Le stelle cadenti non sono propriamente stelle per definizione. Sono meteore che bruciano quando entrano in contatto con la nostra atmosfera, provocando scie luminose sorprendenti, bagliori tanto potenti quanto brevi, quasi più luminosi delle vere stelle.
Associando il concetto alla NBA è impossibile non ricordare giocatori che hanno brillato per un periodo breve ma intenso, mancando la definitiva “consacrazione”. Proprio come le stelle cadenti, ne sono passati tanti di questi talenti nella massima lega americana, ed in questa rubrica cercheremo di ricordarne alcuni, i più affascinanti (cestisticamente parlando).
Capitolo IV: John Starks
Le origini di John Starks sono più antiche di quanto si possa immaginare. Nelle sue vene scorre sangue Muscogee, una delle popolazioni di nativi americani tra le più rinomate e temute della storia d’oltreoceano. Al grido di battaglia di Tecumseh (stella cadente o meteora infuocata nella lingua locale), il più grande condottiero “pellerossa” di sempre, misero in atto una storica resistenza contro i colonizzatori nel 1812:“I Muscogee erano una volta un popolo potente: i georgiani tremavano al vostro grido di guerra, e le ragazze della mia tribù, sui bordi dei laghi lontani, cantavano la prodezza dei vostri guerrieri e anelavano ai loro abbracci. Oh! Muscogee, fratelli di mia madre, scrollatevi via dalle palpebre il sonno della schiavitù; una volta ancora, colpite per la vendetta; una volta ancora, colpite per la vostra terra”. Dopo il discorso di Tecumseh, i Muscogee con i loro bastoni rossi, dichiararono guerra ai civilizzatori bianchi e attaccarono Fort Mims, distruggendo il loro solido avamposto. Questo scatenò l’ira del Generale Jackson che per il contrattacco necessitò dell’ aiuto del 39° reggimento di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti, dei soldati del Tennessee, della Georgia e del Mississipi. Ovviamente fu un massacro poiché la disparità numerica era enorme, ma i “Bastoni Rossi” si arresero solo dopo 5 lunghi mesi di attacchi, stremati più dalla fame che dalle battaglie. La guerra era persa in partenza, ma il loro segnale di ribellione restò per sempre nella memoria dei loro discendenti, i Muscogee dimostrarono che le truppe americane non erano invincibili.
Sarà proprio questo sangue ribelle a giocare un ruolo fondamentale nell’ascesa di John Starks.
Un’Infanzia Difficile
John nasce a Tulsa, città dell’Oklahoma fondata proprio dai Muscogee agli inizi del 1800. Fin da piccolo non conosce suo padre e vive con sua madre e sua nonna in alloggi di fortuna. Spesso ci sono più persone che letti in casa e i soldi racimolati da sua madre non bastano a sfamare tutti. Così, a volte, nasconde il cibo che riesce a rubare nei cassetti e lo mangia di nascosto durante la notte. Oltre alla fame è costretto varie volte ad assistere alle violenze che sua madre subiva tra le scale di casa. Quando cerca di reagire è sua nonna a pregarlo di non far del male a nessuno, perché John non deve diventare come loro. Deve diventare un giocatore NBA. Fin da piccolo, infatti, ha la passione per la pallacanestro, ma riesce a giocare solo in strada poiché le squadre scolastiche formano le varsity con gli studenti che assicurano un rendimento soddisfacente e John, a differenza del campo da basket, in classe ci sta mal volentieri. Infatti al liceo riesce a giocare solo due partite in prima squadra.
