La moda del tanking è una delle pochissime pecche di un sistema sportivo ai limiti della perfezione come quello americano. Per chi non lo sapesse, il tanking è la costruzione di una squadra atta non a vincere partite, bensì ad ottenere una scelta alta al draft e conseguentemente (almeno in chiave ipotetica) una futura stella.
Tanking: era proprio quella la parola che veniva in mente guardando il roster dei Portland Trail Blazers alla vigilia della stagione NBA 2015-2016, con un roster completamente rinnovato dall’anno precedente e tutt’altro che rinforzato. Infatti i vuoti creati dalle partenze dei vari Aldridge, Batum, Matthews rimanevano tali, lasciando la giovane point-guard Damian Lillard apparentemente “sola sull’isola”.
Invece il numero 0 ha trovato un grande supporto nell’esplosione di Cj McCollum, che quest’anno ha triplicato gran parte delle sue statistiche. I due formano uno dei backcourt più giovani nonché prolifici della lega, con medie di 45 punti e 12 assist ad allacciata di scarpe e un’intesa a dir poco speciale che permette a entrambi di trovarsi splendidamente sul rettangolo di gioco.
Tuttavia ridurre la sorprendentemente positiva stagione dei Blazers a soli due nomi sarebbe una mancanza di rispetto verso un supporting-cast costellato da ottimi role-players e soprattutto verso quel genio seduto in panchina che corrisponde al nome di Terry Stotts.

Terry Stotts, dal 2012 sulla panchina dei Portland Trail Blazers
Dopo 4 stagioni ricche di successi come vice di Rick Carlisle ai Dallas Mavericks, Stotts ha deciso di raccogliere la sfida lanciatagli dal front office della franchigia di Rip City: prendere un team con una superstar scontenta come Lamarcus Aldridge e costruire attorno a lui un sistema offensivo degno di una squadra che possa puntare in alto.
Che Stotts sia sempre stato una sorta di genio offensivo è risaputo, ma le premesse del suo attacco sono tutto sommato semplici. Alla base del suo sistema infatti c’è il continuo movimento dei giocatori e del pallone per tenere in continua apprensione la difesa (magari causando qualche cambio difensivo e conseguenti miss-match). Quello che è stato il cambiamento fondamentale è stato il mantenimento delle spaziature ai limiti della perfezione che hanno permesso gli isolamenti al gomito di Aldridge e di sfruttare tutto il suo talento offensivo dalla sua posizione preferita. Risultato? L’offensive rating (numero di punti per 100 possessi, ndr) dei Blazers è risultato il decimo, quinto e ottavo in tutta la lega nelle tre stagioni successive all’insediamento di coach Stotts.
Certo, avere un roster con quelle caratteristiche è stato sicuramente fondamentale per il coach e per il suo sistema, ma se gli addii dei tanti giocatori fondamentali nominati sopra hanno avuto conseguenze catastrofiche in difesa (i Blazers sono crollati al ventitreesimo posto nel defensive rating), non si può dire lo stesso dell’altra metà campo dove si trova per la quarta stagione consecutiva nell’elìte della lega.
Per spiegare come sia stato possibile tutto ciò bisogna riconoscere i meriti del coach, che partendo dalle basi del vecchio sistema (movimento continuo e spaziature precise) sta conducendo i suoi uomini a risultati incredibili rispetto alle premesse iniziali. L’unico vero cambiamento sta nell’opzione principale: se Aldridge tendeva a portare un blocco sulla linea da tre punti per aprirsi nella zona del gomito, adesso Plumlee (o chi per lui) attacca il ferro.
Proprio Mason Plumlee e le sue capacità di lungo passatore sono uno degli ingredienti segreti dell’attacco: quando riceve la palla dopo il blocco è bravissimo a leggere la difesa ed eventualmente liberare qualche tiratore con un ribaltamento (proprio come faceva Robin Lopez nelle stagioni precedenti) prendendo un vantaggio e costringere la difesa a fare una scelta. In questo concetto si racchiude la chiave del sistema offensivo dei Blazers e i risultati gli stanno dando senza dubbio ragione.
Quest’anno Stotts ha preso un gruppo che appariva destinato ad una stagione di tanking e delusioni e l’ha portato attualmente a mezza partita di distanza dall’ottavo posto ad Ovest. Quasi un miracolo. Questi Blazers sono una delle squadre più giovani della lega (ventiquattro anni di media), e peccano sicuramente in diversi aspetti del gioco, ma quando sono in giornata sono incredibilmente belli da vedere.
Il futuro in Oregon resta sempre un’incognita e solo il tempo darà risposta ai tanti punti interrogativi, ma le premesse sono positive, soprattutto finché ci sarà quel genio di Terry Stotts a dirigere le operazioni in quel di Rip City.







