Mancano ancora una manciata di partite alla fine, prima che i tanto attesi premi individuali su chi si è più contraddistinto durante questa regular season verranno assegnati. Senza dimenticare il Rookie of the Year Award o il titolo di Most Improved Player, c’è molta curiosità riguardo alla nomina di allenatore dell’anno. Già, i candidati sono svariati, ma chi è quello che fra tutti ha fatto meglio? Forse occorrerebbe aspettare che tutte le consuete 82 partite vengano giocate, anche se la griglia dei nomi pare già delineata, con qualche favorito e i classici outsider di turno.

Brad Stevens, head coach dei Boston Celtics.
BRAD STEVENS. La ricostruzione dei Boston Celtics sta continuando alla grande, con un’alchimia ed una solidità da grande squadra già conseguite grazie al grande lavoro del nativo di Indianapolis. Nonostante l’organico non sia proprio quello di una contender, Stevens è riuscito a mettere su un bel gruppetto che sta navigando nelle zone alte della Eastern Conference, facendo sognare i tifosi in vista dei playoff. In campo la leadership è stata assegnata (con conseguente successo) a Isaiah Thomas, probabilmente lasciato andare via troppo frettolosamente da Sacramento Kings e Phoenix Suns. Gioco corale, tanta grinta e tante belle prospettive: e dire che lo stesso head coach è solo al suo terzo anno di carriera nella lega, con già una bella reputazione sulle spalle. Se i Celtics marceranno così fino a metà aprile, allora il premio potrebbe finire seriamente tra le sue mani. E con merito. Probabilmente è lui il grande favorito.
TERRY STOTTS. In estate su Portland era calata la depressione dopo gli addii di LaMarcus Aldridge, Wesley Matthews, Robin Lopez e Nicolas Batum. La rivoluzione tecnica era iniziata, le aspettative non erano un granché, ma col tempo Stotts ha smentito prontamente tutti portando i nuovi Trail Blazers a lottare per una piazza in vista dei playoff, cosa che qualche mese fa era impensabile. C’è da dire che una grossa mano alla franchigia dell’Oregon la sta dando il rendimento pazzesco di Damian Lillard, protagonista di prestazioni da autentica star. Nulla da togliere all’allenatore di Cedar Falls, che ha saputo sapientemente mettere insieme tutti gli ingredienti per creare una ricetta sorprendetemene efficace.
DWANE CASEY. Il progetto Toronto Raptors sta probabilmente toccando il suo momento più alto: i canadesi stanno disputando un’annata più che convincente, tanto che qualcuno sostiene che loro saranno i veri antagonisti della corazzata Cleveland Cavaliers nelle finali di Conference. Coach Casey ha saputo utilizzare al meglio il materiale che il general manager Masai Ujiri gli ha regalato. Il roster è discreto, la mentalità da top team sembra essere stata inculcata nelle teste di Kyle Lowry e compagni: insomma, l’operato del 58enne, che finora ha dato i suoi frutti, potrebbe essere ripagato.

Steve Kerr, condottiero dei Golden State Warriors.
STEVE KERR. I Golden State Warriors stanno disputando una stagione stratosferica, sulla falsariga dello scoro anno, con numeri fantascientifici e record già ammazzati (o da ammazzare): la compagine della Baia può ancora eguagliare (o addirittura battere) il famigerato record dei Chicago Bulls 1995/96, che vinsero 72 partite e ne persero solo 10. Se l’impresa verrà realizzata, i Warriors entrerebbero nella storia e a quel punto l’allenatore riceverebbe quasi certamente il riconoscimento.
GLI OUTSIDER. Come una disputa che si rispetti, non possono mancare le mine vaganti che possono insidiare chi è avanti nella corsa. In fondo al gruppo, abbastanza staccati però, ci sono Stan Van Gundy, condottiero dei Detroit Pistons autori di una buona stagione, con l’asse Reggie Jackson-Andre Drummond perfettamente funzionate, e Steve Clifford, che sta guidando di nuovo i Charlotte Hornets verso i playoff, grazie al supporto di una second unit di sicuro affidamento e nonostante qualche assenza pesante (come quella di Michael Kidd-Gilchrist).