Lo Studente Ribelle
Al college la situazione peggiora. Prima frequenta Roger State, dove sempre a causa dei suoi voti disastrosi lo mettono in “taxi squad”, il gruppo di riserve che sostituiscono gli squalificati e gli infortunati. Ma senza nemmeno avere il tempo di mettersi in mostra, viene espulso dall’ateneo per aver rubato lo stereo ad un compagno. Così va a Northern Oklahoma, dove viene incriminato addirittura per rapina (passerà cinque giorni in prigione), ma nonostante tutto riesce per la prima volta a giocare con una certa continuità, segnando 11 punti per gara, salvo poi essere espulso di nuovo, questa volta dopo essere stato trovato a fumare marijuana in camera. John si ritrova a lavorare in un supermercato per pagarsi gli studi e sperare che un’altra università gli dia una possibilità, nonostante il disastroso curriculum. Durante il suo periodo da commesso, ripete a tutti che diventerà un giocatore NBA un giorno, provocando grasse risate nel retrobottega. Così riprende a frequentare l’università, il Junior College di Tulsa, ma ormai non ha nemmeno più la speranza di fare squadra, vuole solo finire gli studi. Eppure durante una partitella in palestra, Ken Trickey, il nuovo allenatore della squadra, lo nota e lo mette subito in quintetto. Stavolta Starks riesce a essere continuo e gioca per un anno a buoni livelli riuscendo a conquistare una borsa di studio per la rinomata università Oklahoma State, dove si laurea tenendo anche una discreta media in campo (16 ppg).

Una delle rare foto di John Starks al college.
Undrafted: Mai dire John Starks
Nello stesso anno si dichiara eleggibile per il Draft NBA. All’epoca c’erano persino 3 giri, non 2 come oggi, ma su 75 scelte nessuna corrisponde al nome di John Starks. Purtroppo quattro college in quattro anni, tre espulsioni e varie note disciplinari, non sono il miglior biglietto da visita per una matricola. Nonostante tutto riesce a strappare un contratto da free agent ai Golden State Warriors, con cui gioca pochissimo, oscurato da quello che poi sarà il Rookie dell’anno, Mitch Richmond. Così viene tagliato, continuando però a ricevere offerte da squadre professionistiche seppur non in NBA. Gioca infatti sia nella CBA sia nella WBL, leghe minori corrispondenti, bene o male, alla attuale lega di sviluppo americana. Ma Starks ha altro in mente, le leghe minori non gli bastano. Vuole giocare in NBA, sente che può farcela così ci riprova.
La Svolta: New York
Nel 1990 riesce a strappare un contratto di dieci giorni ai New York Knicks. Uno di quei contratti che fanno le franchigie ad inizio anno per allenarsi meglio e avere uomini in più in campo al fine di provare i giochi di attacco e difesa. L’idea del GM sarebbe di rilasciarlo subito alla fine del decadale. I Knicks sono già al completo: la stella della squadra è Patrick Ewing, ma ci sono altri giocatori importanti come Charles Oakley, Kiki Vandeweghe, Gerald Wilkins, Mo Cheeks e Mark Jackson. Chiunque al suo posto avrebbe tenuto un profilo basso durante quei giorni. Ma John Starks è diverso, fare il manichino negli allenamenti non gli basta. Così, pronti via, prova a schiacciare in testa a Ewing. Detta così sembra una roba insensata, invece proprio questa si rivelerà la svolta della sua carriera. Durante il tentativo, Ewing reagisce con una forza spaventosa, riuscendo a bloccarlo. La stoppata lo scaraventa a terra, John cade male e si rompe il ginocchio. Al momento Ewing si vanta della giocata, ma poi chiederà scusa a Starks. Si ritrova nella lista infortunati, il che impedisce ai Knicks di rilasciarlo prima che il giocatore abbia superato l’infortunio secondo le regole della lega. Starks quindi rimane sotto contratto per un anno, contro il volere della dirigenza. Dopo essersi ripreso riesce a scendere in campo giocando 61 gare, segnando 7 punti in 19 minuti a partita.
Il Sergente Riley E Il Soldato Starks
L’anno successivo arriva Pat Riley e contemporaneamente si infortuna Tucker nel suo ruolo. Riley decide di dargli la fiducia che John aspetta da tempo. Lo mette in marcatura su chiunque, lui risponde con 14 punti a partita, diventando il secondo marcatore di squadra pur partendo dalla panchina. Starks è diventato un soldato in missione, duro in campo e fraterno nello spogliatoio. Con Patrick Ewing, Anthony Mason e Charles Oakley si forma la stessa alchimia che ha con Riley, componendo quella che sarà la struttura portante della franchigia per molti anni avvenire. Nel 1992 le cose cominciano a girare: partecipa allo Slam Dunk Contest finendo quarto, ormai le attenzioni sono su di lui, è pronto per diventare la guarda titolare dei Knicks. La squadra si presenta con un buon record ai Playoffs (51-31) superando il primo turno contro i Pistons ma perde al meglio delle 7 gare contro i Bulls che poi vinceranno il titolo. Proprio quell’anno si accende la rivalità con “His Airness” Michael Jordan, che Starks aveva sempre guardato solo in TV fino a quel momento. Nei Playoffs, Mike si accorge di lui, perché spesso anticipa le sue mosse pur non avendolo mai notato in campo. Tutte quelle partite in TV avevano preparato Starks a marcarlo e nonostante Jordan chiedesse alle matricole e ai sophmore di chiamarlo Mister Jordan a fine gara, la parola Mister non uscirà mai dalla bocca di Starks. Ormai è in cima, faccia a faccia con i protagonisti e non fa nemmeno mezzo passo indietro.

