Una medaglia d’oro olimpica al collo è il miglior modo di presentarsi per la nuova stagione NBA. Una frase irriverente verso una squadra del continente più povero e una gomitata a un suo giocatore sono un modo sicuramente scadente di presentarsi al mondo. Oggi, in epoca di social e di utenti indignati che commentano con parole al vetriolo (spesso con grammatica rivedibile), sarebbe scoppiato un pandemonio.
Quelli però erano gli anni Novanta, l’era della suscettibilità era ancora di là da venire, e agli USA che facevano gli spacconi tutto sommato eravamo abituati, non solo a livello sportivo. Anzi, in quello c’era (ancora) una sorta di timore reverenziale, una noblesse oblige che con le sconfitte di solo dieci anni dopo sarebbe andata via via erodendosi.
Dancing in the Bark
Charles Barkley, ma che il protagonista fosse lui già lo avevate capito, poteva quindi permettersi un certo atteggiamento da sbruffone. C’era da capirlo: un conto era la leadership emotiva di Magic Johnson e Larry Bird, ma sul campo dietro a Michael Jordan e Scottie Pippen era lui l’uomo di maggior peso.
E dire che la sua presenza era in dubbio. Non per motivi tecnici, figurarsi, ma etici: il diverbio con il tifoso che si era concluso con uno sputo che aveva centrato la piccola Lauren Rose, otto anni, aveva messo in dubbio la sua tenuta mentale, specie in un contesto di rappresentanza degli Stati Uniti sul palcoscenico internazionale. Quello era stato il culmine della rottura con l’ambiente dei Sixers, che infatti lo aveva ceduto Il tifoso in questione, per dirla tutta, lo aveva chiamato ‘ciccione’. Un’esagerazione? Comunque Barkley aveva davvero dei problemi a tenersi in forma, anche se la sua velocità di base, per la stazza fisica, era comunque notevole. Chiuso il suo rapporto con i Philadelphia Sixers insieme all’esperienza olimpica, il nativo di Leeds, Alabama, firmò con i Phoenix Suns.
Phoenix all’epoca avevano un vantaggio competitivo non indifferente, rispetto alle altre squadre della città. I Cardinals di football erano giunti nel 1988, ma già dal 1993 si sarebbero trasferiti a Tempe. I Coyotes di hockey avrebbero esordito solo nel 1996, mentre i Diamondbacks li avrebbe fondati lo stesso proprietario dei Suns, Jerry Colangelo, nel 1998. Erano dunque il polo d’attrazione sportiva di maggior peso. Ecco, Colangelo. Se vogliamo capire come mai i Phoenix Suns nel 1993 abbiano staccato il primo ticket per le Finals NBA dobbiamo partire da lui. Era un italo-americano di Chicago che aveva lavorato per i Bulls come direttore del marketing, scout, e dirigente. Nel ’68 era diventato il primo general manager dei neonati Suns, il più giovane di tutti con i suoi ventinove anni.
Nel 1987 prima, Walter Davis, giocatore dei Suns, chiesa di entrare a far parte nel programma di recupero dalla tossicodipendenza promosso dalla NBA, e questa intenzione aveva condotto alcuni inquirenti ad aprire un’indagine che aveva finito per toccare diversi membri del roster di allora. La crisi che si scatenò fu propizia per Colangelo, che rilevò la squadra insieme ad una cordata di investitori.
Phoenix Suns: rinascere dalle ceneri
Il nuovo owner mise in panchina Lowell ‘Cotton’ Fitzsimmons, navigato coach NBA già passato da Phoenix. L’obiettivo però era coltivare l’assistente Paul Westphal (scomparso di recente a causa di tumore cerebrale) che infatti venne promosso proprio nel 1992. Quando oggi si parla di small ball, si fa un torto a non nominare, anche solo di striscio, quei Suns, che nel contropiede ebbero più fortuna del contemporaneo Run TMC dei Golden State Warriors, almeno a livello di risultati.
