non solo: hanno superato il turno contro i favoritissimi Los Angeles Clippers (anche a causa degli infortuni di Chris Paul e Blake Griffin) e hanno insidiato i campioni in carica al limite mostrando grande coraggio e determinazione, uscendone però sconfitti 4-1 (anche se la serie era stata più equilibrata di quanto dica il risultato finle). Dopo gara 5, in sala stampa, Lillard ha dichiarato: “Le fondamenta della squadra sono solide, ora dobbiamo continuare a crescere. Abbiamo spinto i campioni NBA in carica al limite e costruito un gruppo che può attirare altri free agent, così da giocarci i playoff sino alla fine, la prossima volta”.
A Novembre nell’aria si respirava positività ed entusiasmo, anche grazie agli arrivi di Festus Ezeli (dai Warriors), Evan Turner (da Boston) e di Napier (da Orlando), oltre alla rinconferma di Crabbe e Leonard. Si pensava di aver trovato la chimica giusta, con i giusti trascinatori: Damian Lillard – già affermato – e CJ McCollum, adottando uno stile di gioco molto simile a quello di Golden State basato sulla velocità del quintetto piccolo e sui tiri dal perimetro.

DAMIAN LILLARD
Ma cos’è cambiato da quella gara 5 ad oggi? Ormai sono passati 10 mesi e i Blazers hanno giocato 56 partite con un record di 23-33. I problemi maggiori si evidenziano sicuramente nella metà campo difensiva: Portland infatti subisce una media di 110 punti a partita (quarta peggior difesa della lega) e ne mette a referto una media di 107. La difesa di sistema è ancora poco amalgamata, sia sul perimetro che in area, e mancano difensori specializzati. Per quanto riguarda la protezione del canestro, c’è da sottolineare l’infortunio di Festus Ezeli che non ha ancora messo piede in campo con la maglia di Portland. Proprio per questo motivo i Blazers sono intervenuti sul mercato scambiando Mason Plumlee per Jusuf Nurkic e una prima scelta al prossimo Draft.
Ma i problemi della franchigia non finiscono qui: Allen Crabbe e Al-Farouq Aminu non hanno lo stesso impatto della passata stagione in uscita dalla panchina e Evan Turner non sembra lo stesso che ha determinato più di una partita lo scorso anno a Boston. Molti attribuiscono buona parte della responsabilità a Lillard, che nonostante stia viaggiando a 26 punti e 6 assist di media a partita, non sembra incidere come l’anno scorso; inoltre, Lillard sta facendo registrare una percentuale dal perimetro inferiore rispetto alle scorse stagioni (35%), ma non può essere soltanto questione di un giocatore, ovviamente.
L’obiettivo prefissato dalla franchigia dell’Oregon restano comunque i playoff e la lotta per l’ottava posizione nella West Conference è ancora apertissima: ci sono 6 squadre (Denver-Sacramento-Portland-New Orleans-Dallas-Minnesota) con sole 3 partite di differenza. Portland ha tutte le carte in regola per giocarsi la qualificazione alla post season. Poi c’è da dire che quando il gioco si fa duro… Il numero #0 dei Blazers sembra dare il meglio sé.
Nel frattempo bisognerà valutare l’impatto di Nurkic nel sistema e chissà che, entro la trade deadline, i Trail Blazers non riescano a portarsi a casa qualche rinforzo last minute andando a snellire anche il cap per le prossime stagioni, dato che è stato riempito forse con davvero troppa fretta in estate con super contratti. Portland è stata anche vicinissima ad Okafor prima dell’arrivo del centro ex Nuggets, sintomo che si vuole cambiare e si deve cambiare qualcosa…


