Rudy Gobert, il #27 nel suo DNA

di Niccolo Coveri

Siamo in Francia. Periferia di Parigi. Una palestra semivuota. Solo due ragazzi, appena tredicenni, rimasti dopo gli allenamenti. Il più alto dei due, Evan, osserva curioso e divertito. L’altro, Rudy, poco più basso ma con una competitività fuori del normale, sta provando e riprovando a schiacciare. Invano. E’ la sua tenacia a colpirlo. La stessa che, molti anni e molti centimetri dopo, colpirà anche Dennis Lindsey, GM dei Jazz, venuto appositamente dagli States per vederlo giocare a Cholet, nel campionato Francese.

Nel draft 2013, che ricorderemo sempre per la #1 sprecata dai Cavs su “Ciccio” Bennett, i Nuggets scelgono Rudy Gobert alla 27, salvo poi spedirlo a Utah per una seconda scelta (Erick Green) e le immancabili “Cash Considerations”.
Quella 27 che a Gobert non è mai andata giù – tanto dallo spingerlo a giocare proprio con quel numero, per ricordare a sè e alla NBA quella mancanza di rispetto – sarà l’inizio della svolta per i Mormoni.

I primi due anni, tra D-League e panchina alle spalle di Kanter e Favors, sono piuttosto complicati, ma Rudy riversa tutta la sua energia e la sua voglia di fare negli allenamenti dei fondamentali, limitando volutamente la palestra per non sacrificare la sua mobilità/felssibilità sull’altare della massa muscolare.
In contumacia con la cessione di Kanter e l’inizio del crollo fisico di Favors, Gobert comincia a dire la sua anche sul parquet e pochi mesi dopo, con la stoppata clamorosa su Gasol a Eurobasket, tutto il mondo finalmente viene a conoscenza delle capacità del 7 piedi francese.

Nato con una reputazione da scherzo della natura e considerato dalla maggior parte degli scout come uno con un gran fisico e poco altro, Gobert ha sviluppato rapidamente una coscienza difensiva sopra la media.
Il sistema dei Jazz, nella sua complessa semplicità, è cresciuto di pari passo con lui. L’idea di Snyder&soci è di affrontare in maniera pragmatica la pallacanestro moderna, limitando le soluzioni perimetrali e spingendo il portatore di palla nel pitturato. I Jazz concedono la 5° percentuale più alta di tentativi della lega entro i tre piedi ma anche alla terza percentuale più bassa (57.4%). Utah è anche una delle squadre con cui si segna meglio da 3 (9° nella lega), ma anche una di quelle con cui si tira più difficilmente (29° per triple concesse). Un sistema ben architettato in cui il lungo francese funge da perno ed ha sostanzialmente il compito di difendere tutto e tutti, alternando gli aiuti a movimenti continui di show/recover. Questo ovviamente anche a rischio, calcolato, di subire spesso e volentieri i poster altrui.
Gobert difende in media 11.4 tiri a partita al ferro ma ciò nonostante è con Porzingis il giocatore che concede la media realizzativa più bassa (43.1%).

Defensive Box Plus Minus: 4.7 (2° in Nba).
Defensive Real Plus Minus: 5.71 (1° in Nba).
Defensive Win Shares: 5.3 (1° in Nba).
Defensive Rating: 99.8 (3° in Nba tra i titolari).
Stoppate a partita: 2.6 (1° in Nba).
Tiri contestati a partita: 14.1 (3° in Nba).

Con lui in campo Utah concede 99 punti ogni 100 possessi, senza di lui 106.1.
Gobert direbbe che “stats sometimes lies”, come fece notare una volta a Vucevic dopo una polemica post-gara, ma questi cominciano ad essere numeri importanti. Numeri da Defensive Player of The Year che hanno portato Lindsey ad offrirgli un pluriennale da 102 milioni nonostante gli evidenti limiti nella metà campo offensiva.
Il francese, per quanto sia un eccellente rollante (108.5 ppp col 60.6%), ha grossi limiti fuori dal pitturato. Parliamo ovviamente di un giocatore che non ha molti giochi strutturati appositamente per lui ma partecipa praticamente alla totalità delle azioni della squadra. Il lavoro che fa sugli screen ( 5.8 screen assists per game, secondo solo a Gortat nella lega) è fondamentale e lo rende parte attiva del gioco, costringendo gli avversari alla consueta 50/50 choice tra la chiusura sul taglio o la copertura sui tiratori.

Gobert non è uno del club degli unicorni come i vari Towns, Porzinzgis o Antetokounmpo e il suo upside è sostanzialmente limitato. Prima possibile dovrà abbinare alle sue capacità fisiche e alle sue abilità difensive anche un jumper affidabile, per evitare che gli avversari lo ignorino o si adeguino quando è a più di 5 piedi dal canestro. Non è e non sarà mai un dominatore del ferro, ma può essere la chiave di volta per trasformare una squadra competitiva in una da titolo.
Quel ragazzino francese ormai ha imparato a schiacciare, ma è chiamato ad un salto ancora più grande, per permettere a Utah di tornare a sognare

And One

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