Ha trentun anni di vita, ma sembrano molti di più. Forse perché la calciofilia ha abituato gli appassionati a considerare Valencia come terzo cardine del binomio sportivo Madrid-Barcellona.
O forse, chissà, è perché la globalizzazione ci ha fatto sedimentare concetti attuali rendendoli valevoli anche per il passato. Una riscrittura del passato che nei manuali di sceneggiatura viene chiamata retcon.
Fatto sta che il Valencia Basket è nato solo nel 1986, quando il Valencia CF abbassò la serranda sulla sua sezione cestistica. La nuova società non ha mai vinto un campionato, e una sola volta ha alzato la Copa del Rey.
Si è specializzata, però, nelle coppe europee. Addirittura tre, dal 2003 in qua, e tutte EuroCup. Ma su quelle ci torniamo tra poco.
La Valencia del pallone vive un periodo a dir poco travagliato. L’incertezza societaria dovuta prima alla situazione debitoria e poi alla disorganizzazione tecnica ha provocato scelte sbagliate in serie.
La Valencia dell’arancia vive invece un momento florido. È seconda in campionato e nel 2017 si è giocata a finale di Copa del Rey (contro il Real) e ha lasciato l’Eurocup a Malaga nelle ultime battute, dopo aver sempre dettato il ritmo.
La crisi barcellonista e la sostanziale assenza di alternative, se non magari Malaga stessa, fa sì che si possa sognare in grande. Magari di replicare la finale del 2003.
Valencia di oggi…
Quella allenata da Pedro Martinez è una squadra solida, affidabile, anzitutto difensivamente. Sotto le proprie plance inizialmente si sta sull’uomo, e solo in un secondo momento si copre la palla.
Ogni tiro viene contestato, ogni avversario inseguito, l’aggressività profusa ostacola la lucidità di manovra avversaria. La difesa è sempre dinamica.
Allungata a metà campo, il marcatore si posiziona a metà tra l’attaccante e l’area quando la palla è lontana, e si francobolla all’oppositore in situazioni di lato forte. Dallo smile, l’aiuto è legge.

Dubljevic in azione
L’attacco è ugualmente efficace. Primo comandamento del Valencia: correre, cercare l’immediato contropiede primario.
Se la difesa chiude gli spazi, la sfera si muove perimetralmente, con due finalità: liberare il tiratore o attivare pick&roll rapidi per creare penetrazioni.
Nei giochi a due (Vives-Oriola è il must), spesso il lungo che ha bloccato finisce per ricevere in post basso, e da lì decide se tirare o scaricare sul lato opposto dove sono appostati tre cecchini.
La pietra angolare è Dubljevic. Frontman dalle mani dolci, ha senso della posizione da ambedue i lati del post basso e sa avvitarsi e colpire ( in semigancio, spesso).
Contestualmente, è cruciale la presenza di tre esterni che sanno condurre il contropiede. Da scegliere tra Vives, vas Rossom, Diot, Sastre, Martinez e San Emeterio.
…e Valencia di ieri
Un sistema tanto semplice quanto funzionale, e che, come si diceva, può essere il preludio a diverse soddisfazioni per società e supporter del Valencia.

Valencia campione 2003 dell’uLEB Cup
Come nel 2003, quando c’era Olmos in panchina e Rodilla, Kammerichs, Tomasevic e Oberto in campo a conquistare la ULEB Cup.
O nel 2010: De Colo, Nielsen, Claver, Florent Pietrus e Perovic, guidati dal genio mai totalmente compreso di Neven Spahija.
O ancora, nel 2014, quando sempre conduzione slava (Perasovic) ma interpreti di oggi che ancora oggi possiamo trovare a roster: Martinez, van Rossom, Sato, Dubljevic.
E ci siamo limitati a citare le vittorie, perché ci sono altre tre finali di Copa del Rey (2000, 2006, 2013) e altrettante di Saporta/ULEB/Eurocup (1999, 2002, 2012) oltre a quelle giù citate di quest’anno.
Senza dimenticarsi poi la serie meravigliosa contro il Real Madrid nel 2011, quando Pesic fece sudare freddo Lele Molin, coach ad interim dopo le dimissioni di Messina e primo a portare la Casa Blanca alle Final Four dai tempi di Obradovic.
Il filo conduttore tra tutti questi risultati, se si vanno a guardare roster e staff tecnici, o ancora meglio se si recupera qualche filmato, è l’intelligenza.
Valencia si è contraddistinta nel tempo per il raziocinio con cui ha costruito le proprie squadre, e anche per le guide tecniche. Non sempre è andato tutto come sperato, capita.
La continuità dimostrata è un segnale forte, però, che anche dalle scelte sbagliate si è trovato il modo più saggio per ricominciare.
Hala Valencia, allora.