John Starks con Pat Riley.
“THE DUNK”: Uno Schiaffo Agli Invincibili
Nella stagione 1992-1993 diventa titolare, migliora le sue cifre salendo a 17,5 punti di media, confermandosi come secondo marcatore dietro Ewing. Anche la squadra migliora: arriva prima in Atlantic Division e persino nella Eastern Conference, davanti agli invincibili Bulls. Approdano ai Playoffs superando agevolmente Indiana al primo turno, con John che domina mentalmente Reggie Miller, marcandolo in modo ossessivo (gli scapperà persino una testata), mentre nel secondo turno battono Charlotte. Così i Knicks di Riley approdano alle Finali di Conference. Ad attenderli i soliti Chicago Bulls, in missione per il Three-Peat. New York ha il vantaggio del fattore campo, infatti vince gara 1 in casa, Starks mette a segno 25 punti con un imperioso 5/7 dall’arco. Ma in gara 2 riesce a fare persino meglio, realizzando il suo capolavoro, quella che resterà nella storia come “The Dunk”, riconosciuta poi come una delle 60 migliori giocate nella storia dei Playoffs: John è sulla linea da 3 punti marcato da BJ Armstrong, prende il blocco di Ewing, e si dirige verso il canestro; quando vede Horace Grant decide di andare forte a canestro, e riesce a schiacciare sulla testa di Grant, nonostante ci fosse in aiuto anche “Sua Maestà” Michael Jordan. In quel momento Starks si sente come uno dei Bastoni Rossi dopo la presa di Fort Mims. Proprio lui che è l’antitesi di MJ, lui che è uscito dal fuoco e non ha il pedigree del campione, lui che fino a due anni prima lavorava in un supermercato, lui che guadagna il 15 % dello stipendio di Jordan, ha appena dimostrato che anche coloro che sembrano invincibili possono sanguinare. Tecumseh e i Muscogee sarebbero fieri del loro fratello, in una situazione del genere avrebbero agitato i loro tomahawks in segno di vittoria.
Il Madison Square Garden è una bolgia : John Starks ha appena messo il sigillo a gara 2. I Knicks sono in vantaggio 2-0 contro i Bulls in Finale di Conference. Però la festa dura poco, MJ si rifà in gara 3 e in gara 4 riportando la serie in parità al MSG. In gara 5 John Starks ha delle percentuali al tiro orribili (3/11 dal campo e 0/3 dall’arco) che pesano non poco sulle sorti dell’incontro. Proprio a fine gara Riley, sintetizza in due parole le prestazioni di Starks: “It’s Feast or Famine” che sarebbe “Banchetto o carestia : può vincere o perdere una partita da solo. Non sai mai cosa aspettarti da quel ragazzo”.Tuttavia i Bulls non sprecano l’opportunità di chiudere la serie in gara 6, e si aggiudicano la serie.
Da Commesso a All-Star
Ma per i Knicks è solo l’inizio. Al termine dei Playoffs, infatti Jordan annuncerà il suo ritiro, spianando di fatti la strada a quella proprio Riley definisce la “più preparata, laboriosa, professionale, altruista, tenace, cattiva, detestata squadra del campionato”. Nell’anno successivo John Starks gioca la miglior pallacanestro della sua carriera arrivando a segnare 19 punti a gara, conditi da 6 assist : di fatto Pat non può fare più a meno di lui. Conquista addirittura la convocazione all’All Star Game: scende in campo con Dominque Wilkins, Clyde Drexler, David Robinson, John Stockton, gente che era già famosa quando lui ancora dava il resto al supermercato. Ormai è all’apice della sua carriera, New York è con lui. Spike Lee, il celebre tifoso Knick, lo adora. Incarna alla perfezione l’emblema dell‘American Dream: un ragazzino povero e sfortunato, snobbato persino al Draft, è appena diventato una stella NBA con le sue forze e un pizzico di fortuna.

