Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimentiStephen Curry e la rivoluzione del basket: la sua storia in 10 capitoli

Stephen Curry e la rivoluzione del basket: la sua storia in 10 capitoli

di Giacomo Seca
Stephen Curry

Davidson College

È Virginia Tech l’obiettivo di Curry, come il padre prima di lui. Ci sono delle università che si fanno avanti, anche se non sono esattamente il massimo.

Gli Hokies di Virginia non sono convinti di offrire la loro borsa di studio, “con quel fisico dove potrà arrivare?” dicono, più o meno. E così propongono a Steph un posto come walk-on. Già, un walk-on.

Per chi non lo sapesse, nel gergo dello sport dei college, un walk-on è un’atleta a cui non è stata concessa una vera e propria borsa di studio per, nella maggior parte dei casi, qualità sportive  che non convincono il college. Quindi il ragazzo, spesso, non può e non riesce a far parte della squadra principale, non rientrando nemmeno a roster. E a Curry è stato offerto questo. Vien da ridere?

Ma comunque ci pensa, perché è lì che vuole andare. Però c’è un altro college che gli sta dietro da praticamente il secondo anno di high school, che è Davidson. Un college abbastanza sfigato per il basket e che non vince una partita di Torneo NCAA dal 1969: è perfetto.

E qui, entra in gioco uno degli uomini più importanti per la carriera di Curry, il leggendario allenatore Bob McKillop. Storico coach di Davidson , con una passione per Bormio (dove porta la sua squadra in ritiro) ed attualmente alla sua trentaduesima(!) stagione da allenatore degli Wildcats.

McKillop, oltre che per la sua longevità e le eccellenti doti da coach (specialmente morali), passerà alla storia come forse il primo vero allenatore ad aver creduto in Stephen Curry.

Lo segue dalla high school, gli sta dietro nonostante alcune sue partite non eccellenti nei tornei estivi della AAU (e menomale, come dice lui, di quelle brutte partite). Gli sta dietro nonostante il fisico magrolino.

“Wait ‘til you see Steph Curry. He is something special.”

Bob McKillop

McKillop è impressionato dalla capacità del figlio di Dell di “trascendere il momento”, mettendosi da parte quello che è successo durante la partita e di affrontare il successivo possesso indossando la sua faccia da assassino.

Inizia il college, sceglie il numero 30, lo stesso del padre.

Tre anni a Davidson. Dove specialmente i primi due assomigliano alla fiaba di Cenerentola.

Il primo lo finisce con 21,5 punti a partita. Secondo tra i freshman, dietro solo il numero 35 dei Texas Longhorns. Proprio lui, Kevin Durant.

Al torneo NCAA di quell’anno, Davidson esce come di consuetudine al primo turno, contro Maryland, nonostante i 30 punti del 30. 

Il secondo anno Cenerentola la diventa tutta Davidson.

La media di punti a partita cresce a 25,5. Ma cresce anche la statura, arrivando ai (più o meno) 190cm attuali. Davidson si qualifica di nuovo al torneo NCAA. E lì succede il miracolo sportivo. Perché per la prima volta dal 1969, dopo quasi quarant’anni, Davidson vince la sua prima partita alla March Madness: 82-76 contro Gonzaga.

Ma non è finita, perché al turno successivo gli Wildcats si sbarazzano della testa di serie numero 2 del Midwest: 74-70 contro Georgetown.

Fortuna? Allineamento degli astri? Ma sì, dicono tutti. E invece, no. 28 marzo 2008, Davidson contro Wisconsin, testa di serie numero 3. Curry li asfalta , segnando 33 punti con 6 triple. Finisce 73-56. Si entra nelle migliori 8 del tabellone.

Ai “quarti” però c’è Kansas, la Kansas di Mario Chalmers che poi vincerà rocambolescamente il titolo. Curry ne segna 25 ma non bastano. La partita finisce 59-57 per i Jayhawks.

“Cosa hai imparato da Coach McKillop?”

“Tutto.”

Steph Curry a ESPN

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