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Adam Silver, NBA e semantica: “La lega ha svoltato dal termine ‘owner’ tempo fa”

di Michele Gibin

Adam Silver e la semantica: “La NBA ha voltato pagina dal termine ‘proprietario’ (owner, ndr) già tempo fa“.

Quello che da noi in Italia, in gergo sportivo, è definito “presidente” o “patron”, ovvero nei fatti il proprietario della squadra, negli States è definito storicamente “owner”, colui che possiede un determinato bene.

Da anni la NBA definisce la sua assemblea plenaria, il consesso di Commissioner, consiglieri e proprietari (o rappresentanti dei proprietari) delle oggi 30 squadre NBA “Board of Governors“, evitando di utilizzare il termine “owner”.

Una parola che, nel 2019, è percepita negli Stati Uniti come eredità di un passato in cui una società segregata divideva i bianchi dalle altre minoranze di cittadini, e che sulla pratica dello schiavismo fondava parta della sua economia. La NBA, sempre sensibile alla percezione che il sempre più folto e globale pubblico ha sulla lega sportiva professionistica più seguita al mondo, ha da anni intrapreso un percorso di “revisione” di termini desueti, e che incoraggiasse i propri atleti a prendere posizione e proporsi quali modelli positivi.

Adam Silver: “‘Owner’? Sbagliato cancellare il termine, preferiamo ‘Governor'”

Non vorrei che si arrivasse al punto di cancellare del tutto il termine (owner, ndr)” Così Adam Silver a TMZSportsPerché poi, per timore di usarlo, qualcuno potrebbe cadere in qualche tranello e dire qualcosa di molto peggio. La NBA ha però da anni superato l’uso del termine: chiamiamo ‘governors’ i proprietari dei team ed il consiglio della NBA si chiama ‘Board of Governors’. Ed è il termine che d’ora in avanti preferiremo usare“.

Nella NBA del 2020, ci sono proprietari neri (Michael Jordan, Charlotte Hornets), indiani (Vivek Ranadivé, Sacramento Kings), russi e taiwanesi (Mikhail Prokhorov e Joseph Tsai, Brooklyn Nets) in una lega per tre quarti animata da giocatori neri. Il termine “owner” è una di quelle (tante) parole moderne la cui connotazione storica schiavista è purtroppo presente, in una nazione che ha superato decenni fa le politiche schiaviste ma in cui le differenze sociali tra bianchi e neri sono tanto forti quanto innegabili.

Draymond Green tra i primi a sollevare la questione, e la risposta di Cuban

La questione sull’uso del termine owner quale “vecchio arnese schiavista” fu sollevata – tra gli altri – da Draymond Green dei Golden State Warriors nel 2017 e 2018: “Non si dovrebbe usare quella parola, quando pensiamo ai Golden State Warriors ad esempio non pensiamo al maledetto ponte (il Golden Gate, ritratto nel logo della squadra, ndr), ma pensiamo ai giocatori, a coloro che rendono la squadra quella che è“.

Nessuno pensa mai all’origine delle paroleCosì Green nel 2017A nessuno sovviene che parole come “owner” o “master” provengono dall’epoca schiavista (…) abbiamo solo continuato ad usare quei termini adattandoli, come se nulla fosse“, parole che provocarono una reazione e delle richieste di scuse da parte di Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks: “Green compara possedere delle quote di maggioranza di una compagnia per la quale hai lavorato sodo a possedere e disporre della vita di un essere umano, una cosa sbagliata da dire (…) così (noi proprietari) passiamo per persone insensibili, alle quali nulla interessa dei giocatori e delle loro famiglie“.

Tra le prime squadre NBA ad abbandonare l’uso del termine “owner” ci furono i Los Angeles Clippers dell’allora proprietario Donald Sterling. Il magnate ed ex avvocato losangelino, non nuovo a commenti a sfondo razzista, perse il controllo della squadra nel 2014 dopo che il network TMZ rese pubbliche delle conversazioni telefoniche in cui Sterling rimproverava l’allora compagna di “frequentare e portare alle partite (dei Clippers, ndr) gente di colore” e di pubblicare foto che la ritraevano assieme a personaggi come Magic Johnson sul proprio profilo Instagram.

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