Joe Johnson, 34 anni, guardia/ala piccola dalle eccellenti doti balistiche, che milita nelle fila dei Nets dal 2012, anno in cui la franchigia si è spostata da New Jersey a Brooklyn, ha deciso, secondo Marc Stein di Espn.com, di aprire le negoziazioni per il buyout. Essendo alla fine del pesante contratto da 123.7 milioni di dollari, da una parte i Nets avrebbero interesse a cederlo per liberare spazio salariale in vista anche di una probabile alta assegnazione al Draft NBA, dall’altra Johnson avrebbe la possibilità, in caso di cessione entro il primo Marzo, di giocare la postseason. Al momento sembrerebbero già interessate sette squadre: Atlanta Hawks, Boston Celtics, Houston Rockets, Cleveland Cavaliers, Oklahoma City Thunder, Miami Heat e Toronto Raptors.
Autore
Marco Damiani
La trade deadline dei giorni scorsi ha regalato ben poche emozioni rispetto alle attese che si erano create, ma ora qualcosa si muove, e qualche movimento di mercato si è creato, vedi David Lee Ai Dallas Mavericks, e Anderson Varejao ai Golden State Warriors per tappare l’assenza, causa infortuni, di Andrew Bogut ed Efestus Ezeli. Coach Luke Walton ed il brasiliano hanno già fatto reciproca conoscenza, giocando insieme ai Cleveland Cavaliers nell’annata 2012-2013. Come avrà reagito Luke Walton alla notizia dell’arrivo dell’ex pivot di Cleveland? Ce lo dice con un tweet Ethan Strauss: «Il sempre illuminante Luke Walton, riguardo all’apporto che il suo ex compagno di squadra porterà alla causa degli Warriors, ha commentato: “Bei capelli”».
Di certo non è una frase che farebbe pensare ad un trascorso felice fra i due. Nei prossimi giorni scopriremo come evolverà il rapporto fra giocatore ed allenatore.
Passato l’All Star Game, e i giorni “caldi” delle trade, che hanno, per così dire, disatteso l’attesa creatasi attorno ai movimenti di mercato, i Miami Heat vincono le ultime due partite giocate:
1. Lunedì (9 febbraio) – Heat vs Spurs – sconfitta casalinga per 101 a 119;
2. Venerdì – Heat vs Hawks – vittoria in trasferta per 115 a 111;
3. Sabato – Heat vs Wizards – vittoria casalinga per 114 a 94;
La franchigia della Florida, in linea col trend di questa stagione, arranca in particolar modo dal punto di vista fisico e a testimoniarlo sono le due star degli Heat: Dwyane Wade, per problemi alle ginocchia e Chris Bosh per coaguli di sangue.
La partita contro gli San Antonio Spurs si è disputata precedentemente all’ASG, con il roster a completo, ma la squadra di Popovich si è rivelata semplicemente superiore, stando la buona prestazione di Miami.

Tanti quesiti in casa Heat: dopo Wade anche Deng incerto sul possibile rinnovo
La squadra di Spoelstra ha bisogno di qualcuno che si prende la squadra sulle spalle, e, nella vittoria contro Atlanta, questo compito è spettato a Luol Deng, inglese di origini sudanesi, che ha totalizzato 30 punti e 11 rimbalzi, coadiuvato da Goran Dragic (17 punti,10 assist, 5 rimbalzi) e Justise Wislow (13 punti, 9 rimbalzi).
Gran final settimanale, vittoria di fronte al pubblico di Miami contro i Washington Wizards e i riflettori si dirigono verso il nativo della Carolina del Nord: Hassan Whiteside. Si è vociferato a lungo riguardo la sua permanenza alla corte di Pat Reily, altamente quotata la sua partenza, ma alla fine della trade deadline rimane e reagisce nel migliore dei modi, regalando a compagni e tifosi una prestazione stellare: 25 punti, 23 rimbalzi in 29 minuti di gioco.
Gli Heat, orfani dei loro fari, sono riusciti a vincere con carattere due partite, e, si sa, la fine dell’ASG segna l’inizio della seconda fase della stagione, e il loro di inizio è più che soddisfacente.
