“Federico Buffa racconta Muhammad Ali” è una miniserie di tre puntate che andrà in onda su Sky a partire da sabato 10 dicembre (23:45 su Sky Sport 1 HD). Per presentare la serie è stato organizzato un evento nel Campus Bovisa del Politecnico di Milano. Abbiamo assistito in anteprima al primo episodio della serie, intitolato “Louiseville Day”.
A prima vista potrebbe sembrare che un sito come il nostro non c’entri nulla con una storia sulla boxe. Qui però non si parla di “semplice pugilato”, si parla di Ali. La sua storia è qualcosa che riguarda da vicino tutta la cultura americana. Molti afroamericani si sono ispirati a lui, viene accostato (senza sfigurare) a uomini come Martin Luther King e Malcom X. Come potrete facilmente immaginare, anche molti atleti NBA sono rimasti folgorati dalla sua grandezza sportiva e spirituale.
Ai margini di questo evento siamo riusciti ad intervistare Federico Buffa, che ringraziamo per la disponibilità.

Muhammad Ali
Quanto è importante Ali nella cultura americana, non solo sportiva?
Lebron ha parlato intensamente di lui e ci ha detto esattamente le cose come stanno. Quando vediamo lui, Usain Bolt o tanti wide reciever dopo un touchdown manifestare la loro esuberanza afroamericana, prendono da Ali.
Ali si è permesso di farlo negli anni 60, quando gli afroamericani rischiavano la vita al sud, in generale, e comunque non potevano permettersi comportamenti come i suoi. Nella puntata che avete visto questa sera avete sentito parlare del decalogo di Lewis. Un nero può provare a diventare un grande campione ma le regole sono dei bianchi. Lui prende le regole di tutti, neri e bianchi, e ne crea delle altre. Per poterti permettere di fare questo devi essere il più forte di tutti ma non un po’ eh, molto più forte di tutti.
Lui è ingenuo, spontaneo ed originale: è proprio questa la sua forza. Si rende conto di quello che fa in maniera più intuitiva che razionale. È bellissimo seguirlo, perchè un uomo così importante in cinquant’anni della vita del pianeta in realtà non è così unico per certi aspetti. È un ragazzo come tanti altri, un uomo che ha voluto crescere con calma, che ha avuto un’adolescenza ed un’infanzia con relazioni particolari, si è sentito goffo per molto tempo e poi diventa prepotentemente il numero uno al mondo.
Forse è il primo atleta realmente fotogenico della storia. Viene fotografato continuamente: è un volto di cui non ne hai mai abbastanza.
È il primo atleta che crea la gestualità dello sport. Fino ad allora gli atleti si limitavano a fare quello che sapevano fare. Lui aggiunge la gestualità, tira fuori l’attore. Ora è tutto normale ma se guardi come la gente festeggiava i gol nelle coppe del mondo, la gente si dava le pacche sulle spalle. Oggi pattinano sulle ginocchia per venti metri, se potessero salirebbero fino al terzo anello. Ha inventato tutto lui: ha pensato che uno sportivo potesse agire e comportarsi in questo modo ed è quello che si cerca di dire ai ragazzi di oggi che vogliono sapere dove tutto è cominciato. Guardate lui, nella sua gestualità rivedete delle altre cose.
In più non è solamente uno sportivo: lui rischia continuamente la sua vita. Per davvero. Non la rischia come la rischiano i piloti di Formula 1, il suo modo di rischiare è ancestrale. Alla fine dell’ultimo match della sua carriera, a Manila contro Joe Frazier, lui dice “non so se lui ve l’ha detto ma ve lo posso dire io: non so se mi sono mai sentito vicino alla morte come dopo questi 14 round“. Il quindicesimo non si disputa ma poteva andare in tutti i modi: anche Angelo Dundee (all’angolo di Ali) avrebbe potuto gettare la spugna, solo che lo fa prima l’angolo di Frazier. Ali vince quel match ma avrebbero potuto farlo entrambi.
