Conteggiare i chicagoani che sono volati tra i professionisti della palla a spicchi potrebbe essere una valida alternativa al contare le pecore a cui si ricorre, di norma, nelle notti in cui Morfeo si tiene alla larga. Tanti, e in alcuni casi persino troppo grandi, i nomi da enumerare.
Mark Aguirre, Tony Allen, Nick Anderson, Anthony Davis, Michael Finley, Tim Hardaway, Kevin Garnett, Juwan Howard, Eddie Johnson, Doc Rivers, Derrick Rose, Isiah Thomas, Dwyane Wade. Stelle a cui vanno aggiunte leggende del basket di strada quali Ronnie Fields, Lamar Mondane, Steve Space e il compianto Benji Wilson.
E poi c’è lui, Eddie Hughes. Una cometa in entrambe le categorie e perciò, logicamente, non considerato degno di essere annoverato nell’una o nell’altra dai sedicenti addetti ai lavori.
Eppure nel West Side questo cinque-piedi-e-spicci se lo ricordano eccome. È una delle leggende locali, avendo per giunta frequentato la Austin, scuola pubblica inaugurata a fine Ottocento e ritenuta, per una fetta del Secolo Breve, una delle migliori high school dell’intera città.
Ad avere calcato… i banchi di quest’ultima vi si trovano diversi nomi tra quelli summenzionati, come Finley o Rivers. Anche Mark Aguirre, in verità, che poi però si trasferì al George Westinghouse College Prep, facendo le fortune di quest’ultimo.
E come dimenticare JJ Anderson, visto in Italia tra Firenze, nel periodo cestisticamente più florido che la patria di Dante abbia mai vissuto? O come non menzionare Kiwane Garris, fosforo della Fortitudo post-scudetto, quasi imbattibile in casa nella stagione 2005-06?
Ma per inquadrare in maniera precisa Eddie Hughes non bastano i predecessori o gli eredi a scuola, bisogna anche capire il contesto in cui è cresciuto. Un contesto, il West Side, delimitato convenzionalmente e sentimentalmente dal Franklin Park, non lontano dallo United Center. E va da sé, logicamente, che da queste parti ci sia una particolare predilezione per la pallacanestro.
In questo senso non si può non menzionare la Mariccal House, vera istituzione locale. Una struttura, questa, tenuta dalle Figlie della Carità, ordine femminile fondato da San Vincenzo de’ Paoli e Santa Luisa de Marillac di suore dedite al servizio di poveri, malati e persone in condizioni sociali difficili, e che ospitava al suo interno campi da basket in discesa, con i canestri storti e una recinzione che non scoraggiava i numerosi spettatori accorsi a guardare partite.
La zona è quella di K-Town. Si tratta, per la precisione, di uno dei cosiddetti historic districts statunitensi, ed il nome deriva, banalmente, dalla lettera dell’alfabeto che fu assegnata a quest’area nel complesso progetto con cui la municipalità di Chicago, nel 1889, volle mappare in maniera precisa tutti i territori di sua competenza.
Una zona che inizialmente era abitata da immigrati provenienti dalla mitteleuropa, in particolare cechi. Da inizio Novecento, tuttavia, iniziarono progressivamente a giungere famiglie di afroamericani.
Erano gli anni del fenomeno della “Grande Migrazione”, con cui i membri della comunità nera lasciavano gli Stati del Sud alla volta delle città industriali del Nord, del Midwest e dell’Ovest a causa del razzismo degli Stati del Sud, ed in cerca di un migliore avvenire per loro e per i loro figli. Naturalmente, dato che certe dinamiche sono uguali un po’ ovunque, sulla loro pelle a K-town si cercò di speculare quale a livello immobiliare, per fortuna senza grossi esiti.
Le rivolte del 1968 dovute all’assassinio di Martin Luther King, tuttavia, portarono molti a volersi allontanare. All’epoca Hughes aveva solo otto anni, e non sapeva che dal West Side sarebbe presto volato via.
E la scelta del verbo “volare” non è affatto casuale. Perché le cronache descrivono Eddie come un giocatore che, divenuto adulto, era alto tra 1.75 e 1.79, dunque una struttura fisica che non gli avrebbe permesso di sviluppare un gioco aereo spettacolare. Ma, come il famoso calabrone, lui non lo sapeva e saltava comunque, ed anche parecchio in alto.
Circa due metri, e pure con i mattoni in tasca, pare. Così come pare che, vista la sua natura di abile e proficuo scorer, nelle sfide contro Isiah Thomas abbia con nonchalance rifilato in faccia a quest’ultimo diversi quarantelli.
Nel 1978, poi, Hughes accettò la corte di Jim Williams a Colorado State. Chiuse il primo anno venendo nominato nel primo quintetto stagionale della Western Athletic (la precedente conference dei Rams, che ora invece sono nella Mountain West), prima volta nella storia del college, e a tale titolo vanno aggiunti i 108 assist smazzati sempre nella stagione da freshman.
Al quarto ed ultimo anno stabilì il record scolastico di rubate in una gara, otto contro San Diego State, e chiuse nei primi cinque per percentuale dal campo e nella top ten dei cannonieri, e da lì poi in NBA. E se pensate che si sia trattato di un sogno in cui qualcuno si è immerso dopo aver contato i campioni di basket nati a Chicago, beh, vi sbagliate.