Sono giorni caldi e pieni di rumors in NBA e Jrue Holiday, playmaker, classe 1990, è nel mezzo del grande valzer delle trade.
Tante le possibili e chiacchierate destinazioni del talento californiano:
1. agli Utah Jazz con Norris Cole in cambio di Trey Burke, Alec Burks e una prima scelta al Draft;
2. agli Houston Rockets, in una trade che coinvolge anche i Minnesota Timberwolves;
Detto ciò, i Pelicans, secondo un tweet di Marc J. Spears, non sembrerebbero interessati a cedere Holiday, soprattutto considerando il fatto che sacrificarono una scelta alta, nel draft 2013, per ottenerlo ed affiancarlo ad Anthony Davis.
Quella di Draymond Green è la tipica storia narrata che piace al pubblico, in particolare quello americano, riguardo l’underdog, la cenerentola di turno. In realtà, nonostante la discordanza tra fisico e stile di gioco, il prodotto di Michigan, classe 1990, 201 cm, 104 kg, ha sempre mostrato in campo una grande attitudi
ne alla tripla doppia, il che gli ha consentito di arrivare ad un college di first division con Michigan State, registrando, “step-by-step”, numeri sempre più incoraggianti, segno di una maturazione costante dai tempi dell’high school. Da Saginaw, Michigan, all’università, sempre di Michigan, alla 35esima scelta nel draft 2012, al titolo di campione NBA con i Golden State Warriors, all’All Star Game, un viaggio lungo, non privo di scali, ma Green ci ha creduto ed è arrivato ad un’ulteriore destinazione: le stelle NBA. A riguardo Green, rispondendo a David Mayo di Mlive.com, dice: “È fantastico esserci dentro, vedere tutti i ragazzi e vedere come tutto ciò funziona. Questo è un momento speciale. È un gran gruppo di ragazzi. Quindi essere uno di loro è qualcosa che non avrei mai pensato di raggiungere. Non vedo l’ora di farne parte.”
Parlando dello scorso campionato, vinto proprio dai Warriors, Green, che ha giocato un ruolo da protagonista per tutti i playoff, dice: “Penso che lo volessimo di più. Pur avendo vinto un campionato non siamo ancora soddisfatti. Pensiamo di avere qualcosa di speciale e non dura per sempre, perciò vogliamo averne un vantaggio e non essere compiaciuti, del tipo ‘Oh, abbiamo vinto un campionato, ce l’abbiamo fatta.’ Ciò non importa. Continuiamo a provarci per ottenere di più.”
Non manca il tributo a Kobe Bryant che gioca il suo 19esimo ed ultimo All Star Game, e, come ovvio, è stato fonte d’ispirazione per tutti i giocatori della nuova era, compreso Draymond Green. Ma, ora che anche Bryant abbandonerà i parquet NBA, le nuove generazioni scalano le ideali posizioni apicali nella classifica “Top player”, e, a questo proposito, proprio l’ala forte tutto-fare da Michigan, dopo essergli stato chiesto se pensasse di essere fra i migliori 5 giocatori della Lega, dice fermamente: “Certo, credo di esserlo. Se non ci credo io chi lo farà?”.
Green è sicuro dei suoi mezzi, ma ci tiene a sottolineare che non bada a cose di questo tipo. Del resto è già un campione NBA, e giocatori apparentemente più talentuosi, ancora non hanno l’anello al dito.
Draymond Green: 25 anni, campione NBA, All Star e una carriera di fronte a sé.
