L’insostenibile leggerezza di Allen Iverson
Questa è una storia terminata il 30 Ottobre del 2013. Ovviamente la vita del protagonista va avanti, anche oggi. Quello che è successo dopo e quello che sta succedendo, però, non è importante.
È un storia che, se ci limitiamo al cliché stereotipato dell’ “get the job done”, si è conclusa con un happy ending. Se però non ci fermiamo alla fama, al denaro, alle donne e a tutto ciò che viene riconosciuto alle celebrità e, soprattutto, avendo ammirato per anni il protagonista e conoscendolo, scopriamo che questa è una fiaba in cui il principe, alla fine, non bacia la bella addormentata.
Il finale di questa magica ma incompleta storia viene annunciato da un uomo, vestito come un cantante hip-hop. È un uomo che, a vederlo, sembra più un rapper, un artista di strada e, tra l’altro, il suo modo di vestire è stata una critica costante da parte dei giornalisti. Quello che sembra evidente è che quell’uomo sembra tutto tranne un giocatore di basket, d’altronde la pallacanestro, in teoria, richiede altezza e questo sarà alto un metro e ottanta. È seduto davanti ad un microfono ed ha la sua famiglia accanto. Dopo poche parole si ferma, ha la voce
strozzata. Ricomincia e si prende un’altra pausa: l’emozione è evidente. Gli occhi sono fissi su di un punto, le palpebre immobili. Poi, molto lentamente, inizia con i ringraziamenti e subito si capisce perché questa fiaba non ha il bel finale: “I wanna thank God for just give the opportunity to, not really accomplish all I have accomplished, but to give me the opportunity to get drafted”. I ringraziamenti proseguono, si va da Jordan ai coach che lo hanno accompagnato. E alla fine c’è quello più atteso: “Thank you Philadelphia, I love you”.
Questa è una storia che, per circa 17 anni, un po’ meno quelli effettivi, ha accompagnato tutti gli appassionati a questo meraviglioso sport, è la storia di un uomo che è dovuto diventare tale troppo in fretta, di un ragazzo sempre al limite e di uno sportivo che rimarrà per sempre impresso nella pallacanestro: questa è la storia di Allen Ezail Iverson.

La sua esultanza tipica.

La famosa “Iverson over Lue”.
“Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola.”, così diceva Benigni nel film del 2005 “La tigre e la neve”. Trovare una parola che descriva Allen Iverson è, invece, molto più semplice, basta attingere dal suo soprannome: “The Answer”, “la risposta”. Quale parola può imprigionare e descrivere al meglio questo eccezionale giocatore? Il monologo di Benigni continuava con la celebre frase: “Innamoratevi! Se non v’innamorate è tutto morto.” Beh io penso che guardando AI3 giocare innamorarsi sia stato facile. Si pensi a gara 1 delle NBA Finals del 2001: Los Angeles, i Sixers hanno portato la gara ai supplementari andando contro ogni pronostico. Iverson sta giocando una partita sontuosa. Sta giocando benissimo anche il playmaker dei Lakers, Tyronn Lue. A dire la verità Lue sta giocando fin troppo bene: Iverson capisce che bisogna abbassargli le ali. Palla al numero 3 di Philly, lato destro del campo. Iverson cerca di liberarsi per un tiro ma la difesa di Lue è estenuante. AI3 inizia il palleggio, si crea lo spazio per il tiro: solo retina, settimo punto consecutivo. Nel tentativo di stoppata, Lue cade, proprio davanti ad Iverson. The Answer non si prende certo la briga di circumnavigare il povero Lue. Quello che succede diventa una delle più “disrespectful play” della storia, è vero, ma anche una delle più spettacolari.

