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WWE e politica: come Trump è entrato sul ring (e non solo per show)

di Carmen Apadula

C’è una verità che troppi faticano a riconoscere: la WWE non è solo wrestling. È un ecosistema culturale, una macchina narrativa che racconta l’America meglio di qualsiasi sondaggio.

Ogni storyline è un micro-racconto del potere, ogni finta alleanza è un esercizio di diplomazia da manuale, ogni heel turn è un colpo di stato in scala ridotta. Ed è forse per questo che la politica, quella vera, ha sempre sbirciato dentro questo ring scintillante, affascinata dall’idea di parlare alla pancia del pubblico senza dover passare dai soliti intermediari. Il wrestling è populismo in technicolor, con i volti truccati, i corpi oleati, le entrate teatrali. È propaganda compressa in uno show di tre ore.

La WWE è una grammatica culturale americana, una narrazione perpetua dove i ruoli archetipici (l’eroe, il cattivo, il traditore) vengono costantemente reinventati per rispecchiare lo spirito del tempo. Chi la osserva con superficialità vede solo uomini e donne in calzamaglia che si colpiscono con sedie. Chi la osserva con attenzione vede un laboratorio di politica popolare, un ring che funge da barometro sociale.

E se il wrestling è un barometro, la comparsa di Donald Trump sul quadrato non è stata un colpo di scena, ma una conseguenza naturale. Trump non ha “occupato” la WWE. C’è sempre stato, culturalmente. È l’incarnazione vivente dell’estetica WWE: l’esagerazione come lingua madre, l’ostentazione come narrativa, il conflitto come ossigeno.

Trump prima di Trump: i segnali nascosti

Prima di WrestleMania, prima di “Make America Great Again”, c’erano già le prove generali. Negli anni ’80, il giovane magnate di Manhattan ospita due WrestleMania (IV e V) al Trump Plaza di Atlantic City. È lì che comincia il flirt con Vince McMahon: due egomaniaci che parlano lo stesso linguaggio del “più grande, più scintillante, più rumoroso”. Trump non è ancora una star televisiva, ma ha già capito il potenziale del wrestling come cassa di risonanza per il proprio brand.

Non fa ancora promo, ma compare in video, stringe mani, sorride ai wrestler. Sta imparando. Sta assorbendo. Non recita, osserva. È un apprendistato silenzioso, ma fondamentale: quando arriverà la sua ora, sarà pronto a usare il wrestling come fosse un comizio.

Il 2007 è l’anno della consacrazione. WrestleMania 23 diventa teatro della “Battle of the Billionaires”: Donald Trump contro Vince McMahon, con Bobby Lashley e Umaga come proxy. In palio: la testa (metaforica, ma non troppo) del Chairman della WWE.

Quello che succede sul ring sembra pura finzione, ma è più complesso. Trump non “interpreta” un personaggio: fa Trump, ma amplificato. Il miliardario populista, il tycoon che si fa paladino del pubblico contro il boss dispotico. È un ribaltamento dei ruoli geniale: Vince McMahon, l’uomo che “possiede” la WWE, diventa il villain. Trump, l’uomo dei grattacieli, si veste da eroe “del popolo”.

Quella storyline (con tanto di clothesline goffa ma virale, e il famoso “hair shaving”) è stata vista da oltre 80.000 persone dal vivo e milioni a casa. Ma, soprattutto, è stata una lezione di retorica applicata. Trump ha testato il suo metodo: creare nemici, offrirsi come salvatore, generare emozione. La politica, anni dopo, non sarebbe stata diversa.

Il linguaggio comune: promo vs comizi

Chiunque abbia mai ascoltato un promo di Hulk Hogan, The Rock o Stone Cold Steve Austin sa che il wrestling vive di parole rituali: catchphrase, frasi urlate, slogan che il pubblico può ripetere all’unisono.