I love Florida: soddisfatti a metà
Scritto da Marco Damiani
I Miami Heat, dopo settimane di alti e bassi da montagne russe, e dopo un inizio di settimana non esaltante, da la sensazione di aver preso ritmo nel gioco di squadra, ma la strada è ancora lunga. La compagine di Erik Spoelstra ha disputato 4 partite:
Martedì – Heat vs Rockets – sconfitta in trasferta per 102 a 115;
Mercoledì – Heat vs Mavericks – vittoria in trasferta per 93 a 90;
Venerdì – Heat vs Hornets – vittoria in trasferta per 98 a 95;
Domenica – Heat vs Clippers – sconfitta in casa per 93 a 100;
La settimana inizia con una sconfitta inflitta dagli Houston Rockets, in una partita che ve
deva avanti gli Heat fino a metà partita, ma un James Harden in versione “Fear the bear” si è opposto a D-Wade e compagni, registrando 26 punti, 4 rimbalzi e ben 14 assist. Nonostante ciò il gioco prodotto da Miami sembra migliorato rispetto a quello espresso fino a qualche settimana fa, con un ritrovato Amar’e Stoudemire che è diventato un’ottima alternativa come cambio di Hassan Whiteside, un Justise Winslow che sta dicendo la sua soprattutto dal punto di vista difensivo, con il duo sloveno di playmaker ad organizzare la squadra (Goran Dragic e Beno Udrih) e un Bosh che, dopo Wade, è il giocatore più prolifico e costante. Si passa poi per Dallas, casa di Dirk Novitzki, dove il tedesco scrive a referto 28 punti, con 10 su 21 dal campo, e Zaza Pachulia, il georgiano che sta vivendo la sua miglior stagione NBA, si segnala con 10 punti e ben 15 rimbalzi, ma, ciò nonostante, la franchigia della Florida resiste e si porta a casa la partita di soli 3 punti con una buona prestazione corale. I Charlotte Hornets non rappresentano un squadra irresistibile, ma individualmente ha buoni giocatori e da filo da torcere in particolare col trio formato da Nicolas Batum (21 punti, 6 rimbalzi, 7 assist), Marvin Williams (27 punti, 4 rimbalzi, 2 assist), Kemba Walker (20 punti, 5 rimbalzi, 6 assist), ma Miami, con un vantaggio di 3 punti, ancora una volta si salva, con D.Wade che racimola 22 punti, con 11-20 dal campo, 5 assist, Bosh, 20
punti, 6 rimbalzi, e Dragic con 12 punti, 8 rimbalzi, 9 assist.
La squadra orchestrata da Spoelstra sembra aver preso una buona direzione , ma ha ancora gravi pecche, soprattutto difensive e di continuità che vengono ad evidenziarsi proprio con le squadre più in forma, come i Los Angeles Clippers, che con la sesta vittoria sulle ultime sette gare disputate, battono gli Heat, in una partita punto a punto, che decide, Chris Paul, il quale, nel quarto d’apertura, è protagonista in negativo con 0 su 7 al tiro, e annienta a forza di triple e assist nel finale di partita, anche con l’aiuto della panchina, in particolare di Jamal Crawford (20 punti).
La squadra creata da Pat Riley sembra poco a poco migliorare e sembrare a tratti più concreta, non tanto quanto si converrebbe ad una squadra che vuole andare oltre la regular season.
I love Florida: No Wade… No Party!
Scritto da Marco Damiani
Settimana dopo settimana, i Miami Heat ci sorprendono in negativo quanto in positivo. Sono 3 le partite affrontate dalla squadra di base in Florida, e i risultati sono esattamente opposti a quelli della scorsa settimana: 3 vittorie che, sicuramente, allentano la pressione e la tensione che si erano create negli ultimi giorni. Ricapitolando:
Lunedì – Heat vs Bulls – vittoria in trasferta per 89 a 84;
Martedì – Heat vs Nets – vittoria in trasferta per 102 a 98;
Venerdì – Heat vs Bucks – vittoria in trasferta per 107 a 103;
Non è tutto oro ciò che luccica, è noto, e queste vittorie lo dimostrano sotto più punti di vista. Le partite sono tutte vinte con misero scarto che va dai 4 ai 5 punti, con squadre, al momento, non assimilabili a squadre da Finale NBA e in sé il gioco della squadra non è migliorato tantissimo, ma con Wade “Impossible is nothing”, citando una famosa campagna pubblicitaria. Miami aveva alle spalle 3 sconfitte ed era imperativo svegliarsi da quel terribile torpore agonistico. Così, arrivati a Chicago, D-Wade&Company, orfani di Hassan Whiteside fuori per infortunio e di Amar’e Stoudemire per nulla malvagio, conducono una partita punto a punto, distaccandosi alla fine di 5 punti, con Jimmy Butler, rimasto a 13 punti in 40 minuti di gioco, con 5/15 al tiro, lì a testimoniare che 51 punti in regular season, nell’NBA odierna, non è cosa abituale, ma è un episodio fine a sé stesso se non corroborato da una continuità prestazionale.