Il pugilato è lo sport più fotogenico che esista. Quello che vedi al cinema è però da 150-160 colpi a round, che non è la realtà. Quello di Manila fu invece un match cinematografico: a causa dell’odio di Frazier verso Ali il match è veramente da 200 colpi a round, irreale. Usciranno distrutti da quei quattordici round. Usciranno distrutti da quel match, ne saranno segnati per sempre ma uno dei due doveva vincere: era il terzo match della trilogia. ESPN ha definito la loro rivalità come la più grande di sempre dello sport amricano, la seconda è Ohio State-Michigan di football. Io ci credo, lo penso veramente.
Penso che il primo match della trilogia sia il più grande evento sportivo nella storia degli Stati Uniti. Avviene nel 71, quando gli americani ormai sanno che non vinceranno la guerra in Vietnam. Il paese si divide in due: quelli che non credono alla guerra in Vietnam sono con Ali, quelli che ci credono dall’altra parte. Non ci sarà mai più un evento così. Mi auguro per gli Stati Uniti non si trovino mai più nella situazione di combattere una guerra che per di più si è rivelata disastrosa, da cui non sono usciti per certi versi ancora adesso perchè la loro verginità la perdono lì.
Vederle Lebron dirlo lo mette, come al solito, da un’altra parte. Lebron è una delle poche coscienze nere attive dello sport americano. Se lo può permettere, è un uomo molto visibile, ma ha palesemente una maturità diversa dagli altri. Si vede quando gioca, quando parla, quando perde.
Il prossimo spunto è proprio su Lebron. Leggendo alcune sue dichiarazioni su Ali e conoscendo la sua biografia, ho avuto la sensazione che lo abbia preso come un modello paterno e che stia cercando di replicarlo in qualche modo.
È probabile, del resto lui non ha mai avuto un padre. È però impossibile imitare Muhammad Ali perchè i tempi sono diversi. Ma la legacy di Ali, il suo legato, quello no. Quello è per tutti gli sportivi afroamericani. Alla fine siamo ancora lì. Siamo ancora alla polizia americana addestrata militarmente e che ha l’ordine di sparare ai neri perchè li sa armati. Appena vedono il gesto, ancora prima che ci siano le circostanze per sparare. Vengono addestrati così: nessun poliziotto americano sente il proprio superiore reprimerlo per quello che ha fatto. Gli hanno detto questo: “Sono armati. Se vedi un gesto che può portarli a sparare, fallo prima tu.”
Sono passati tanti anni però certe cose faticano a cambiare. Questa cosa è insita nella cultura americana: l’uomo che ha fondato gli Stati Uniti, Thomas Jefferson, era un proprietario di schiavi. Quella parte della loro storia non si asciugherà mai, non può asciugarsi. Ce l’hanno e ce l’avranno sempre. In Brasile è diverso, l’ho visto con i miei occhi, anche in altri luoghi delle Americhe è diverso. Negli Stati Uniti no.
Come dirà lui: “Cinque anni di galera? Siamo stati schiavi per 400.”
Non credo ci sia bisogno di spiegazioni. Le frasi che ha detto lui, sempre raccontate col privilegio di poter dire la prima cosa che gli viene in mente, sono delle frasi epocali. Ha costretto il mondo, gli americani in particolare, a guardare l’America che non volevano vedere, quella di cui avevano paura e di cui hanno paura ancora adesso.
Se n’è andato prima di vedere Trump vincere le elezioni ma prima ha fatto in tempo a dire una cosa importante. Non si va da nessuna parte se si divide, si va da qualche parte se ci si unisce. Lo dice perchè ha vissuto tutta la prima parte della sua vita in un mondo segregazionista al contrario. La “Nation of Islam” prendeva soldi dal Ku Klux Klan per creare due mondi separati: i bianchi da una parte, gli afroamericani dall’altra. Quindi lui per primo ha detto:“separati”. Non “noi e voi”. “Noi” e “voi”.
Quando nel 1975 diventa ortodosso si accorge che non era così, che quello era un periodo giovanile. Il suo futuro era un mondo molto più integrato, molto più pan-religioso, con lui la parola Dio e la parola Allah si mescolavano continuamente. Non ha mai creduto in un Islam aggressivo. Se n’è andato forse evitandosi di vedere cosa succederà in futuro, ma quello che ha fatto lui resterà per sempre.
