Detta alla Lucio Dalla: “Guarda come son Tranquillo io”. Già, Tranquillo, Flavio Tranquillo, agitato e non mescolato. Di Tranquillo ce n’è uno, unico, non replicabile. Per esperienza, aneddoti, ragionamenti.
Tutti elementi presenti in Altro giro, altro tiro, altro regalo, volume che coinvolge direttamente il lettore perché la penna che l’ha redatto vuole coinvolgerlo, non lasciarlo nella passività di fruitore ma costringerlo a pensare, a reagire, a porre in discussione le sue convinzioni. Di esperienza è permeata tutta la narrazione, ognuno dei cinque capitoli che trattano temi su ciascuna delle differenti categorie tirate in ballo.
Di aneddoti ce ne sono diversi, e tutti stimolanti. La visione di Dejan Bodiroga su un pingue lungo catalano che nessuno avrebbe detto così forte. Pregrag Danilovic che faceva piovere improperi sulla testa di Nesterovic per la più logica delle psicologie inverse. Aldo Giordani da Superbasket che intuì le doti del sodale di sempre dell’autore, Federico Buffa. Le prime, pionieristiche telecronache di NBA. E altri, che non vogliamo anticiparvi per non farvi perdere il piacere… dell’immersione, perché quella dentro questo volume non può essere una semplice e banale lettura.
Al di là di ciò che segnerà ciascuno dei potenziali sub di Altro giro, altro tiro, altro regalo, una cosa è certa: Flavio Tranquillo rappresenta perfettamente il soprannome (“The Voice”) con cui è conosciuto nell’ambiente della palla a spicchi. La Voce, una voce che non parla a caso, che vale la pena di essere ascoltata quando parla.
La fortuna di chi si avventura curioso nel libro è infatti che una voce come la sua risponde a molteplici domande perché ha alle spalle l’esperienza di molteplici ruoli ricoperti. Non molti possono vantare un tale curriculum, un tale bagaglio tecnico, ma soprattutto una tale prospettiva, in quanto a storie ed excursus, e questo è il motivo principale per il quale Tranquillo val bene una mossa. Se ne esce più ricchi, senza alcun dubbio.
Tranquillo F. (2015), “Altro giro, altro tiro, altro regalo”, Baldini&Castoldi, Milano
Codice ISBN: 9788868527235
Aldo Giordani
Luoghi del basket: Bologna
«Virtus o Fortitudo?».

“Tu da che parte stai?”
In fondo il segreto è in buona parte lì, in questa dicotomia. Nell’hinterland felsineo, appena accenni l’argomento basket la domanda che esce è sempre quella. A fartela possono essere compagni di classe, coetanei appena conosciuti, a volte persino la ragazza ferrata di sport, e in quest’ultimo caso sai già che nominare la squadra giusta non ti porterà in automatico tra le sue braccia ma dire quella sbagliata di sicuro ti farà perdere punti. Fisso.
Poche città italiane rivaleggiano con Bologna sul fronte della passione per la palla a spicchi. Cantù, Pesaro, Trieste, Livorno, potrebbero essere quelle, che magari erano in grado di mettere in piedi grandi derby con le rivali regionali (nel caso della prima) o cittadine, ma si tratta però soprattutto di epoche delimitate nel tempo. Bologna no, Bologna è derby, ed è derby continuo, immortale, eterno, iniziato come la rivalità tra le due anime della città, quella benestante e quella proletaria, differenze che con il tempo e la crescita economica sono andate annacquandosi. Vista dalla parte nemica, la Virtus è la squadra dei tifosi occasionali senza passione e la Fortitudo quella degli ultras scalmanati, mentre il Bologna Calcio ha un bel da fare a tenere insieme, con quella passione che sa suscitare, le due anime dalla pallacanestro divise così nettamente.
Abbiamo detto che il segreto è lì in buona parte, ma non tutto, perché Bologna sa trascendere da questo bivio per l’amore che nutre verso la palla a spicchi: di norma trovi un canestro ogni cento o duecento metri, ai Giardini Margherita in pieno centro città così come a Borgo Panigale, in zona Pilastro o a Castel Maggiore, e persino all’altezza dello svincolo della tangenziale in zona San Donato. Non c’è luogo a Bologna dove l’arancia non abbia un suo tempio, anche piccolo, e dove qualcuno non trovi il tempo per onorarla: per dire, il torneo di playground dei Gardens che si disputa ogni anno, è uno dei più famosi d’Italia, e per la finale ha portato un numero esorbitante di appassionati (testimoniato dalle foto della popolare pagina “La Giornata Tipo”, il

Il canestro dietro l’uscita di San Donato della tangenziale
cui ideatore Raffaele Ferraro è cresciuto in zona).
Un amore incondizionato della città per questo sport, un amore che nasce chissà dove: volendo azzardare una dozzinale analisi sociologica, potremmo far risalire questo rapporto forse al carattere dei bolognesi (sempre “se esistono”, come cantava il modenese adottato felsineo Guccini), gente poco incline ai tempi lunghi che nella velocità del basket trova affine passatempo. E non è un caso che la carriera di alcune delle menti più fulgide del panorama cestistico italiano e internazionale abbia preso il via qui, da coach Ettore Messina a quel Gigi Porelli co-creatore della moderna Eurolega, da Marco Belinelli a Stefano Mancinelli, e persino Aldo Giordani, maestro tra gli altri di Flavio Tranquillo e Federico Buffa, trascorse nella Dotta i suoi anni giovanili. L’elenco lo terminiamo qui per non dilungarci.
A Bologna si respira basket, senza limitarsi all’Arcoveggio o a via San Felice, sedi delle due squadre “pro”, ma poi si finisce sempre lì: «Virtus o Fortitudo?». Non c’è possibilità di uscirne, di svicolare, di abbozzare. O se l’una o se l’altra, e se parli male di una automaticamente sei dell’altra, per chi ti ascolta (e spesso effettivamente è così). Bologna ama incondizionatamente il basket ma ti obbliga a schierarti. Paradossi che solo l’arancia può spiegare.