I Brooklyn Nets sono in una stagione di transizione e, anche per una squadra di media classifica, è relativamente facile portarsi dei punti a casa, e gli Heat, sempre grazie alla presenza del talento di Wade, ne approfittano. Da segnalare, top scorer della squadra di patron Mikhail Prokhorov, un italiano: il tanto bistrattato Andrea Bargnani. I Milwaukee Bucks sono giovani, corrono, e hanno come allenatore Jason Kidd, un uomo che non è lì per essere un fantoccio, come la maggior parte degli allenatori in NBA, quindi avrebbero potuto dare del filo da torcere ai giocatori di Spoelstra, e in effetti così è stato, concludendo 83 a 81 nel finire del terzo quarto. Alla fine poco importa se Giannis Antetokoumpo, in versione sempre più “freek”, mette a referto 28 punti, 4 rimbalzi, 6 assist, 3 palle recuperate e 2 stoppate: gli Heat se ne vanno con la vittoria in tasca.
Si potrebbe azzardare che Miami abbia innalzato il livello del proprio gioco, ma come detto ciò non è del tutto vero: il vero discrimen è la presenza di Wade (coadiuvata, chiaramente, da quella di Chris Bosh), non solo dal punto di vista offensivo (28 vs Bulls, 27 vs Nets, 24 vs Bucks), ma a 360 gradi nel gioco degli Heat con rimbalzi, assist, palle rubate e tiri nei momenti chiave della partita. Del resto Wade è un campione e non lo scopriamo oggi, nonostante la sua presenza in campo sia sempre in bilico, causa problematiche fisiche.
In Florida si prende una boccata d’ossigeno, ma stanotte (tra il 31 Gennaio e 1 Febbraio) riparte la settimana e Miami giocherà contro gli Atlanta Hawks: vedremo se hanno superato le loro difficoltà o queste 3 gare di regular season sono state una bella illusione.

(Photo by Mike Ehrmann/Getty Images)
I love Florida: From Zero to Zero
Scritto da Marco Damiani
La sfortunata stagione dei Miami Heat continua, tra rientri e infortuni, vittorie clamorose, e interminabili serie negative. La squadra della Florida non sembra dare scossoni al proprio trend, anzi, sembra collassare di partita in partita. Nella settimana hanno avuto luogo tre partite, e Wade, Bosh e compagni, privi di Beno Hudri e Goran Dragic per infortunio, hanno ottenuto altrettante sconfitte. Di seguito i risultati:
Martedì – Heat vs Bucks – sconfitta casalinga per 79 a 91;
Mercoledì – Heat vs Wizards – sconfitta in trasferta per 87 a 106;
Venerdì – Heat vs Raptors – sconfitta in trasferta per 81 a 101;
La settimana è stata sicuramente probante, per la squadra e per lo staff dirigenziale, e il morale stesso dei giocatori, in particolar modo di Dwyane Wade e Chris Bosh, sembra essere sotto i tacchi. Paradossalmente Miami, sulla carta è una squadra che è in grado, se non di eccellere, di viaggiare nelle prime posizioni della classifica, per questo è ancor più difficile trovare l’antidoto a questa malattia, anche se a fronte di un discreto roster, la squadra soffre sicuramente di un gioco non brillante e di una percentuale da tre tra le peggiori della lega. Altro aspetto scricchiolante degli Heat è il comparto rookie/sophomore che sicuramente non rende quanto ci si sarebbe, a ragione o meno, aspettati. A questo proposito Chris Bosh dice a Neil Greenberg del Washington post: “I nostri giovani stanno ci stanno provando (a dare il miglior apporto possibile) ma sono inesperti e stanno imparando strada facendo. Ma penso che sul lungo termine ci daranno una grossa mano. Questi ragazzi stanno avendo minuti in situazioni critiche ed è come sarà più in là nella stagione”. Sicuramente Pat Riley e l’intera dirigenza non si aspettavano un record così negativo (23 vinte-21 perse), parlando del team, ad inizio stagione, in grado di lottare per il titolo di campioni di Conference. Ad oggi gli scenari pronosticati nella pre-season sembrano alquanto lontani, ma l’odore della trade è nell’aria e se c’è un’occasione di ripresa per la franchigia della Florida, Pat Reily sarà l’uomo giusto per sfruttarla.
