C’è una frase che si sente spesso negli uffici della WWE: “It’s not wrestling, it’s entertainment.”
È il mantra di Vince McMahon. Ma quando la WWE firma nel 2018 un contratto decennale , stimato tra 450 e 500 milioni di dollari con la General Sports Authority dell’Arabia Saudita, quella frase cambia significato. Non è più intrattenimento: è soft power, è diplomazia spettacolare, è il wrestling come strumento di politica estera.
L’accordo rientra nel programma Vision 2030 di Mohammed bin Salman, che punta a diversificare l’economia saudita e presentare il regno come una destinazione “moderna” per turismo e sport. La WWE diventa così ambasciatrice involontaria di questa narrativa: dieci anni di show, almeno due all’anno, con la promessa di grandi match“mai visti prima”.
Il patto con il diavolo (in giacca scintillante)
Per la WWE, l’operazione è tanto semplice quanto cinica: soldi. Tanti, troppi soldi. Nel bilancio 2018, il primo anno dell’accordo, la compagnia registra oltre 100 milioni di dollari di ricavi extra attribuibili agli show sauditi. Una cifra superiore a quanto incassato da WrestleMania 34.
Eppure, è impossibile non notare la contraddizione: la WWE, che in America si vanta di aver “rivoluzionato il ruolo delle donne sul ring” è la stessa WWE che, al Greatest Royal Rumble del 27 aprile 2018 a Jeddah, non ha potuto far esibire nessuna wrestler. Le performer restano a casa, e la compagnia emette un comunicato imbarazzato: “Ci auguriamo di poter includere le donne nei futuri eventi.”
Il messaggio era schizofrenico: empowerment in patria, obbedienza culturale all’estero.
Ma perché proprio la WWE? Perché il wrestling è perfetto per il piano Vision 2030 del principe ereditario.
Il 27 aprile 2018, alla King Abdullah Sports City di Jeddah, va in scena Greatest Royal Rumble: 60.000 spettatori, un evento pompato come “la più grande Royal Rumble di sempre”. Poi, il 2 novembre 2018, a Riyadh arriva Crown Jewel, nonostante le polemiche mondiali seguite all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, avvenuto solo poche settimane prima (2 ottobre dello stesso anno).
La WWE porta in Arabia Saudita Hulk Hogan (sospeso per anni dopo lo scandalo dei commenti razzisti) per condurre lo show, Shawn Michaels che esce dal ritiro per un match, Undertaker e Triple H che combattono come se fosse il 2002. È una parata di icone americane, una nostalgia messa in scena per rafforzare l’immagine di apertura del regno.
Gli show sono enormi. Greatest Royal Rumble: 50 uomini sul ring, trofeo verde smeraldo e cintura esclusiva assegnata a Braun Strowman. Crown Jewel: Torneo “World Cup” con la tagline “to determine the best in the world” (vinto da Shane McMahon, tra fischi e ironia). Oppure, ancora, il Super ShowDown: match “da sogno” Goldberg vs Undertaker, che finisce in un disastro tecnico (botch clamorosi, Undertaker quasi si infortuna).
Gli spalti sono spesso riempiti da ospiti selezionati, platee di uomini in thobe bianco, famiglie invitate dalle autorità. Non è il pubblico urlante di Chicago: è un pubblico “curato”, gestito come se fosse un evento di Stato.
La questione delle donne: la “rivoluzione” concessa
Nel 2019 arriva la “storica” svolta. Il 31 ottobre, a Riyadh, durante Crown Jewel, Lacey Evans e Natalya diventano le prime due wrestler a combattere in Arabia Saudita.
Ma il “momento rivoluzionario” ha un contorno preciso: entrambe combattono in tute speciali, a maniche lunghe, che coprono interamente il corpo, e prima del match viene mostrato un video “ispirazionale” sul cambiamento sociale saudita.
La WWE celebra l’evento come “un passo avanti”. Ma è un passo controllato, concesso. E soprattutto, arriva solo dopo 18 mesi di critiche, pressioni da sponsor e media occidentali.
Cena, Hogan, Michaels: il prezzo della leggenda
Non tutti i wrestler accettano di partecipare a questi eventi. Ma altri sì. John Cena (programmato per Crown Jewel 2018) si tira indietro dopo l’omicidio Khashoggi, Daniel Bryan rifiuta per motivi etici. Dall’altro lato, Shawn Michaels (ritirato dal 2010) torna sul ring a Crown Jewel 2018, in un match di coppia con Triple H, contro Undertaker e Kane. Hulk Hogan rientra come host, Goldberg e Undertaker combattono un match memorabile… ma per i motivi sbagliati.
Il prezzo della nostalgia è chiaro: il mito si piega al business.
I fan americani ed europei protestano su Twitter, usano hashtag come #CancelCrownJewel, criticano l’operazione.
Eppure, quando gli show vanno in onda su WWE Network (e oggi su Peacock), gli ascolti sono solidi. L’indignazione è “parziale”: si critica, ma si guarda. È la complicità dello spettatore. Come nel kayfabe: tutti sanno che è “falso”, ma scelgono di crederci. E l’Arabia Saudita non si limita alla WWE. Ospita la Formula 1 (dal 2021, GP di Jeddah), investe miliardi nel golf con LIV Golf, compra il Newcastle United in Premier League (tramite il PIF, Public Investment Fund).
Ma la WWE ha qualcosa di unico: non è sport puro, è narrazione pura. Questo significa che l’Arabia Saudita non solo ospita, ma scrive gli eventi. Decide storyline, match, momenti “storici”.
Chi sta usando chi?
La domanda che esce fuori da tutto questo, dunque, è una sola: chi sta usando chi?
La WWE usa l’Arabia Saudita come bancomat. I report finanziari parlano di oltre 100 milioni l’anno solo per gli eventi sauditi. L’Arabia Saudita usa la WWE come spot globale.
È un matrimonio di cinismo.
La WWE in Arabia Saudita è la prova che lo spettacolo non è mai solo spettacolo. Ogni storyline è propaganda, ogni pirotecnico è politica. E forse è questa la vera lezione inquietante: il wrestling, nato come farsa nei luna park americani, oggi è un linguaggio globale del potere.