C’è un gesto di Muhammad Ali che ti ha particolarmente colpito?
Sono rimasto molto colpito dalla telefonata che ha fatto a sua madre dall’ufficio di leva di Houston. Lui non fa il passo in avanti che devi fare se aderisci alla chiamata dell’esercito, quindi chiama la madre. All’epoca si faceva con le monete, mica c’erano i cellulari. La chiama per dirle la cosa più forte della sua storia: le deve dire che andrà in galera. Non ci andrà ma in quel momento era probabile.
Quello che deve dire a sua madre è sostanzialmente questo: “tutte le cose che mi hai insegnato tu, tutta la Bibbia che abbiamo letto insieme in mille sere d’estate non l’ho ripudiata, resterà sempre con me, però ho aderito ad un’altra religione. Ed è proprio aver aderito a quella religione, che non è quella che mi hai insegnato tu, che mi ha detto di non andare a combattere in Vietnam. Andrò in carcere, perchè credo in questo mondo.”
Quello che cercava di dirle è questo:”so che non è quello che mi hai insegnato tu ma aspettami, tornerò. Fammi da mangiare il polpettone, perchè come il tuo non ne ho mai mangiato nessuno.”
Ecco, questa è la parte che mi colpisce di più. Sua madre è l’unica certezza che avrà per tutta la sua vita e lui deve chiamarla per dirle che i suoi insegnamenti non sono serviti, credo che per un uomo sia veramente difficile. E per una donna che è una madre.
Oltre a tutta l’influenza culturale, c’è anche un enorme sportivo. In uno dei tuoi racconti concludi dicendo: “c’è un’infinitesima possibilità che rinasca un Michael Jordan, ma non ce n’è neanche una che rinasca un Wilt Chamberlain”, dove collochi Ali?
Si vede che sei un baskettaro eh. Wilt. Pensa che qualcuno ha pensato che Tyson potesse essere… Dai, non scherziamo. Io ho una passione per Wilt proprio per la sua unicità e se Wilt è unico, immagina Muhammad Ali. Non a caso sono coevi e si sono conosciuti.
Nella seconda puntata parlo del mitico “summit”. Bill Russell e Kareem Abdul Jabbar insieme ad altri del football americano vanno a parlare con Ali, vogliono capire cosa stia pensando. Bill Russell, uno dei più vincenti della storia della NBA, è entrato dicendo “mi avevano parlato di uno un po’ incerto”. È uscito dicendo “quest’uomo ha spiegato. A me. È uno molto informato, molto deciso, qualunque cosa gli avessi detto non lo avrei mai convinto.”

Una foto del Summit di Cleveland.
L’uscita di Bill Russell dal vertice è un’altra, da baskettaro, delle cose che mi ha colpito di più. Io non ammiro Bill Russell, di più. E Bill, che è anche lui un uomo del sud, che dice “questo ragazzo qua è troppo determinato, era lui che spiegava a noi. Noi eravamo lì per cercare di convincerlo e lui convinceva noi che era la cosa giusta da fare per lui. Tutti gli sportivi di quel meeting escono da lì chiedendosi “saremmo capaci di rinunciare alla nostra carriera e a milioni di dollari per un principio?” E ognuno di loro, se ha un minimo di coscienza, deve dirsi “no. Noi no. Nessuno di noi ne sarebbe capace.” E Ali, che è il campione del mondo dei pesi massimi, quindi l’atleta più visibile del mondo, lo fa. Chapeau.
Questo è l’altro grandissimo momento della sua storia. Gli altri sportivi afroamericani dicono “beato te che sei capace, perchè noi non lo saremmo. Non è che non crediamo a quello che dici tu, ma non saremmo capaci di farlo e di dirlo come fai tu.”
Dopo aver visto il primo episodio della serie, ho subito iniziato ad aspettare il secondo. La storia di Ali è una di quelle che vale la pena conoscere, sia a livello sportivo che umano. Chiunque lo abbia conosciuto è rimasto impressionato dalla sua determinazione e dalla sua fede: non è un caso che la sua vita sia considerata per molti un esempio. La vita di un uomo che volteggiava come una farfalla e pungeva come una vespa.
Ecco il video della sua intervista


