Per me, che sono nato a Roma, la pallacanestro ha sempre ruotato attorno a un immaginario profondamente statunitense: i playground, il vivere in funzione di una squadra e della palla a spicchi, il creare qualcosa di importante tutti insieme, anche e soprattutto per chi verrà dopo di noi. Nel 2026, trovarmi al San Lollo Playground non è stato soltanto un grande piacere. È stato anche scoprire che quell’immaginario, in qualche modo, può diventare realtà. Che esiste un luogo in cui il campo può essere molto più di un campo da basket. Ho passato un pomeriggio a San Lorenzo per provare a capire cosa sia davvero il San Lollo e, soprattutto, cosa rappresenti per le persone che lo frequentano. Perché per molti di quelli che vengono qui a giocare, questo posto non è semplicemente un playground. È casa
Un posto chiamato casa
“Io vengo qui da quando ho dieci anni. Ora ne ho 27, posso dire di esserci cresciuta e di aver conosciuto le persone che sono tutt’oggi i miei migliori amici. Oltre a giocare qui, a riunirci, noi qui ci mangiamo. Quindi è la mia prima casa, non la seconda”. Le parole di Valentina Sestito, guardia della LUISS Basket, restituiscono forse meglio di qualsiasi altra definizione cosa rappresenti il San Lollo per chi lo vive da anni. Non soltanto un luogo in cui giocare, ma uno spazio in cui crescere, ritrovarsi e costruire relazioni che finiscono per uscire dai confini del campo. A farle eco è Gianni Delle Cave: “Questo campo dà tanto amore e tanta passione, anche alle nuove persone che vengono, non solo alle vecchie. Molte persone importanti nella mia vita sono sempre qua con noi”.
Per capire quanto questa storia sia radicata nel tempo, però, basta ascoltare Silvio Stanzani, in arte “Stanz“: “Valentina è veramente una delle persone che ha vissuto questo campo più di tutti, insieme a me e ad altri ragazzi che hanno visto veramente crescere questo campo: dal playground più basilare al concetto di street basket, fino al vedere su questo campo un Mondiale 3×3 Red Bull (Il Red Bull Half Court del 2021, che Silvio ha giocato rappresentando l’Italia, NdR)”.
È qui che il racconto del San Lollo cambia prospettiva. Quello che oggi appare come un punto di riferimento per una comunità è il risultato di una crescita costruita nel tempo, insieme al quartiere e alle persone che lo hanno frequentato: “È stata una crescita incredibile, sia a livello di community, personale, di giocatori. Non abbiamo vinto, ma è un’esperienza che solo chi ha vissuto questo campo sin dall’inizio può dire di sentire così forte”. Dal playground più basilare a un campo capace di ospitare un Mondiale 3×3. In mezzo, però, non ci sono soltanto canestri, tornei e partite. Ci sono persone che hanno imparato a conoscersi, a giocare insieme e, soprattutto, a crescere insieme.
Il primo impatto al San Lollo
Dopo aver ascoltato persone che hanno vissuto il San Lollo per gran parte della propria vita, è curioso sentire parlare del primo impatto con questo luogo. Silvio mi racconta il suo: “Sono arrivato qui la prima volta a 15 anni. Quindi ero un ragazzo che stava vivendo il sogno del giocatore. Venire qua e vivere il playground a livello viscerale, come lo viviamo qui al San Lollo, è una delle cose che dà subito un impatto forte. Perché comunque c’è gente che magari non gioca a basket tutti i giorni, che viene qui e si sente in uno spazio tranquillo, in una bolla sicura dove può esprimersi al meglio senza sentirsi giudicata. Anzi, togliendosi tantissime soddisfazioni”.
Le parole di Silvio mi rassicurano. Io, nella mia vita, non ho mai giocato a pallacanestro e, vedendo il livello — molto alto — espresso al San Lollo, pensavo che forse sarebbe stato meglio farmi da parte. È bastato però ascoltare chi questo campo lo vive da anni per cambiare prospettiva. Invece di sentirmi fuori posto, ho avuto ancora più voglia di giocare.
Per Gianni, il campetto ha avuto invece anche una funzione diversa: “Per me il campetto è sempre stato una parte importante della mia vita. Io, durante la stagione, giocavo sempre campionati di alto livello. Per me il campetto era qualcosa in più per potermi preparare all’anno successivo. Poi trovi sempre cose nuove, sfidi gente che magari gli allenatori non ti danno”.
Il playground, quindi, non è soltanto il luogo in cui si torna quando la stagione finisce. Può diventare anche uno spazio in cui migliorarsi, misurarsi con giocatori diversi e uscire dai confini della pallacanestro organizzata. Valentina, che proprio qui ha costruito una parte importante della propria storia cestistica, lo racconta da un’altra prospettiva: “Per me significa essere cresciuta a livello cestistico. Gioco in Serie B da molti anni e aver giocato qui al campetto mi ha dato le basi a livello cestistico ed umano”. C’è quindi chi viene al San Lollo per allenarsi, chi per competere, chi per incontrare gli amici e chi semplicemente per stare bene. Ma il punto d’incontro sembra essere sempre lo stesso: il campo non chiede a nessuno di essere qualcosa di diverso da quello che è.
