La città di Dallas è diventata un tappeto di manifestazioni e atti di vandalismo. Gran parte della rabbia è rivolta a un vero e proprio cattivo oligarchico: Miriam Adelson.
Negli Stati Uniti, i contributi dei donatori più ricchi sono fondamentali per la sopravvivenza di una candidatura e i risultati delle campagne elettorali. A differenza delle piccole donazioni di poche decine o centinaia di dollari, le donazioni di miliardari e multimilionari danno alle campagne visibilità e capacità di azione sia a medio sia a lungo termine. Dalla decisione Citizens United v. Federal Election Commission, del 2010, i Super PAC hanno permesso ai donatori più ricchi di contribuire alle campagne elettorali come mai prima d’ora. E secondo i dati di Open Secrets, i “grandi contributi” rappresentano quasi il 70% (oltre 80 milioni di dollari) delle donazioni ricevute dalla campagna di Donald Trump durante questo ciclo elettorale.
Ebbene, la signora Adelson, ha donato ben 100 milioni di dollari a Trump. E poi gli ha organizzato anche un sontuoso ballo inaugurale. Così, nel dubbio.
Miriam Adelson è la donna più ricca di Israele e la quinta più facoltosa degli Stati Uniti, moglie dell’ormai defunto magnate internazionale dei casinò, Sheldon Adelson. Vicina alla destra israeliana più dura, ha spinto affinché l’accordo sugli ostaggi andasse in porto facendo pressioni su Trump e, tramite lui, su Benjamin Netanyahu.
Ciò che Miriam sembra infatti volere, e ciò per cui ha deciso di muovere i suoi soldi, è che Trump faccia pulizia etnica dei palestinesi dalla Cisgiordania e da Gaza. Questa sembra infatti essere la sua passione: rimuovere i palestinesi dalla loro terra e creare un grande Israele. Quando Trump parla di Gaza come di una “nuova riviera”, popolata di alberghi di lusso, si riferisce implicitamente a lei come una delle persone che potenzialmente li costruirà. E se già questo basta per dichiarare che merita di essere disturbata dalle proteste, c’è da aggiungerci il fatto che la signora Adelson ora si è buttata anche nel mondo della NBA. Come se non bastasse, insomma.
Ebbene, è stata proprio lei ad acquisire una quota di controllo dei Dallas Mavericks: il 57% in cambio di 3.5 miliardi di dollari, per mettere i piedi nel contorto gioco di potere fra sport e affari. Ma perché questo mix può diventare potenzialmente letale?
Informazioni biografiche
Per cogliere tale mix nella sua interezza è necessario approfondire il profilo di Miriam Farbstein Adelson.
La donna continua a presentare sé stessa come medico specializzato in tossicodipendenze, nonostante quel profilo professionale appartenga ormai a un’altra epoca della sua biografia personale.
La signora Adelson è nata a Tel Aviv (Israele), il 10 ottobre 1945, da una famiglia di ebrei polacchi scampati per poco all’Olocausto. Sceglie di compiere gli studi universitari nella facoltà di medicina e, di conseguenza, si sposta negli Stati Uniti, dove termina la specializzazione e dove deciderà poi di stabilirsi, acquisendo la cittadinanza.
Nel 1986, si trasferisce a New York City per lavorare alla Rockefeller University, dove si concentra su una ricerca sulle tossicodipendenze. È lì che, nel 1989, ha incontrato Sheldon Adelson. Secondo un rapporto delle biblioteche universitarie dell’UNLV, nel 1991 sposò il CEO e presidente dell’impero dei casinò Las Vegas Sands, scomparso poi nel 2021 (all’età di 87 anni).
Anche se spesso all’ombra del defunto marito, Miriam Adelson è ben lontana dall’immagine tipica della moglie di un miliardario. Fin dal momento del matrimonio, la donna si proietta infatti su un’altra dimensione, iniziando un percorso che porta la sua famiglia ad essere ancora oggi proprietaria della Las Vegas Sands Corporation. Sebbene lei, in prima persona, non ricopra una posizione ufficiale all’interno della società, il suo genero Patrick Dumont ne è presidente e membro del Consiglio di Amministrazione.
Secondo le cifre del Bloomberg Billionaire Index, il patrimonio netto della donna sarebbe pari a circa 34.2 miliardi di dollari. Al momento della sua morte, quello del marito ammontava invece a circa 40 miliardi.
Nel 2022, la Las Vegas Sands ha però ceduto le sue proprietà sulla Strip di Las Vegas, tra cui il Venetian Resort e il Sands Expo and Convention Center, vendendole all’Apollo Global e alla Vici Properties per 6.25 miliardi di dollari, il tutto per facilitare l’acquisto dei Dallas Mavericks.