L’NBA è da tempo attenta al pubblico d’oltreoceano, dai tour sponsorizzati dai vari marchi sportivi, portando in giro i migliori giocatori della lega per fare da testimonial per il basket americano, e, ovviamente, per i brand sopra citati.
Successivamente, la diretta evoluzione di questa sorta di ‘carrozzone’, sono state le partite di preseason giocate in Europa, o comunque nel resto del mondo, tra le varie franchige, e anche tra squadre della massima lega americana contro squadre di livello internazionale. Proprio in Italia, ad esempio, abbiamo visto giocare campioni come Kevin Garnett, Paul Pierce, Chris Bosh contro Lottomatica Roma e Olimpia Milano. L’idea era quella che un giorno una squadra del Vecchio Continente potesse partecipare alla massima competizione di basket per club, con i tour estivi di questi ultimi anni che volevano essere una sorta di reciproco avvicinamento dei due mondi, uno scrutarsi più da vicino, un ‘frequentarsi’ per testare la reale concretezza di quell’idea, che al momento, pare, non vedrà la luce del sole.
Infatti, Adam Silver ha fatto capire che l’NBA non sta più lavorando in tal senso, ma ciò non vuol dire che non penseranno ad altri modi per renderla più fruibile agli appassionati al di là dell’oceano.
Jeff Zillgit di USA Today ha scritto in un tweet: “Nel provare a proporre partite in Tv ad orario migliore per chi abita oltreoceano, Adam Silver ha detto che l’NBA vaglierà l’idea di sperimentare un matinée in un giorno della settimana”.
Come lo stesso giornalista osserva, sarà il caso che l’NBA e lo stesso commissioner vaglino bene la situazione, perché è un’idea di non facile realizzazione, anche perché, semplicemente, cercando di favorire un certa fascia oraria per un fuso orario non americano, potrebbe portare ad un riscontro non positivo proprio per chi nei fusi orari americani ci vive. È anche vero che l’America è molto grande, e ad alcuni potrebbe andare a genio (pensiamo ai lavoratori notturni). Non ci resta che rimanere sintonizzati e guardare i palinsesti per i prossimi sviluppi.
Un’altra settimana è passata e i demoni dei Miami Heat non sembrano volersi allontanare dalla Florida. 3 partite, non facili, con squadre che al momento esprimono un gioco migliore e tengono meglio il campo. Aspettando la partita contro gli Oklahoma Thunder che si terrà all’ 1.00 (ore italiane), il bilancio degli Heat è 2 sconfitte ed 1 vittoria:
Lunedì – Heat vs Warriors – sconfitta in trasferta per 103 a 111;
Mercoledì – Heat vs Clippers – sconfitta in trasferta per 90 a 104;
Venerdì – Heat vs Nuggets – vittoria in trasferta per 98 a 95.
La prima sconfitta arriva per mano dei Golden State Warriors, ma la realtà della partita ci racconta di Miami che fino al quarto quarto ha tenuto duro, ma le ottime prestazioni di Stephen Curry&Company non hanno consentito alla franchigia della Florida di spuntarla ai danni dei Campioni NBA. Si continua con le trasferte, e arriva la seconda sconfitta contro i Los Angeles Clippers, ma questa volta, a metà partita, la sorte della squadra allenata da Erik Spoelstra era già segnata. Guardando queste partite si ha l’impressione netta che i Miami Heat non reggano, sul piano fisico, un’intera partita. Infine si arriva a Denver, ed è proprio la capitale del Colorado ad essere testimone di una partita sensazionale da parte degli Heat, per l’occasione, orfani di Wade, fuori per un problema fisico. Difatti, come nella precedente partita, arrivati al terzo quarto si ha la sensazione che la disputa sia già terminata in favore dei Denver Nuggets, quando parte una grande rimonta degli Heat, protagonisti Hassan Whiteside (19 punti, 17 rimbalzi), Chris Bosh (24 punti, 3 rimbalzi) ed un ritrovato B
eno Udrih (11 punti, 11 rimbalzi). La franchigia della Florida non riesce a dare una sferzata alla propria regular season, e oscilla tra partite che lascerebbero ben sperare per il futuro ad altre davvero deludenti, tutto ciò D-Wade permettendo. Ora, dopo due sconfitte ed una gran vittoria, Miami fa nascere in noi la domanda: “Sarà un exploit occasionale, o l’inizio di un trend positivo?”. Non ci resta che aspettare, gli Heat risponderanno.