La crescita umana e cestistica dei ragazzi del San Lollo
Un campetto che ha visto crescere persone che hanno poi competuto, e che tuttora competono, ad alti livelli porta con sé un’evoluzione che non riguarda soltanto gli spazi, ma anche le persone che lo abitano. È una crescita che Silvio conosce bene: “Vivere questo campetto tutti i giorni ti porta a conoscere tanta gente. Viene gente da fuori, giocatori da fuori che vivono il campetto come noi. Come Valentina, tre quarti dei miei migliori amici li ho conosciuti qui: siamo cresciuti qui e abbiamo vissuto situazioni qui. Ti può portare a una crescita personale, cestistica, emotiva, perché tante situazioni si sono evolute anche fuori. Diciamo che è un punto di ritrovo perché sai che, anche se non scrivi a nessuno, trovi sempre qualcuno qui”.
È forse questa la caratteristica che più di tutte trasforma un semplice campo da basket in una comunità. Non serve necessariamente darsi appuntamento: basta arrivare. Qualcuno ci sarà. Anche Gianni insiste sul valore della comunità, che secondo lui è parte integrante della qualità del campo: “Il livello di questo campetto è il migliore non solo per il talento, ma anche per la comunità. Siamo molto legati. Stiamo cercando di fare alcune cose per il campo, per renderlo ancora più accogliente anche per chi verrà”.
E il San Lollo, nel frattempo, ha iniziato ad attirare attenzione anche oltre i confini del quartiere. Valentina racconta: “Abbiamo dato una grande spinta a Roma. Abbiamo portato qui un Mondiale Red Bull e tanti altri eventi sportivi. Quindi sì, è un punto di ritrovo per chi vuole passare un pomeriggio spensierato, fra chi si vuole venire a mangiare una pizza, bersi una birra e giocare a livello alto”. È una fotografia che racconta bene il San Lollo: il talento e la quotidianità, la competizione e l’amicizia, il basket ad alto livello e la pizza dopo la partita. Tutto nello stesso posto. Ed è forse proprio questa la sua forza. Non essere soltanto un campo sul quale si gioca, ma un luogo nel quale le persone continuano a tornare anche quando la partita è finita.

Il Red Bull Half Court 2021: l’occasione della vita
Se il San Lollo è diventato negli anni un punto di riferimento per la sua comunità, ci sono stati anche momenti in cui quella stessa comunità ha avuto la possibilità di mostrarsi al di fuori dei confini del quartiere. Uno dei più importanti è arrivato nel 2021, quando il playground di Scalo San Lorenzo ha ospitato la finale mondiale del Red Bull Half Court, torneo internazionale di basket 3×3. Un evento che ha portato sul campo giocatori provenienti da diversi Paesi e trasformato, per qualche giorno, San Lorenzo in uno dei centri dello street basket mondiale.
A vivere quell’esperienza da protagonista è stata anche Valentina: “È stata una delle cose più emozionanti della mia vita. In quei cinque giorni di evento, anche se poi se ne sono giocati due, mi sono sentita una VIP. C’erano giornali che mi chiamavano perché, oltre a essere nell’organizzazione, ero anche una giocatrice”. Per chi frequenta il San Lollo quotidianamente, ritrovarsi improvvisamente al centro dell’attenzione nazionale e internazionale deve essere stato qualcosa di difficile da immaginare. Per Valentina, però, la dimensione più importante rimane quella personale: “Purtroppo abbiamo perso in finale contro la Russia, però è stata una cosa troppo emozionante avere tutti i miei amici e i miei genitori a guardarmi e a tifare”.
Il risultato, quindi, passa quasi in secondo piano. Quello che rimane è l’immagine di un campo diventato per qualche giorno un palcoscenico mondiale, senza smettere di essere quello che era sempre stato: il posto in cui ritrovarsi con gli amici, giocare e avere la propria famiglia a bordo campo.
Quando sono arrivato al San Lollo pensavo di trovare soprattutto un campo da basket. Un posto dove guardare giocare persone molto più brave di me, magari provare qualche tiro e poi tornare a casa. Me ne sono andato con una sensazione completamente diversa. Ho trovato un luogo capace di mettere insieme generazioni, livelli diversi, persone che giocano per competere e altre che vengono semplicemente per stare insieme. Un posto dove puoi arrivare da solo sapendo che, probabilmente, qualcuno lo troverai. Dove un campetto può diventare una palestra, un punto di ritrovo, una casa.
Forse è proprio questo che ho sempre cercato nell’immaginario dei playground americani: non soltanto il basket, ma tutto quello che nasce intorno a un canestro. Le amicizie, le sfide, le storie, le persone che crescono insieme e quelle che arrivano dopo per continuare a costruirle. Al San Lollo tutto questo esiste davvero. E mentre lascio il campo, qualcuno è ancora lì a giocare. La palla continua a rimbalzare sull’asfalto.