Sembra inoltre che la famiglia possieda anche il Las Vegas Review-Journal, il più importante quotidiano del Nevada. L’imprenditrice mantiene però un forte rapporto con il suo Paese d’origine. Si occupa infatti anche della pubblicazione dell’Israel Hayom, un quotidiano gratuito in lingua ebraica, largamente diffuso nel suo Paese natale e noto per il suo aperto sostegno al Primo Ministro Netanyahu e all’estrema destra israeliana.
E sono proprio i rapporti con la politica la parte più rilevante della storia personale della donna. Gli Adelson sono tutti dei convinti repubblicani. Nel 2012, Sheldon Adelson ha investito ingenti somme (roba come 150 milioni di dollari, quel senso di “ingenti”) contro la rielezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Ma sono soprattutto gli oltre 100 milioni di dollari donati per le campagne di Donald Trump a segnare un’appartenenza netta. E, in questo posizionamento politico, la signora Adelson dimostra anche una grande capacità autonoma. Che, fra l’altro, l’ha portata a rompere i rapporti con la moglie di Netanyahu, Sara, accusata di essere “pazza” e di averle sollecitato doni costosi come orologi Rolex e borse di marca. Ma, al di là delle divergenze personali, i legami degli Adelson restano solidi con il mondo del conservatorismo politico di entrambi i paesi. La prova? A marzo 2022, l’aereo privato di Miriam è stato messo a disposizione di Mike Pence, Segretario di Stato degli USA, per un viaggio in Israele.
L’approdo nel mondo NBA
Arriviamo alla fine del 2023. Miriam Adelson si muove sul mercato, con una virata significativa verso il mondo dello sport, acquisendo una quota di maggioranza dei Dallas Mavericks.
A cedere il pacchetto azionario è Mark Cuban che, dopo aver ricevuto il via libera dalla NBA per la vendita, decide di mantenere una quota di minoranza del team (ne possedeva l’85%, ora gli rimane il 27%) e la carica di presidente della franchigia texana. Per lui il ricavo sull’asset è esorbitante, se si pensa che per acquisire quel 85% nel 2000 aveva sborsato 285 milioni di dollari.
Soldi che rappresentavano una minuscola quota del ricavato della cessione di Yahoo! (5.7 miliardi di dollari nel 1999). Pensate, dunque, a quanto corrisponde quella cifra adesso, a un quarto di secolo di distanza. Quella cessione era avvenuta durante il boom delle dot-com. Soltanto 3 anni dopo, nel 2002, Yahoo! disattiverà Broadcast.com a causa di un’implosione della bolla speculativa.
Chi conosce bene i movimenti di Cuban aveva ipotizzato che anche la cessione dei Mavericks potesse avvenire poco prima che il business della NBA raggiungesse il picco, cui segue solitamente un’inevitabile discesa.
E tale impressione è stata suffragata da un’intervista che lo stesso Cuban ha rilasciato nei mesi scorsi, a proposito del nuovo contratto televisivo della lega. A suo giudizio, quel mercato aveva toccato il picco in termini di redditività per le franchigie e, poiché non si può ipotizzare una crescita all’infinito, sarebbe potuta partire la curva discendente. Dunque, era il momento giusto per vendere. Detto, fatto. Del resto, l’uomo ha fiuto per gli affari.
Il passaggio di proprietà del team è stato quindi un susseguirsi di asset venduti, per finanziarne l’acquisizione di altri. Ed è stato così anche dalla parte di Miriam Adelson, che ha finanziato per oltre metà (2 miliardi di dollari) la cifra necessaria a realizzare l’affare grazie alla cessione di una quota (il 10%) della Las Vegas Sands Corp.
Una storia, questa, di un affare che mescola sport e finanza ad altissimi livelli. Si va al cuore di un combinato tra politica, finanza e affari che intercetta il mondo del conservatorismo politico lungo l’asse USA-Israele, e ne illustra anche le complicate traiettorie. Perché l’acquisizione del 57% della franchigia texana, da parte della signora Adelson, è la premessa per il tentativo di far legalizzare il gioco d’azzardo in uno stato che lo proibisce per disposizione costituzionale. C’è quindi da dare alimento all’operazione di lobby per far cambiare gli articoli della Costituzione del Texas.
Per l’imprenditrice, la sfida è complicata. Ma non impossibile, sopratutto di questi tempi. Perché su questo tema si troverebbe la convergenza di interessi con un altro magnate del gamblig che possiede una franchigia texana della NBA: Tim Fertitta, proprietario degli Houston Rockets e della Golden Nuggets Casinos. Nell’affare sarebbe poi pronto a lanciarsi anche lo stesso Cuban, che evidentemente ha inteso la cessione della quota di controllo sui Mavericks come il primo passo per fare bottega.
Trade Dončić-Davis, mossa politica o pura casualità?
