Come sempre, a fine stagione regolare nel tirare le somme si stilano delle personalissime classifiche con le migliori giocate, le rivelazioni dell’anno, i migliori quintetti…. Noi di NBAPASSION proveremo a creare una nostra particolare classifica dei migliori giocatori dell’intera Lega, partendo dalla Western Conference e dai 5 migliori centri! Oltre a tener conto dei gusti personali e delle statistiche di quest’anno (che, in alcuni casi non dicono tutto, in altri ancora non sono veritiere perché alcuni giocatori importanti sono stati a lungo fermi ai box), non si potrà non considerare quanto fatto finora in carriera e i miglioramenti di ognuno dei giocatori che ci accingiamo a omaggiare. In ordine decrescente, ecco a voi i migliori 5 centri ad Ovest!
5) Nikola Pekovic (Minnesota TimberWolves) 1986, Montenegro: il lungo dei Minnesota quest’anno ha saltato circa 1/3 di stagione per problemi fisici ma nelle 54 presenze con una media di 31 minuti circa sul parquet ha mostrato notevoli miglioramenti sotto il profilo realizzativo, difensivo e caratteriale. Mentre a livello fisico infatti la costante di questi 4 anni NBA finora è stata sempre quella di vedere il lungo montenegrino ai box per un periodo che va dalle 35 partite del 2011-12 alle 17 della prima stagione nella Lega, a livello realizzativo il giocatore ha registrato il suo record di punti a partita (17.5), mantenendosi sulle stesse cifre della scorsa annata per rimbalzi (8.7 contro 8.8 di 1 anno fa), palle rubate, percentuale dal campo e percentuale ai tiri liberi (che tira in carriera NBA col 75%, cifra considerevole per un lungo). In un certo periodo dell’anno, per poi salire durante i playoffs ed essere una costante in questi giorni, il giocatore è stato accostato agli Indiana Pacers post Hibbert. La mia personale opinione è che Minnie non si priverà né di lui né di Rubio, ovvero l’asse Play-Pivot su cui tanto ha investito (basti pensare al rinnovo per 60 complessivi in 5 anni di Pekovic), ma il fermento di questi giorni predraft potrebbe regalarci qualche sorpresa
4) DeMarcus Cousins (Sacramento Kings), 1990, Stati Uniti: la quinta scelta assoluta del draft 2010 non è ancora riuscita ad elevare il proprio quoziente cestistico ai livelli sperati e di conseguenza non ha ancora portato i Kings per una singola volta ai Playoff, ma rimane a livello statistico e per quanto fatto vedere (seppur a sprazzi) un’eccellenza assoluta nella competitiva Western Conference. Con 22,7 punti a partita ha fatto registrare un miglioramento di ben 5,6 punti rispetto allo scorso anno, conditi da 11.7 rimbalzi (anche questo, migliore risultato in carriera), 2.9 assist (migliorato anche in questa voce) e 1.3 stoppate, per non farsi mancare nulla. Sono aumentarti i tiri tentati da 2, ma anche la percentuale degli stessi è salita. Statisticamente un giocatore come lui non deve rimanere per soli 32 minuti in campo, ma i 4 falli abbondanti di media rendono abbastanza chiara la sua scarsa propensione difensiva. Certo, nel contesto dei Kings alle prese ogni anno con grandi prospettive a fronte di scottanti delusioni, emergere può sembrare sicuramente più facile, ma farlo migliorando in tutte le voci e senza sporcare le percentuali è dato statistico da non trascurare. Voci di trade anche per lui, con Boston più volte interessata. Aggiustasse 2-3 meccanismi in testa, probabilmente staremmo parlando del miglior centro a Ovest nella combinazione attacco/difesa/ball handling/leadership. Sperando che il prossimo anno sia quello della consacrazione anche a livello di squadra (e lo diciamo già da anni).
3) Anthony Davis (New Orleans), 1993, Stati Uniti: senza se e senza ma, il centro del futuro; la prima scelta assoluta al draft 2012 ha già mostrato nella sua brevissima finora carriera NBA enormi margini di miglioramento, una grande disponibilità al sacrificio e al lavoro duro sui fondamentali (in estate fatti miglioramenti esponenziali) e grandi passi in avanti anche a livello caratteriale, forte soprattutto dell’esperienza nel team USA accanto a grandi campioni. Ancor più che negli altri casi, per Davis le cifre parlano chiaro: 20.8 punti a partita rispetto ai 13.5 dello scorso anno, 10 rimbalzi rispetto agli 8 di 12 mesi fa, 2,8 stoppate (+1.o) e 1.6 assist (+ 0.6) e in più lieve miglioramento anche della squadra, passata dal 27-55 al 34-48 di quest’anno. Anche lui penalizzato eccessivamente da problemi fisici, il prossimo anno sarà anche per lui quello della consacrazione totale.