Un’altra settimana di regular season si è conclusa per i Miami Heat, e, come sempre, è tempo di tirare le somme e cercare di capire, volta per volta, quale sarà il prosieguo di Wade&Company.
Il titolo recita “gli Heat non convincono”, eppure durante le 4 partite settimanali, Miami ne vince due su quattro, il 50% delle vittorie.
Le partite:
Lunedì – Heat vs Pacers – vittoria casalinga per 103 a 100;
Mercoledì – Heat vs Knicks – sconfitta casalinga per 90 a 98;
Venerdì – Heat vs Suns – vittoria in trasferta per 103 a 95;
Sabato – Heat vs Jazz – sconfitta in trasferta per 83 a 98;
Partendo dalle vittorie, la partita contro gli Indiana Pacers è stata, sicuramente, la più entusiasmante, con una vittoria conquistata nell’overtime davanti al pubblico di Miami, dove abbiamo assistito allo scontro diretto fra Dwyane Wade (27 pt.) e Paul George (32 pt.), ed un monumentale Chris Bosh da 31 punti e 11 rimbalzi. La vittoria contro i Phoenix Suns arriva in concomitanza con l’ottima prestazione proprio degli ex, con Dragic da 22 punti e 7 assist, e Gerald Green con 21 punti, 4 rimbalzi e una palla rubata, oltre al solito Wade (27 pt.).
Ecco, dovendo fare una considerazione, non credo sia un caso che le due partite vinte siano arrivate con prestazioni da oltre 20 punti da parte del leader della franchigia. Infatti, nelle sconfitte contro i New York Knicks e gli Utah Jazz, le prestazioni di “Flash” sono state mediocri, soprattutto nella percentuale al tiro, quindi l’impressione è che, a parte Chris Bosh, in assenza di prestazioni da All Star del giocatore nativo di Chicago, la squadra non abbia riferimenti né una consistenza ed un gioco tali da permettere di essere produttivi anche senza “spremere” D-Wade. Purtroppo questa situazione è lo status quo dell’era post-James, anche se la franchigia va man mano rinforzandosi.
La prossima settimana gli Heat giocherano fuori casa e non avranno partite semplici: in particolare affronterà Golden State, i Los Angeles Clippers, i Denver Nuggets e gli Oklahoma City Thunder. La speranza è che per la prossima settimana il rendimento del resto della squadra sia maggiore, così da portare a casa risultati migliori.
Donatas Motiejunas, ala forte lituana degli Houston Rockets, classe 1990, con una passato italiano alla Benetton Treviso (2009-2011), proprio durante la fase ascendente della sua carriera cestistica (ricordiamo il career high di 26 punti nella vittoria contro i Boston Celtics, il 30 Gennaio 2015) inizia ad accusare forti dolori alla schiena, che lo costringono a rimanere fuori la seconda parte della scorsa stagione e a subire un intervento chirurgico a marzo 2015.

Donatas Motiejunas.
Il primo dicembre, lo staff dei Rockets lo dichiara idoneo alla pratica e, quattro giorni dopo, gioca la sua prima partita di stagione nella vittoria contro i Sacramento Kings.
La schiena, evidentemente, non gli concede una tregua, e proprio verso fine mese il lituano accusa nuovamente dolore, gettando nello sconforto squadra e tifosi, che sanno bene quale apporto è in grado di dare alla causa della franchigia texana.
Secondo Jonathan Feigen del Houston Chronicle, il suo rientro al momento appare incerto. Non si può che riflettere, ancora una volta, se non sia troppo logorante una regular season così lunga e quindi con margini di recupero fisico pari a zero, oltre ad un potenziamento muscolare smodato di scena ogni offseason. Intanto i texani sperano di riabbracciarlo presto.


