Da sempre esiste uno stretto, strettissimo legame tra lo sport made in USA e lo stato dell’Indiana. La 500 miglia di Indianapolis è senza alcun dubbio la competizione automobilistica più importante d’ America e ogni anno richiama l’ attenzione di milioni di persone da tutto il mondo. Ma questo connubio va oltre poche decine di piloti che si danno battaglia su un circuito ovale: i Colts sono una delle squadre più vincenti dell’NFL e per tredici anni la casa di un certo Peyton Manning; gli Hoosiers hanno vinto 5 volte il campionato cestistico NCAA e sono una delle squadre più seguite nell’intero panorama universitario. E in questo contesto si collocano con una voce un po’ fuori dal coro i Pacers, i quali dal 1976 sono una presenza fissa in NBA, ma con un trascorso contrassegnato da più delusioni che gioie, se non nel periodo firmato Reggie Miller.
Ed è proprio dai tempi della guardia di Riverside che la franchigia non era così competitiva come l’anno scorso, però, se consideriamo la pausa per l’All Star game come spartiacque della stagione, a una prima porzione di RS straordinaria da 40 W e 12 L, ne è seguita una meno brillante, da 16 W e 14 L e conclusasi con l’eliminazione alla finale di conference contro i Miami Heat di LeBron & Co.
Cosa sia successo all’interno dello spogliatoio lo sanno solo i giocatori, fatto sta che nessuno chiedeva ai Pacers di vincere subito e l’ occasione di rifarsi subito sarebbe potuta essere la stagione 2014/15. Ma in estate anche i più ottimisti dei tifosi, i quali speravano di rivivere l’ exploit degli ultimi mesi del 2013, hanno dovuto rivedere le proprie aspettative per l’annata in corso, visto che in un solo colpo la squadra ha perso Paul George per infortunio e Stephenson durante la free agency.
Come previsto, senza i due migliori giocatori dell’anno passato, i Pacers sono scivolati in basso alla classifica dell’ Eastern Conference e quel tanto agognato ottavo posto sembra lontano al momento.
É ovvio che nella situazione attuale le redini della squadra sono state affidate a Roy Hibbert. Da lui dipende sia il sistema offensivo della squadra, sia quello difensivo, non tanto dal punto di vista statistico, quanto da quello del gioco. Quando Indiana non ha la palla, il centro nato nel Queens è da anni il perno della difesa e un rim protector senza eguali nella lega. I compagni di squadra cercano di catalizzare tutte le penetrazioni nei pressi del canestro, la zona nella quale agisce Roy, tant’ è vero che i Pacers concedono solo 19.7 tiri da tre a partita e solo il 0.337% di quelli va a bersaglio. Inoltre la tendenza nel portare l’ attaccante avversario sotto il ferro è mesa alla luce anche dal dato sulle palle rubate, in cui la squadra è al penultimo posto in NBA. E se la franchigia ha la seconda miglior difesa della lega con soli 96,1 subiti a partita, gran merito è proprio di Hibbert. È secondo nella classifica di stoppate al minuto, se si restringono i candidati ai soli centri titolari e nessun altro centro è in grado di abbassare le percentuali al tiro degli avversari come lui.
Ad esempio questo è uno scorcio dei dati difensivi di Roy, Davis, Howard, Cousins, M. Gasol e Jordan, in ordine come elencato. Il discorso si potrebbe estendere a tutti gli altri n. 5 della lega, ma già da qui si evince come il centro dei Pacers, almeno a livello statistico, sia il miglior rim protector della lega e perché Indiana cerca di sfruttarlo quanto più possibile.
L’ infortunio di George ha responsabilizzato molto Hibbert quando invece sono i “Battistrada” a doverla mettere dentro e l’ ha reso la prima opzione offensiva della squadra. Le giocate più ripetute del playbook di coach Frank Vogel, ora, sono il passaggio in post per Roy e il pick and roll/pop con il solito Hibbert a ricoprire il ruolo di bloccante. E non ingannino gli otto giocatori in doppia cifra di media (unica franchigia nella lega), poiché i compagni di squadra vengono coinvolti solo in seconda battuta, in seguito a tagli o penetrazioni scaturite dalle due azioni principali.
Chiaramente non si possono ripetere le stesse due giocate all’infinito e Vogel cerca di esaltare al meglio le qualità dei suoi giocatori, tramite isolamenti dei suoi esterni e pick and pop, per sfruttare il talento di cui sono dotate le PF Luis Scola e David West. Comunque l’ attacco si restringe a una manciata di azioni e si sente la mancanza di una SG/SF con tanti punti nelle mani. Di certo non è una sorpresa se i Pacers sono uno dei peggiori attacchi con 93.7 PPG segnati, ma anche l’ anno passato la fase offensiva non era di certo il punto forte della squadra.
In fin dei conti Indiana è la solita ostica squadra di sempre, che quando riesce a mantenere gli avversari sui propri ritmi, è una squadra eccellente, ma quando la difesa non funziona, non può più aggrapparsi a quel Paul George che tante volte l’ha salvata in situazioni difficili.
Il ritorno di George Hill sicuramente darà una mano, ma non è quel go to guy in grado di trascinare la squadra da solo, o quasi.
La sensazione, analizzando la situazione in casa Pacers, è che paradossalmente dipende ancora tutto da PG13. Qualora tornasse a pieno regime in tempo per i Playoff, la squadra non dovrebbe avere difficoltà nell’agguantare l’ottavo posto, visti i dichiarati intenti di tanking dei vari Celtics, Nets, Pistons, Sixers e Magic. In caso contrario l’ obiettivo è quello di puntare al draft e offrire la migliore squadra possibile quando George tornerà, in attesa di conoscere cosa faranno West ed Hibbert entrambi liberi di accettare e firmare la playeroption oppure giocare altrove.