2) Dwight Howard (Houston Rockets), 1985, Stati Uniti: diciamoci la verità, forse pochi vorrebbero vederlo in qualsiasi classifica e in particolare in una dei migliori a Ovest, ma il giocatore ex Orlando e Lakers, nonostante l’operazione e i problemi prima alla schiena poi alla spalla, continua a produrre numeri di tutto rispetto e a mostrare, sebbene a singhiozzo, i progressi degli intensi allenamenti estivi con HakeemTheDream. La cocente eliminazione al primo turno contro i Blazers non ha fatto altro che aumentare le perplessità sulla sua leadership e sulla sua funzionalità in un contesto di squadra, oltre a sollevare dubbi sulla sua tenuta mentale e sulla sua capacità di mantenere alta la concentrazione per tutti i 48 minuti. I numeri, rispetto alle stagioni monstre di 3-4 anni fa, sono calati e non di poco, ma con 18.3 punti e 12.2 rimbalzi a partita conditi dalle quasi 2 stoppate Superman ancora oggi è uno dei migliori dell’intera Lega, e in un basket comunque proiettato sempre più verso la smallball la sua presenza è ancora garanzia di old school basketball per diversi anni a venire. Il neo, manco a dirlo, sono sempre i tiri liberi: il 54% dell’ultima annata, in linea con le sue medie in carriera, rimane punto troppo debole per un giocatore che più di una volta ha alzato la voce per chiedere maggiore coinvolgimento, ma che spesso proprio nei momenti clou delle partite si è trovato a guardare i compagni per evitare sistematici quanto furbi falli per mandarlo in lunetta. Houston è una squadra indubbiamente incompleta, ma i progressi passano necessariamente per un ancor più totale recupero di Howard, nella speranza che possa tornare ai livelli che portarono i Magic alle Finals.
1) Marc Gasol (Memphis), 1985, Spagna: sarà lento, sarà chiatto, sarà poco spettacolare e poco appariscente, ma personalmente rimane il debole per il lungo più completo dell’intera Lega. Il catalano ricorda sempre più il Sabonis che tanti deliziò in quel di Portland negli anni ’90, ovvero un giocatore dotato di un atletismo assolutamente sotto i range del basket americano, ma di un cervello da far gola ai migliori trattatori di palla e assistman di tutta l’NBA. Ricollegandoci al discorso della smallball, è chiaro che vedere Memphis stoicamente resistere con la coppia pesante Randolph-Gasol è luce per gli amanti del basket fisico e maggiormente tecnico, ma per loro sfortuna ogni anno gli entusiasmi e le storiche dispute ai playoffs (ultimi 2 anni con OKC) finiscono col trovare l’epilogo più triste. Per carità, se la Lega con un minimo di buon senso non avesse squalificato proprio per gara 7 Zeebo, si starebbe parlando di un’altra annata eroica, ma nonostante l’eliminazione il catalano ha numeri fin troppo rispettabili per non porlo nella mia speciale vetta di questa classifica. Analizziamo un po’ i numeri non si nota l’exploit rispetto alle medie di carriera, con 14.6 punti che sono il best a pari merito l’annata 2011-12, 7.2 rimbalzi in discesa rispetto ai 9.3 del secondo anno NBA e agli 8.9 della già richiamata annata 2011-12, 3.6 assist, 1.3 stoppate e 1 palla rubata. Ma a parlare più di ogni altra cosa c’è il record di squadra: senza di lui i Grizzlies erano scesi fino ai margini della zona playoff, con serie possibilità di non agganciare l’obiettivo minimo stagionale. Ma con il suo ritorno dopo le 23 partite saltate, i Memphis sono saliti fino a 98.8 punti concessi per partita, secondi solo ai Bulls, vincendo 27 partite dal 14 gennaio al 4 aprile, dietro solo gli Spurs e ai Clippers. Il record di 10-13 senza il proprio lungo, denota ancora maggiormente la sua importanza nel sistema sia a livello offensivo che difensivo. Applausi per Marc!
Fuori dalla top 5 vale la pena menzionare alcuni giocatori poco in vista per questioni statistiche, infortuni, letargo durante la regular season per esplodere quando la palla pesava o semplice pregiudizio per una carriera finora passata a fare il giocoliere : Tiago Splitter, Andrew Bogut, Boris Diaw e DeAndre Jordan.
Il lungo australiano ha giocato 67 partite quest’anno ma alcune divergenze col coach Jackson lo hanno spesso relegato a panchinaro di lusso, sacrificato in nome del quintetto basso con Iguodala o Greene da ala grande, ma rimane (epici i suoi playoff lo scorso anno) giocatore solidissimo soprattutto in difesa, oltre che dotato di immensa intelligenza cestistica. Il brasiliano ex Tau-Vitoria si è invece dimostrato basilare nel basket di squadra degli Spurs campioni NBA, e sebbene alla Finals abbia comunque ceduto il passo a Boris Diaw, la sua prima serie con Dallas rimarrà qualcosa di straordinariamente sorprendente nella storia di questi playoff, con una miglioratissima visione sotto canestro e una grande puntualità nei tagli e a rimbalzo. Miglioratissimo!
Se parliamo di miglioramenti però menzione speciale merita anche DeAndre Jordan. Il lungo dell’88 è sulla buona strada per diventare il lungo di protezione totale del canestro che Doc Rivers cercava dal Garnett versione titolo in quel di Boston. 10.4 punti, 13.6 rimbalzi, 2.5 stoppate e a tratti una seria candidatura come difensore dell’anno, salvo premiare l’impegno e l’abnegazione di Noah. Sarà per il prossimo anno?
Ultimo nominato è l’MVP romantico dei playoff NBA: Boris Diaw. Poco da dire, non serve nemmeno analizzare le statistiche che dicono il 5% della sua reale incisività in campo, ma semplicemente rivedere le Finals e provare piacere per una tale combinazione di tecnica e tattica, inversamente proporzionale alla forma fisica, ovviamente pessima. Ma se avesse anche quella…..