Barkley era quello che oggi sarebbe chiamato stretch 4, un’ala forte fisicamente possente ma, allo stesso tempo, dotata del tiro di un esterno. Kevin Johnson tirava le fila, al suo fianco agivano Dan Majerle e uno fra Cedric Ceballos e Richard Dumas, mentre sotto canestro il riferimento era Mark West. Dalla panchina, si alzava anche un tiratore abbastanza anonimo nell’aspetto ma letale al tiro da fuori e ai liberi: Danny Ainge. Una squadra avanti, come sarebbero stati i Phoenix Suns di Mike D’Antoni una dozzina d’anni più tardi. L’America West Arena, oggi Phoenix Suns Arena, era stata costruita da circa un anno e già si preparava ad ospitare una squadra da sbarco. Barkley guadagnò il primo titolo di MVP stagionale, i Suns, ottennero il primo posto nella griglia dei playoff con un record di 62-20.
Tremarono contro i Los Angeles Lakers, che vinsero le prime due gare, anche se poi si ripresero portando la serie alla quinta, dove vinsero. Poi regolarono i San Antonio Spurs 4-2 e si imposero solo in gara 7 contro i Seattle Supersonics. Se il dio del basket fosse stato equo, i Suns ora avrebbero il titolo di quella stagione in bacheca. Ma il dio del basket equo non lo è mai. E spesso, in quegli anni, si travestiva pure da Michael Jordan.
Pax-son vobis
Nessuno lo sapeva, ma His Airness era lì lì per annunciare un ritiro dal basket che sarebbe suonata, visto che si parla di divinità, come una blasfemia. Ma durante le Finals 1993 successero diversi episodi spiacevoli, e il Jordan extra-basket iniziò ad appassionare morbosamente di più di quanto, ormai, non facesse quello ‘intra’: il riferimento è, ovviamente, allo scoppio della querelle sulla sua passione per il gioco d’azzardo, che scoppiò dopo la vittoria dei Bulls in trasferta in gara 1, chiusa a due minuti dalla fine dalla tripla del +11 di BJ Armstrong.
Una polemica che avrebbe sfibrato MJ nel medio periodo, ma non nel breve. Nel breve c’erano le Finals da vincere, e quando si trattava di vincere Jordan viaggiava a pianeti di distanza da chiunque altro. Segnò infatti 42 punti, 12 dei quali nel quarto periodo, che contribuirono al 2-0 di Chicago, nonostante Ainge fosse entrato in trance agonistica e avesse quasi impattato la sfida. Il gomito destro di Barkley in gara 3 dava problemi, ma il leader dei Suns non poteva permettersi di mancare, con il rischio che la serie si chiudesse anzitempo. La contesa visse di equilibrio, equilibrio vero, e si risolse solo al terzo supplementare: gli sprechi degli avversari si tramutarono in canestri concretizzati da Majerle (tripla e liberi) e Barkley (in avvicinamento).
La condanna per i Suns arrivò da… Peter Vecsey, frequentatore del Rucker Park e columnist di USA Today, che scrisse che MJ ormai era sul viale del tramonto. Risultato: 55 punti in gara 4, di cui 22 nel secondo periodo, e gioco da tre punti decisivo per andare sul 3-1. Phil Jackson dichiarò di non volersi perdere il concerto dei suoi amati Greatful Dead, che si sarebbe tenuto lo stesso giorno di gara 6. Tradotto: i Bulls volevano chiudere la serie. Le prove al Chicago Stadium per la premiazione fatte dagli inservienti non fecero altro che caricare Phoenix, e il canestro-più-fallo convertito da Johnson di fatto chiuse la sfida. Si andava alla sesta, in Arizona: una gara sul filo, con l’inerzia dalla parte dei padroni di casa. Poi le infrazioni di 24”, il tiro sbagliato di Barkley e quello di Majerle.
Ultimo possesso Bulls: Pippen servì Grant, scarico immediato per John Paxson fuori area che, libero, in sospensione mandò a bersaglio la tripla del vantaggio. Grant, il cui rendimento nella serie era stato negativo, sull’ultima azione dei Suns stoppò Johnson. Si chiudeva così, in un modo surreale, la stagione altrettanto surreale di una squadra da sogno.









