A parte alcune eccezioni come LeBron James e James Harden, nella maggior parte delle squadre NBA il ritmo della partita e la gestione dei diversi possessi sono tenuti sotto controllo ancora oggi dai playmaker, o combo guard che siano, dei diversi roster. Il controllo del gioco è sempre in mano ai giocatori in questione, ma a volte, questo esagerato controllo può diventare esagerato.
La chiave per fare girare al meglio la propria squadra è proprio l’estrema capacità di gestione e consapevolezza del punto di equilibrio tra possessi, tipo di gestione e coinvolgimento dei compagni in relazione al contesto in cui ci si trova. Proprio dai dati che tengono conto di queste situazioni si può capire meglio l’impatto dei diversi giocatori sulla propria squadra e sullo sviluppo del gioco della stessa.

Reggie Jackson.
Possiamo partire da un giocatore dalle enormi potenzialità, spesso non sfruttare: Reggie Jackson.
Il playmaker dei Detroit Pistons è uno dei talenti migliori della lega, con grande capacità di trovare il canestro e un buon istinto nel creare attacco, ma al fine di creare un gioco ottimale nell’attacco della squadra, fluido e mirato alla ricerca del miglior tiro, non si distingue come uno dei migliori interpreti. Jackson tocca la palla circa 76 volte per ogni partita, ma ogni singolo tocco che realizza tiene la palla in mano 5,99 secondi, palleggiando, sempre secondo la media per ogni tocco del pallone 6,15 secondi, guidando la lega in queste due categorie, tendenzialmente negative. L’attacco dei Pistons, in questo modo, risulta molto fermo e, in effetti, si tratta del ritmo più basso della lega. Detroit mantiene un pace di 88,91 possessi per ogni 48 minuti, nessuno come loro nella lega, ma nonostante ciò l’attacco sembra essere efficace e la squadra si trova seconda nel rapporto tra assist e turnover, a metà tra i Cleveland Cavaliers primi e i Golden State Warriors terzi. Detroit procura le proprie conclusioni dalle iniziative individuali di grandi giocatori come Drummond e Reggie Jackson, si lo stesso di prima che, palleggiando tanto e, spesso andando fuori controllo, riesce comunque a creare occasioni per i compagni. Nella serie contro Cleveland si è notato alla grande il sistema Van Gundy, fatto di tanti tiri da tre punti costruiti sugli scarichi delle azioni principali. Reggie Jackson ha un atteggiamento non sempre teso al favore della squadra, ma sembra che in quel di Detroit stia pagando bene, nonostante le critiche per quella sorta di egoismo nei momenti importanti della partita arrivino sempre. Chiaramente un giocatore come Jackson, con gli stessi tocchi in una partita e la stessa media di secondi e palleggi per tocco in un altro contesto, potrebbe trasformarsi in un giocatore dannoso per il contesto di una certa squadra. Proprio l’interpretazione del contesto e la bravura dei giocatori che ne fanno parte creano il suo funzionamento.
Un altro interessante giocatore, in questo caso difficile da difendere per il proprio stile di gioco, è Cory Joseph, che, nonostante dia spesso un apporto importante dalla panchina dei Toronto Raptors, tende a centralizzare in un modo incredibile, quasi assurdo il gioco della squadra, già troppo fermo senza di lui in campo ma con Kyle Lowry e Demar Derozan. Perché questo? Perché quando l’ex San Antonio Spurs entra in campo tocca la palla per 4,95 secondi ogni volta e palleggia per 5,74 secondi, un dato davvero troppo alto per un giocatore che dovrebbe avere la funzione di fluidificante dell’attacco. Inoltre Joseph non ha la stessa capacità di Jackson al tiro, infatti realizza soltanto il 27,3% dei tiri presi da oltre l’arco. Non sto creando un paragone tra due giocatori completamente diversi sia per potenzialità che per ruolo all’interno di un contesto, però mentre uno, sempre in relazione alle proprie capacità individuali, mantiene questi dati sui tocchi e sui palleggi fatti seguendo la linea generale del sistema della squadra e riesce a creare buoni risultati offensivi, ovviamente Reggie Jackson, l’altro non cerca di raddrizzare le già difficili tendenze dei Raptors in attacco e, non a caso i Raptors sono quintultimi per percentuale reale dal campo durante la stagione regolare e hanno 12,6 assist di media su 100 possessi, classificandosi penultimi in questa speciale classifica. Questo non fa si che Joseph sia determinato colpevole, anzi, evidenzia soltanto il fatto che la palla nell’attacco di Toronto resta molto ferma, non soltanto con Lowry, play titolare della squadra, ma anche con il sesto uomo, il che complica ancora di più il trovare sicurezze nei momenti difficili.
Dallo stesso lato delle statistiche però, non a caso, possiamo esaminare Stephen Curry, che facendo soltanto 3,68 palleggi per tocco, una delle medie più basse tra i giocatori con almeno quattro minuti di possesso di media in una partita, realizza 0,350 punti per tocco, secondo soltanto a Demar Derozan in questa statistica. Stephen Curry, inoltre, ha vicino uno dei giocatori migliori a relizzare punti senza tenere la palla in mano e facendosi trovare pronto, si tratta di Klay Thompson. Se già con questi due e le loro statistiche assurde capiamo perché i Warriors sono così forti, basta aggiungere uno dei migliori giocatori all-around della lega quale l’ex Michigan State Spartans Draymond Green e un roster profondissimo ed è tutto pronto. Il fatto quindi, non è quanto un giocatore tiene la palla in mano o palleggia, ma quanto questo fatto possa rendere in un determinato contesto. Per Joseph, tenerla in mano tanto rende poco, per Jackson rende già di più, ma potrebbe rendere ancora di più a causa delle sue potenzialità, per Curry rende tantissimo, non a caso è l’MVP. Perché per un playmaker controllare il gioco va bene ma controllarlo eccessivamente può risultare dannoso.

