Jimmy Butler, nato per lottare

di Marco Mendola
Jimmy Butler

Storie che sono possibili sono negli Stati Uniti, solo nel contesto sportivo: cadere, trovarsi per terra, soli, e dover imparare sin da piccoli a lottare, contro tutti. Questa è la storia di Jimmy Butler, stella della lega, il leader maximo degli attuali Chicago Bulls.

Jimmy Butler

Chicago Bulls guard Jimmy Butler (21). Credit: Jennifer Stewart-USA TODAY Sports

Jimmy Butler III nasce a Houston nel 1989. Il padre abbandona lui e la madre fin da subito, lasciandoli crescere soli. Un giorno all’età di 13 anni anche mamma decide di voltargli le spalle: “Non mi piace la tua faccia. Te ne devi andare”.

Non era uno scherzo, la madre lo stava cacciando. Immaginate un ragazzino nel quartiere di Tomball, a Houston. Ci sarebbero mille scorciatoie, ma Jimmy decide di non prenderle. Per 4 anni Jimmy non ha una casa, ma aiutato dall’ospitalità di compagni e amici riesce ad andare avanti.

Poi, a 17 anni incontra Jordan Leslie un liceale che lo sfida ad una gara di 3 punti. Jimmy lo straccia, e i due fanno amicizia. Così Jordan decide di portarselo a casa e presentarlo ai suoi, chiedendo se possa restare un po’ con loro. Jimmy non se ne va più, non hanno cuore di cacciarlo. Ma lui ripaga subito la loro fiducia: si impegna a fondo nel basket, che gli riesce particolarmente bene. D’altronde, quei 203 cm per 100 kg, insieme alle non convenzionali fibre muscolari che li accompagnano, aiutano, eccome. Finisce così al Tyler Junior College, dove gioca a buonissimi livelli, facendosi così rapidamente notare.

Dopo il suo anno da junior, lo chiama Marquette (l’ex-college di Wade). Quando ha l’opportunità si mette in mostra, e qui la testa di Jimmy, quella che lo ha tenuto in vita fino ad adesso, non lo abbandona. Pian piano si ritaglia un buon minutaggio, si fa conoscere come buon lavoratore e come un ragazzo buono che ama il concetto di squadra: due cose che fanno impazzire gli scout NBA. Riesce a portare Marquette al torneo NCAA (la fase finale del campionato universitario). Insomma, una buona cartolina per il draft.

23 giugno 2011, Jimmy Butler ha la certezza di essere scelto. Thibodeau lo chiama con la 30, portandolo con sé a Chicago. Jimmy è un giocatore NBA. Con lui la madre adottiva, Michelle Lambert, su cui svelo l’ultimo retroscena di questa storia.
Jimmy aveva tenuto segreta la vicenda adolescenziale, non l’aveva mai raccontata a nessuno, né ai suoi coach, né agli scout, tanto meno ai compagni di squadra: non voleva che le persone lo trattassero diversamente solo per via della sua storia, voleva essere considerato come tutti gli altri. Alla fine del suo anno da senior, però, l’università lo vuole premiare, e allora Jimmy esce allo scoperto, portando con sé la madre adottiva, e raccontando al mondo quanto gli era accaduto.

Questa è la tenacia e la forza che ha caratterizzato molti ragazzi che calcano i parquet più famosi d’America. È una storia a lieto fine, particolare, che valeva la pena raccontare. Senza dimenticare che, per un Jimmy Butler, ci sono milioni di ragazzi che invece vengono ingoiati dal destino, dalle scorciatoie o dalle scelte sbagliate. Per una canna che resiste, ce ne sono migliaia che si spezzano.

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