Il crossover a MJ.
Non siete ancora convinti? Allora torniamo ancora indietro di qualche anno. 12 Marzo 1997. Iverson è “solo” un rookie, appena uscito da Georgetown. La partita in questione vede scontrarsi Philadelphia (che fino a quel momento in 60 partite ne aveva vinte solo 16) e i campioni in carica di sua maestà Jordan: i Chicago Bulls. Per la terza volta Allen sta per affrontare Michael. Negli spogliatoi, mentre si infila le sue Reebok, Allen sa che la folla di Philly sta per assistere a qualcosa di magico. Molta della gente probabilmente era li per vedere Jordan, e ci sta tutto. Iverson era, ripeto, “solo” un rookie; Jordan era Dio. Quella notte però era diversa. I primi 3 quarti fanno già intendere che qualcosa di speciale è nell’aria. Iverson quella notte tocca quota 37 punti. Niente di eccezionale, direte voi, lo farà per il resto della carriera. Avete ragione, niente di eccezionale, fino ad un certo punto. La partita è all’ultimo quarto, Iverson esce da un blocco e si trova davanti Jordan: uno contro uno. Dalla panchina Phil Jackson urla: “Get up on him, Michael!” E’ tutto pronto. Il pubblico comincia ad alzarsi, sa che potrebbe succedere qualcosa d’importante. Iverson palleggia sotto le gambe, finge di andare a sinistra, Jordan sembra cascarci ma riprende subito la posizione. Finta a destra, finta a sinistra, 9 secondi alla sirena. Quando, al terzo crossover, Jordan si sbilancia, Iverson sente l’odore del sangue: controfinta a destra e parte il jumper. Da li iniziano i due secondi più lunghi della sua carriera. Se il jumper uscirà sarà tutto inutile. Se però quel tiro finirà dentro Allen ha sconfitto Michael, Davide ha sconfitto Golia. Il telecronista impazzisce, la folla si scatena in piedi: la palla è andata in fondo alla retina. Philadelphia ha un nuovo re.
Si possono trovare tantissimi episodi emblematici che segnano e immobilizzano la carriera di Iverson in uno scatto. Ora però torniamo al principio: sappiamo quando questa storia è finita, ora ripartiamo da dove è cominciata.

Non il miglior posto dove crescere.
7 Giugno del 1975, Hampton, Virginia. Ann Iverson partorisce un bimbo dopo un rapporto occasionale con un ragazzo che poi, del figlio, non ne vuole assolutamente sapere niente. Mamma Ann si trova quindi a dover crescere il piccolo Allen in quasi totale povertà, in una delle città più pericolose dello stato. A qualche mese dalla nascita di Allen, la nonna materna muore, dopo un intervento malriuscito. Mamma Ann, disperata, inizia la ricerca di una figura maschile che possa aiutare economicamente lei e suo figlio: conosce un uomo, tale Micheal Freeman, che sembra essere in grado di assisterli. Ecco, nonostante Freeman passerà più tempo in prigione per spaccio di droga che a casa, quest’uomo si rivelerà fondamentale per il futuro di Allen dato che sarà proprio lui a insegnargli a giocare a basket.
Nel frattempo Allen sta crescendo, il problema è che sta crescendo in un posto pericoloso, in cui scegliere la cattiva strada è molto più semplice e probabile di scegliere quella buona. Hampton, di fatti, è una città con un tasso di delinquenza molto elevato, specialmente nelle periferie dove sta crescendo Iverson. A casa sua la luce elettrica, il riscaldamento e perfino l’acqua non sono elementi scontati. La madre tira a campare con un lavoretto part-time in una lavanderia, spesso non sufficiente a pagare le bollette.

Mamma Ann.

