La NBA non è stata sempre un fenomeno così globale come appare ai nostri occhi. Nel tempo sono stati diversi i giocatori che hanno fatto fatica a farsi rispettare dall’altra parte dell’oceano, rendendo la vita un pò più facile a quelli che sono arrivati dopo. Volendo analizzare l’impatto che i giocatori non provenienti dagli Stati Uniti hanno avuto sulla evoluzione a livello mondiale della Lega sportiva più conosciuta al mondo, questa settimana parliamo di Luol Deng, ala dei Miami Heat. Nel caso vogliate proporre un giocatore per le prossime puntate di questa rubrica, vi prego di lasciare un commento.
Sembra quasi una favola la storia della vita di Luol Deng, veterano NBA che sta giocando quest’anno la sua dodicesima stagione nella Lega. Proveniente da una delle aree più povere del mondo, il Sudan del Sud, è riuscito ad arrivare fino all’eccellenza del basket mondiale. Sarebbe il soggetto perfetto per una sceneggiatura hollywodiana, e chissà che qualcuno non ci stia già pensando. Una storia, la sua, che dimostra che tutto è veramente possibile, che non è sempre tutto chiaro sin dall’inizio. Partiamo proprio dal principio, allora.
Deng è nato a Wāw, città situata a circa 650 km a nord-ovest della capitale sudsudanese Giuba. Il giorno è il 16 aprile 1985, e la Repubblica dell’Africa centro-orientale non se la passa bene, affatto. È infatti scoppiata da un paio di anni la Seconda guerra civile sudanese, uno dei più sanguinosi conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale. Saranno 1,9 milioni i morti e 4 milioni i profughi, secondo le stime, per una guerra che avrà fine solo nel gennaio 2005, con la firma degli accordi di pace di Naivasha. Solo nel 2011 il Sud Sudan ha raggiunto ufficialmente l’autonomia, distaccandosi dal Nord tramite un referendum in cui la stragrande maggioranza della popolazione, il 98%, si è espressa a favore dell’indipendenza. Nel 2013 un tentato colpo di stato ha portato un altro conflitto e altre 50’000 vittime al già martoriato paese, la cui pace interna è ben lungi dall’essere raggiunta.
L’ultimo di nove figli (per questo il n°9 sulla maglia), già a tre anni d’età Luol Deng è costretto a scappare dal suo paese. Il padre Aldo è il Ministro dei Trasporti, membro del Parlamento Sudanese, ma vuole evitare alla sua famiglia la disgrazia della guerra civile e manda tutti in Egitto. Aldo verrà arrestato l’anno successivo nel suo paese per poi essere rilasciato dopo 3 mesi di prigionia. È qui che Luol muoverà i primi passi nella pallacanestro, grazie a un maestro d’eccezione: l’ex-centro di Washington Bullets, Golden State Warriors e Philadelphia 76ers Manute Bol. Bol è in assoluto uno dei giocatori più di culto della storia dell’NBA. A 7’7 piedi di altezza (2,31 metri) fu all’epoca del suo debutto il giocatore più alto ad aver mai giocato nella Lega.