John Starks durante l’ALL STAR GAME 1994.
Le Finals conto i Rockets
Ma proprio “The Dream”, finirà col diventare il suo incubo. Nella lega c’è un giocatore ad Ovest che sta cominciando a dominare, lo chiamano Hakeem “The Dream” Olajuwon centro degli Houston Rockets, che l’anno prima ha fatto registrare il suo massimo di punti per gara (oltre 26) nonostante sia stato eletto anche difensore dell’anno. I Knicks dopo una stagione esaltante raggiungono le Nba Finals e si ritrovano proprio contro i Rockets di Olajuwon. Starks gioca alla grande, nei momenti decisivi prende sempre in mano la squadra con tiri e assist importanti. Ma in Gara 6, in quello che poteva essere il match-winner per i Knicks, Olajuwon stoppa allo scadere un tiro di Starks, probabilmente quello del titolo. Seguiranno polemiche per un eventuale fallo e tanti rimorsi per i Knicks che poi perderanno Gara 7 a causa una prova disastrosa al tiro (2/18 dal campo) proprio di John Starks. Tutti gli puntano il dito contro; per anni i tifosi di New York diranno: “Tizio a tirato male come Starks in gara 7 delle Finals del ’94”. Ma in quei giorni Pat Riley zittisce tutti con una conferenza stampa, andando dritto al punto: “Tutti i critici e gli scettici che adesso odiano John per i tiri sbagliati in gara 7 e lo incolpano della sconfitta alle Finals, dovrebbero tener conto che non avremmo mai avuto una Gara 7 se non fosse stato per John. In Gara 4 e in Gara 5 ha segnato sempre più di dieci punti nell’ultimo quarto. In Gara 5 senza i suoi 11 punti nel quarto periodo non avremmo vinto. In Gara 6 senza i suoi 16 punti nel quarto periodo non saremmo arrivati a giocarcela punto a punto. Questa è la verità. Lui ha preso le decisioni importanti quanto contava ed è stato quello che ha fatto le grandi giocate per noi, non dimenticatelo.” Il “Sergente” capisce che è arrivato il momento di ripagare il suo soldato, proteggendolo dalla cattiveria della stampa.
John Starks: La Leggenda Secondo Spike
Starks continua a giocare per i Knicks, mantiene la media di oltre 15 a gara, migliorando nel tiro dall’arco (nel 1994-1995 è il primo della lega per triple segnate con 217) e vincerà il premio come “Miglior Sesto Uomo” nel 1997. Ma non è nulla di paragonabile ai suoi anni d’oro. Le sfide con MJ e il suo viaggio alle Finals nel 1994 sono imprese che resteranno per sempre nella storia, sono le sue opere d’arte, il suo “assalto a Fort Mims”.
Spike Lee ancora oggi dice: “In molti mi chiedono perché non abbia mai girato un documentario sulla vita del nostro ragazzo, beh il problema è che nessuno crederebbe che fosse vero. A quei tempi avevo sempre la sua maglia alle partite. Lui era i Knicks. Sai perché lo penso? Perchè nel roster c’erano Hall Of Famers come Pat (Ewing) e Charles (Oakley) e invece poi a guidare la squadra in campo c’era un tizio da Tulsa, autentico, coraggioso, un pazzo che dava il 200% in ogni gara… Io ancora mi chedo: come può un commesso di supermercato diventare un All-Star? (…It’s Crazy, Man)”.

John Starks con Spike Lee, che ancora oggi indossa spesso la sua canotta.
La verità è che John ha sempre saputo di non avere il talento di Michael Jordan, la tecnica di Hakeem Olajuwon e il pedigree del tipico giocatore professionista, per questo ha dovuto lavorare il doppio, la sua volontà e il suo cuore gli hanno permesso di raggiungere l’elite del Pallacanestro.
Anche se per un istante, la sua meteora ha brillato quasi quanto una vera stella.
Citofonare a Spike per la conferma.