Come sarebbe stata la sua possibile carriera in NFL?
La situazione a casa è sicuramente ai limiti della sopportazione, e per questo motivo Allen è sempre in giro, con amici. Ma la vita da ghetto è sempre ricca di insidie, non c’è posto in cui sia possibile stare veramente tranquilli, Allen lo sa. La sua infanzia sarà costellata da risse, litigi, fughe dalla polizia e morti, anche se di una in particolare ne parleremo più avanti.
Sembra non esserci luogo di pace per Allen, sembra che la strada che si porta dietro non dia neanche uno spiraglio di libertà. Poi però qualcosa cambia. Quando inizia la scuola, anche se con frequenti assenze e frequenti litigi con i professori, si avvicina allo sport. Il suo primo e vero amore è il football: diventa il quarterback della Bethel High School, viene soprannominato Bubbachuk. Con la palla ovale è anche bravo, il coach lo inserisce subito tra i titolari e nel 1992 conquista il “state Class AAA football”.
La vita di Allen sembra migliorare, o per lo meno sembra aprirsi un piccolissimo pertugio che lo aiuti a scappare da quell’infermo. Il football sembra la soluzione e quando la madre provò a convincerlo a passare al basket, Allen la prese per pazza: “What are talking about? I ain’t no princess!” “Sei matta? Non sono mica una principessa”. Mamma Ann però aveva ragione, eccome. Sapeva benissimo che le speranze di riuscita del figlio erano più probabili con la palla a spicchi. Per convincerlo allora agisce di astuzia: con qualche straordinario e qualche bolletta non pagata compra un paio di scarpe da basket, bellissime. Neanche questo sembrò convincere il giovane Allen che pianse tutto il giorno: non ne voleva sapere. Poi però, nel pomeriggio, suona il campanello e dietro la porta c’è Boo Williams, il suo primo allenatore di basket che è passato a prenderlo per portarlo in palestra. Serve poco, qualche crossover, qualche lay-up, qualche tripla. Serve poco per far innamorare Allen della pallacanestro, ma serve ancora meno per fare innamorare la pallacanestro di lui.

Iverson e i suoi problemi con la giustizia.
Lo sport è diventato a tutti gli effetti il rifugio ideale per AI3. Piano, piano però comincia ad allontanarsi dal football per seguire il basket. Con la palla a spicchi in mano si sente molto più a suo agio, al punto da confidare al suo coach che un giorno batterà Michael Jordan. Tutto sembra migliorare. Allen inizia a sognare il “plan” sognato da moltissimi suoi coetanei: high school, college, NBA. Si iscrive alla Bethel High School dove gioca titolare sia a basket che a football (nell’ultimo anno verrà nominato miglior quarterback del Virginia).
La vera passione però è ormai il basket e con la squadra di Findolph Taylor si afferma come uno dei migliori prospetti americani. Viene nominato basketball and football player of the year: il suo treno sembra essere partito, finalmente.
La vita nei quartieri brutti però, nasconde sempre insidie, lo sappiamo. Lo sapeva anche Iverson, quella notte di S. Valentino del 1993 quando Allen, in un bar, prende parte ad una rissa, ferendo 3 uomini, tra cui una donna. Nonostante non ci fossero precedenti, Iverson viene sentenziato con 5 anni di carcere: il “plan” sembra essere svanito per sempre, così come i suoi sogni di uscire da quello schifo di vita, portando con se la sua famiglia.
“I think that night I was in the wrong place in the wrong time, but it was only an episode, I’m not a bad guy.” “Quella notte eu!QQro nel posto sbagliato al momento sbagliato ma è stato solo un episodio, non sono un cattivo ragazzo.”