Luol Deng con Manute Bol.
Il rapporto con lui è fondamentale per Deng, che oltretutto condivideva col maestro la provenienza: entrambi infatti sono originari di una particolare tribù del Sudan, i Dinka, conosciuta globalmente per la notevole altezza dei suoi componenti.
“Era un periodo difficile per tutti noi”, spiega Deng a The Guardian in un’intervista del 2005 a Sam Pilger, “l’intera famiglia era compressa in un appartamento con solo tre stanze. Mi mancava mio padre ed ero preoccupato per lui, ma ci aiutavamo l’un l’altro ad essere forti. Fu in Egitto che presi la palla a spicchi per la prima volta. Di solito andavo in un campo polveroso all’aperto per guardare i miei fratelli più grandi giocare, e qualche volta mi lasciavano partecipare”. Tanta forza di volontà per riuscire ad andare avanti, ma dopo qualche anno finalmente arrivano belle notizie.
Nel 1993 infatti il padre Aldo riesce ad ottenere per lui e per la sua famiglia l’asilo politico a Londra. Per Deng e i suoi familiari è una gioia: potranno finalmente riabbracciare il padre, fino a quel momento rimasto nel loro paese d’origine. Inoltre Londra è uno dei centri nevralgici della civiltà moderna, dove per tutti loro sarà possibile ricostruire una vita dignitosa e tranquilla. Immerso nella modernità, Luol sente che quella è la sua nuova casa e si adatta abbastanza rapidamente alla nuova città, tanto da diventare subito un grande fan dell’Arsenal. “Ero più per il calcio all’inizio, seguivo in particolare l’Arsenal. Avevo un poster di Ian Wright nella mia camera. Non ero neanche male a calcio…” Purtroppo per lui (ma per fortuna della pallacanestro) i geni Dinka si mettono all’opera e la sua altezza lo porta molto presto a volersi concentrare esclusivamente sul basket.
Per Deng il basket è anche qualcosa in più di un semplice sport, di una passione. È una risorsa utile all’ambientamento nel nuovo paese. L’esperienza con i Brixton Topcats “fu molto importante perchè era un posto dove potevo esprimere me stesso. Mi aiutò ad inserirmi e mi piaceva essere bravo in qualcosa”. Bravo sì, molto bravo. Tanto che proprio giocando lì, al Brixton Recreation Centre viene scoperto da uno scout americano, che gli offre una borsa di studio per andare a studiare in una high-school del New Jersey, a circa 110 km di distanza da New York City. Un altro trasferimento per il giovane Luol, che all’inizio della sua esperienza statunitense soffre parecchio la nostalgia di casa. Nonostante ciò era intenzionato a non sprecare la grande opportunità che gli era stata concessa. Arriva alla Blair Academy a 14 anni, e per mettersi in pari – cestisticamente – con i coetanei a stelle e strisce si alza tutte le mattine alle 6 per allenarsi prima delle lezioni. “Se vieni dall’Inghilterra non puoi essere solo bravo quanto gli Americani, devi essere meglio.”
E in effetti diventa meglio di molti suoi colleghi. Meglio di tutti, o quasi, perchè da qualche altra parte nel grande continente americano sta crescendo un tipo che i media chiamano The Chosen One. La stagione 2002-03 è l’ultimo anno di high school per Deng, e in quel momento viene considerato il secondo miglior prospetto liceale in America, dietro “solo” a LeBron James. Non male davvero per uno che fino a dieci anni prima, in Egitto, aspettava in mezzo alla polvere il permesso dei fratelli per giocarci insieme. Le offerte dai vari college di tutto il paese si moltiplicano e lui sceglie Duke, l’unica università che lo affascina davvero.
Dopo un solo anno di college Luol Deng decide di rendersi eleggibile per il Draft del 2004. I Phoenix Suns lo chiamano con la 7° scelta, girandolo immediatamente ai Chicago Bulls in cambio di una scelta al secondo giro e di 3 milioni di dollari. Il numero 9 sarà per dieci anni uno dei volti della franchigia, che anche grazie a lui riuscirà a risollevarsi dopo che l’addio di Michael Jordan aveva lasciato solo ceneri. Veterano affermato e gregario extra-lusso per gran parte della carriera, è stato anche selezionato per due volte tra le riserve dell’Est all’All-Star Game (nel 2012 e nel 2013).
L’intensità che mette in campo è seconda sola all’impegno fuori di esso. La “Luol Deng Foundation” è infatti una organizzazione no-profit che usa il basket come strumento per dare speranza ai giovani meno fortunati di Africa, Regno Unito e Stati Uniti. Questo è anche il suo modo di ringraziare e restituire qualcosa ai posti che lo hanno aiutato a diventare una superstar NBA. Nel 2010 fa il suo primo ritorno in patria e viene accolto da eroe nazionale, come l’atleta sudanese più famoso al mondo. Deng di sicuro non è uno a cui piace perdere tempo: vuole incidere nel percorso del suo paese, preda di continui conflitti interni che ne minano la strada verso il progresso.

Il 2015 è un altro anno pieno di soddisfazioni fuori dal campo per lui. Il 1 agosto si svolge la prima partita ufficiale dell’NBA in Africa, a Johannesburg. Pur essendo un amichevole tra Africa Team e World Team, sono presenti tantissimi campioni in supporto a varie organizzazioni attive in Africa, tra le quali c’è anche la “Nelson Mandela Foundation”. Cinque giorni dopo, il 6 agosto, Deng partecipa nel suo paese all’inaugurazione di un campo intitolato al suo vecchio maestro: il Manute Bol Court. Malgrado il nuovo conflitto scoppiato nel 2013 il campo nasce come posto dove i ragazzi sudanesi possono allenarsi in una struttura protetta.
La sua carriera l’ha portato adesso alla corte dei Miami Heat, perchè quel furbone di Pat Riley, quando vuole costruire una squadra da titolo – e Riley lo vuole sempre – va a prendere sempre i pezzi migliori. Ma quello che ci interessa davvero, ora, è il fatto che pochi meglio di Deng sono riusciti a portare la NBA e tutto quello che significa in giro per il mondo. E nel suo caso, in particolare in Africa.
Masai Ujiri, di origine nigeriana, ha accompagnato Deng in una tourneé anni fa che attraversava Londra, Angola e Rwanda. Riferisce il GM dei Toronto Raptors che il giocatore sudanese non ha mai cancellato i suoi impegni, nemmeno quando soffriva “come un cane” per dei problemi gravi alla schiena. Ujiri crede che Deng abbia l’umiltà e l’eleganza cestistica di Hakeem Olajuwon, l’umanità e la coscienza politica di Manute Bol e l’infaticabile filantropia di Dikembe Mutombo. “Luol è sempre presente. È semplicemente fatto così” dice Ujiri, “Luol è stato fenomenale in quell’occasione. Sta portando la NBA sulle sue spalle in tutto il mondo”.


l termine del 1990 passò ai 76ers dove la sua popolarità divenne molto alta nonostante le sue prestazioni non erano propriamente da tramandare ai posteri.