Trump ha applicato la stessa tecnica ai comizi: “Make America Great Again è un promo in quattro parole. “Crooked Hillary”, “Sleepy Joe”, “Build the Wall”: sono gimmick linguistiche. E funzionano perché il wrestling ha insegnato al pubblico americano a rispondere a queste parole come a cori da stadio.

Nei comizi di Trump, la folla non ascolta: partecipa. Fisicamente. Canta gli slogan, fischia i “nemici” come si fischia un heel, esplode di gioia a ogni “body slam verbale” contro un avversario.

Il wrestling ha un concetto chiave: kayfabe. È l’accordo tacito per cui “si finge che tutto sia vero”. Gli spettatori sanno che è finzione, ma fingono di non saperlo, perché così l’emozione è più forte.

Ebbene, Trump ha portato il kayfabe in politica. I suoi sostenitori sapevano che certe promesse erano assurde (il muro pagato dal Messico, ad esempio), ma accettavano la finzione. Non perché fossero ingenui, ma perché, come nel wrestling, l’importante non è la verità: è il momento, l’emozione, la sensazione di “essere dalla parte giusta”. Anche se sai di non esserlo. 

La politica americana, già spettacolarizzata, con Trump ha subito un’esplicita WWE-izzazione. Non si tratta di bugie, ma di storyline: l’America “rubata” dagli immigrati, i media “cattivi”, i “traditori” interni. Un romanzo infinito con lui come protagonista. 

La Hall of Fame: Trump canonizzato

Nel 2013, quattro anni prima di diventare presidente, Donald Trump entra nella WWE Hall of Fame. Nessuno allora prese la cosa sul serio. Oggi suona sinistra: è stata una canonizzazione culturale, un’investitura simbolica.

La Hall of Fame non è solo una celebrazione di wrestler: è il pantheon WWE, il luogo dove si decidono i miti. Inserire Trump significava dirgli: sei uno di noi, sei parte della narrativa eterna.

Quando, nel 2016, Trump lancia la campagna presidenziale, porta con sé quella medaglia invisibile. Era già stato “incoronato” in un contesto dove la mitologia è più potente della realtà.

La storia si fa ancora più torbida quando guardiamo chi sta dietro la WWE: la famiglia McMahon. Vince, il burattinaio supremo, è da sempre vicino alla destra americana. Ma è Linda McMahon la chiave politica: candidata al Senato (due volte, peraltro), e soprattutto amministratrice della Small Business Administration nel governo Trump.

Non è più “Trump ospite in WWE”. È WWE dentro la Casa Bianca. È un interscambio di potere, visibilità, legittimazione reciproca. Il wrestling diventa un’estensione della politica e la politica un’estensione del wrestling.

Quando non sappiamo più cosa è reale

Un punto cruciale: il pubblico WWE sa che il wrestling è finto, ma vuole crederci. Il pubblico di Trump? Molto simile.

I “boo” e gli “yeah!” nei comizi funzionano come a Raw: non importa cosa sia vero, importa da che parte stai. La realtà diventa una storyline condivisa.

E quando il confine tra finzione e verità evapora, succedono cose come l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Molti di quelli che hanno sfondato le porte lo hanno fatto convinti di “vivere” l’ultimo atto di una storyline: salvare l’America “rubata”. È WWE portata nel mondo reale, ma senza arbitri e senza copione.

Chi scrive la sceneggiatura?

Donald Trump non ha solo usato la WWE come trampolino. Ha usato il linguaggio WWE per riscrivere la politica americana.

Ma c’è un aspetto ancora più inquietante: la WWE non è stata un semplice “set cinematografico” per la sua immagine. È stata un laboratorio ideologico che ha insegnato a milioni di americani a guardare la realtà come guardano Raw: con sospensione di incredulità, con tifo cieco, con la certezza che l’eroe vincerà.

Forse il vero lascito di Trump non è la sua presidenza. È aver reso il mondo intero un’arena. E ora la domanda è: chi sta scrivendo la sceneggiatura del prossimo episodio?

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