Allen con la sua maglia di Georgetown.
Queste le sue dichiarazioni, qualche giorno dopo. I legali, la sua famiglia e i suoi amici, continuarono a lottare per la sua innocenza mentre Al era in prigione. La loro azione si rivelò fondamentale quando, dopo poco tempo, il tribunale della Virginia ritrattò la pena riducendola semplicemente ad una sanzione economica e ad attività socialmente utili: il sogno si riaccende. Anni dopo dichiarerà che quella esperienza l’ha motivato più di quanto l’abbia fatto la povertà in cui ha vissuto. La paura di vedersi scivolare fra le mani la possibilità di raggiungere il suo obiettivo lo ha terrorizzato.
Allen ebbe una seconda opportunità sapendo benissimo che in quel mondo, in quei posti è già difficilissimo averne una prima. È più carico che mai, pronto a spaccare il mondo e a portare il suo nome sulla bocca di tutti. La cazzata commessa però non è passata inosservata: molti college, nonostante riconoscano il talento incredibile del #3, non sembrarono troppo convinti nell’avere a che fare con quello che pareva un “bad boy”. Molti college che prima si erano dimostrati interessati, ritirarono le proprie offerte e Allen si trovò spalle al muro, senza un posto pronto ad accoglierlo. Ed è qui che entra in scena la donna più importante della sua vita: sua madre. Mamma Ann sa che suo fi
glio è ad un passo dal successo, sa anche che quello che gli manca è semplicemente una chance di mostrare chi è al college. Per andare al college, però, ha bisogno di una borsa di studio, la situazione economica è quella che è. L’unica speranza di mamma Ann risiede in una vecchia conoscenza: John Thompson, coach a Georgetown. È con le lacrime agli occhi e con il cuore in mano che mamma Ann chiede a coach Thompson di prendere suo figlio in squadra, è la richiesta di una madre che sa che si è in bilico tra miseria e nobiltà. Coach Thompson, inizialmente, sembra restio: conosce le qualità atletiche del ragazzo ma non il suo carattere. Decide allora
di prendere tempo e comunica alla madre che, prima di prendere una decisione, vuole conosce Allen. Se in quell’incontro Thompson avesse deciso di non dargli fiducia, probabilmente Allen Iverson sarebbe un operaio, un meccanico nelle migliori delle ipotesi, un criminale nelle peggiori. Se quell’incontro fosse andato male Allen non avrebbe avuto una carriera NBA ma tutti noi avremmo perso qualcosa. Fortunatamente a John Thompson bastarono cinque minuti di chiacchierata per capire tutto: Allen non solo è un grande sportivo ma è anche un ragazzo tranquillo. Allen viene ammesso alla Georgetown university: inizia il mondo dei grandi.
Sia chiaro: la scelta di Thompson non cancellò la reputazione negativa che ormai Allen si era fatto. I primi mesi al college tutti gli occhi erano puntati addosso a lui. Tutti parlavano di lui più per la sua fama che per il suo talento e fu anche questo a far crescere Iverson come persona. Alle malelingue rispose con i fatti: Big East rookie of the year e All rookie first team nel suo anno da sophomore. L’anno successivo, nella sua ultima stagione a Georgetown portò la sua squadra alla vittoria del Big East Championship salvo perdere poi nel NCAA tournement contro Massachusett.
“My family needs me to be in the NBA, but I always will be a part of the Georgetown family”
Iverson, dopo solo due stagioni a Georgetown, decide di fare il grande step, di completare il “plan”, di ringraziare la 
madre comprandole una bella casa: decide di rendersi eleggibile per il DraftNBA.
Qualche mese più tardi Pat Croce, neo-presidente dei 76ers, scopre che la sua squadra possiederà la prima scelta al draft: Iverson comincia a cercare casa in Pennsylvania, non ci sono dubbi che sia lui la prima scelta e, di fatti, il 16 Giugno 1996 with the first pick in the 1996 NBADraft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson: inizia la sua avventura NBA.

Iverson e coach Brown
Se ci fermiamo a questo la storia di Allen Iverson è semplicemente meravigliosa. Se ci fermiamo a questo stiamo parlando di un ragazzo nato in un posto difficilissimo, senza un padre come punto di riferimento, con la responsabilità di dover curare la propria famiglia. Stiamo parlando di un ragazzo che ha affrontato tutto. Stiamo parlando di un ragazzo che, non sempre, ha fatto la scelta giusta e ha pagato gli errori commessi ma, nonostante tutto e tutti è arrivato al traguardo: ha raggiunto l’NBA. E non dimentichiamo che stiamo parlando di un ragazzo alto 1.83 cm. Il problema è che gli ingordi, e Allen è uno della categoria, non si accontentano mai: è arrivato in NBA? Bene, ora vuole vincere, ed è qui che la storia cambia il punto di vista.
La prima stagione è devastante, Allen è di un altro pianeta. La squadra arranca ma d’altronde lo si poteva intuire, altrimenti non avrebbe avuto la prima scelta al draft. Tra le strade di Philly però inizia a espandersi un’idea di “revolution”: sanno che Iverson può portarti all’olimpo e non vedono l’ora che ciò inizi. I paragoni si fanno subito pesanti, c’è già chi sostiene che sia la miglior versione di Jordan, più dinamica e veloce; c’è chi sostiene che sia il più grande talento cestistico mai esisto. Non ci andranno troppo lontani…
I suoi crossover fanno impazzire i telecronisti, la sua velocità fa impazzire i tifosi e il tutto con la consapevolezza dei propri mezzi e una grande fiducia nelle sue abilità: è evidente ormai che nell’NBA c’è una nuova stella. La stagione dei Sixers si conclude con un record di 22 W e 60 L, ma ciò nonostante i tifosi di Philly possono essere felici di avere dalla loro parte il nuovo rookie of the year, soprattutto considerando il fatto che sarà allenato da Larry Brown.