Ed è in tutto questo che si inserisce la controversa trade Luka Dončić–Anthony Davis. Lo scambio sembra quasi impossibile da giustificare, ancor più impossibile dargli un senso. Il che ha portato i tifosi dei Mavericks a farsi svariate domande e formulare teorie.
Secondo una delle più diffuse, la famiglia Adelson vuole distruggere le sorti della squadra e trasferirla a Las Vegas, visto lo scarso successo riscontrato a seguito delle pressioni sulla legislatura texana. La proprietà starebbe quindi sventrando i Mavs per perseguire il proprio obiettivo: legalizzare il gioco d’azzardo.
Non a caso, invece di riconoscere il livello di follia di questa scelta e ringraziare Dončić per ciò che ha portato alla franchigia, la squadra lo ha metaforicamente preso a calci mentre usciva dalla porta. Lo hanno definito come “fuori forma” e, sempre a causa della sua fiacchezza fisica, “tossico per la cultura della squadra”, che non poteva più contare su di lui o vederlo come il leader di sempre. Inoltre, la squadra non ha nemmeno considerato l’opzione di sign-and-trade, che avrebbe effettivamente permesso a Luka di sapere preventivamente che sarebbe approdato ai Los Angeles Lakers e ottenere un contratto supermax prima di essere scambiato. Questa decisione gli sarebbe costata una cifra spropositata (solo la squadra in cui si milita attualmente, in caso di riconoscimenti All-NBA dà diritto al supermax). In questo modo, i tanto odiati Lakers hanno ottenuto la flessibilità finanziaria necessaria per effettuare altre mosse di mercato.
Il mondo della pallacanestro, quando ha sentito di questa trade, è rimasto sconcertato. D’altronde, le cattive abitudini personali delle star NBA sono sempre passate in secondo piano. E giustamente, anche. Larry Bird ha sempre bevuto un sacco di birra, Michael Jordan giocava d’azzardo in modo sconsiderato (oltre a fumare una quantità di sigari degna di Fidel Castro). Persino al di fuori della lega, e negli altri sport, si è sempre adottato questo tipo di atteggiamento. Maradona ne è l’esempio lampante: il giocatore prima dell’uomo, le magie in campo prima degli errori personali.
Quella trade, insomma, è sembrata frutto di un dispetto e non di una decisione di tipo solo cestistico. Il pubblico è all’oscuro di ciò che ha ispirato questo scambio. Perché si sa, le multinazionali, sfaccettate e multigiurisdizionali, fanno di tutto per tenere all’oscuro l’opinione pubblica. Gli affari sono affari, la politica pure. E sì, poi ci sarebbe anche lo sport. Molto in fondo, chiaramente.
Ma se anche volessimo concedere ai dirigenti dei Mavericks il beneficio del dubbio, e si ammette come lecita la paura per la tenuta fisica di Dončić, non ha avuto certo senso scambiarlo con Anthony Davis, che viene chiamato “Mr. Glass”. E non uno qualunque, il Mr. Glass per eccellenza.
Tanto che, nel terzo quarto della sua prima partita in maglia Mavericks, Davis ha subito una lesione addominale che lo terrà fuori dal campo per almeno un mese. L’immediata conferma delle previsioni paventate da tutti, che ha nuovamente sollevato amari interrogativi sullo scambio.
La maggior parte della colpa è stata inizialmente affibbiata a Nico Harrison, il direttore generale del team che, a causa delle minacce ricevute, ha dovuto assumere altre guardie del corpo per la sua sicurezza personale. Eppure, mentre si cerca di dare un senso all’assurdo, negli ultimi giorni la rabbia si è spostata verso la signora Adelson. Talmente tanto che Dumont, in un’intervista, ha esplicitamente respinto la teoria di Las Vegas. Proprio Dumont, uno che ne sa così poco di pallacanestro tanto da criticare Dončić, dicendo che non ha la disciplina della “old generation” di giocatori. Vedi sopra per capire quanto tutto ciò non abbia senso. Non a caso, ciò non ha fermato i tifosi dal presentarsi alle partite con cartelli o magliette raffiguranti una Miriam Adelson con il naso da clown. Inutile dire che i tifosi in questione sono stati cacciati dalla sicurezza.
Quindi, guardiamo un attimo a cosa abbiamo: la rabbia verso una delle miliardarie più ottuse d’America, il genero viziato che butta la gente fuori dal palazzetto e un riccone “liberale” che le ha venduto il club. Un pozzo senza fondo di furia giustificata, ispirata da quella che all’apparenza può sembrare una “semplice” trade, ma che in realtà è lo spunto per urlare contro una delle finanziatrici di Trump, in quello che è un periodo di fascismo crescente. E questa sfida rivoluzionaria, nei confronti degli oligarchi che stanno rovinando gli USA e distruggendo il pianeta, va sostenuta e alimentata.

