Ormai si fatica persino a chiamarlo miracolo, tanto il miracolo è divenuto consuetudine, sì, per l’ennesima volta l’Olympiakos sta conducendo una stagione al di sopra delle proprie possibilità.
Olympiakos: stagione super positiva
Fino al 2011 le squadre greche erano tra le più ricche, avevano budget prosperosi che attiravano i migliori giocatori europei e persino qualche USA che avesse deciso di prendersi una pausa di riflessione (si dice così, quando il telefono suona a vuoto) dalla NBA.
Poi è arrivata la crisi, quella vera, quella che come una bufera sul mar Egeo ha spazzato via risparmi e speranze di un popolo che, pur avendo inventato la tragedia come genere in sé comprensivo di codici e canoni, in realtà non ha mai amato particolarmente piangersi addosso.
È facile supporre che sia accaduto quello che solitamente accade in questi casi, ovvero che a quanti siano andati a batter cassa le dirigenze delle ateniesi abbiano replicato “Possiamo arrivare fino a qui, altrimenti arrivederci e grazie”. Qualcuno la porta l’ha infilata, altri sono stati ben felici di metter tenda.
Così, mentre i cugini turchi salivano alla ribalta con una ricchezza che mai fino a quel momento avevano conosciuti, i greci dovevano fare di necessità virtù nelle proprie tasche.
Risultato? Due titoli di campioni europei portati a casa (2012 e 2013), contro il solo turco (2017), e la sensazione che quando si sfogli la rosa delle pretendenti al trono non si possa non passare da Atene.
Le due corone sono state conquistate dall’Olympiakos, dopo un decennio quasi secco (2002-2011) in cui era stato il Pana a fare incetta, con quattro affermazioni complessive. Erano i frutti della gestione di Zeljko Obradovic, il coach migliore d’Europa.
Quelli in biancorosso invece la quadra non riuscivano mai a trovarla, tra santoni come Kazlauskas, Gershon, Yannakis e l’Ivkovic-bis. Fino al 2012, fino a quella rimonta pazzesca dal -19 in una gara a basso punteggio, fino al canestro in lay-up di Printezis che ha colpito come una clava le sicurezze del CSKA. Il quale in panchina aveva proprio uno degli ex, Kazlauskas.
L’anno dopo, salutato Ivkovic che in quindici anni aveva portato due titoli europei al Pireo, si pensava a un ridimensionamento. Non era di questo avviso Bartzokas, il nuovo coach, ateniese di nascita e pregno fino in fondo di quello spirito che, in fondo, ha permesso ai suoi antenati di avere la meglio per due volte su un impero gigantesco come quello persiano.
E visto che proprio Salamina e Maratona sono due dei più grossi uppercut di fila della Storia (quella con la “s” maiuscola, quella grazie alla quale siamo qui, ora) e sono di marca greca, l’Olympiakos 2013 ha deciso che l’esperienza 2012 si poteva tranquillamente replicare. E l’Eurolega è finita di nuovo nella zona del porto della capitale.
Ma cosa c’entra questo excursus in stile Senofonte con l’Eurolega 2017/2018? Presto detto. Al momento in cui scriviamo, dietro all’armata russa (o Armata Rossa, perché quella è l’origine) del CSKA la graduatoria vede il Fenerbahçe e l’Olympiakos.
Gli opliti di coach Sfairopoulos sono il tiratore scelto Strelnieks, il mordente figliol prodigo Papanikolaou, il creativo Spanouolis, la freccia nera Bobby Brown, il verticale McLean, il mobile Printezis, il pirotecnico Roberts.
Poi c’è quella discreta dose di cuore e determinazione greca, che già ai tempi delle Guerre Persiane imponeva di combattere, perché non ci sarebbe stato onore nella resa al nemico.
E davvero ancora ci stupiamo di come i greci abbiano risposto alla crisi?