Allen Iverson
Anche l’anno successivo Iverson e soci salteranno i play-off ma è soltanto la quiete prima della tempesta. Inoltre, in quell’anno (1997), ricascherà in guai con le forze dell’ordine: dopo esser stato fermato per eccesso di velocità, nella sua macchina viene trovata della Marjuana e delle armi ma, fortunatamente, viene rilasciato. Dal punto di vista cestistico, però, Allen sta scaldando i motori, accompagnato sempre (come del resto gli è successo in tutta la sua vita) da critiche e sfiducie: “è troppo piccolo, non sarà mai un top-player”; “non è in grado di caricarsi la squadra sulle spalle”; “è un delinquentello, non ha la testa per diventare un pro”. Gli criticano soprattutto il suo egoismo al punto

La prima maglia NBA di Allen Iverson
che Charles Barkley lo soprannomina “Allen me, myself and Iverson” (in inglese la frase “me, myself and I è un modo di dire per sottolineare l’egocentricità di un soggetto N.d.R.). Gli viene anche criticato quel pizzico di arroganza che poi lo contraddistinguerà per tutta la carriera: già nel suo rookie year Iverson non disdegna un po’ di sano “Trash Talking” ai veterani e dei del basket, su tutti Jordan che non la prende benissimo e, se Jordan si offende, tutta l’America si offende. Ciononostante il record dei Sixers continua a migliorare: 31-51 al suo secondo anno. L’anno successivo è la “lockout season”: vengono giocate solo 50 partite, 28 vinte dai Sixers con Allen che conquista il suo primo “scoring title” grazie ad una media di 26.8 ppg. Il primo viaggio di Iverson ai playoff, però, s’interrompe a Indianapolis dove i Sixers incontrano i Pacers che fermeranno la corsa di Iverson in 6 gare. La squadra però continua a migliorare, grazie all’esplosione definitiva del numero 3. Nella stagione successiva il record sarà di 49 vittorie e 33 sconfitte ma, ai playoff saranno ancora una volta eliminati dai Pacers. Dal punto di vista personale però la stagione 1999-2000 comincia a vedergli riconosciuti i primi premi personali: viene convocato all’All-Star game ed è il giocatore che impedisce a Shaquille O’Neal di vincere l’MVP all’unanimità: Shaq infatti riceve 120 voti su 121, non quello di Fred Hickman che il voto lo darò al numero 3 di Philadelphia. Il voto di Hickman è abbastanza scandaloso: come puoi non votare Shaq in quella stagione? Come puoi impedire che diventi il primo MVP all’unanimità della storia? Eppure aveva ragione lui: l’anno successivo (campionato 2000-01) i Sixers chiudono con un record di 56 W e 26 L e Iverson registra una media di 31.5 punti a partita diventando l’MVP della regular season. C’è poco tempo per festeggiare però, giusto qualche ringraziamento, soprattutto a sua madre, e poi via, testa ai playoff: Philly vuole il titolo e Allen con lei. Le speranze sono alte: Iverson è l’MVP e il miglior marcatore e Larry Brown è il Coach of the year, nonostante il loro rapporto non fosse idilliaco, tutti pretesti importanti per la conquista dell’anello. Al primo turno ci sono i Pacers di Reggie Miller che, sulla carta non hanno speranze. Ai Sixers serviranno 4 partite per passare il turno (al tempo era al meglio delle 5). Al turno successivo c’è Vince Carter e i suoi Raptors in una delle serie che hanno segnato un’epoca. Gara 1 è subito guerra: Vince ne mette 35, Iverson 36 ma la vittoria è di Toronto che conquista il fattore campo: 96-93. In gara due Iverson non ci sta e ne infila 54 con il 60% dal campo, Mutombo limita Carter, 92-97 e la serie torna in parità: si va in Canada. Gara 3 è senz’altro la meno combattuta e sembra che Toronto possa essere in grado di prendere il via: finisce 102-78 per i canadesi con 50 punti di Vinsanity. Gara 4 è il match più importante se Toronto dovesse vincere metterebbe quasi un ipoteca sul passaggio del turno. I Sixers però iniziano col piede giusto e già a termine primo quarto sono in vantaggio

Iverson contro Vince Carter
di 8. Iverson mette un altro trentello e si aggiudica gara 4: 84-79 e si torna a Philadelphia. Gara 5 è dominata dai Sixers che ormai si sentono sicuri del passaggio: Iverson ne mette altri 52 e la partita finisce 121-88. Gara 6 è ancora però dettata da Vince Carter che non vuole abbandonare la serie: 40 punti, 5 rimbalzi, 5 assist, 2 stoppate, 5 rubate. Termina 89-101, si va a gara 7. Gara 7 di quella serie rimane, ad oggi, una delle partite più belle della storia. I Sixers prendono subito 10 punti di vantaggio nel primo quarto, guidati dal pubblico di casa. I Raptors però riescono ad
accorciare la distanza e ad inizio ultimo quarto il tabellone segna 66-69 a favore di Iverson e compagni. Nell’ultimo quarto Toronto gioca meglio ma ad un minuto dalla fina è sotto di 4: 84-88. I Sixers continuano a sbagliare nella
metà campo offensiva e dall’altra parte Dell Curry mette una tripla in contropiede del meno 1, quando mancano 54 secondi al termine. Iverson sbaglia un altro jumper ma c’è il rimbalzo offensivo: 33 secondi. Snow sbaglia un altro tiro e Toronto si ritrova in mano la palla della vittoria. Dopo un paio di timeout restano due secondi per decidere la gara. La palla finisce nelle mani di Vince Carter che però sbaglia il tiro: i Sixers sono in finale di conference.
Come andarono quelle finali lo sanno tutti: dopo una eccezionale gara 1, Allen e i suoi devono dire addio ai loro sogni di gloria: i Lakers sono troppo più forti e vincono in 5 gare. La sua storia andrà avanti: sarà il miglior marcatore della stagione per altre 3 volte, l’MVP dell’All Star Game nel 2005, vincerà un oro con gli Stati Uniti nel 2003 e un bronzo nel 2004, vestirà la maglia dei Nuggets, dei Pistons, dei Grizzlies prima di tornare per un ultimo anno a Philly e poi chiudere la carriera in Europa, al Besiktas. La sua storia andrà avanti anche dopo il basket, con una vita sempre al limite, sempre sul confine tra genio e follia. Andrà avanti anche per nuovi problemi giudiziari e gravissimi problemi economici. Andrà avanti con una maglia ritirata al Wells Fargo Center e con un ingresso alla Hall of Fame, fresco fresco. Ma la sua magia finisce al termine di quella gara 5, il 15 Giugno 2001: sia Iverson , sia Larry Brown, sia i tifosi insomma un po’ tutti avevano capito che quella sarebbe stata l’unica occasione per vincere il titolo. E invece siamo qui, a parlare di quello che indiscutibilmente (o quasi) è il più grande talento senza un anello e di una storia che come abbiamo detto non ha il suo lieto fine. Iverson è stato comunque un ispirazione per miliardi di ragazzini per tutto il mondo: la sua #3 rimane una delle maglie più vendute e le sue treccine, in quegli anni, sono state le più richieste a tutti i parrucchieri americani. Ciò che Iverson ha dato al basket non è quantificabile: non solo crossover e grandi giocate. Iverson è la dimostrazione che non importa che carte t’arrivino: bisogna sempre giocarle. Iverson è la prova della costanza: anche quando gli criticavano i suoi abiti, consigliandogli di prendere spunto da Jordan, la sua riposta fu memorabile: “I don’t wanna be Jordan. I don’t wanna be Magic, Bird or Isiah. I don’t wanna be any of those guys. When my career is over I wanna look in the mirror and say that I did it my way”. Iverson è la prova che nella vita si può anche sbagliare ma bisogna avere l’umiltà di correggersi e chiedere scusa. Iverson è la prova che chiunque voglia raggiungere il proprio sogno lo può fare.

We talkin’ bout practice?! Allen Iverson

